La conferenza stampa dei Djokovic: la famiglia scappa alla prima domanda non gradita

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La conferenza stampa dei Djokovic: la famiglia scappa alla prima domanda non gradita

“La più grande vittoria di Novak” commenta la madre Dijana

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Poche ore dopo la vittoria in aula, la famiglia di Novak Djokovic ha tenuto una conferenza stampa per commentare la sentenza positiva e l’intero caso che continua a tenere banco sui social e nei media di tutto il mondo. Si parla di vittoria superiore a quella di uno Slam, di libertà di scelta, di mondo libero, di verità e giustizia, di paura e sconforto, di libero pensiero: il lettore è avvisato. Purtroppo, la parte in cui i Djokovic avrebbero dovuto rispondere alle domande si è risolta molto rapidamente: un quesito forse non particolarmente apprezzato ha infatti decretato “l’aggiornamento” della conferenza. Ma partiamo dall’inizio.

Il primo a parlare è stato il fratello di Novak, Djordje, che ha esordito dicendo che “abbiamo bisogno di mandare amore a Nole e aiutarlo a superare questa difficilissima situazione alla fine in veste di vincitore”. Oltre ai ringraziamenti al sistema giudiziario australiano e a quanto scritto dal giudice Kelly sul caso “con neutralità e attenzione ai dettagli”, aggiunge che “la nostra famiglia è molto soddisfatta che la giustizia e la verità abbiano prevalso”.

È poi il turno di mamma Dijana, secondo cui “siamo qui per celebrare la vittoria di nostro figlio Novak. Ha sempre combattuto per la giustizia. Non ha fatto nulla di male. È venuto qui per vincere il torneo. La situazione è stata estremamente difficile, c’è stato uno spettro di emozioni: tristezza, paura, sconforto”. E continua: “Ci sono stati momenti in cui lui non aveva con sé il telefono, non avevamo idea di cosa stesse succedendo”. Anche Dijana non fa mancare i ringraziamenti a “tutti quelli nel mondo che lo hanno appoggiato e sostenuto a Melbourne di fronte a quel cosiddetto hotel”. Conclude dicendo che “questa è la più grande vittoria della sua carriera, più grande di qualsiasi Slam”.

 

Un altro ringraziamento, questa volta al presidente e al primo ministro serbi, arriva da zio Goran “per il loro sforzo di convincere le autorità australiane a concedere a Novak un trattamento migliore”.

Non poteva mancare il padre, che appena dopo la sentenza aveva lanciato il falso allarme di un imminente nuovo arresto di Novak. Sdrjan commenta così: “Nel corso degli ultimi giorni, è stato molto, molto difficile per tutti quelli nel mondo che sono liberi di pensare, ma lui è estremamente, estremamente forte mentalmente. Lo hanno privato di tutti i diritti, i suoi diritti, come essere umano. Si è rifiutato di revocare il visto. Non gli hanno dato il diritto di preparare la propria difesa per diverse ore, gli hanno preso il telefono. Per fortuna glielo hanno ridato. Ha contattato i suoi legali che hanno organizzato una difesa fantastica, che non potevano eguagliare”. Come al solito, Sdrjan non minimizza: “Questa è un’enorme vittoria per Novak, la sua famiglia e il mondo libero. Ha rispettato tutto quello che gli è stato chiesto. Voleva solo andare là a giocare e gli volevano togliere quel diritto. La giustizia e le legge hanno prevalso. Il giudice ha mostrato che nemmeno per un istante Novak fosse la parte colpevole. Il giudice è stato fantastico, ha semplicemente rispettato i fatti. Ha preso l’unica decisione possibile”.

Quando iniziano le domande in inglese, il fratello spiega che Nole non risponderà e aggiunge che “Novak ha ricevuto molti insulti. Si batte solo per la libertà di scelta”. E, quando viene chiesto cosa facesse Djokovic il giorno dopo essere risultato positivo al test, risponde: “Questa conferenza stampa è aggiornata, grazie per l’attenzione”.

Il nove volte vincitore dell’Happy Slam si è però fatto sentire su Twiiter. Ecco cosa scrive:

“Sono soddisfatto e grato che il giudice abbia revocato la cancellazione del mio visto. Nonostante tutto ciò che è successo, voglio restare e cercare di competere all’Australian Open. Rimango concentrato su questo. Sono volato qui per giocare a uno dei più importanti eventi che abbiamo di fronte a fantastici appassionati.”

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“Chi l’ha visto?” Hyeon Chung e il sogno proibito

Con l’Australian Open ormai alle porte dedichiamo questa puntata di “chi l’ha visto?” a Hyeon Chung, protagonista nel 2018 di una delle cavalcate più sorprendenti nella storia del torneo

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Hyeon Chung - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Il protagonista di questa puntata di “chi l’ha visto?” è Hyeon Chung. Dopo un lungo periodo in cui il suo nome è rimasto nel dimenticatoio, proprio in questi giorni hanno fatto scalpore le dichiarazioni da parte del padre del giovane tennista coreano che ha rivelato come per suo figlio in questo momento sia possibile solo fare fisioterapia e stretching. La sua ultima apparizione su un campo da tennis risale a settembre del 2020 quando al secondo turno di qualificazioni si dovette arrendere al modesto argentino Renzo Olivo in due set. A gennaio del 2021 è dovuto ricorrere a un’operazione alla schiena per un problema che si trascinava da anni. Andare sotto i ferri pare non aver risolto i suoi problemi dal momento che nel 2021 non è mai sceso in campo. Il suo caso ricorda da molto vicino quello di Jared Donaldson. Non è dato sapere con esattezza se il problema alla schiena del coreano è cronico come quello al ginocchio di Jared ma se così fosse la carriera di Chung sarebbe a serio rischio. Curiosamente anche Hyeon, esattamente come Donaldson, era uno degli otto partecipanti alla prima edizione delle Next Gen Atp Finals nel 2017. A Milano addirittura il coreano vinse il titolo dando l’impressione di essere, tra i giovani, quello più pronto a mettere in seria difficoltà i big.

The professor

Il primo avvicinamento al tennis da parte di Chung arriva quando è ancora un bambino. Assieme alla sua famiglia un giorno il giovane Hyeon si reca dal dottore perché fa fatica a vedere sia da vicino sia da lontano. Quando gli viene diagnosticata una forma di astigmatismo, una patologia derivante da un difetto di curvatura della cornea, il dottore gli consiglia di “concentrarsi su qualcosa di verde” per migliorare la sua vista. Nonostante il tennis fosse a quel tempo uno sport piuttosto sconosciuto in Corea del Sud, il padre di Hyeon si era già dilettato con la racchetta in giovane età e così suo fratello maggiore. Chung però aveva mostrato talento anche nel taekwondo ma decise di fare una scelta controcorrente dedicando tutta l’attenzione solo sul tennis. Per quanto il tennis abbia aiutato la sua vista Chung ha un livello molto alto di astigmatismo, così deve indossare gli occhiali ogni volta che scende in campo. Questo particolare look gli ha fatto guadagnare il soprannome di “the professor”.

Nel 2008, all’età di 12 anni Chung non solo si aggiudica il prestigioso torneo giovanile “Eddie Herr” ma si ripete al “Junior Orange Bowl U12” dove batte consecutivamente Thanasi Kokkinakis e Borna Coric. È curioso notare come anche le carriere dell’australiano e del croato siano state martoriate da tanti infortuni. La vittoria di questi due prestigiosi eventi giovanili gli fa meritare la chiamata da parte di Nick Bollettieri per allenarsi assieme a suo fratello maggiore all’accademia di Bradenton. Guardando uno dei video d’allenamento di Chung a tredici anni alla “Nick Bollettieri Academy” impressiona la capacità del giovane coreano di anticipare la palla con il già fenomenale rovescio bimane.

 

Hyeon comincia a essere considerato una delle promesse più importanti quando raggiunge la finale del torneo Junior di Wimbledon nel 2013. Edizione molto conosciuta da parte degli appassionati italiani dal momento che la corsa del coreano si interrompe in finale contro Gianluigi Quinzi che diventa il secondo italiano dopo Diego Nargiso a vincere il titolo Junior a Wimbledon. Leggendo i partecipanti di quell’edizione c’è da stropicciarsi gli occhi. La testa di serie numero 1 è Nick Kyrgios che l’anno seguente batterà Rafael Nadal proprio sui prati di Church Road. Nel 2013 l’estro dell’australiano si scontra però contro la solidità di Chung che lo demolisce con un doppio 6-2.  Alla fine di quella stagione per Hyeon arriva la prima possibilità di competere in un torneo ATP quando viene omaggiato di una wild card in Malesia ma perde in due set contro l’esperto argentino Federico Delbonis.

La gavetta nei challenger

Nel 2014 Chung si aggiudica il primo torneo importante della carriera, il Challenger di Bangkok. Nella strada per il titolo sconfigge la testa di serie numero 1 Go Soeda, molto più esperto in quel tipo di palcoscenico. Il 2015 è la stagione che si rivela quella della svolta. Comincia a prendere confidenza con i tornei più importanti raggiungendo il secondo turno a Miami e vincendo la prima partita della carriera in uno slam allo US Open contro James Duckworth. A New York al secondo turno obbliga la testa di serie numero 5 Wawrinka a tre tie break. “Onestamente non conoscevo molto il suo gioco” ammette lo svizzero dopo la faticosa vittoria “sapevo dei suoi risultati ma non l’avevo mai visto giocare”. L’effetto sorpresa per poco non gioca un brutto scherzo al campione del Roland Garros che sapeva poco su Chung probabilmente per il fatto che è a livello Challenger che il coreano sta ottenendo nel 2015 i suoi migliori risultati. Quattro titoli vinti che lo catapultano al numero 51 del mondo con più di 120 posizioni scalate dall’inizio dell’anno. Grazie a questi risultati ottiene il premio come “Atp Most Improved Player”.  Curiosamente alla fine di quella stagione Chung deve prestare servizio militare in Corea. Grazie ai successi ottenuti in campo svolge solo quattro settimane di “basic training” invece dei due anni normalmente richiesti.

Hyeon Chung – Montreal 2015

Nel 2016 ci si aspetta che il giovane coreano riesca a emergere definitivamente anche a livello ATP. Dopo i primi mesi della stagione caratterizzati da alti e bassi purtroppo Chung deve fermarsi per più di tre mesi dopo il Roland Garros per un infortunio agli addominali. Il fisico comincia a dare i primi segnali di quello che sarà un vero incubo in futuro per il talento di Suwon. Sorprende vedere Chung in difficoltà dal punto di vista degli infortuni perché, sin da giovane età, uno dei suoi punti di forza era considerato proprio il fisico. Tanta forza combinata a un’ottima esplosività lo rendevano un autentico martello da fondo campo. Il primo infortunio importante della carriera viene superato giusto in tempo per aggiudicarsi due Challenger alla fine del 2016 e “salvare” la classifica. A fine anno Hyeon perde tante posizioni ma riesce, nonostante le difficoltà, a chiudere a ridosso dei primi 100 giocatori del mondo.

Contendendo lo scettro a Kei

Nel 2017 Chung riesce a giocare più tornei rispetto all’anno precedente ma i problemi fisici sono dietro l’angolo. La sfida per il giovane coreano non è solo quella di ottenere i primi risultati importanti ma di cercare di avere una discreta continuità.  I primi mesi della stagione sul cemento sono avari di soddisfazioni mentre sulla terra battuta Hyeon comincia a farsi un nome. A Barcellona partendo dalle qualificazioni batte Gulbis, Pella, Istomin e Kohlschreiber senza cedere nemmeno un parziale. Agli ottavi di finale si toglie lo sfizio di battere in due rapidi set Zverev che poche settimane dopo avrebbe vinto a Roma. Colpisce il modo in cui il coreano riesce a mettere a nudo tutti i difetti del giovane tedesco. Chung tiene benissimo lo scambio e Zverev, come spesso gli è capitato nel corso della carriera, s’incarta soprattutto dalla parte del dritto diventando molto passivo e lasciando l’iniziativa al giovane coreano. Chung non eccelle particolarmente in nessun colpo ma è difficile trovargli un punto debole da fondo campo, soprattutto quando trova un giocatore come Zverev che lo “mette in ritmo”. Ai quarti di finale affronta Nadal. Il primo set è molto combattuto, Chung è bravissimo a non perdere campo sulla diagonale del rovescio e si arrende solo al tie-break. Nel secondo la fatica si fa sentire e il maiorchino chiude facilmente 6-2.

Il torneo di Barcellona non è un fuoco di paglia. Ottiene la sua prima semifinale a livello ATP qualche settimana più tardi a Monaco di Baviera e, partendo dalle qualificazioni, raggiunge anche gli ottavi a Lione dove si deve arrendere a Tomas Berdych. Al Roland Garros conclude la sua stagione da sogno sulla terra rossa raggiungendo per la prima volta il terzo turno in un torneo dello Slam. Qui gioca una grandissima partita contro la testa di serie numero 8 Kei Nishikori che riesce ad aggiudicarsi la contesa dopo quasi quattro ore di battaglia spalmate su due giorni. Dopo essere rapidamente volato in vantaggio per due set a zero il giapponese, mano a mano che la partita si allunga comincia a soffrire la solidità del coreano molto più a suo agio nelle condizioni lente e pesanti di quel grigio sabato parigino. Chung vince il terzo set e si porta velocemente sul 3-0 nel quarto set prima che la pioggia rimandi il match al giorno seguente. La sospensione non evita a Nishikori il bagel nel quarto set ma sicuramente lo aiuta per essere più fresco nel quinto set che si aggiudica per 6-4. “La pioggia mi ha aiutato molto, nel quarto set ero senza energie e sapevo che al rientro dalla pausa avrei dovuto provare qualcosa di diverso per vincere” ammette Nishikori mentre per Chung la sconfitta si rivela un ulteriore step nella sua crescita.

Nonostante gli infortuni la crescita continua

Un piccolo infortunio lo costringe a saltare tutta la stagione sull’erba. Sarebbe stato interessante vederlo all’opera sui prati dove sicuramente avrebbe dovuto giocare più aggressivo, soprattutto con il dritto. Per ogni giocatore è difficile tornare dopo un infortunio ma per Chung, che fa del ritmo e della condizione fisica la base del suo gioco, è ancora più complicato. il 2017 finisce senza particolari acuti ma con un dato significativo. Nel corso di dieci tornei, dal torneo di Atlanta a Parigi Bercy, Chung perde al primo turno solo tre volte vincendo sempre il primo match del torneo nei rimanenti sette tornei. In solamente due di questi sette tornei è in grado però di spingersi oltre il secondo turno. Se il 2017 doveva essere l’anno in cui Chung riusciva a partecipare regolarmente ai tornei più importanti del mondo il 2018 dovrà essere la stagione dei primi exploit. Comunque il 2017 si conclude con la vittoria alla prima edizione delle Next Gen ATP Finals. Il discutibile formato non rende i risultati attendibili, ciò nonostante sconfigge Shapovalov, Medvedev e Rublev.  A fine 2017 Nick Bollettieri, suo ex allenatore all’accademia di Bradenton dice: “a essere sincero, non mi sarei mai aspettato di vederlo dov’è ora ma sin da piccolo era un gran lavoratore. Gli piaceva scherzare fuori dal campo ma nel momento in cui iniziava l’allenamento era molto concentrato”.

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Le dichiarazioni dei tennisti sul caso Djokovic, dal no comment di Tsitsipas alla difesa di Kyrgios e Zverev

L’australiano ribadisce il suo nuovo amore per Djokovic: “Voglio che Nole vinca il torneo”. Critico De Minaur, più diplomatici Medvedev e Osaka

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Alexander Zverev - ATP Cup 2022 Sydney (foto Twitter @ATPCup)

La vicenda relativa a Novak Djokovic continua a far tenere il mondo del tennis e non solo con il fiato sospeso. Non è ancora chiaro il destino del campione serbo, che al momento si trova detenuto nel Park Hotel di Carlton, il centro di detenzione per gli immigrati in attesa di giudizio fornito dal governo australiano. Il ricorso di Djokovic presso la Corte Federale sarà nella notte italiana (e mattinata australiana), ma in attesa del verdetto molti suoi colleghi si sono espressi durante il Media Day su una situazione che sta sicuramente condizionando l’ambiente attorno all’Australian Open.

LA BROMANCE CON KYRGIOS

Mentre delle parole di Nadal abbiamo raccontato questa mattina, molto più esplicito nel suo supporto a Djokovic è stato il padrone di casa Nick Kyrgios, in passato molto critico verso il numero uno del mondo ma che dall’inizio della vicenda non ha fatto altro che dare ragione nelle sue dichiarazioni al tennista serbo. “È tornato in detenzione ed è assurdo. Siamo amici ora. Non vedo l’ora che l’estate australiana sia finita, così potremo giocare. La festa che farà dopo Melbourne sarà fottutamente pazza. Affitterò una casa e sarà fuori di testa, c****“. Il tennista australiano ha continuato così le sue dichiarazioni su Instagram, nel suo tono sempre esuberante. “Voglio che Nole vinca il torneo. Sarebbe pazzesco. Voglio poter girare per Melbourne con la maglia “Idemo Nole” e una mascherina con sopra Djokovic. Se i cittadini di Melbourne non fossero stati così colpiti dalle restrizioni non sarebbe diventato un problema così grande [l’arrivo di Djokovic ndr]. Io capisco che ognuno ha le sue opinioni, ma mi dà fastidio che persone come Tsitsipas o Nadal e altri lo stanno trattando come Novak Djokovic, non come un essere umano“.

LE PAROLE DEGLI ALTRI GIOCATORI

Molto più duro un altro aussie, vale a dire Alex De Minaur: “Gli australiani hanno dovuto passare un brutto momento. […] Se volevi venire qui dovevi essere vaccinato con due dosi. Stava a lui, al suo giudizio e alle sue scelte“. Molto più diplomatici e distaccati, invece, due delle giovani stelle più importanti del tennis mondiale, Stefanos Tsitsipas e Naomi Osaka. La tennista giapponese si è espressa così sulla questione: “Penso che sia una situazione spiacevole. Ad esempio, è un giocatore così eccezionale, ed è un po’ triste che alcune persone possano ricordarlo in questo modo“. Osaka non ha messo bocca sulla gestione del governo australiano: “La gestione della cosa sta a loro“. Sembrano quasi scocciati dalla situazione mediatica generata dal caso-Djokovic De Minaur e Tsitsipas: “Non lo nascondo, è su ogni giornale da un paio di settimane e ne parla chiunque“, ha detto il tennista greco, che nei giorni scorsi aveva detto qualcosina di più, “[…] Si è parlato poco di tennis in queste due settimane, e non è una bella cosa“. Durante la conferenza pre-torneo il finalista del Roland Garros ha anche detto: “Sono qui per parlare di tennis, non di Djokovic”.

 

I RIVALI IN CIMA ALLA CLASSIFICA

Non poteva mancare l’opinione dei numeri due e tre della classifica mondiale, Daniil Medvedev e Alexander Zverev. Il tennista tedesco si è mantenuto lontano dalle polemiche, pur facendo trasparire un tiepido supporto verso Djokovic. “Non credo che sarebbe venuto qui se non avesse pensato che sarebbe stato in grado di giocare e se non avesse pensato di avere i documenti giusti per stare nel Paese. […] Non so abbastanza della situazione, ma penso che se non fosse stato Novak Djokovic allora non si sarebbe creata questo dramma. Sul resto non posso commentare perché non sono un politico. Capisco la prospettiva degli australiani e del governo. […] Io penso che non sia molto giusto per una persona venire qui e non poter giocare“.

Sentimento riecheggiato da Medvedev: “Se ha un’esenzione valida per stare in questo Paese e fare quello che vuole, allora dovrebbe giocare. Se l’esenzione non è valida o qualcos’altro non è valido, qualsiasi Paese può negarti l’ingresso. So che il primo ministro ieri ha detto no. Non ho davvero letto perché da nessuna parte. Sarei interessato a sapere il motivo“.

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Djokovic agitatore di popoli? I legali del n.1: “La sua rimozione causerebbe tanto rumore quanto la sua permanenza”

Udienza fissata per domenica mattina. Gli avvocati di Djokovic chiedono una corte completa di tre giudici. Depositate le 268 pagine di obiezioni alla decisione del Ministro

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Novak Djokovic - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Alle 10.15 di sabato mattina si è tenuto l’ennesimo capitolo della saga che vede protagonista Novak Djokovic e il suo tentativo di difendere il suo titolo al prossimo Australian Open.

Dopo la decisione del Ministro dell’Immigrazione Alex Hawkes di cancellare il visto del campione serbo sulla base di timori per la salute e l’ordine pubblico, un’udienza preliminare presso la Federal Circuit and Family Court con il giudice Kelly (lo stesso della prima udienza, quella vinta da Djokovic) ha spostato la giurisdizione sul caso alla Corte Federale, nell’occasione presieduta dal giudice David O’Callaghan.

Nella sessione procedurale tenuta sabato mattina è stato stabilito il passaggio di consegne alla Corte Federale e sono state stabilite le scadenze. La parte del richiedente, ovvero il team legale di Djokovic avrebbe presentato i propri argomenti entro le ore 12.15 dello stesso giorno, mentre il team in rappresentanza del Ministro dell’Immigrazione avrebbe avuto fino alle 22 dello stesso giorno per postare la propria risposta.

 

Richiesta e ottenuta una “Full Court” di tre giudici

L’udienza è stata fissata per domenica mattina 16 gennaio alle ore 9.30 locali (le 23.30 di sabato in Italia), con la parte del richiedente che ha chiesto che il caso sia discusso davanti a una Full Court, ovvero tre giudici anziché uno. Il rappresentante legale del Ministro, Sig. Lloyd, ha obiettato alla richiesta, in quanto ciò impedirebbe una procedura d’appello in caso di decisione avversa al suo cliente. Infatti, se una decisione viene presa da un solo giudice, è possibile secondo l’ordinamento australiano fare appello ad una Full Court con tre giudici; se invece il giudizio viene già reso con il coinvolgimento di tre giudici, non c’è possibilità di appello se non alla High Court, ovvero il livello più alto del sistema giudiziario.

Il giudice O’Callaghan ha fatto sapere la sua decisione sulla mozione nel corso della giornata, mentre le parti lavoravano alla stesura dei documenti: è stata accettata la richiesta del team legale di Djokovic. L’udienza si terrà quindi davanti a una Full Court composta dal Chief Justice James Allsop, dal Justice Anthony Besanko e dal Justice David O’Callaghan.

Poco dopo mezzogiorno, sono stati caricati sul sito predisposto dalla Corte Federale dell’Australia i documenti del richiedente (Djokovic): un fascicolo di 268 pagine contenente i motivi per cui a Djokovic dovrebbe essere permesso di rimanere in Australia e giocare il torneo.

Nella documentazione presentata è stato incluso anche il dossier inviato dal Ministero dell’Immigrazione all’ufficio legale Hall&Wilcox verso le 17 di venerdì pomeriggio nel quale si rendeva nota l’intenzione del Ministro Alex Hawke di esercitare la sua discrezione secondo la Sezione 133 dell’Immigration Act del 1958.

Gli argomenti del Ministro

La documentazione giustifica la decisione del Ministro con il fatto che la presenza di Djokovic in Australia presenta un rischio per la salute del Paese, per l’ordine pubblico e per l’interesse generale dell’Australia.

Interessante come nemmeno in questo caso si entri nel merito di una questione largamente dibattuta nei giorni scorsi, quella della legittimità del motivo per cui Djokovic abbia ottenuto l’esenzione dalla vaccinazione ai fini dell’ingresso in Australia (la semplice positività al COVID-19 nel corso dei precedenti sei mesi e non una “acute illness”, una malattia grave in senso proprio come specificato nei documenti federali)

Il Ministro ha supposto, come ipotesi del suo argomento, che l’esenzione di Djokovic sia valida: “Mi baserò sull’ipotesi che il Sig. Djokovic è entrato in Australia in accordo con le disposizioni nei documenti ATAGI. Sono consapevole che c’è stata una disputa nella Corte del Circuito Federale e della Famiglia in relazione alla decisione del delegato, ma per lo scopo di questo procedimento mi baserò sull’ipotesi che la posizione del Sig. Djokovic sia corretta piuttosto che cercare di arrivare in fondo alla questione in questa occasione”.

Lo stesso è stato fatto per la sua dichiarazione non veritiera nell’Australia Travel Declaration, nella quale non ha rivelato il viaggio in Spagna nel corso dei 14 giorni precedenti all’arrivo in Australia. L’errore è stato fatto dalla sua agente, che ha ammesso la distrazione e si è dichiarata molto addolorata e imbarazzata per l’errore. “Mi baserà sulla ipotesi che Djokovic non ha violato la legge in quella occasione, dal momento che è stato il suo agente a compiere l’errore, anche se il Sig. Djokovic avrebbe dovuto essere più attento” ha dichiarato il Ministro, aggiungendo che la decisione sarebbe stata la stessa anche senza quell’errore nel modulo.

In questo modo il Governo si è tenuto aperta la strada di contestare l’ingresso di Djokovic in Australia sul merito, e non sulle motivazioni permesse dalla Sezione 133 come sta avvenendo ora.

Il Ministro Hawke ha elencato una serie di elementi che sono stati considerati nella sua decisione, tra cui il fatto che Djokovic costituisce un rischio piuttosto basso per quel che riguarda la trasmissione del COVID, così come la natura dell’Australian Open presenti un basso rischio di trasmissione all’interno dell’evento, ma ha anche considerato le opinioni espresse da Djokovic sulla vaccinazione, i suoi comportamenti a Belgrado durante la sua positività, l’organizzazione dell’Adria Tour lo scorso anno e il suo alto profilo che può ergerlo a modello per alcune fette della popolazione.

È stato dichiarato che Djokovic rappresenta “un pericolo sanitario in Australia perché potrebbe alimentare sentimenti anti-vaccino. Viene espressa la preoccupazione che potrebbe portare gli individui a rifiutare la vaccinazione in toto oppure la somministrazione dei richiami, citando anche la diffusione della variante Omicron a supporto. Il Dipartimento della Salute infatti ha indicato che la somministrazione dei richiami vaccinali aumenta la protezione anche contro la nuova variante Omicron.

Inoltre, la popolarità di Djokovic e il fatto che potrebbe essere preso come modello potrebbe incoraggiare i cittadini a ignorare le misure sanitarie, incluse “le precauzioni necessarie dopo che si è ricevuto un risultato positivo a un test COVID-19”. Ovviamente qui il riferimento è al fatto che lui ha ammesso di aver concesso un’intervista dopo aver saputo di essere positivo.

Infine, la sua posizione ormai nota contro la vaccinazione e il suo comprovato atteggiamento a non seguire misure precauzionali dopo un test positivo viene ritenuta una potenziale fonte di rinforzo per il movimento anti-vaccino, e la cancellazione del suo visto sarebbe coerente con la politica del Governo in favore della vaccinazione e delle misure per controllare la pandemia.

Gli argomenti del team Djokovic

La risposta del team legale di Djokovic si basa sostanzialmente su due punti. Il primo ritiene le ragioni del Ministro illogiche perché se si preoccupa degli effetti sulla popolazione che potrebbe causare la continuata presenza di Djokovic in Australia dovrebbe anche considerare gli effetti provocati dalla sua deportazione. Se si considera un rischio, bisogna considerare anche l’altro: il sentimento della popolazione che si oppone ai vaccini potrebbe essere invigorito anche dalla rimozione di Djokovic dall’Australia, se questa dovesse essere considerata ingiusta oppure un atto di persecuzione ideologica o altro ancora.

Il secondo argomento è che non ci sono prove che la presenza di Djokovic in Australia rafforzi il sentimento anti-vaccino. Tuttavia questa è una valutazione di rischio che probabilmente spetta al Governo che, in quanto tale, è deputato alla protezione del territorio. Un giudice sicuramente non dispone degli strumenti (o dell’intelligence) per poter fare un lavoro migliore del governo nel prevedere possibili rischi interni. Quindi questo attacco al ruolo stesso del governo è probabilmente più debole dell’altro.

La telenovela continua: prossima puntata, la presentazione delle risposte del team legale del Ministero dell’Immigrazione.

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