I sette princìpi del tennis – Allenare la mente per dominare il gioco dentro e fuori dal campo

Dopo Matchpoint, Novelli e Giudice tornano con un nuovo libro che esplora i princìpi fondamentali che trasformano un atleta in un vero campione

Di Ilvio Vidovich
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Jannik Sinner e Carlos Alcaraz – Wimbledon 2025 (foto via Twitter @Wimbledon)

Andrea Novelli, Andrea Giudice – I SETTE PRINCÌPI DEL TENNIS, Ultra Editore

I sette princìpi del tennis rappresenta una naturale evoluzione del primo libro scritto a quattro mani da Andrea Novelli e Andrea Giudice, Matchpoint, già recensito su Ubitennis. Se in quell’opera il focus era la capacità di resistere, qui il quadro si amplia: non si tratta di sviluppare la resilienza, ma di costruire una struttura mentale solida e coerente, di riuscire a dominare il “gioco interiore”. Potremmo definirlo una mappa mentale. Non è però un manuale tecnico. È un testo che – anche attraverso l’intreccio con le biografie, i match, le voci di campioni e allenatori – offre al lettore gli strumenti per rispondere alla domanda che a molti tennisti, e non solo, prima o poi capita di porsi: perché, nei momenti che contano, divento il mio peggiore avversario?

Il cuore del libro è semplice. E proprio per questo difficile da aggirare: non esiste prestazione senza visione; non esiste continuità senza processo; non esiste talento che possa reggere senza disciplina emotiva. L’opera si struttura come una guida progressiva attraverso sette capisaldi che – secondo l’esperienza degli autori e dei grandi coach citati, da Riccardo Piatti a Paul Annacone – definiscono il DNA del campione. Si tratta dei sette princìpi, che non sono slogan ma vere e proprie categorie operative.

Ogni capitolo lavora su un asse preciso, intrecciando tre livelli: il racconto dei grandi campioni, la riflessione psicologica, l’applicazione concreta nella vita sportiva (e non solo). Un’impostazione che fa emergere chiaramente la doppia anima del libro: da una parte la penna narrativa di Andrea Novelli (scrittore, sceneggiatore e critico, già autore di romanzi gialli e thriller di successo), capace di trasformare episodi noti in microracconti significativi; dall’altra lo sguardo metodico di Andrea Giudice (maestro nazionale FITP e international coach GTPCA e ATP), che tiene il discorso ancorato alla realtà dell’allenamento e del coaching. Colpisce la capacità degli autori di alternare aneddoti tecnici – come la “concentrazione senza sforzo” di un Pete Sampras febbricitante – e riferimenti alla psicologia dello sport contemporanea, dalla tradizione di Timothy Gallwey al Growth Mindset di Carol Dweck.

La visione del campione –Non basta sognare, serve costruire una mappa mentale precisa. Viene citato l’esempio di Rafa Nadal, capace di adattare la propria visione per vincere anche lontano dall’amata terra rossa. Il messaggio è chiaro: la visione non è un dono, è un atto di responsabilità.

La forza della mente – Un’analisi profonda sulla resilienza e sull’accettazione del dolore come compagni di viaggio, qualità che hanno permesso a Djokovic di annullare match point storici. Novelli e Giudice raccontano il tennis per ciò che è: una guerra interna. Non contro l’avversario, ma contro il caos interiore. E che la vittoria non è mai un colpo: è uno stato mentale.

Il processo di apprendimento – Il capitolo più pedagogico. L’errore non è fallimento, ma informazione. L’esempio della “concentrazione senza sforzo” rende concreto ciò che spesso rimane teorico. Interessante il parallelo con il tiro con l’arco zen per spiegare che la crescita non è mai lineare e che il miglioramento continuo deve diventare un rito quotidiano.

La disciplina della preparazione –Routine, preparazione, cura del dettaglio. Dalla dieta maniacale di Djokovic a Federer che cambia racchetta in piena carriera. La tesi più interessante è anche la più controintuitiva (per il pensiero comune): la disciplina non è sacrificio. È la libertà di poter esprimere il meglio di sé nei momenti più importanti.

La gestione delle emozioni e della pressione – Come “abitare il caos” della pressione senza farsi travolgere, utilizzando rituali per stabilizzare il ritmo interno. Uno dei capitoli più utili anche fuori dal tennis: racconta cosa accade quando la mente accelera, il braccio rallenta e la tensione prende il sopravvento. Come Naomi Osaka che sconfigge Serena Williams mantenendo il controllo emotivo e Andy Murray che, nella finale di Wimbledon 2013, riesce a gestire il peso di un’intera nazione restando lucido nei momenti decisivi. È la parte che più avvicina il lettore al giocatore: si scopre che la pressione non è un ostacolo, ma una misura del proprio valore.

Il team vincente – L’importanza delle persone giuste, con un focus sul ruolo delicatissimo dei genitori nel tennis giovanile.  Il tennis è individuale solo in apparenza. Da Hopman a Cahill, passando per Toni Nadal, il messaggio è chiaro: il team non serve a rendere forte un atleta, ma a renderlo integro.

Il cambiamento e l’evoluzione del gioco – Il tennis evolve. I campioni veri anche. L’ultimo capitolo si chiude così: non con una formula, ma con una prospettiva: il campione non è colui che domina il presente, ma colui che abbraccia il cambiamento.

Una caratteristica particolarmente interessante del libro è il modo in cui parla dei grandi campioni. Laver, Graf, Sampras, Agassi, Venus e Serena Williams, Federer, Nadal, Djokovic, Sinner, Alcaraz: i grandi nomi ci sono tutti. Ma non vengono usati come icone: piuttosto come casi studio comportamentali. Il libro sposta l’attenzione dal risultato al comportamento. Non si chiede “Quanto hanno vinto?”, ma “Come hanno pensato nei momenti in cui avrebbero potuto crollare?”. I racconti delle partite più leggendarie servono a dimostrare che la differenza non è tra chi sbaglia e chi non sbaglia, ma tra chi sa stare nell’errore e chi lo subisce.

I sette princìpi del tennis non è una lettura “comoda”. Anzi, tutt’altro. Perché insiste su concetti “scomodi”: responsabilità, coerenza, scelta quotidiana, esposizione al fallimento. Non promette scorciatoie. Non illude che basti “pensare positivo”. Dice, semmai, che pensare bene è un lavoro faticoso, che richiede allenamento tanto quanto un rovescio lungolinea. È un libro per tennisti, ma anche per allenatori che vogliono educare, non solo correggere; genitori che accompagnano senza proiettare. E in generale, per coloro che accettano l’idea che migliorare significhi mettersi in discussione. Il libro, infatti, non è solo per chi impugna la racchetta: preziosa è l’enfasi posta sul “non giudizio” di Timothy Gallwey, un concetto che dovrebbe essere scolpito non solo nei corridoi di ogni accademia tennistica, ma anche in molti luoghi di lavoro. 

Con I sette princìpi del tennis Novelli e Giudice alzano dunque l’asticella rispetto a Matchpoint, confermando la loro capacità di leggere il tennis come metafora della vita. È un libro che si legge tutto d’un fiato, ma che richiede di essere “masticato” lentamente, proprio come quel quadratino di cioccolato che Novak Djokovic si concesse dopo quasi sei ore di battaglia a Melbourne: un piccolo premio per una disciplina enorme. È un manuale, ma soprattutto un viaggio. Un percorso che mostra come il tennis non sia semplice somma di tecnica e muscoli, ma intreccio di visione, disciplina, resilienza, identità.
E alla fine, non ti dice come vincere: ti chiede piuttosto se sei pronto a giocare davvero contro te stesso. Perché spesso a vincere è chi ha imparato a conoscersi per davvero.

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