Carlos Alcaraz ha appena lasciato la coppa al padre e allo zio – “i due che in questo momento se ne possono occupare meglio” – e non si parla certo di un trofeo qualunque. Bensì del suo settimo Major, il primo Australian Open, che lo ha consegnato alla storia come il più giovane tennista ad aver completato il Career Grand Slam. Dopo una nottata post-finale in cui i festeggiamenti sono stati ridotti al lumicino, lo spagnolo si racconta a “Marca” tra presente e futuro e il bisogno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.
Alcaraz: “Non ho pensato a credeva non ce l’avrei fatta. Questo titolo è per me”
Il numero 1 del mondo si è presentato a Melbourne per quello che lui stesso aveva definito l’obiettivo stagionale, quell’Happy Slam mai particolarmente felice per Carlitos, che non si era mai spinto oltre i quarti di finale. L’addio repentino a Juan Carlos Ferrero ha quasi oscurato il 2025 di successi, con otto titoli, di cui due Slam, e il ritorno sul tetto del mondo tennistico. Tanto che qualcuno faticava ad immaginarsi un Alcaraz competitivo già dalle prime settimane della nuova stagione.
“Quando sono arrivato al torneo non stavo pensando a quella gente” chiarisce il fenomeno di Murcia “Però, ovviamente, ho visto commenti e persone che esprimevano il loro punto di vista e la loro opinione. Alla fine, è benvenuto tutto, sia la critica sia l’elogio: bisogna prenderla nel modo giusto”.
Carlos ha provato a allontanare tutti i pensieri negativi per le due settimane di competizioni. Gli Slam sono dispendiosi dal punto di vista fisico, ma anche mentale. Tutto deve essere al posto giusto coltivare i sogni di gloria.
“È vero che, una volta conquistato il titolo, mi sono venute in mente le persone che dicevano che non ce l’avrei fatta, che mi avrebbe danneggiato, che non avrei giocato un buon tennis o che addirittura aspettavano che perdessi presto per criticare e continuare a dire la loro” si sfoga. “Ci ho pensato in quel momento, ma non l’ho fatto per dimostrare qualcosa né per far capire che si sbagliavano: l’ho fatto semplicemente per me”.
Quando il focus, che per 14 giorni è stato unicamente rivolto al campo, può ampliarsi, Alcaraz si libera dal peso delle critiche per la scelta fatta. Tuttavia, sottolinea lo stesso giocatore, il tennis non consente di fermarsi troppo a riflettere. Nel bene, per ciò che riguarda i giudizi esterni. E nel male, perché di tempo per realizzare la portata storica del successo australiano non ce n’è.
“Il tennis è fatto così: ci sono tornei settimana dopo settimana ed è molto difficile rendersi conto di ciò che si è fatto” spiega. “Le due settimane di Melbourne sono state molto intense, piene di emozioni, mentalmente impegnative, e ora cercheremo di recuperare nel miglior modo possibile per continuare a competere. Per il momento voglio fermarmi, tornare a casa, riposare e vedere come rispondono il corpo e la mente nei prossimi giorni”.
Carlos, infatti, ha preferito dare forfait a Rotterdam, dove difendeva il titolo. La stagione incombe e i traguardi da tagliare non sono ancora finiti. Benché il grande proposito del 2026 sia compiuto, il numero 1 del mondo ha sottolineato la volontà di non lasciare niente a nessuno. Tra Roland Garros, Coppa Davis e ATP Finals non stila ranking di priorità, anche se a Parigi ha trionfato già due volte e nelle altre due competizioni è ancora a secco.
Alcaraz: “So di cosa è capace Lopez. In qualche torneo sarò solo con mio fratello”
Se la finale contro Novak Djokovic monopolizza la discussione a lungo, inevitabili sono poi le domande che riguardano il team. Nello specifico, dopo la separazione da Ferrero, Samuel Lopez si è guadagnato la promozione e anche il fratello Alvaro ha assunto un ruolo di spicco.
“La verità è che so di cosa è capace Samuel. So tutto il tempo che ha passato lavorando duramente – “picando piedra”, come diciamo noi – per tutta la sua vita” dice Alcaraz, sottolineando come la vittoria all’Australian Open sia una sorta di riscatto anche per il coach spagnolo. “È un ottimo maestro di tennis e, quando lo ascolto parlare con mio padre di ciò che hanno condiviso quando giocavano entrambi, ti rendi conto che sono due persone profondamente appassionate di tennis e si percepiscono la grande emozione e la passione che provano per questo sport. Avere qui con me mio padre e Samuel mi rende davvero molto felice”.
Il calendario tennistico così affollato, che impegna i giocatori e il proprio gruppo di lavoro per 11 mesi l’anno, richiede la presenza di almeno una doppia guida tecnica, affinché possano darsi il cambio di torneo in torneo. Quando Lopez non sarà presente nell’angolo di Carlos, sarà Alvaro a farne le veci.
“Non sappiamo ancora in quali tornei sarà presente né in quali viaggerà da solo senza Samuel” spiega a proposito del fratello. “Quello che è certo è che Samu viaggerà nell’80% delle volte, o anche di più. Sarà presente nei tornei più importanti e in alcuni mio fratello viaggerà da solo. In quali, però, non lo so, perché tutto può cambiare e come mi disse una volta una persona: i piani sono fatti per essere cambiati”.
Insomma, per Alvaro è il momento di passare all’azione. Con un grande sorriso, Carlitos non nega che potrebbe continuare anche a fargli da parrucchiere all’occorrenza, com’è già successo all’Australian Open.
Alcaraz: “Sto battendo tanti record, ma non sono ancora una leggenda”
Alcaraz lascia l’Australia consapevole di aver scritto una nuova pagina di storia. Tra gli uomini, Rafael Nadal deteneva il Carreer Grand Slam più giovane e, proprio sotto gli occhi attenti del 22 volte campione Slam, è avvenuto il passaggio di consegne.
“Mi ha fatto i complimenti e abbiamo parlato un pochino della partita: di quanto bene aveva iniziato Novak, di quanto fosse stata dura… Io gli ho detto che tatticamente avevo cominciato in un modo che non aveva funzionato, stavo giocando troppo piatto e centrale e lui mi ha detto che l’aveva vista allo stesso modo” racconta Carlos. “Abbiamo parlato poco perché io avevo le mie cose da fare e lui stava andando via. È stato un momento molto speciale abbracciare Rafa con il trofeo in mano”.
Rafa a guardarlo dalla tribuna e Nole a sfidarlo ancora una volta in campo. Due terzi dei Big Three erano presenti alla Rod Laver Arena.
Il numero 1 del mondo, però, sente di non poter ancora reggere il confronto con la generazione che ha elevato il tennis a una dimensione altra, nonostante i record che va infrangendo anno dopo anno.
“Non mi avvicino nemmeno. Potrò dire di essere allo stesso tavolo con loro solo se avrò una carriera di 20 o 22 anni e vincerò i migliori titoli stagione dopo stagione” sostiene. “È per questo che lavoro. Sto battendo record molto belli, ma quello che hanno realizzato questi tre è praticamente impossibile da replicare. Bisogna lavorare per avvicinarsi il più possibile o addirittura raggiungerli. Ma per poter dire di essere allo stesso tavolo restano ancora molti anni davanti”.
È innegabile tuttavia – e difatti neppure Carlitos si sottrae – che il campione spagnolo stia a suo modo imprimendo una nuova traiettoria al tennis.
“Credo di trasmettere qualcosa di diverso, o almeno è quello che ho sentito. Noi cerchiamo di dare alla gente qualcosa a cui non sono abituati. Non mi riferisco tanto ai titoli o alle partite vinte, quanto a far vedere il tennis in un modo diverso” spiega Alcaraz. “Ci sono molti tifosi che sono abituati a vedere il gioco in un certo modo, e io cerco di dare loro qualcosa di nuovo, così che chi lo trova noioso o non è mai stato attratto dal tennis possa appassionarsi. Questo è ciò che mi piace, ed è il mio modo di interpretarlo e di goderlo. Ma tutto questo deve continuare negli anni affinché possa considerarmi una leggenda”.
Adesso è tempo di rimettere in ordine le idee, poi sarà di nuovo il momento di scendere in campo e continuare a scrivere pagine di storia. Il 22enne di El Palmar vorrebbe viaggiare e godersi gli affetti, ma questo non sempre si concilia con le regole del tennis, uno sport che spesso di fa Leviatano con i propri atleti.
E, ricaricate le batterie, ripartirà da Doha. Ci sono ancora obiettivi da centrare e nuovi tatuaggi da fare.
