Il primo set poteva diventare un alibi perfetto. Un 6-0 pesantissimo, lo stomaco sottosopra, la necessità di uscire dal campo e la sensazione, almeno per qualche minuto, che la partita contro Karen Khachanov potesse scappare via prima ancora di cominciare davvero. Invece Flavio Cobolli ha fatto esattamente quello che ormai gli riesce meglio: è rimasto lì, ha resistito, ha aspettato che il corpo tornasse a rispondere e poi semplicemente la partita l’ha vinta.
Il romano ha battuto Khachanov 0-6 7-6 6-7 6-2 6-2, conquistando l’accesso agli ottavi di finale e confermando, ancora una volta, quanto sia cresciuta la sua dimensione nei tornei che contano. “Mi sento benissimo. Essere nella seconda settimana di uno Slam è sempre speciale, soprattutto qui a Wimbledon”, ha raccontato in conferenza stampa. Una frase detta con naturalezza, ma che dentro porta molto: perché Cobolli, dopo la grande corsa al Roland Garros, non era arrivato sull’erba con troppe certezze. “Non mi aspettavo questo risultato, soprattutto perché non mi sono allenato tantissimo sull’erba. Però adesso mi sento bene anche quando gioco, mi sento bene quando devo lottare. Oggi l’ho fatto e sono davvero orgoglioso di me stesso”.
Il problema iniziale, ha spiegato, era legato probabilmente all’alimentazione: “Credo di aver mangiato un po’ troppo vicino alla partita. Nel primo set non stavo bene, ho provato a vomitare, poi mi hanno dato delle pillole che mi hanno aiutato molto. Dopo cinque o sei minuti ero a posto”. Da lì è iniziata un’altra partita. O forse, più semplicemente, è iniziato un altro Cobolli.
“Sono più lucido: questa partita l’anno scorso non l’avrei vinta”
Il cuore della conferenza, però, sta tutto in una frase. Una di quelle che non servono solo a raccontare una vittoria, ma a misurare una crescita. Parlando del confronto con il percorso dello scorso anno, Cobolli ha spiegato senza girarci intorno quanto si senta diverso: “L’anno scorso credo di aver giocato meno tempo e questo mi ha aiutato molto quando ho giocato la finale contro Cilic. Ora credo di aver giocato tre ottime partite contro giocatori validi. Soprattutto quella di oggi e quella di ieri mi hanno dato tanta luce, tanta consapevolezza, ma io in primis mi sento molto cambiato in campo, sono più lucido, faccio delle scelte che sicuramente l’anno scorso non avrei fatto”.
Poi la frase che fotografa tutto: “Questa partita qui l’anno scorso non l’avrei vinta. Anche giocando un gran tennis anche qui, però questa partita sono sicuro che non l’avrei vinta l’anno scorso”.
È il passaggio più importante, perché dentro c’è la nuova identità di Cobolli. Non soltanto il giocatore capace di accendersi, di trascinare il pubblico, di correre e di combattere, ma anche quello che sa leggere i momenti, accettare la fatica, gestire le pause, assorbire un 6-0, perdere un tie-break e ricominciare. La partita, forse, come ha chiesto il direttore Scanagatta, cambia davvero all’inizio del quarto set, quando Flavio salva un game delicatissimo da 0-40. Andare sotto di due set a uno e di un break avrebbe significato entrare in un corridoio strettissimo. Invece Cobolli lo ha chiuso in faccia a Khachanov.
“Sicuramente quel game mi ha aiutato, mi ha dato tanta energia e credo che l’abbia tolta a lui”, ha spiegato. “Lui aveva appena vinto un tie-break giocando molto bene, era molto nel ritmo. Io ho cercato di resistere, sono stato anche un po’ fortunato magari in quel game, però con l’aiuto del team oggi ho vinto una grande partita. Mi sono stati accanto nei momenti difficili, mi hanno fatto capire che comunque non stavo giocando male”. Da quel momento, Cobolli ha sentito la partita cambiare: “Ho trovato energie nascoste e mi sentivo quasi invincibile a un certo punto. Anche fisicamente mi muovevo molto bene e questo secondo me a lui ha dato molto fastidio”.
Il pubblico, Roma e la…Coppa Davis
A Wimbledon, Cobolli ha trovato anche qualcosa che sui campi secondari può diventare un’arma: il calore del pubblico italiano. Non quello ovattato del Centre Court, non quello più istituzionale del Campo 1, ma un tifo vicino, rumoroso, riconoscibile. “Sembrava la Coppa Davis”, ha detto sorridendo. “Ho sentito tanti italiani, tanti romani. Mi dicevano sempre ‘Forza Roma’ in campo. Mi hanno spinto oltre il limite, e a volte neanche io so dove sia il mio limite. Però con un pubblico così è più facile trovare soluzioni, trovare energia da qualche parte”.
È una frase che racconta bene anche il modo in cui Cobolli vive il tennis. E in una partita di oltre quattro ore emotive anche quel sostegno ha avuto un peso. Soprattutto perché Cobolli, fin qui, ha già passato più di undici ore in campo nel torneo. Un dato che potrebbe preoccupare, ma che lui trasforma quasi in una battuta: “Oggi ho detto al team che sono l’Arnaldi di Wimbledon”.
Poi, però, la spiegazione si fa più seria: “C’è una cosa positiva, ma può anche essere un danno per i prossimi turni. Al momento mi sento fresco, questa è la cosa più importante. Se sto così, posso giocare anche altre cinque ore. Ho lavorato tanto prima di questo torneo, ad Halle e anche prima del Roland Garros. Il mio corpo è pronto”.
Routine, gelato e servizio: “La fase della sopravvivenza è finita”
A Parigi Cobolli aveva raccontato l’importanza della routine, degli amici, delle cene, di quella leggerezza che gli permette di non farsi mangiare dal torneo. Anche a Wimbledon, nonostante l’interruzione per oscurità e giornate scombinate, il romano ha trovato un suo equilibrio: “La routine qua non è difficile averla perché sono molto vicino al circolo, quindi ceniamo quasi tutti i giorni a casa. Vengono amici, viene Edoardo (Bove n.d.c.), viene gente con cui sto bene. Ci divertiamo, facciamo dei giochi a casa. Ora siamo fissati con ‘chi indovina la canzone’. Guardiamo il Mondiale, finiamo di guardare le partite se ci sono”. Poi la chiosa più cobolliana possibile: “L’unica routine che c’è è che mi finisco una vaschetta di gelato al giorno. E i gusti sono sempre gli stessi”.
Con Khachanov poi, Cobolli ha chiuso con 14 ace, due in più del russo. Il servizio, già indicato a Parigi come uno dei colpi su cui stava lavorando di più, sta diventando un appoggio reale. “Stiamo lavorando tanto tutti i giorni, ci prendiamo del tempo e questa cosa funziona”, ha detto. “Ho visto che a lui dava fastidio il mio servizio perché non capiva dove poi la palla andava a finire. Questa credo sia la mia qualità più grande sul servizio. La percentuale è ancora bassa, ma ho una buona seconda e questo mi aiuta”.
La frase finale, però, è quella che apre una nuova fase del torneo. Nei primi turni Cobolli aveva parlato di sopravvivenza. Di necessità di stare dentro le partite, adattarsi all’erba, capire come muoversi. Ora, per lui, quella fase è superata: “Già da oggi mi trovo molto bene in campo. Quindi quella fase è finita. È iniziata quella dove bisogna, come dico io, cafuddare (siciliano per dire “buttarsi a capofitto” n.d.c.). Devi esprimere quello che sai fare”.
E forse è proprio questo il punto. Cobolli non è più soltanto uno che resiste. È uno che adesso vuole comandare. “Mi sento benissimo dal punto di vista tennistico. sono tranquillo. Non voglio dire che inizia il vero torneo, perché non voglio sminuire gli altri giocatori, però per me inizia il torneo dove ho bisogno di altre risposte”.
