C’è un momento, nella vita come nelle carriere, in cui si scivola nel patetico. In cui dalla tristezza si passa alla malinconia nel constatare le derivazioni negative di alcune situazioni. Si è parlato in tanti modi, e in tutte le salse, dell’incapacità della “Lost Generation” dei Medvedev, Zverev e Tsitsipas di emergere come nuovi signori del tennis. Le giustificazioni, gli alibi, i tentativi di rispondere alle domande si sono sprecati. I fatti restano. Ma c’è un aspetto, più di altri, emerso soprattutto negli ultimi tempi, che spesso viene sottovalutato. E che a mio parere, pur arrivando in alcuni casi anche tardi è il vero tallone d’Achille: l’incapacità di reggere emotivamente il peso di certi palcoscenici. Che viene fuori soprattutto nelle sconfitte, come è successo tanto a Medvedev quanto a Tsitsipas in quel di Miami.
Tsitsipas, frustrazione e ricordi sbiaditi
Nella notte italiana tra lunedì e domenica Stefanos Tsitsipas ha subito la peggior sconfitta della carriera a livello ATP, racimolando un solo game contro Arthur Fils. Prestazione ottima del francese? Sì, certamente. Ma a colpire sono i numeri impietosi del greco: 28 non forzati, a fronte di 4 vincenti, e il solo 50% delle prime messe in campo. Ad uno sguardo rapido si potrebbe pensare a qualche problema fisico. Ma la realtà racconta di uno Tsitsipas profondamente arrabbiato, turbato dai problemi di illuminazione dell’Hard Rock Stadium (che è effettivamente tutt’altro che adeguato ad ospitare un campo da tennis) che a suo dire gli avrebbero impedito di giocare al meglio. Una lamentela che ha espresso, in uno sfogo che restituisce tristezza, all’arbitro.
“Dovresti vergognarti. Mi hai mai visto sbagliare dritti e servizi per cinque ore di fila? È impossibile, non riesco a vedere la palla. Non so come faccia lui a vederla”. Questa l’esplosione del greco nei confronti del giudice di sedia. È vero, l’illuminazione era scarna, molto vicina all’insufficienza per svolgere regolarmente il match. Ma non si può imputare una sconfitta così netta soltanto a problemi esterni. Il farlo, in questi termini, racconta di una forte insoddisfazione da parte di Tsitsipas, una frustrazione che è ormai parte integrante di una carriera che sta via via precipitando. Un giocatore che avrebbe dovuto vincere grandi tornei, stabilirsi tra i migliori…ricordi sbiaditi di un futuro immaginato e di un passato bugiardo. Rimangono la rabbia, i tweet carichi di delusione, i litigi con l’angolo. Il tennis di alto livello? Guardare altrove.
Rublev, il bisogno di sfogare
Per anni, nella maggior parte dei tornei a cui prendeva parte, c’era una certezza: Andrey Rublev, almeno ai quarti di finale, sarebbe arrivato. Una carriera di costanza, di capacità di mantenere standard sempre alti. Nei 1000, negli Slam (dove si è fermato anche troppe volte ai quarti), il nome del russo compariva sempre negli ultimi giorni. A Miami si è ancora una volta fermato troppo presto, perdendo anche abbastanza a sorpresa contro un pur ottimo giocatore contro Alejandro Tabilo. Ciò che risalta è che vincere queste partite è ciò che in passato ha costituito la vera forza di Rublev. Apparso davvero sconfortato, fin troppo, dopo il match.
“Ho capito di aver raggiunto il limite con il mio stile di gioco”, ha detto il russo in conferenza, “penso di averlo spremuto fino in fondo per raggiungere la top 5 del ranking, quindi è il momento giusto per provare a cambiare qualcosa e vedere cosa succede”. Di Rublev ha sempre colpito la sincerità nell’esprimersi senza peli sulla lingua, di parlare anche apertamente di questioni delicati come i problemi di natura psicologica e psichiatrica. È un ragazzo fragile, e soprattutto quando ha avuto grandi occasioni in tornei importanti non ha saputo reggere la pressione dovuta, e ha ancora qualche rimpianto di troppo. Come si evince dall’esprimersi in maniera così diretta sui propri limiti di gioco, evidenti al momento di dover fare un passo in più. Che Andrey, più vicino all’uscita dalla top 20 che al ritorno in top 10, sembra incapace di fare. Anche con tutto il contributo di Marat Safin (sempre più somigliante al Grande Lebowski).
Medvedev, a Miami la solita commedia
La situazione di Daniil Medvedev, meno di un anno fa, sembrava ampiamente compromessa. Le sceneggiate contro Bonzi allo US Open, le proteste quasi continue con arbitri un po’ dappertutto, apparivano come l’anticamera di una carriera che ormai ad alti livelli non sarebbe più tornata. Ho sempre visto l’Orso come il più maturo della propria generazione, pur essendo arrivato più tardi rispetto agli altri ad un certo livello. I numeri, essendo l’unico della “Sad Generation” ad aver vinto uno Slam oltre ad aver trionfato in 5 dei 6 Masters 1000 sul cemento, danno ragione a questa teoria. Il cammino meraviglioso ad Indian Wells, due titoli nel 2026 e una calma ritrovata in campo facevano in realtà ben sperare. Fino a Miami, e al suo terzo turno con Cerundolo.
Sorvoliamo sul match, un clamoroso psicodramma (6-0 4-6 7-5 per l’argentino, che era tra l’altro sotto di un break nel terzo), solo anticamera però di un finale tutt’altro che piacevole. Il campo di Miami, di cui spesso Medvedev si è lamentato per la lentezza, era stracolmo di tifosi argentini, al solito molto rumorosi e ben pronti ad incitare in ogni modo possibile il loro beniamino. A tal punto che Medvedev, dopo aver salutato frettolosamente Cerundolo, ha rivolto anche un gesto di stizza, per nulla mascherato, nei confronti di un argentino tra il pubblico. Una reazione eccessiva, assolutamente evitabile, che ben riassume una condizione mentale che continua ad essere troppo ondivaga. E che si pone come il vero ostacolo ad un rientro definitivo ad alti livelli.
A Miami il finale definitivo? Non per Medvedev
La questione di fondo, probabilmente, è proprio questa. L’emotività, nel bene e (soprattutto) nel male, ha condizionato la carriera dei nati nella seconda metà degli anni ’90. Con gradazioni diverse, questo è chiaro. Nel caso di Rublev, già dai primi anni la fragilità psicologica si è sempre dimostrata un freno non indifferente nel conseguire risultati ancora migliori. E in fondo anche Medvedev non è nuovo a esplosioni di questo tipo. Che in anni precedenti, per la verità, erano ridotte all’osso, e spesso finiva anche per vincere i match “incriminati”. Con Tsitsipas è un altro problema ancora: la consapevolezza, difficile da accettare, di aver visto la propria vita tennistica scivolargli tra le dita.
La sensazione di inadeguatezza nel perdere malamente e non essere più uno dei nomi di punta del circuito. Un insieme di fattori sfogato in maniera esplosiva, frustrata. Segno di un’emotività non repressa e lasciata libera di condizionare anche l’andamento in campo del greco, sempre più vittima di sé stesso e delle sue mancanze. Per Medvedev c’è speranza, il suo personaggio ha sempre vissuto alti e bassi anche a livello caratteriale. Per Tsitsipas e Rublev l’impressione, chi per un’autostima ormai sotto i piedi, chi per una fragilità fin troppo marcata oltre agli evidenti limiti di gioco, è che ci sia ancora ben poco da fare. E che le parabole, già discendenti, stiano per crollare. Generazione triste, e non solo in termini di risultati.
