Appassionata di scrittura, Alizé Cornet realizza il suo sogno con un primo romanzo

Focus

Appassionata di scrittura, Alizé Cornet realizza il suo sogno con un primo romanzo

Scrive da quando era piccola e ha realizzato un sogno pubblicando
mercoledì il suo primo romanzo, edito da Flammarion, “La Valse des Jours”. Un percorso che la giocatrice ha apprezzato molto e una vera riconversione della sua vita dopo il tennis

Pubblicato

il

Alize Cornet - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)
 

Di Lucile Alard, L’Équipe, 7 maggio 2022

Entusiasta come una bambina davanti ad un enorme gelato alla vaniglia cosparso di gocce di cioccolato, Alizé Cornet contempla l’impressionante pila di libri messa davanti al lei sul tavolo. Ce ne sono un centinaio, divisi a gruppi di dieci. Il suo nome e cognome è in alto sulla copertina. Prendendo in mano il primo, ha avvertito una «sensazione fisica», dei «brividi» nel vedere il suo sogno di ragazzina diventare realtà. Romanziera… mentre da più di quindici anni, l’attuale numero uno di Francia e 34 al mondo picchia una pallina gialla ai quattro angoli del mondo.

Scopre questo status si diverte con spontaneità ed entusiasmo. «Sapete che si chiamavano fermalibri?» chiede mostrando l’espositore su cui giacciono i suoi libri nella libreria. Si diverte – no non lo sapevamo – rimette l’oggetto di cartone al suo posto e propone di farci una dedica su una copia de La valse des jours, il suo primo romanzo uscito mercoledì ed edito da Flammarion. La sua editrice, che l’accoglie nel suo ufficio per l’occasione, la riprende, ma oramai è troppo tardi: non ha scritto sulla pagina giusta. Alizé Cornet sorride: «mi insegna il lavoro».  Un vero mestiere nel quale ci è finita un po’per caso e un po’per vocazione.

 

Da regalo di Natale a romanzo pubblicato

Alla base c’è un progetto semplice ma folle: fare un bel regalo a sua madre in occasione del Natale 2020 mettendo su carta la storia della sua vita, di quella di sua sorella (sua zia) e di sua madre (la nonna della Cornet). «Volevo davvero farla contenta, cercare di farle un regalo originale. Almeno è stato originale. Tredici mesi di lavoro per un regalo, non so se siano in molti a farlo (ride). E questo si è trasformato in un libro che non era pensato per uscire da casa nostra. Tutto è inaspettato ma in senso buono.» Quando sua madre, grande lettrice e che le ha trasmesso questa passione, ha finito questo bel tomo (ai tempi erano più di 400 pagine) che ha ricevuto appena dopo Natale, le ha consigliato di mandarlo ad una casa editrice.

La francese ha già pubblicato un primo libro – un diario, Sans compromis (Amphora edizioni) – ma sa bene che l’esercizio non aveva niente a che vedere. In questo diario di bordo, confidava dei frammenti della sua vita e raccontava la sua esperienza nel circuito. Quando lei invia il testo a un contatto che ha in Flammarion, spera in una risposta, dei consigli, qualche parola di incoraggiamento ma non si fa molte illusioni, conscia del fatto che ce ne sono centinaia che tentano la fortuna. Le sue pagine arrivano fino all’ufficio dell’editrice responsabile della narrativa. Louise Danou non sa chi sia Alizé Cornet (vedi sotto) ma sa che ha tra le mani un romanzo che merita di essere pubblicato.

La macchina si mette in moto velocemente. Nell’aprile 2021, la francese, di scena a Charleston, riceve una chiamata prima di una riunione. «Stavo per rientrare in campo con i miei piccoli problemi di giocatrice di tennis e lei mi ha detto così… E’ stato un saliscendi di emozioni indescrivibile. Firmare con una casa editrice come Flammarion come scrittrice è un sogno.»

 «Ma onestamente è stato un lavoro cinese, super noioso, e io non mi rendevo conto che pubblicare un romanzo richiedesse così tanto lavoro dopo averlo scritto.»

Da sempre la nizzarda ha riempito pagine e pagine tra diari, fumetti e poemi. Una «terapia», ci ha confidato al momento dell’uscita della sua autobiografia. Ci ha raccontato dei suoi tre desideri da bambina: diventare scienziata, giocatrice di tennis o autrice. Il primo è bello che andato, ma a 32 anni si consola molto bene riuscendo nell’impresa di conciliare gli ultimi due. Resta concentrata «al 100%» sul tennis ma si è autorizzata ad «allentare la vite» su certi progetti per soddisfare questo desiderio di creazione e portare a termine questo progetto incredibile.

Per la prima versione del romanzo ha dovuto esporsi alle critiche e iniziare il processo di manda-rimanda tra le correzioni e le modifiche apportate da lei stessa. Il testo si è spostato con lei. Qualche settimana fa a Indian Wells cercava uno scanner per inviare l’ultima versione nei termini.

Era pronta a fare le foto a ogni pagina per mandarle alla Flammarion, ma la WTA le ha risolto la situazione. «Erano tutti sul pezzo e ce l’ho fatta nei tempi, la vigilia della scadenza, a inviare tutto corretto. Ma onestamente è stato un lavoro cinese, super noioso, e io non mi rendevo conto che pubblicare un romanzo richiedesse cosi tanto lavoro dopo averlo scritto.»

Un romanzo scritto «d’istinto»

Non è proprio la parte del lavoro che le è piaciuta di più ma ha accettato volentieri di immergersi fino alla fine in questo lavoro, necessario per ottenere il risultato finale. La sua editrice, stupita dalla prima stesura, le ha chiesto di dare più peso ad un personaggio per equilibrare il romanzo. Lei allora ha sviluppato questi passaggi e condensato anche la sua prima versione per arrivare al volume finale di 360 pagine dove ci si addentra con facilità e che porta lettori e lettrici sulle tracce di queste tre ragazze a metà degli anni 60.

Vedono le loro vite sconvolte dai capricci della vita e tutti, a modo loro, percorreranno la strada verso la libertà e l’indipendenza. Un libro di successo che ha scritto, dice, con pochi appunti su carta, «d’istinto ». Ispirata da queste tre donne della sua famiglia e soprattutto da sua madre, il personaggio di Jeanne, a cui ha voluto rendere omaggio prima di tutto.

 «Non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto e invece mi è piaciuto.»

«Ho avuto una vita da sogno rispetto alla sua di quando era piccola. E avevo voglia di renderla concreta e di toccarla. Era un po’ sbalordita che abbia finito il libro perché non ci si inventa come scrittrice», racconta Alizé Cornet con delicatezza nel momento in cui ricorda quella che l’ha accompagnata nel suo sogno di giocatrice professionista e ha smesso di lavorare per seguirla in gioventù. Voleva anche scrivere senza rivelare completamente la sua persona per non ferirla.

Quando si è lanciata, neanche lei pensava di arrivare in fondo. «Non è totalmente finto perché è comunque basato sull’infanzia di mia madre ma bisogna lo stesso avere una buona dose di ispirazione e di immaginazione per scrivere un romanzo dalla A alla Z. Non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto e invece mi è piaciuto. E stato appassionante.»

Ha già finito la stesura di un secondo romanzo e sta già lavorando al terzo

Talmente appassionata che ha già finito la stesura di un secondo romanzo. Si augura seguirà lo stesso percorso del primo e si è lanciata nella stesura di un terzo. Un’opzione concreta per il suo post-carriera con un piede sempre nel tennis (sogna di diventare capitana in Fed Cup), le mani ben salde sulla tastiera e il cervello in un vortice di storie. E non sono sicura che un giorno smetterà di guardare i suoi libri con gli occhi stupiti. Anche da adulti, si può ritornare bambini sgranocchiando il proprio gelato preferito.

 «Una vocazione di scrittrice di romanzi»

Louise Danou, redattore editoriale di Flammarion, racconta di come ha preso la decisione -molto velocemente – di pubblicare il romanzo di Alizé Cornet.

Come avete scoperto questo libro?
Sono queste le storie che piacciono molto alle case editrici. Cristophe Absi, il direttore di collana di Flammarion e grande conoscitore di tennis, mi ha chiamato per chiedermi se conoscessi Alizé Cornet. «Certo», ho detto mentendo, e lui mi ha inviato il manoscritto del suo primo romanzo. Ho iniziato a leggere le prime pagine e mi sono detta che non sapevo chi fosse per davvero ma quello che sapevo è che questa ragazza scriveva molto molto bene.

Che cosa vi ha colpito della sua scrittura?
Sono stato meravigliata e sorpresa. Meravigliata dalla storia, da questo modo molto naturale in cui Alizé ha mischiato le epoche e per la sua voglia di scrittura. E sono stata sorpresa perché sapevo che era un primo romanzo e ho notato che era molto ragionato in termini di struttura e scrittura. Si direbbe proprio che l’autrice di queste pagine si fosse allenata per molti anni. Era un abbozzo, c’erano dei punti che andavano un po’in tutti i sensi, un personaggio che non era abbastanza sviluppato ma era fantastico.

Avete preso subito la decisione di pubblicarlo?
Il giorno dopo aver ricevuto il testo per me non c’erano dubbi sul fatto che andasse pubblicato. Ne ho parlato con la direttrice di Flammarion che ci ha permesso di offrire un contratto ad Alizé. E’ tutto andato a gonfie vele. Raramente un libro viene ricevuto in una casa con così tanta gioia e convinzione.

Una volta che avete capito che lei era impegnata in una carriera sportiva di alto livello, avete avuto qualche preoccupazione?
Un po’ di preoccupazione e allo stesso tempo di eccitazione. Sapevamo che non sarebbe stato un progetto banale. Il romanzo non è una maniera velata di parlare di tennis. Nasce dalla vocazione di scrittrice. Credo di saper riconoscere questa fiamma e questa fiamma non può sfociare che nel viaggio. Credevo che avesse poco tempo da dedicarsi. Ma, nonostante i suoi impegni, è riuscita a portarlo a fondo e ha avuto molto coraggio perché ce ne vuole per riprendere un testo, sviluppare un personaggio, lavorare sulle correzioni.

Ci credete? Quante copie avete pubblicato?
Abbiamo realizzato circa 10000 copie, ma preferisco non dare un numero. Siamo l’industria dei miracoli. Quello che so è che si cerca di fare il massimo per preparare questo miracolo e poi il libro andrà per la sua strada. Vale comunque la pena di essere letto, conosciuto e condiviso.

Può aiutare avere un nome conosciuto sulla copertina di un libro?
Un primo romanzo ha più sostegno se c’è un nome dietro, ma c’è talmente tanta concorrenza sul mercato… Il nome non garantisce il successo. E, rovescio della medaglia, è che qualcuno dice che lui o lei non possono averlo scritto da soli. Con Alizé, non si è passati per la notorietà, si è passato attraverso la dimensione letteraria del libro e della sua personalità.

Traduzione di Luca Rossi

Continua a leggere
Commenti

Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

Pubblicato

il

Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

Continua a leggere

Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

Pubblicato

il

La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

Continua a leggere

evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

Pubblicato

il

Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement