Gli auguri di Ubitennis a lettori e tennisti dopo un'annata straordinaria (VIDEO)

Editoriali del Direttore

Gli auguri di Ubitennis a lettori e tennisti dopo un’annata straordinaria (VIDEO)

Centrata l’ambiziosa lista dei desideri espressi un anno fa grazie a Berrettini, Sinner, Giorgi e i 10 italiani Top100. Non sarà facile ma potremo far meglio nel 2022, sia i giocatori sia gli organizzatori

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Matteo Berrettini - ATP Finals Torino 2021 (via Twitter, @atptour)
 
 

Cari lettori,

Credo che mai come quest’anno, nel quattordicesimo Natale dacchè è nato Ubitennis, si abbia bisogno tutti di auguri che… funzionino davvero.

Sì perché, diciamo la verità, non è che quelli dell’anno scorso abbiano dato buoni risultati, al di fuori dei rettangoli di gioco per i tennisti italiani che ci hanno dato soddisfazioni inimmaginabili.

 

Un anno fa vivevamo tutti – o quasi – con la speranza che il preannunciato arrivo di vaccini efficaci ci tirasse fuori dalle angoscie del COVID che già tante vittime aveva lasciato dietro di sé nel 2020.

Scrivo da vaccinato con terza dose, affrontata serenamente perché in ogni campo (tennis compreso) preferisco confidare maggiormente in chi ha una riconosciuta competenza piuttosto che a chi non ce l’ha… e quando ci sono competenze in contrapposizione ritengo possa essere un criterio intelligente optare per quelle che riscuotono maggiore credibilità, senza tuttavia assumere posizioni fideiste e pur conservando quel pizzico di scetticismo che non dovrebbe però mai scivolare nel complottismo.

Ciò premesso, però, è evidente che un anno dopo tante speranze, ritrovarsi a vivere un Natale pieno di paure anche al momento di ritrovarsi insieme per una cena di famiglia, perché non sai se il fratello o il cugino ha avuto contatti con qualche “positivo”, non può che procurare un grande sconforto.

Soprattutto perché a causa di queste infinite varianti che adesso colpiscono perfino le creature più innocenti, i bambini, non vedi la luce in fondo al tunnel. Ti consoli certo – e non è poco – con la constatazione che il virus sembra meno virulento, che i vaccinati hanno maggiori chances di sfuggire agli ospedali e alle sale di rianimazione e intubazione per cui tanti, convinti o meno, scelgono il male minore, ma certo non è una situazione che ci possa far stare allegri e sorridenti.

Da genitore mi dispiace anche per i figli che da un paio d’anni non possano più vivere una vita normale, di affetti, di passioni ravvicinate, di uscite spensierate. Poi magari penso che rispetto ai miei genitori, ai miei nonni, a tutti gli antenati, io e mia moglie – e anche i miei figli – abbiamo avuto la fortuna di essere la prima generazione italiana che ha scampato una qualsiasi guerra… ma questa pandemia ha pur sempre portato con sé nella sola Italia oltre 136.000 lutti.

Poiché però di queste storie sono pieni tutti i media, non mi pare il caso di insistervi e deprimervi ulteriormente, perché già si teme di fare una sciocchezza a festeggiare davanti a un panettone e a quattro familiari stando chiusi in casa e tristemente attenti al primo starnuto (sarà mica Omicron?), a non abbracciarsi con troppa effusione – non si sa mai – a guardare con sospetto il cugino più vicino (sarà mica “positivo” proprio lui? Mettiamo le mascherine o no? Ma se si sta a tavola per 2 ore come ai bei tempi del Natale che fu come si fa? Rigorosi o fatalisti?), mentre i tamponi vanno a ruba nelle farmacie, molto più dei dolci che avevamo prenotato nelle pasticcerie e ci siamo ritrovati a sfissare, non senza qualche imbarazzo.

E allora teniamoci stretti, se non le persone, insieme agli affetti anche le passioni. Quella del tennis ad esempio, giusto per dirne una che mi sta particolarmente a cuore e che mi è stata “sorella” per tutta una vita. Un po’ come il giornalismo, altro amore mai tradito.

Meno male che c’è stata lei, sì, l’immutata passione per il tennis. Anche quest’anno. Mi ha tenuto compagnia sempre, anche quando mi sono ritrovato obbligato a starmene a casa, per il primo anno in oltre 30 anni senza Australian Open e senza US Open, due Slam su 4. Nemmeno fossi Federer.

E ringrazio anzi la buona sorte che mi ha permesso di andare a seguire a… teatro, in prima fila, gli Internazionali d’Italia al Foro Italico, il Roland Garros, Wimbledon, le Olimpiadi di Tokyo, le finali ATP (Next Gen a Milano e quelle di Torino), la Coppa Davis a Madrid. A contar tutti quei giorni…sono quasi 90, un quarto del 2020.

Guai a lamentarsi allora, soprattutto perché il tennis italiano ha vissuto un’annata indimenticabile, assolutamente straordinaria. Inimmaginabile, come ho già scritto sopra.

Ripercorrerla tutta significherebbe recuperare tutte le settimane in cui un tennista italiano è stato protagonista di una finale o di una semifinale di un torneo dei due circuiti maggiori, ATP e WTA – siamo arrivati al punto che i quarti di finale li snobbiamo! – ritrovare quella settimana in cui gli azzurri tra i Top 100 erano addirittura dieci per riscoprire che a fine anno ne abbiamo due addirittura fra i primi 10, quando per quarant’anni e passa non avevamo avuto più neppure uno; ricercare in 136 passate edizioni dei leggendari Championships di Wimbledon dal 1877 al 2019 l’anno in cui Nicola Pietrangeli, 61 anni fa, anno 1960, aveva giocato una semifinale all’All England Club. Fino a che Matteo Berrettini, nello stesso giorno in cui gli azzurri del calcio conquistavano un insperato titolo europeo a Wembley, qualche ora prima a Wimbledon non ci faceva sognare addirittura di poter conquistare il trionfo più prestigioso del nostro sport: aveva strappato il primo set al tiebreak al n.1 del mondo Novak Djokovic, il serbo che lo aveva fermato a Parigi e che lo avrebbe stoppato nuovamente a Flushing Meadows.

E poi c’è stata l’escalation di Jannik Sinner, da n.37 all’inizio dell’anno a n.10 a fine 2021. Quattro tornei vinti, una finale di Masters 1000 persa non senza rimpianti, perché Hurkacz è meno giovane ma non è migliore di Jannik e credo che nel 2022 ne avremo la riprova.

Quando si dice che…sognare non costa nulla. Un anno fa su queste stesse pagine, questo stesso giorno, avevo scritto quanto sarebbe stato bello pensare di poter avere due tennisti italiani impegnati nella finali ATP di Torino, le prime ospitate nel nostro Paese. Sembrava quasi impossibile, sia a coloro che pensavano che Matteo fosse quasi un usurpatore di un posto tra i top-ten, sia a quanti sostenevano che l’entusiasmo per i primi exploit di Jannik, fosse eccessivo. E anche il fatto che Lorenzo Sonego, vincitore a Cagliari, si avvicinasse ai top-20 e lo ritrovassimo a fine anno a n.27 del mondo, e quindi sicura testa di serie in Australia, non era per nulla scontato.

Così come pareva che il roseo avvenire dipinto per la nostra squadra di Coppa Davis, sulla scia della finale raggiunta nell’ATP Cup, fosse mera illusione. Non è andata bene a Torino con la Croazia, ma non credo di essere il solo a pensare che se avessimo potuto disporre del nostro n.1 Berrettini – sfortunatissimo a Torino come già lo era stato a Melbourne 10 mesi prima – avremmo potuto raccontare tutta un’altra storia.

Non sapevamo di poter raccontare quella di una Camila Giorgi finalmente vittoriosa in un grande torneo, l’Open del Canada. Temevamo di dover spendere ancora tante righe nostalgiche al ricordo di quella finale dell’US Open 2015 giocata da Flavia Pennetta e Roberta Vinci, invece abbiamo vissuto ancora qualche momento di gloria. Grazie anche a Jasmine Paolini (notevole la sua ascesa, bravo Renzo Furlan), Martina Trevisan, Sara Errani (altra irriducibile), Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto da cui attendo altri progressi.

E dobbiamo ringraziare anche tutti gli altri tennisti italiani che ci hanno offerto giornate da raccontare, tutti coloro che si sono inseriti, o confermati, tra i top-100 nell’arco dell’anno, dal giovanissimo Musetti che ci ha entusiasmato ad Acapulco e in maniera incredibile quando ha strappato i primi due set a Djokovic a Parigi, al meno giovane Fognini che non molla – anche come papà: tre figli non sono pochi al giorno d’oggi con tanta natalità decrescente nel nostro Paese! -, a tutti gli altri, con una menzione speciale per Andreas Seppi, un esempio per tutti sotto più punti di vista che dovrebbe ispirare – visto che il coach è il medesimo, Massimo Sartori – Marco Cecchinato a ripercorrerne le orme almeno sulla terra rossa… visto che continuo a considerare il suo exploit con la semifinale al Roland Garros 2018 come la password che ha persuaso tutti i tennisti italiani che arrivare a giocarsi le tappe finali di uno Slam non sarebbe stato impossibile a patto di crederci e lavorare seriamente.

Per la Federtennis è stato naturalmente un anno tutto da festeggiare, anche a livello organizzativo. Non più soltanto un numero sempre importante di Challenger, ma anche tornei ATP quali quelli di Cagliari e Parma (quest’ultimo sia a livello WTA che ATP), WTA a Palermo, le finali ATP e la Davis a Torino che hanno fatto registrare un successo più che discreto considerate tutte le circostanze. Credo che nel 2022, sulla base delle esperienze compiute, si potrà fare ancora meglio riguardo a più settori. Ubitennis cercherà di riferire con obiettività, raccogliendo le critiche dei lettori ma raccontando anche i meriti di chi lavora per costruire qualcosa di solido.  

Per il tennis internazionale ho accennato già nel video che il 2021 ha sofferto per gli infortuni toccati ai due grandi vecchi, Roger Federer e Rafa Nadal, ma ha goduto però dell’inatteso recupero di Andy Murray in un’annata che ha visto Novak Djokovic conquistare tre Slam su 4 e mancare l’ultimo rush a New York, tradito dalla tensione accumulata da agosto in poi, dal mancato oro alle Olimpiadi ma anche dagli indubbi progressi tecnici e mentali compiuti da Medvedev e Zverev, in ordine di classifica seppur non cronologico, per i k.o. inflitti a Novak.

Ho scritto più volte del paradosso Djokovic, cioè del suo aver mancato i traguardi cui lui per primo aveva detto di tenere di più, anche se l’aver chiuso per il settimo anno in dieci anni al primo posto del ranking mondiale di fine anno dovrebbe zittire tutti i suoi critici e coloro che sottolineano maggiormente i traguardi mancati rispetto a quelli centrati. Ma si sa che spesso i tam tam mediatici propagano e fan rimbombare falsi suoni e inaffidabili eco.

I NextGen che erano a Milano fin dalla prime edizioni si stanno facendo largo, diversi sono diventati top-ten, o anche top-5 come Tsitsipas, oltre a quelli già citati.

Per Ubitennis, dopo un 2020 inevitabilmente sofferto a causa di 6 mesi di tennis non giocato, questo 2021 si è chiuso con risultati importanti e sottolineati anche dalla soddisfazione dei tanti sponsor che ci hanno accordato la loro fiducia e ci hanno promesso il loro sostegno anche per il 2022, confortati dai nostri risultati che si riassumono, secondo le statistiche ufficiali di Google Analytics, in 6 milioni di utenti unici, oltre 23 milioni di visite per gli oltre 4.500 articoli prodotti dai nostri collaboratori a una media di 15 al giorno, per un totale di oltre 40 milioni di pagine visualizzate dal solo Ubitennis.com, home page italiana. Cui vanno aggiunti i numeri sempre più consistenti della home page inglese, Ubitennis.net, e di quella spagnola, Ubitennis.es. Registriamo circa 60.000 visite mediamente al giorno, con punte anche superiori alle 150.000 nei giorni delle grandi finali o dei grandi exploit dei nostri.

Non riuscivamo più a coprire tutto il tennis che si gioca in tutto il mondo, incessantemente, a tutti i fusi orari e proprio i successi dei tennisti italiani – con alcuni stakanovisti come il nostro Sinner che nella rincorsa alle finali ATP ha giocato un torneo dopo l’altro – ci hanno costretto a passare da due turni redazionali al giorno di 4-5 ore al giorno (uno al mattino e l’altro a pomeriggio-sera) a tre turni per tutti i nostri collaboratori part-time, 9-13, 13-18, 18-23 circa. Se dovessimo avere 21 turni coperti da almeno due collaboratori, significherebbe avere 42 ragazzi impegnati su Ubitennis anche pochissime volte a settimana. Il vero problema sta nel coordinare tutte le forze.

Per questo motivo stiamo allargando il numero dei collaboratori, visto che c’è anche chi si dichiara disponibile per soli due turni alla settimana e nessuno ci può dare mano per tutti i giorni… Chi volesse imparare un mestiere, senza la pretesa di arricchirsi, può segnalarsidirettaubitennis@gmail.com.

Nelle previsioni per il 2022 mi aspetto che Jannik Sinner faccia ancora passi avanti in classifica. Forse entrerà tra i top 5. E insomma sarà a Torino senza entrare dalla porta di servizio come è accaduto quest’anno. E così spero proprio che avremo due italiani, lui e Berrettini fra i protagonisti delle ATP Finals. E sarebbe bello che il PalaAlpi potesse essere riempito in ogni ordine di posti.

Tanti cari e affettuosi auguri a tutti i lettori che condividono con noi la grande passione per questo magnifico sport e grazie naturalmente a tutti quanti ci consentono di seguirlo al meglio, giorno dopo giorno, a Natale, Capodanno, Pasqua e Ferragosto, senza soluzioni di continuità.

Ubaldo

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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