“Lasciatelo vivere e godersi la vita”. La frase di Carlos Moya, rilasciata durante il Podcast di Punto de Break ex numero 1 del mondo ed ex allenatore di Rafael Nadal, fotografa bene uno dei temi che da sempre accompagnano Carlos Alcaraz: il campione, certo, ma anche il ragazzo. Prima però c’è il tennista, e soprattutto c’è un polso da recuperare con tutta la calma del caso. Il numero 2 del mondo non disputa un match ufficiale da metà aprile, da quando a Barcellona, durante la sfida contro Otto Virtanen, ha avvertito un fastidio alla mano destra che secondo indiscrezioni si è rivelata essere una tenosinovite, cioè un’infiammazione della guaina che riveste i tendini dell’articolazione.
Una zona delicatissima per chi vive di accelerazioni, rotazioni, cambi di ritmo e frustate di diritto. Da lì è arrivato lo stop: ritiro dal torneo catalano, forfait a Madrid, Roma e Roland Garros, poi la decisione più dolorosa, perché forse la più inaspettata, di saltare anche Queen’s e Wimbledon. Alcaraz ha preferito fermarsi davvero, senza inseguire rientri di facciata né compromessi pericolosi. La storia recente del tennis, da Thiem a Del Potro nei casi più estremi, insegna che con il polso non si scherza: una ricaduta può costare molto più di qualche torneo lasciato per strada.
La visita a Barcellona. l’ipotesi US Open
Le ultime immagini, però, hanno restituito un minimo di ottimismo. Alcaraz è stato visto correre e lavorare con il suo preparatore senza più il tutore al polso, segnale non definitivo ma comunque incoraggiante dentro un percorso di recupero costruito sulla prudenza. Secondo quanto riportato in Spagna, nei prossimi giorni il murciano sarà sottoposto a una visita di controllo a Barcellona con il dottor Angel Ruiz-Cotorro, medico storico del tennis spagnolo e riferimento anche per Rafael Nadal. Se gli esami daranno risposte positive, Alcaraz potrà tornare progressivamente a colpire la pallina, iniziando una fase di riadattamento che sarà gestita con carichi molto controllati. Nessuno, nel suo entourage, vuole fissare oggi una data precisa per il rientro.
La “Casita” di Bad Bunny e il diritto a essere se stesso
Nel frattempo Alcaraz continua a fare quello che, in fondo, Moya rivendica per lui: vivere. Nei giorni scorsi è stato visto a Madrid al concerto di Bad Bunny, in particolare nella ormai celebre “Casita”, lo spazio scenografico e VIP che il cantante portoricano porta sul palco come omaggio alle case tradizionali di Porto Rico e alle radici culturali del suo ultimo progetto. La “Casita” è diventata uno dei luoghi più discussi del tour: un piccolo palco nel palco, tra simbolo identitario, salotto esclusivo e calamita per personaggi famosi, influencer, calciatori e volti noti. Alcaraz, presente con alcuni amici tra cui Sergio Reguilon, è rimasto in posizione defilata, senza cercare la scena, ma la sua apparizione è bastata per incendiare i social.
Del resto Carlitos è anche questo: un campione che ha già vinto moltissimo, ma che a 23 anni conserva un lato spontaneo, godereccio, quasi normale. Il tennis lo aspetta, certo. Gli Slam lo aspettano, Sinner lo aspetta, il circuito lo aspetta, ma forse proprio questa pausa forzata sta ricordando a tutti che Alcaraz non è soltanto una macchina da punti e trofei. È un ragazzo che deve recuperare un polso, ritrovare il campo e, ogni tanto, concedersi anche una sera di musica. È fatto così, lo abbiamo capito tutti ormai. Lo ha capito anche Juan Carlos Ferrero, a quanto pare, ma questo è un altro discorso.
