Come Jo Konta ha trovato serenità nella decisione di ritirarsi

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Come Jo Konta ha trovato serenità nella decisione di ritirarsi

WTA Insider ha intervistato la ex-N.4 WTA britannica in occasione del suo addio alle scene

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Johanna Konta a Roma 2019 (foto Twitter @InteBNLdItalia)
 
 

Qui l’intervista originale

Johanna Konta non riesce a ricordare un tempo in cui la sua vita non fosse segnata dal tennis. Allo stesso tempo, però, non vede l’ora di scoprire cosa ci sia oltre le verdi ambientazioni pastorali di questo sport, nel quale non ha lasciato nulla di intentato in una carriera decennale che l’ha vista diventare portabandiera del tennis femminile in Gran Bretagna.

Konta, 30 anni, ha annunciato il suo ritiro mercoledì 1 dicembre, chiudendo il libro su una carriera di successo, sempre in lotta, che l’ha vista diventare la prima donna britannica a classificarsi nella Top 5 dal 1984 quando è arrivata al N.4 nel 2017. “Process” [intesso come processo di sviluppo e maturazione a lungo termine, ndr] è stata una parola chiave per Konta mentre affrontava gli alti e bassi dell’essere una delle giocatrici d’élite, e non sorprende che si sia presa del tempo prima di prendere la decisione di appendere le sue racchette al chiodo, un processo, appunto, che ha caratterizzato la sua ultima stagione.

 

Volevo sedermi con i miei sentimenti e le mie emozioni e concedermi il tempo per prendere una decisione“, ha detto Konta a WTA Insider dalla sua casa in Inghilterra. “Quel processo mi ha anche dato un po’ di pace perché il mio ritiro non significa in alcun modo che non mi piaccia più lo sport o che non riesca più a vedermi giocare. Anche ora, seduta qui, giocare mi manca. Mi manca quella vita perché è l’unica vita che conosco da quando ho memoria. Quindi è in qualche modo interessante districarsi da qualcosa a cui sei stata attaccata per così tanto tempo”.

Konta è stata tre volte semifinalista Major, all’Australian Open 2016, Wimbledon 2017 e Roland Garros 2019. Ha conquistato il suo titolo di maggior prestigio al WTA 1000 di Miami nel 2017, sconfiggendo in successione Simona Halep, Venus Williams e Caroline Wozniacki. Il suo ultimo titolo è arrivato quest’estate sull’erba di Nottingham. […]

Konta è stata anche una delle prime sostenitrici dell’importanza della salute mentale nello sport. Ha attribuito la sua svolta di metà carriera – è la prima a ricordare di aver trascorso la maggior parte della sua carriera nell’ITF Pro Circuit – al lavoro che ha svolto con il suo mental coach, Juan Coto, che le ha fornito strumenti inestimabili non solo per il tennis, ma per la vita. È stata una scalata ardua per Konta, ma che lei dice non scambierebbe con nessun’altra cosa. Sacrifici e turbolenze hanno superato i trionfi finali, ma il suo viaggio l’ha forgiata nella donna che è oggi, cosa di cui non è altro che orgogliosa.

Sono in qualche modo un esempio per le persone che si sentono troppo vecchie per farcela in qualsiasi cosa, per le persone a cui è stato detto che non sono niente di speciale o non così brave o che il loro tempo è finito, o che non mostrano molto potenziale. Sono un esempio per quei giocatori e quelle persone che basano la loro carriera sulla resilienza e sul duro lavoro”.

Nella sua intervista con WTA Insider, Konta descrive in dettaglio il suo processo decisionale e come ha realizzato che era ora di iniziare il suo prossimo capitolo.

WTA Insider: Come sei arrivata alla decisione di ritirarti?

Konta: Non è stata una decisione presa nell’ultima mezz’ora e non è stata nemmeno presa negli ultimi due mesi. È qualcosa che ha richiesto del tempo. Volevo darmi tempo per capire se questo è davvero quello che voglio fare o se è solo un periodo difficile. Ci sono così tante volte nella carriera in cui potresti facilmente essere tentata di dire: No, non voglio avere più niente a che fare con tutto questo [ride]. Volevo sedermi con i miei sentimenti e le mie emozioni e concedermi il tempo per arrivare alla decisione. Quel processo mi ha anche dato un po’ di pace perché il mio ritiro non significa affatto che non mi piaccia più lo sport o che non possa vedermi giocare più. Anche ora, seduta qui, mi manca giocare. Mi manca quella vita perché è l’unica vita che conosco da quando ho memoria. Quindi è interessante districarsi da qualcosa a cui sei stata attaccata per così tanto tempo.

Ero con mia madre a Wimbledon non molto tempo fa e lei diceva: “Oh mio Dio, non ti vedrò mai più giocare qui, è stata una parte così importante della mia vita”. Le ho risposto: ”Esatto, mamma”. Ma era solo parte della tua vita, mamma. Per me è stata tutta la vita. È una cosa interessante per me da realizzare, il fatto che in realtà non ho alcun ricordo slegato a quello che ho fatto nello sport. Quindi sono letteralmente in una situazione in cui devo reinventarmi o ritrovarmi nel mondo, nella vita, nella mia vita, con uno scopo, interessi e capacità. È una cosa molto scoraggiante e spaventosa, ma sembra giusta. Perché quando penso, OK, tornerò là fuori, anche quando mi manca e penso di ricominciare, alla fine… anche no.

WTA: Possiamo definirla in qualche modo una… separazione consensuale?

JK: Penso che “lutto” sia una buona definizione per descrivere una parte perché sì, è una specie di rottura, ma l’unica cosa che direi essere diversa è che non si tratta di qualcosa successo all’improvviso e poi affrontata. Stavo giocando con tutti questi sentimenti e pensieri da un anno. Quindi questa non era una decisione fatta e finita. Erano piccole decisioni. Erano piccoli momenti che si andavano a sommare, ed era letteralmente il tempo di farlo. Ma di sicuro, anche ora, seduta qui, penso di andare in Australia, giocare, stare al sole, partecipare al torneo. Non penserò mai a quella parte di questa esistenza come “Oh, no, è stato terribile”, perché è letteralmente ciò che sognavo come sogna una bambina che vuole diventare una tennista professionista. Sogni di andare a questi tornei. Sogni di giocare in quelle condizioni, al caldo, al sole e con la gente intorno. Se mai non vorrai farlo come tennista, voglio dire, è un’esistenza molto difficile.

Per me si tratta solo di garantire il mio benessere emotivo, mentale e fisico, di essere nella posizione di avere quell’energia necessaria e lavorare per essere in grado di competere. È quel legame [con lo sport] che ti consente di convincerti a continuare nonostante il dolore. Ho solo esaurito la benzina per tutto questo. Quindi, quando arrivi a quel punto non puoi più mettere in mostra la tua parte migliore perché non hai lavorato abbastanza per poterlo fare, e come in un circolo vizioso semplicemente non hai l’energia per metterti al lavoro in prima istanza. Giocare al tuo meglio richiede un grande impegno. È un qualcosa che ti chiede molto, non solo nei risultati, ma nel sottoporti al giudizio degli altri. Quando vado al lavoro, tutti hanno un’opinione, anche il cane degli spettatori ne ha una. Quando ti senti pronto a fare quell’investimento psicofisico, è solo una parte dell’essere un tennista professionista. Ma una volta che senti che non puoi, allora penso che sia il momento in cui, beh, non posso davvero farlo come vorrei, non ci riesco. Non posso dare tutta me stessa per questo perché semplicemente non ho più nulla da dare.

WTA: Quando ho parlato con Julia Goerges l’anno scorso e Kiki Bertens quest’anno, hanno detto cose molto simili. La motivazione per giocare tornei su grandi campi contro i migliori non è quello che manca. Riguarda i sacrifici che tutti voi dovete fare dietro le quinte per arrivarci e se, in questa fase della vostra vita, sia possibile o ne valga la pena.

JK: Esatto. E penso che sia una bella narrativa sentire effettivamente altre giocatrici dirlo perché è quella parte che alla fine è sotto gli occhi di tutti voi. Ti dedichi a questo lavoro, a questo tipo di esistenza per essere in grado di fare ciò che la gente vede. Al giorno d’oggi, se non hai più carburante e motivazione per tutto questo, non puoi farlo perché in realtà non sarai a un livello abbastanza alto per competere. Ci sono stati pochissimi giocatori nella storia che hanno potuto permettersi di fare una cosa del genere, di centellinare il loro impegno. Molto, molto pochi. E probabilmente direi solo una manciata di giocatori che possono semplicemente presentarsi in campo, ma il talento dato loro da Dio è così grande che possono farla franca senza tutto quel lavoro. Per il 99% dei giocatori c’è questo sacrificio. Stai facendo la tua piccola danza intorno al fuoco, sacrificando te stessa agli dei.

WTA: Quando alla fine hai maturato davvero la decisione di ritirarti? O pensi ancora di doverla maturare?

JK: Ricordo quando sono tornata dagli Stati Uniti, è lì che è culminata questa sensazione e ho sentito che la decisione stava arrivando. Non molto tempo dopo, mi sentivo come se stessi prendendo la decisione. Ho tenuto stretta la racchetta nelle mani, perché la stavo mettendo via e ho iniziato a piangere. Quindi, in questo senso, è una rottura. Ma è amichevole perché non guardo indietro alla mia carriera e non la giudico in base a tutto ciò che mi è servito per raggiungerla. Mi guardo indietro e vedo tutto ciò che mi ha dato e tutto ciò che mi ha permesso di sperimentare. La vedo sicuramente così, non dal lato negativo di ripensare a tutto ciò che è servito per sperimentare quelle cose.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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ATP Race to Turin: Berrettini e Sinner, per entrare tra i primi sette serve un gran finale di stagione

Il settimo posto di Auger-Aliassime è l’obiettivo ma la concorrenza è folta: da Hurkacz e Norrie, chi sono i principali protagonisti della corsa

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Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)
Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)

Si infiamma la corsa per la qualificazione alle Nitto ATP Finals di Torino, in programma dal 13 al 20 novembre 2022. A meno di due mesi dalla manifestazione, la situazione vede Matteo Berrettini e Jannik Sinner dover compiere un mezzo miracolo per riuscire a entrare direttamente tra gli otto maestri che si sfideranno al PalaAlpitour. La situazione è complicata dal fatto che Novak Djokovic, vincitore di Wimbledon, è già quasi sicuro del posto (gli basta terminare tra i primi 20 della Race). Il target per i due azzurri dunque diventa il settimo posto della Race, attualmente occupato da Felix Auger-Aliassime. Jannik questa settimana è di scena all’ATP 250 di Sofia, dove difende il titolo; Matteo, dopo aver preso parte alla Laver Cup (che non assegna punti ATP), prenderà parte salvo sorprese all’ATP di Firenze a partire dal 10 di ottobre.

Al momento sono invece due i giocatori già sicuri al 100% di un posto nei primi otto, gli spagnoli Carlos Alcaraz e Rafael Nadal. Quali altri sono i potenziali protagonisti di Torino? Quanto manca agli azzurri per arrivare tra i primi otto?

La classifica ATP aggiornata è disponibile al seguente link, che porta alla sezione “Sotto Rete” del sito web di Intesa Sanpaolo, main sponsor della manifestazione e partner di Ubitennis.

 

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ATP Race to Milan: Nakashima vince a San Diego e ipoteca la qualificazione

Il tennista americano sarà quasi certamente a Milano. Sono tanti gli italiani che sperano in un posto alla Allianz Cloud

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A close up of Brandon Nakashima (USA) during his game against Nick Kyrgios (AUS) in the fourth round of the Gentlemen's Singles on Centre Court at The Championships 2022. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 8 Monday 04/07/2022. Credit: AELTC/Simon Bruty

Dall’8 al 12 novembre a Milano si disputerà la quinta edizione del torneo Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals.

Il torneo è riservato agli otto giocatori nati dopo il 31 dicembre 2000 che nel corso della stagione hanno realizzato il maggior numero di punti.

Il torneo meneghino, oltre ad essere un importante laboratorio per la sperimentazione di nuove regole, nel corso delle edizioni si è anche rivelato il trampolino di lancio di alcuni dei giocatori più importanti dell’attuale scena mondiale, a partire da Daniil Medvedev che partecipò all’edizione inaugurale del 2017 e oggi occupa la poltrona numero 4 della classifica ATP della quale era il leader sino allo scorso 11 settembre; Stefanos Tsitsipas, attuale numero 6 e vincitore dell’edizione 2018; Jannik Sinner numero 11 del ranking e vincitore dell’edizione 2019; Carlos Alcaraz, campione in carica del torneo e odierno numero uno della classifica mondiale.

 

La tabella seguente riporta i nomi dei precedenti vincitori e la miglior classifica assoluta da loro raggiunta:

ANNO*VINCITOREMIGLIOR PIAZZAMENTO ATP
2017Chung Hyeon19
2018Stefanos Tsitsipas3
2019Jannik Sinner9
2021Carlos Alcaraz1

*2020 non disputato causa Covid

Proprio Alcaraz, essendo nato il 5 maggio 2003, è ovviamente il miglior Under 21 del mondo, ma è certo che rinuncerà al torneo riservato ai suoi coetanei per prendere parte alle NITTO ATP Finals di Torino che cominceranno il 13 novembre, alle quali è già matematicamente qualificato. Il suo successore è uno dei primi 15 nomi dell’attuale classifica Race to Milano. Spicca soprattutto Brandon Nakashima, che vincendo l’ATP di San Diego ha ipotecato la sua presenza nei primi otto della Race: l’americano aveva rilasciato due anni fa una interessante intervista insieme al direttore Ubaldo Scanagatta e a Steve Flink.

La classifica Race to Milano aggiornata è disponibile al seguente link, che porta alla sezione “Sotto Rete” del sito web di Intesa Sanpaolo, main sponsor della manifestazione e partner di Ubitennis.

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Roger Federer, cronaca di un ritiro annunciato

Ripercorriamo l’ultimo anno e mezzo del campione svizzero, dal rientro a Doha del marzo 2021 alla straziante serata d’addio della O2 Arena

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

Diversamente dalla novella di Garcìa Marquez, cui abbiamo scippato l’idea del titolo, l’addio alle scene di Roger Federer non è finito nel sangue. Eppure era tutto scritto da tempo, come per l’assassinio di Santiago Nasar. È solo che non lo accettavamo, Roger non può ritirarsi, sì certo, Alcaraz, Sinner e quei due satanassi prossimi ai quaranta ancora affamati di trionfi, ma senza Roger il tennis, già agonizzante, morirà – eccolo, il parallelismo cruento col romanzo.

Dunque per diciotto mesi, dal rientro a Doha del marzo 2021 fino a venerdì sera, in noi sul pessimismo della ragione ha prevalso l’ottimismo della volontà, a dispetto di ogni evidenza: Roger continua, il ginocchio è malandato ma non se ne sa molto, facile che sia solo un pretesto per giustificarne l’assenza dai campi, lui che dai campi non dovrebbe mancare mai. E se anche il guaio articolare fosse più invalidante, niente gli impedirà di giocare gli slam, a Wimbledon poi brucherà l’erba per una trentina d’anni ancora, ben oltre i parametri pensionistici della Fornero. Ingenuità soltanto in parte giustificate dalla fede.

Fede che talvolta, spesso, ha vacillato. In Qatar, per esempio, Roger batte Evans agli ottavi – ottimo tennista Daniel – però perde ai quarti con Basilashvili: l’avevamo lasciato che aveva messo paura allo squalo serbo nella semi di Melbourne 2020, 4-1 per Roger nel 1° set, e ora esce in un 250 con uno che faticheremmo a definire vincente. Calma, è un anno e rotti che non gioca, già passare un turno è grasso che cola… e la fede si rinsalda.

 

Altro sisma emotivo a Ginevra, due mesi dopo. Federer si consegna subito a Pablo Andujar – Pablo Andujar! – onestissimo carpentiere della racchetta mai oltre il 32 del ranking, quasi vecchio quanto lui. Più della sconfitta, addolcita dall’attenuante della terra battuta, è il modo: Roger giochicchia come in esibizione, ride ai propri errori, se li commenta in tedesco, la motivazione di un Kyrgios insomma. Qui perdiamo ogni speranza, il ritiro è imminente.

Come ci leggesse i pensieri, Roger si presenta al Roland Garros 2021 tirato a lucido: lo aiuta l’essere nominalmente testa di serie n. 8 – sappiamo del caos-classifica da pandemia – e incrociare Istomin, Cilic e Koepfer, di cui solo l’ultimo lo farà penare. Ma il Maestro è in forma, fisica e tennistica, la garra proletaria di Andujar un brutto ricordo. Si guadagna un posto agli ottavi, e Berrettini sta ancora ringraziando i suoi dei per non averlo dovuto affrontare; già, Roger si ritira prima del match con Matteo così da salvaguardare le giunture in vista di Wimbledon. Lo criticano in molti, mancanza di rispetto per l’avversario, per il tabellone, per il prestigio del torneo, Federer, il tennista più corretto dai tempi di Borg… è che per una volta pensa a sé, lui lo sa, di avere soltanto un paio di colpi in canna e vuole spararli al Luna Park di Londra. In ogni caso perdonaci Roger, se dopo Ginevra ti abbiamo rinnegato è perché i seguaci degli altri due ci assediavano, e poi il gallo ha cantato tre volte…

Alla vigilia dei Championships siamo elettrizzati, poco importa che ad Halle, dove ha presenziato un po’ per tradizione, un po’ per sponsor, un po’ per preparazione all’erba, abbia lasciato vincere Auger-Aliassime – il quale di lì a poco comunque esploderà. Importa la grinta, la faccia concentrata dei tempi migliori, e pure che prima del canadese abbia preso lo scalpo di Ivashka, uno che sui prati non sfigura affatto. A Church Road ci sono i presupposti di competitività: a differenza di quasi tutti, lui conosce ogni filo d’erba del campo centrale, essenziale però è stare alla larga dallo squalo serbo, la ferita inferta nel 2019 ancora non si è rimarginata, se mai lo farà.

Il sorteggio è benevolo, Djokovic è lontano, un eventuale faccia a faccia solamente in finale. Ci confidiamo, nella finale, il Federer visto in Germania rassicura, e poi dai, Mannarino, Gasquet, Norrie, Sonego, Hurkacz e Berrettini, mica Raonic, Isner, Cilic, Kyrgios, Murray, gli erbivori da temere davvero. Tra tutti giusto Mannarino al primo turno ci spaventa, il francese se la cava bene sul verde ed è in giornata buona, i colpi piatti e filanti spostano Roger a destra e a manca costringendolo a un quinto set insidiosissimo. Brutto, molto brutto, gioire per un ritiro, ma quando Adrian si avvicina a rete con la mano tesa, perché il ginocchio – il ginocchio, guarda l’ironia – gli ha ceduto, è come se ci togliessero un quintale di mattoni dalla schiena.

Nei tre turni successivi Roger sciorina la sua dominanza tra le righe di gesso, anche malconcio, anche a 39 anni: dispiace solo per Sonny, che meritava miglior sorte. Siamo ai quarti, e non conteniamo più l’euforia. C’è arrivato anche Nole, ça va sans dire, ma è lassù, e dopo l’ostacolo modesto di Fucsovics, avrà Shapovalov, che se per una volta gioca come ci aspettiamo giochi da almeno tre anni, lo squalo può fiocinarlo eccome. Ciò significherebbe nono titolo a Londra per il re – e 21° titolo slam, di nuovo in testa, tocca a voi raggiungermi ora – perché Hurkacz, Berrettini e Denis si scioglieranno al suo cospetto.

Ma il polacco dalla faccia triste non è d’accordo: si fosse intascato il tie break del 2°, forse Roger avrebbe ritrovato fiducia nel suo tennis, raccolto le ultime energie e vinto al 4°. Non è andata così e l’infamia di quello 0-6 sulla riga del 3° set ne insozzerà il curriculum ventennale, con l’aggravante di rappresentare l’ultimo risultato di un match ufficiale.

Da quel luglio dell’anno scorso poche e scarne le notizie su Roger, sulle sue intenzioni, sull’infortunio al ginocchio – i maligni ne minimizzano la consistenza, sta semplicemente cercando una scusa per uscire dal circuito con dignità. Federer a poco a poco sparisce anche dai social, qualche spot per gli sponsor, qualche spezzone di vita familiare, briciole di pane che noi Pollicini seguiamo devoti e confusi.

La scena allora se la prende tutta Djokovic: Nadal pure è malandato, il Fab4 Murray gioca i challenger, il Fab5 Stan neanche quelli, la ex next-gen annaspa in eterna incubazione, Alcaraz comincia a far parlare di sé ma non è ancora l’alieno che è diventato. Certo, Nole dilapida uno Us Open e un Grande Slam già in saccoccia, sennonché, per una volta, riceve affetto sincero dal pubblico di New York, grazie alle prime lacrime della sua carriera – gli americani si sa hanno il cuore tenero. L’universo torna in asse nel gennaio 2022, Djokovic torna a fare il Djokovic, nel braccio di ferro col governo australiano inanella una serie di figuracce epocali, ma è pur sempre al centro del palco, l’unica cosa che conta per lui.

Scemato il tragicomico thriller downunder, rispunta Rafa, doppietta AO-RG (soltanto il 14°), poi di nuovo Nole col settimo sigillo a Wimbledon (come Sampras, surreale). Roger aleggia ancora sul circuito ma sempre più etereo, sfocato, e l’annuncio di giocare Laver Cup e Basilea è battuto dalle agenzie con l’enfasi eccessiva di chi da tempo ha pronto il pezzo del de profundis.

Noi rogeriani integralisti ridimensioniamo, circoscriviamo, contestualizziamo: terza operazione al ginocchio, non scende in campo da un anno, cosa pretendiamo da lui, che s’iscriva a Gstaad, Washington, Metz come un Rinderknech qualsiasi? Le argomentazioni valide a che si auspichi un ritorno nel 2023 non mancano, eppure una vocina interiore, quella cattiva, quella che se ne impipa dell’amore e della venerazione, ci bisbiglia all’orecchio che trattasi di passerella finale.

In realtà una pre-passerella c’è già stata, proprio a Wimbledon, in occasione della sfilata dei campioni per celebrare i cento anni del campo centrale: lui è uscito per ultimo infiammando la folla, tuttavia pareva un diplomatico svizzero in visita all’ambasciata di Londra, non uno che quel torneo lo volesse ancora giocare e, magari, vincerlo. Pur nell’obbligata fumosità delle dichiarazioni, dai suoi occhi è trapelata una sorta di malinconia, una premonizione, sento che questa è l’ultima volta in cui calco la mia adorata erba da professionista.

Non ci aiuta a recuperare entusiasmo la scomparsa di Roger dalle classifiche ATP, i 360 punti dei quarti 2021 sono vecchi di un anno e volano via, la sua faccia ormai sovrapposta a quella di chissà chi altro. Federer ora è un fantasma, se ne avverte la presenza ma in realtà non esiste, in questo assurgendo letteralmente a oggetto di culto fideistico, non ti vedo però so che ci sei.

A posteriori, i so-tutto-io che avevano pronosticato l’ultimo saluto a Basilea hanno avuto ragione, incuranti del fatto che Roger avesse preventivato tutt’altro: non ci pensava affatto a una stagione di sfilata finale modello Edberg; lui, e la famiglia, e lo staff, e milioni di fanatici, e l’ATP tutta, ci credevano in un percorso soft per rientrare nel 2023 risanato, allenato, carico a pallettoni, pronto a ripetere il miracolo di AO 2017.

Poi le Parche decidono di recidere il filo ancor prima del previsto. Il ginocchio ha una ricaduta, qualcosa a proposito di una formazione anomala di liquido, non conta, ciò che conta è che Roger rinuncia a Basilea. E allora ce lo chiediamo tutti: se salta il torneo di casa, come può ripresentarsi in Australia, con zero match all’attivo in quasi due anni? Senza classifica? In balia di un tabellone che potrebbe accoppiargli al primo turno una trentina di avversari in grado di batterlo, e batterlo male, da umiliarlo più di quanto abbia fatto il 6-0 preso da Hurkacz? Va bene l’amore per il tennis, ma esiste anche l’amor proprio, e Roger non può buttare al vento l’epica del suo ventennio di splendore per elemosinare ancora un po’ di riflettori.

È lì che capiamo, è lì che iniziamo a piangere, poco importa che la Laver è stata confermata, farà il doppio, ché col suo braccio può giocarlo pure in carrozzella.

Paradossalmente il dolore è più mitigato che acuito dalla lettera d’addio urbi et orbi del 15 settembre: la leggerezza e la genuinità delle sue parole ci rinfrancano, nulla di narrativamente memorabile ma tutto di una verità disarmante, impregnata di rispetto e gratitudine per quanto il tennis gli ha regalato. Con la sua voce tranquilla a prenderci per mano.

Così siamo arrivati pronti a venerdì sera. Pronti a vederlo cedere emotivamente e a cedere con lui. Non è stato un crollo, piuttosto un abbandono, inutile ribellarsi a quel tumulto di sensazioni, inutile vergognarsi e nasconderle; Roger l’avrebbe potuto e saputo fare, è un uomo di 41 anni, padre di quattro figli, l’ha fatto altre volte in passato: ma come tante volte in passato ha pianto di gioia, venerdì ha pianto… di gioia, di nuovo. Il suo universo era lì, famiglia staff avversari compagni di strada, più ventimila eletti in rappresentanza di noi a casa. Perché piangere di dolore? Davvero non ci dormirà la notte ad avere meno slam degli altri? O ad aver perso il record di settimane da n. 1? Davvero vivrà nel cruccio di non aver superato Connors nel computo dei tornei vinti? No, nessun dolore, Roger ha pianto di gioia: perché è consapevole del privilegio avuto in dono – l’ha scritto egli stesso senza fastidiose false modestie: il fato gli ha fornito un talento speciale, lui ha soltanto assecondato quel disegno divino.

Insieme a Roger, a tutti noi, tra le luci della O²Arena ha ceduto anche Nadal, lui sì in preda alla disperazione: Rafa perde IL rivale di mille duelli, certo, e forse si è proiettato in un futuro non troppo lontano, quando festeggeremo lui. Ma le lacrime di Rafa erano per un amico, qualcuno cui vuole davvero bene e che per farsi qualche risata d’ora in poi dovrà andare a cercare tra le montagne svizzere.

Ecco, tutto il bene che il mondo ha voluto e vorrà sempre a Roger Federer sta in quell’incontro di mani tra lui e Nadal rubato dalle telecamere: Roger e Rafa, Rafa e Roger, intrecciati come due bambini cresciuti insieme, nella mano libera una racchetta, nel cuore l’idea di rendere la loro e la nostra vita un poco migliore.

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