Era l’elefante nella stanza. Uno dei più grandi di una generazione schiacciata come una pressa da ciò che c’era prima, i Big Three, e da quello che è venuto dopo, Alcaraz e Sinner. Con quella sensazione perenne di rincorrere qualcosa all’infinito, in una sorta di ruota che gira senza arrivare mai realmente da nessuna parte. Godot è finalmente arrivato, dalle sembianze di un uomo alto due metri, dalla bandiera tedesca e dal nome russo. Ha attraversato tutto: dolore, sofferenza, paure. Ha superato tutto, in quella che era l’occasione della vita e non per questo scontata, anzi. La pressione lo avrebbe potuto schiacciare, ancora una volta.
Troppo ghiotto uno Slam senza Carlos Alcaraz, con Jannik Sinner fuori al secondo turno, con Novak Djokovic incapace di arrivare alla seconda settimana. E con la consapevolezza che, più che battere i suoi avversari, tra questi un plotone ben assortito di italiani, avrebbe dovuto battere i propri fantasmi. Gli stessi che sembravano fare capolino quando, a un certo punto del match, ha iniziato a toccarsi la gamba.
Un fantasma, appunto, scacciato via dalla solidità del teutonico, da una mente per una volta focalizzata al 100% sull’obiettivo di una vita e su tutto ciò che serve per raggiungerlo. A dire il vero, all’alba del quinto set, dopo quel fantastico tie-break vinto da Flavio Cobolli, in molti erano già pronti ad aprire il lettino della psicanalisi tennistica. La mente, quel maledetto filo di capello, è stata invece una fune solida alla quale aggrapparsi per evitare ancora una volta il disastro. Afferrata con entrambe le mani, Sasha ha portato la nave di tutta una carriera in porto.
E forse proprio per questo la scena finale è sembrata così potente. Non soltanto un uomo che vince una partita, ma un giocatore che per anni aveva abitato una terra di mezzo, troppo forte per essere considerato uno qualunque e troppo incompiuto per sedersi davvero al tavolo dei grandissimi.
Zverev è stato tante cose prima di diventare campione Slam. Promessa, predestinato, campione olimpico, numero 2 del mondo, finalista infelice, eterno candidato, bersaglio facile di chi gli rimproverava sempre qualcosa. A Parigi ha tolto tutto dal tavolo con una sola coppa, la più pesante, la più attesa, la più necessaria.
La finale che pesava più di tutte
Perché questa non era semplicemente una finale Slam. Era la finale di Alexander Zverev contro Alexander Zverev. Quasi un Kramer contro Kramer del tennis, solo che qui non c’erano un’aula di tribunale, un divorzio e un figlio conteso, ma un giocatore sdoppiato davanti alla propria storia. Da una parte il campione enorme, potente, costruito per vincere tutto. Dall’altra l’uomo inseguito dalle finali perse, dai dubbi, dalle cicatrici e da quella domanda che gli tornava addosso ogni volta che arrivava vicino alla coppa. E se non bastasse mai?
Contro lo US Open 2020 lasciato a Dominic Thiem dopo essere stato avanti due set a zero e dopo aver servito per il titolo. Contro il Roland Garros 2024 perso con Carlos Alcaraz dopo essere stato avanti due set a uno; contro l’Australian Open 2025, quando Jannik Sinner gli aveva fatto capire brutalmente che dopo i Big Three erano arrivati loro due. Stavolta, però, il tabellone gli aveva apparecchiato un’occasione irripetibile e proprio per questo pericolosissima. Quando tutto sembra possibile, perdere diventa ancora più insopportabile.
Zverev lo sapeva, lo sentiva, lo aveva confessato quasi con paura: «Mi sono detto che se non avessi vinto questa finale, forse non ne avrei mai vinta una». E allora il successo su Cobolli, 6-1 4-6 6-4 6⁵-7 6-1, vale molto più di una coppa. Vale una liberazione, il diritto di non essere più definito da ciò che mancava, ma da ciò che adesso è. Un campione Slam.
Una famiglia, una diagnosi, una promessa
Dentro questo titolo c’è il giocatore ma anche tanto altro. C’è una famiglia intera, una piccola dinastia costruita attorno al tennis, alla migrazione, alla disciplina e alla paura, c’è papà Alexander Sr., ex giocatore sovietico e poi guida tecnica. C’è mamma Irina, anche lei ex tennista, presenza più silenziosa ma decisiva; c’è Mischa, il fratello maggiore, il primo a viaggiare nel circuito e a indicare una strada. “Il team più longevo del circuito” come ha detto lo stesso Sascha durante la premiazione. Dentro questa storia c’è anche una diagnosi arrivata quando aveva appena quattro anni: diabete di tipo 1.
Una parola enorme per un bambino, ancora più grande per due genitori che all’improvviso si sentirono dire che forse quel figlio non avrebbe potuto fare sport ad alto livello. Figuriamoci diventare un professionista del tennis.
Zverev lo ha raccontato più volte. I suoi genitori erano terrorizzati, la madre piangeva spesso, qualcuno gli suggerì di fermarsi, di scegliere qualcosa di meno duro, perché con quella malattia non sarebbe mai riuscito a reggere uno sport così fisico. Quelle frasi gli rimasero addosso, lo ferirono, ma finirono anche per diventare carburante. In fondo anche questa è una parte essenziale della sua educazione sentimentale e sportiva. Crescere con un limite addosso e decidere, giorno dopo giorno, che quel limite non avrebbe avuto l’ultima parola e come tale sarebbe stato superato.
Avere il diabete di tipo 1 significa controllare la glicemia, convivere con l’insulina, intervenire anche durante una partita, soprattutto quando lo sforzo si allunga per ore e il corpo consuma energie in modo feroce. Per questo l’immagine di Zverev che si somministra insulina in un cambio campo non è una nota laterale, ma parte integrante del suo percorso. Nel 2023, proprio al Roland Garros, si arrabbiò quando gli venne chiesto di uscire dal campo per farlo, quasi fosse qualcosa da nascondere o da giustificare. Invece era semplicemente salute, normalità, sopravvivenza sportiva e non soltanto.
Per anni Sascha ha preferito non parlarne troppo, temendo che diventasse una scusa o una lente attraverso cui giudicare il suo tennis. Poi ha cambiato prospettiva, ha creato una fondazione a suo nome per aiutare i bambini diabetici e ha trasformato una fragilità in messaggio. Si può vivere con il diabete, si può competere, si può inseguire un sogno. E adesso si può anche vincere il Roland Garros.
Forse è questa la parte più bella del suo trionfo: non la retorica facile del “niente è impossibile”, ma la concretezza quotidiana di chi ha dovuto organizzare la propria grandezza attorno a una vulnerabilità reale. La disciplina, nel suo caso, non è mai stata solo allenamento. È stata anche cura, controllo, attenzione, ascolto del corpo. Tutte cose che, alla lunga, diventano carattere.
La nave in porto
Proprio lì, nel momento in cui tutto avrebbe potuto riaprirsi, Zverev ha smesso di tremare. I crampi, i pensieri, il passato, quella gamba toccata quasi a evocare l’incubo della caviglia distrutta contro Nadal nel 2022. Tutto è rimasto per un attimo sospeso sopra il Chatrier. Poi Sascha ha scelto la strada più semplice e più difficile: giocare. Non sopravvivere, non aspettare l’errore, non chiedere pietà alla partita. Giocare.
Cobolli, dopo aver speso tantissimo per trasformare una finale quasi chiusa in una battaglia vera, non ha più avuto la stessa energia per opporsi all’ultima accelerazione. Il 6-1 del quinto set è severo, forse troppo, ma racconta bene la differenza tra chi non aveva più benzina nel corpo e nella mente e chi, finalmente, aveva trovato pace nella testa.
Quando l’ultima palla è caduta, Zverev si è lasciato andare sulla terra. Ancora Parigi, ancora lo Chatrier, ancora lui a terra, ma questa volta non c’erano dolore, barelle e sogni spezzati. C’era un uomo che aveva atteso troppo a lungo e che, da oggi, non dovrà più aspettare. C’era il ragazzo che aveva ascoltato chi gli diceva che non sarebbe potuto arrivare fin lì, il campione che aveva perso finali dolorose, il figlio che aveva fatto piangere di paura i genitori e poi di gioia. Il giocatore che nel 2022 aveva lasciato lo stesso campo in lacrime su una sedia a rotelle. Tutto insieme, in un solo momento.
Per questo il Roland Garros 2026 di Alexander Zverev è finalmente la chiusura del cerchio. Una risposta data tardi, ma data bene. Ai medici che consigliavano prudenza, ai fantasmi delle finali perse, alle etichette appiccicate troppo in fretta, alla caviglia che si era piegata nel giorno più crudele e alla mente che troppe volte si era fatta sottile come vetro. Stavolta non si è rotta, stavolta ha retto. E quando la mente regge, il corpo segue, il braccio si libera, la nave entra in porto. Sascha Zverev, finalmente, non è più l’uomo dell’attesa, non è più definito per essere ciò che non ha, ma per ciò che è ottenuto. È l’uomo che è arrivato.
