Ventun anni dopo Hewitt la storia si ripete, Alcaraz perde all'esordio come n. 1 del ranking ATP

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Ventun anni dopo Hewitt la storia si ripete, Alcaraz perde all’esordio come n. 1 del ranking ATP

È ancora la Davis a rivelarsi la “Waterloo” dei sovrani appena incoronati nel loro battessimo del fuoco: da Lleyton Hewitt a Carlos Alcaraz la “prima” sul trono mondiale è amara

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Carlos Alcaraz - US Open 2022 (foto Twitter @rolandgarros)
 

Era il 19 novembre 2001, ed un giovincello di Adelaide dalla personalità mastodontica di nome Lleyton Hewitt diventava il più giovane numero uno della storia – dal 1973, anno di fondazione del sistema di calcolo computerizzato – della classifica ATP strappando lo scettro al tre volte campione del Roland Garros Guga Kuerten. Rusty, come amava apostrofarlo Brad Gilbert, raggiungeva il trono del tennis mondiale grazie al trionfo alle ATP Finals – allora denominate ancora Master Cup – di Shanghai, maturato esattamente un giorno prima, nella finale vinta ai danni del francese Sébastien Grosjean – curiosamente adesso entrambi rivestono il ruolo di Capitano di Davis, dei rispettivi team nazionali -, e si ergeva a primatista del ranking più precoce di sempre con i suoi 20 anni e 8 mesi battendo il precedente record appartenente al russo Marat Safin (20 anni e 10 mesi).

LA DÈBACLE DI MELBOURNE – Purtroppo per lui, però, la prima partita nei panni del nuovo ruolo di “Re della racchetta” non andò seguendo i suoi sogni più rosei, anzi fu alquanto amara oltre che per l’esito finale anche per la cornice nella quale maturò: undici giorni dopo aver ottenuto la testa del movimento tennistico, infatti, Hewitt subì una cocente delusione perdendo il primo match della finale di Coppa Davis di quella stagione: si affrontavano sulla Rod Laver Arena di Melbourne, per contendersi l’insalatiera, l’Australia e la Francia. Lleyton scese in campo come primo singolarista del suo team, e pur portandosi in vantaggio per 2 set a 1 finì per farsi rimontare da Nicolas Escudé, che regalo così il punto alla squadra transalpina. Nonostante poi il leone australiano rimediò parzialmente a quel KO superando nella giornata di domenica, in quella che era la sfida tra i due n. 1, proprio quel Grosjean messo al tappeto qualche settima prima; alla fine ad alzare la coppa d’argento fu il team bleau che vide in Escudé l’eroe nazionale di quella tre giorni australiana: l’ex n. 17 del mondo batté nell’incontro decisivo, sul 2-2, Wayne Athurs – quest’ultimo sostituì Patrick Rafter, che non poté scendere in campo a causa di una spalla malandata e che in prima giornata aveva sconfitto l’attuale capitano della selezione francese -. Determinante ai fini del risultato finale, fu anche l’affermazione del sabato di Cédric Pioline e Fabrice Santoro sulla coppia dei Canguri formata da Hewitt e Rafter.

DOPO QUASI 21 ANNI CI RISIAMO – Quindi fu veramente una bella “botta” da assorbire, quella patita nelle vesti di neo dominatore del tennis per Hewitt, visto che il suo rubber perso contribuì alla mancata vittoria degli Aussies, fra l’altro in casa, nella competizione a squadre più antica di sempre. 20 anni, 9 mesi, e a distanza di soli tre giorni di differenza, la storia si ripete: questa volta il protagonista è un diciannovenne iberico, precisamente nativo di Murcia nella Spagna meridionale, il quale ha sconvolto tutto il mondo della racchetta nel 2022 vincendo – tra gli altri- due titoli Masters 1000 e soprattutto il primo Slam della carriera a New York. Proprio grazie al trionfo statunitense, Carlitos Alcaraz si è laureato il più giovane tennista di sempre a sedersi sulla prima piazza del ranking: scalzando il record di, si proprio lui, Lleyton Hewitt con i suoi 19 anni e 4 mesi.

 

ANCORA LA DAVIS TEATRO DI SVENTURA – Ma il “diavoletto” australiano non ci stava a cedere questo primato inopinatamente, e allora ha deciso di trasferire la propria maledizione sulle spalle del giovane Carlos. E così, alla sua seconda esperienza con la maglia della Roja, il battessimo da capofila del tennis mondiale ha avuto un sapore decisamente infausto per l’allievo di Ferrero: anche lui rimontato, è caduto al terzo sotto i colpi di uno scintillante Auger-Aliassime. Ovviamente vanno assolutamente prese in considerazione alcune attenuanti per quanto riguarda la forma di Alcaraz, è arrivato tardi a Valencia – fino a lunedì pomeriggio si trovava ancora nella Grande Mela – e quindi ha potuto allenarsi poco per adattarsi al meglio alle nuove condizioni; inoltre ha speso veramente tante energie durante le sue maratone notturne di Flushing Meadows passando sul campo quasi 24 ore – nessuno mai aveva giocato così tanto per trionfare in una prova dello Slam -.

A confermare tutti questi dubbi, che lo hanno accompagnato nella prima da n. 1 del mondo, è lo stesso numero uno di Spagna: “Felix ha giocato molto, molto bene. Sono rimasto in partita per due ore e non ho regalato tanto. Direi che solo sul 4-4 del secondo set ho commesso un paio di errori che avrei dovuto evitare. Ovviamente non sono arrivato con una condizione fisica molto buona. La superficie è molto lenta e ho avuto solo due giorni per adattare il mio gioco a questo campo. Per me è stata una giornata davvero complicata. Ma, ovviamente, devo fare i complimenti al mio avversario perché ha giocato una partita incredibile. Nonostante il risultato, è stato lo stesso bellissimo giocare in un’atmosfera del genere. Questa è la Coppa Davis. Mi piace giocare in Spagna, mi piace farlo davanti al mio pubblico, alla mia gente. Cerco sempre di renderli felici. Volevo esserci e tornare in Spagna subito per condividere questo momento, il numero 1 e il titolo agli US Open, con tutti i miei amici e i miei tifosi.

Ovviamente la chiusura non può non essere dedicata al Re che ha salutato, omaggiato dalle parole di colui che almeno in parte vuole prenderne il testimone: “Federer è uno dei miei idoli, quando l’ho saputo non ci volevo credere, sognavo ancora di giocarci contro: lui rappresenta la magia e il talento nel tennis“.

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ATP e WTA, calendario di gennaio: manca poco al via della stagione 2023 in Australia

A breve si ricomincia In Australia. Dopo la United Cup, ATP e WTA di nuovo in campo ad Adelaide. Ecco il calendario ufficiale del primo mese dell’anno

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La stagione 2022 si è conclusa da poco con le finali di Coppa Davis e della Billie Jean King Cup – e le storiche vittorie rispettivamente del Canada e della Svizzera – tuttavia manca pochissimo all’avvio del circuito 2023 che, come da tradizione, ripartirà dall’emisfero australe.

Oltre alla United Cup, competizione mista a 18 squadre che si svolgerà tra Brisbane, Perth e Sydney dal 29 dicembre all’8 gennaio, i ragazzi possono ricominciare a scaldare i motori il 2 gennaio con l’Adelaide International 1, evento della categoria 250. Per il primo appuntamento del 2023 hanno confermato la loro presenza Novak Djokovic – fresco campione delle Nitto ATP Finals – e Jannik Sinner che ha scelto proprio Adelaide per ricominciare a competere dopo lo stop per infortunio.

Si gareggerà contemporaneamente anche a Pune (in India, l’unico evento ATP a gennaio che non si trova nell’emisfero australe), con un torneo della stessa categoria. Dal 9 gennaio i ragazzi saranno impegnati ancora ad Adelaide con l’Adelaide International 2 e con l’opzione dell’ASB Classic di Auckland, in Nuova Zelanda.

Anche per le ragazze, oltre alla United Cup, la stagione riparte il 1 gennaio da Adelaide (Adelaide International 1), anche se per loro il torneo apparterrà alla categoria 500. Allo stesso tempo si svolgerà anche il torneo femminile 250 ASB Classic di Auckland (una settimana prima rispetto a quello maschile), a cui parteciperanno anche le sorelle Fruhvirtova (Linda grazie al ranking e Brenda con una wild card). Dal 9 gennaio, si continua con l’Adelaide International 2 (ancora un 500 per le donne). Il circuito WTA sarà impegnato contemporaneamente anche all’evento ‘250’ di Hobart.

E poi, dal 16 gennaio, tutti presenti a Melbourne per il primo slam dell’anno, l‘Australian Open, che si concluderà il 29 gennaio con la finale maschile. La finale femminile si disputerà invece il sabato 28.

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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