Dopo l’operazione alle tonsille in Argentina e le due partite giocate sull’erba a Mallorca, Luciano Darderi arriva a Wimbledon da testa di serie per la seconda volta in carriera (la prima volta fu nel 2024) per provare a vincere qualche partita su una superficie che conosce da relativamente poco.
Un tabellone che lo vede opposto al francese Quentin Halys all’esordio e che potrebbe condurlo fino a Jannik Sinner negli ottavi di finale per un potenziale derby italiano.
È il quarto Wimbledon che tu approcci nel main draw: come ci arrivi, come ti senti?
LUCIANO DARDERI: Bene, sicuramente è una superficie che ormai conosco, quindi è diverso: so come si gioca, conosco le condizioni. È un anno un po’ speciale perché ho giocato solo due partite sull’erba, quindi è un po’ diverso quest’anno. Dopo l’operazione alle tonsille è un po’ più dura, però me la prendo con calma: voglio soprattutto godermela e fare il massimo, perché comunque è un po’ che non gioco al 100%.
Hai trovato delle differenze tra le superfici? Hai cambiato qualcosa nell’approccio a questo Wimbledon, magari dal punto di vista tecnico, sulla terra, sull’erba, sul cemento, o rispetto agli anni scorsi? Hai fatto degli accorgimenti particolari per questa edizione?
LUCIANO DARDERI: No, è sempre lo stesso lavoro, cercando di farlo meglio. Mentalmente sull’erba è diverso, perché è meno fisico ma anche più mentale nei momenti importanti, si gioca un po’ più veloce. Non ho avuto tanto tempo per prepararmi, però l’obiettivo è servire bene e rispondere bene.
Volevo farti una domanda sul rapporto anche lavorativo che hai con Gino [Darderi] e in generale con tutto il tuo team: quanto è cambiato negli anni? Quando eri molto giovane dicevamo che con te lui avrebbe fatto esperienza nel tour, utile poi anche con Vito. Da questo punto di vista, com’è cambiato sia il rapporto umano sia quello lavorativo nell’approccio con tuo padre?
LUCIANO DARDERI: È sempre stato un buon rapporto. Quando ero piccolo ero abbastanza difficile da gestire, avevo un carattere tosto, però col tempo abbiamo migliorato tantissimo e i risultati si sono visti: abbiamo un buon rapporto. Per Vito [Darderi, suo fratello n.d.r.] è importante, però mi dispiace un po’ per lui perché mio padre non può stargli tanto dietro: io sono nel momento più critico della mia carriera, quindi ultimamente non sta tanto con Vito.
Cercheremo nei prossimi mesi di lasciare qualche settimana anche per lui, perché mi dispiace che sia sempre con me. Abbiamo fatto grandi cose io e mio padre fino adesso e cercheremo di andare avanti. Da quando sono entrato nell’ATP non ci siamo mai fermati, andiamo sempre avanti: finché non vedrò che mi fermo continuiamo così, perché i risultati stanno andando abbastanza bene e bisogna continuare.
In questo momento critico, quanto vedi lontano o vicino la top 10 come obiettivo? E come valuti il fatto che alcuni dicono “Cobolli in top 10 non vale la top 10, Darderi in top 20 non vale la top 20”? Cosa rispondi?
LUCIANO DARDERI: Ci sono i numeri da rispettare, come quando si dice chi sono i migliori giocatori del mondo: ci sono i numeri e si valuta così, chi ha più continuità, chi gioca meglio i tornei grandi, piccoli, medi. L’ATP funziona così: chi fa più punti, con il tabellone del ranking, delle lesioni, della continuità.
Penso che Flavio se la sia meritata fino a Parigi, non è poco. Io sono top 20, ho fatto buoni risultati, semifinale a Roma, ho vinto un ATP: se arrivi lì è perché i risultati ci sono, non importa su che superficie, dove o come. Ognuno può avere il suo pensiero, però arrivare a quei livelli non è facile; mantenerli o no è un’altra cosa, ma arrivarci è già difficile.
È il primo anno che sei testa di serie a Wimbledon, o lo eri anche l’anno scorso?
LUCIANO DARDERI: No, lo ero due anni fa. Mi ricordo che ero negli spogliatoi dei primi 32, l’anno scorso no: ho avuto un periodo in cui ero intorno al numero 50. Qui ho fatto terzo turno, poi da lì in poi ho vinto a Båstad e Umago, quindi sono risalito. Mi ricordo che l’anno scorso non ero testa di serie qui, ma quest’anno di nuovo sì e sono contento di tornare negli spogliatoi dei primi 32.
Questa tua crescita a che cosa la attribuisci? Qual è la cosa che, secondo te, sta cambiando?
LUCIANO DARDERI: Tante cose. Sono tanti anni che sono nel circuito, cerchi sempre di migliorarti e vedere cosa puoi migliorare. Tre anni fa giocavo solo sulla terra, e questa è una cosa che è cambiata tanto: il circuito ti porta a dover migliorare anche sulle altre superfici. Negli ultimi due anni ho fatto grandi passi sul cemento, l’ho dimostrato anche negli Slam, perdendo in cinque set con Alcaraz, con gli anni in Australia, terzo turno qui l’anno scorso su superfici che non sono il mio habitat.
Penso che questa sia la cosa che mi ha portato in top 20, quei punti che mancavano per arrivare lì. La top 10 è un bell’obiettivo, ma difficile: non si sa mai in che momento puoi arrivarci, lo devi fare in un periodo in cui non perdi punti, nel momento giusto, in cui non ti fai male e non hai problemi, perché oggi si gioca quasi tutte le settimane e gli infortuni li hanno tutti. Se guardi i primi 30, in un anno quasi tutti si fanno male almeno una, due, tre volte. È difficile da gestire. Adesso tornare in campo dopo essermi tolto le tonsille, che è un’operazione che ti lascia fuori due settimane senza fare nulla, non è facile quando gli altri hanno già giocato due o tre settimane sull’erba, arrivare qui e giocare tre su cinque, domani con Queen che viene da una finale. Penso che mentalmente devo restare lì e cercare di migliorarmi ogni giorno.
