Lorenzo Musetti non ha giocato una brutta partita (6-3 6-4) contro Taylor Fritz, considerando che era arrivato solo domenica da Atene e non aveva potuto provare il “centrale” dell’Inalpi (“È molto più veloce di quello d’allenamento all’interno del palasport” parole di Fritz) prima di scendere in campo contro l’americano, certo più specialista di lui nel tennis indoor, oltre che essere stato il primo americano dopo Roddick (2004) ad arrivare in finale a New York e il primo dopo Blake (2006) a raggiungere le finali al Masters ATP.
Tuttavia Fritz, salvate quattro pallebreak nel terzo game quando era ancora un po’ teso, non ne ha più concesse, mentre ne ha conquistate ben 12. Gli è bastato trasformarne due, una per set, per vincere il suo primo match.
A fine partita gli ho fatto un paio di domande e le sue risposte – nelle quali si è impegnato molto più di quanto non faccia una gran parte dei giocatori (forse solo Murray lo faceva come lui, mostrando grande rispetto per i giornalisti che gliele facevano) mi hanno fatto capire perché lui è quell’ottimo giocatore che il suo ranking dimostra, certamente assai intelligente tatticamente seppure forse non sempre così solido mentalmente- E tuttavia Taylor è stato un costante top10 da quattro anni di fila, n.9 nel 2022, n.10 nel 2023, n.4 nel 2024, n.6 attualmente con discrete chances di recuperare ancora qualche posizione.
Gli ho chiesto un’analisi del suo match con Musetti a seguito di quei 12 breakpoint conquistati: merito primario del suo notevolissimo servizio, prima e seconda, o responsabilità negativa di risposte poco incisive, spesso corte, di Lorenzo?
Le percentuali di prime in campo dei due antagonisti erano state quasi uguali, ma quando Taylor ha messo dentro la prima – ben altrimenti incisiva – ha fatto l’84% dei punti, mentre Musetti soltanto il 66%. E fin lì niente di stupefacente. Certo più determinante la forbice sulla seconda di servizio: 63% Fritz, quindi comunque ben oltre il 50%, e invece appena il 40% Musetti, il che significa che ha perso sulle seconde 6 punti su 10.
Ma l’aspetto più apparentemente strano, a proposito del quale ho voluto approfondirne le ragioni con Fritz, è che mentre sulle “prime” la velocità media dei servizi era quasi la stessa, 202 Fritz e 200 Musetti, invece sulle seconde Musetti le tiravamediamentea 166 km orari e Fritz soltanto a 140! Eppure, come detto poco sorpa, lui trasformava positivamente il il 63% per cento di quelle “seconde” e Lorenzo appena il 40%!
Sembrava esserci una contraddizione…per chi non se ne intende troppo e si lascia influenzare dai numeri senza analizzarli e interpretarli. “Il computer sa di numeri – diceva il grande Rino Tommasi – ma non capisce di tennis”.
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Siamo infatti noi, e meglio di noi Fritz, quelli che devono intepretarli e spiegarli.
FRITZ: “La risposta è la qualità del servizio. Io cerco le righe. Non servo con l’idea di doverla mettere semplicemente dentro. Preferisco sbagliare un servizio che metterlo dentro senza che sia particolarmente buono. Credo di aver fatto un buon lavoro variandolo (mixing) un po’. Sì, penso di colpire i posti dove voglio mettere le mie battute piuttosto bene. Ad essere onesti lui è sempre riuscito molto bene a neutralizzare la mia prima di servizio contro di me – le ultime tre volte, a Montecarlo, Wimbledon e Parigi Olimpiadi tutte nel 2024, aveva semrpe vinto Lorenzo -lui è molto bravo nel “chipping” la risposta in modo profondo e mettendo la palla dove è difficile per me attaccarla. Quindi non direi che è stata la sua risposta a essere la causa della sua sconfitta, perché proprio quel colpo è quel che mi ha creato sempre difficoltà se io non centro bene il punto che voglio centrare”.
Scanagatta: Ma – ho insistito io – quello che è strano è che la velocità media del suo servizio era 166 km orari, mentre la tua 140…evidentemente te li piazzi meglio di lui…
FRITZ: “Ok, lasciami spiegare (sorridendo benevolo). La velocità conta soltanto a seconda di dove stai piazzato per rispondere. Lui sta molto indietro, quindi per me non c’è nessuna ragione di carcare di servire una seconda molto potente, perché lui sta più di un metro e mezzo oltre la riga di fondo. Non mi conviene forzare la seconda. Perché dovrei correre un extra rischio? Non penso che se sta così dietro potrà fare chissa che cosa. Mi va bene quindi giocare una seconda palla più morbida. Mentre se lo vedo avanzare allora tirerò una seconda molto più forte. E la stessa cosa accade rovesciando le parti: se io cerco di anticipare la risposta lui servirà in modo più aggressivo per togliermi il tempo. Ma se mi vedesse più indietro allora giocherebbe un kick molto più soffice…”
Un collega: E i campi sono più lenti di quanto lo fossero gli anni scorsi…un po’ dappertutto lungo tutto quest’anno…
FRITZ: “Si lo sono“.
-E allora come prepari un match a seconda della diversa velocità di un campo? Con Musetti avevi perso sulla terra rossa e sull’erba…”
“È difficile prepararsi correttamente in pieno, perché anche quando ti alleni talvolta in allenamento il camponon è come in gara. Ho magari la sensazione di quanto sia veloce un campo…ma fino a che non scendo su quel campo e non provo certi colpi non so che questi funzioneranno, perché davvero il campo potrebbe rispondere in modo diverso. Non è come se fosse scritto su una pietra. Faccio un esempio fra quando giocammo a Wimbledon e qui. A Wimbledon è erba, se dai topspin alla palla non va veloce. Lo spin perde molta velocità sull’erba. Uno dei problemi che avevo con Musetti è che quando lui giocava di taglio e la palla rimbalzava bassa– io avrei lo stesso problema in campi lenti… – e io giravo attorno alla palla per colpire e attaccare di dritto, non avevo abbastanza ritmo per tirarla su e dargli velocità per un attacco incisivo. A Wimbledon avevo un sacco di problemi per fargli del male su quelle palle tagliate basse. E se non gli fai male, ma ti metti in una cattiva posizione, gli lasci tutto il campo aperto dove sarà lui a farti male con un colpo incrociato. Qui invece il campo è veloce e quando lui giocava con il taglio sotto la palla non pativo troppo le conseguenze se non mi riusciva un colpo come avrei voluto…E sentivo che invece potevo fargli male in un sacco di occasioni quando invece nei match da me persi lui riusciva a neutralizzarmi. In conclusione il campo è veloce. Ero felice quando mi ci sono trovato sopra. Ho capito che sarebbe stato questo il caso, che avrei potuto essere aggressivo e colpire bei colpi laddove non sarebbe arrivato e riuscito a colpirmi nella parte di campo da me lasciata libera. Non dovevo scegliere quando essere aggressivo e prendere l’iniziativa…ma farlo quando mi piaceva farlo”.
Craig Gabriel: -Ma quando senti parlare di tutte queste statistiche e percentuali– il collega australiano allude ai miei interventi – ti affollano la testa e hai bisogno del MIT (il Massachussets Institute of Technology) per decifrarlo o tutto ti viene facile in testa?
FRITZ: Credo che, a essere onesto, la gran parte delle statistiche le so senza bisogno di leggerle o di ascoltarle. Quando esco dal campo posso probabilmente sbagliare le mie percentuali di prime palle di tre punti, e idem come hanno servito i miei avversari… Non guardo le statistiche, ma nella mia testa mantengo traccia di quanto accade durante un match”.
Mi ci è voluto un po’, e fino a tarda notte, per recuperare tutto quel che Taylor Fritz ha detto, ma credo che ne valesse la pena. La mia stima nei suoi confronti è molto cresciuta dopo la disponibilità che – e non è la prima volta – ha dimostrato nei confronti di noi giornalisti per spiegare a lungo e con pazienza cose e ragionamenti anche non banali. Un esempio da imitare.
