Il tennis moderno, con i suoi ritmi esasperati, i continui cambi di superficie e calendari che non lasciano respiro, continua a presentare un conto salatissimo ai talenti della nuova generazione. La stagione sull’erba, culminante con l’imminente torneo di Wimbledon – lo Slam degli Slam (o “il Vaticano del tennis”, per dirla ‘a la Gianni Clerici) – fotografa alla perfezione il destino incrociato di Jack Draper e Holger Rune, due dei profili più futuribili del circuito maschile, entrambi già capaci di arrampicarsi in top ten (in top four, per l’esattezza) ma attualmente intrappolati in una stagione a dir poco tormentata.
Se il ventiquattrenne britannico dovrebbe – il condizionale, fin quando non lo si vedrà in campo, è purtroppo d’obbligo – fare il suo attesissimo ritorno sui prati regali di casa, il danese è invece costretto all’ennesimo forfait eccellente. Due parabole diverse, certo, ma accomunate dallo stesso grande punto interrogativo: la capacità di tenuta di fisici sottoposti a sforzi e carichi di lavoro estremi.
Draper: un talento frenato dalla fragilità
Per Draper, il ritorno a Church Road rappresenterebbe una boccata d’ossigeno ma anche un esame cruciale per una carriera finora pesantemente martoriata dai problemi fisici. A soli 24 anni, il tennista di Sutton ha già un’anamnesi clinica insolitamente fitta per la sua età: infortuni addominali, problemi alla spalla, fastidi al braccio sinistro e ripetuti guai alle gambe. Un talento cristallino che, ogni volta in cui ha trovato continuità, ha dimostrato di valere i palcoscenici più prestigiosi del mondo, ma che finora è rimasto imprigionato in un circolo vizioso di continui stop e ripartenze. Wimbledon, in tal senso, può rappresentare il metro di valutazione più obiettivo per la sua forma attuale, ma i dubbi che attanagliano il Regno Unito non riguardano tanto il singolo match, quanto la sua capacità di mantenere un rendimento costante sulla lunga distanza.
L’analisi medica: il problema della ripetibilità dello sforzo
Sulle colonne di Tennis365, l’esperto di medicina sportiva e prevenzione degli infortuni Stephen Smith ha tracciato un’analisi approfondita sulla situazione del britannico, evidenziando come i problemi ai tendini del ginocchio abbiano un’origine cumulativa: “In genere, con i problemi ricorrenti ai tendini del ginocchio, la sfida non è solo quella di tornare in campo una volta. I problemi ai tendini sono spesso lesioni da sforzo repetitivo. Di solito si tratta di un accumulo di tensione, dolore, infiammazione e fastidio”. Secondo l’esperto, la vera incognita non è la performance estemporanea, bensì la capacità di gestire l’intensità globale del circuito: “La vera domanda è se Jack Draper sia in grado di gestire l’intensità del tennis di alto livello. Giorni consecutivi di allenamento, partite ripetute, viaggi, cambi di superficie e le esigenze di recupero nel tempo”.
L’effetto domino delle lesioni compensative
L’analisi medica del sunnominato Smith si sposta poi sui rischi biomeccanici legati alle lesioni compensative, dinamica frequentissima quando un atleta cerca inconsciamente di proteggere una zona dolorante alterando i propri schemi motori. “Se si verifica una contusione ossea all’interno di un’articolazione, questa può alterare la meccanica articolare e la meccanica del movimento” – spiega – “Si cerca di alleviare la pressione su una zona muovendosi in modo leggermente diverso, finendo però per esercitare pressione su un’altra. Si possono sviluppare problemi compensatori o lesioni secondarie che derivano da una lesione primaria. Non è un evento particolarmente raro”. Davanti a questo scenario, lo specialista lancia un severo monito: “Credo sia un segnale che probabilmente manca qualcosa dal punto di vista gestionale. Credo che la storia di infortuni che ha avuto alla sua età lo costringa a rendersi conto che qualcosa deve cambiare ora, altrimenti finirà per avere una carriera più breve di quanto meriterebbe”.
L’ombra di Del Potro: un precedente da evitare
A questo punto, il pensiero corre inevitabilmente a un illustre precedente che l’intero mondo del tennis spera di non veder replicato con il britannico, ovvero quello di Juan Martín del Potro. Smith ha infatti tracciato un parallelismo tanto suggestivo quanto doloroso: “Pensiamo a qualcuno come Juan Martin Del Potro. Avevamo un talento incredibile, probabilmente uno dei destri più potenti che avessimo mai visto. Il suo più grande punto di forza si è rivelato uno dei suoi più grandi problemi. Tutti quegli infortuni al polso e tutti quegli interventi chirurgici sono avvenuti perché la situazione non è stata corretta in tempo”. In soldoni, la sfida per Draper e il suo team sarà proprio quella di ripristinare la ripetibilità dello sforzo, modificando se necessario la gestione dei carichi per evitare che il suo tennis aggressivo si trasformi nella sua principale debolezza.
Il calvario di Rune: stop anche a Wimbledon
Se l’Inghilterra riflette e spera, la Danimarca deve invece rassegnarsi a prolungare l’attesa. Holger Rune ha ufficializzato la sua rinuncia a Wimbledon, prolungando un digiuno agonistico che dura ormai da oltre otto mesi. L’ex numero 4 del mondo è fermo ai box dalla fatidica semifinale di Stoccolma disputata contro Ugo Humbert a metà ottobre dello scorso anno, match in cui ha rimediato la rottura del tendine d’Achille. Nonostante i tentativi e i sussurri mediatici, la realtà clinica ha imposto la linea della prudenza. Già, perché con tempi di recupero stimati originariamente tra i dieci e i dodici mesi, forzare il rientro su una superficie scivolosa e traumatica come l’erba sarebbe stato un azzardo ingiustificato.
La linea della prudenza: l’orizzonte si sposta dopo lo US Open
La conferma della sua assenza, supportata anche dalla madre Aneke, è stata accompagnata dalle parole dello stesso Rune, che ha voluto rassicurare gli appassionati sulla bontà del percorso terapeutico intrapreso: “Mancare Wimbledon non è una decisione semplice ma l’obiettivo è ritornare più forte e competere ad un livello molto alto. Mi sto avvicinando ogni giorno a tutto ciò e sono soddisfatto dei progressi delle ultime settimane”. A questo punto, considerando che il percorso di riabilitazione si avvicina agli otto mesi, lo scenario più realistico e saggio per il rientro del giovane danese si sposta a dopo il prossimo US Open, dove comunque la sua presenza non è affatto certa. Il circuito, in pratica, perde temporaneamente uno dei suoi protagonisti più carismatici, ma la scelta di preservare l’integrità del tendine sul lungo periodo rimane l’unica via percorribile.
I numeri non mentono mai
Detto questo, per Jack Draper l’occasione è adesso, sull’erba di Wimbledon: il talento c’è ed è indiscutibile, ma se il fisico non assiste il braccio, a lungo andare le statistiche potrebbero rimanere un’incompiuta. Per Holger Rune, invece, l’augurio è che la fretta non rovini un capitale del tennis mondiale: meglio un mese in più in infermeria che una ricaduta fatale. Il circuito ha bisogno del loro tennis, ma nel tennis moderno, piaccia o no, senza l’integrità fisica non si va da nessuna parte. E i numeri, si sa, non mentono mai.
