PREMIUM Cobolli, la sindrome del favorito e le scelte da ripensare

Come a Wimbledon anche ad Umago, Flavio ha individuato il problema: gioca peggio quando sente di dover vincere. La sconfitta con Burruchaga e i dubbi sulla programmazione: aveva davvero senso tornare sulla terra prima dello swing sul cemento americano?

Di Carlo Galati
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ROLAND GARROS 2026 Flavio Cobolli (ITA) Photo © Ray Giubilo

Avete presente quella strana sensazione di deja-vu? Quel sovrapporsi nella mente di più istanti che sembrano già esser stati vissuti, ma che per uno strano motivo non riesci mai a capire se lo siano stati davvero oppure no. In questo caso, la certezza che siano esistiti davvero c’è. Ed è più reale del re, visto il contesto. 

A distanza di pochi giorni, le parole pronunciate da Flavio Cobolli sembrano quasi sovrapporsi. Da Wimbledon ad Umago, dall’Inghilterra alla Croazia, da uno Slam ad un 250. Cambia il torneo, la superficie e la dimensione dell’appuntamento, ma il concetto resta lo stesso: quando entra in campo da favorito, qualcosa si inceppa.

Era accaduto a Wimbledon, dopo il quarto di finale perso con Arthur Fery. Cobolli si era presentato in conferenza stampa deluso, consapevole di avere lasciato sul campo un’occasione importante. Probabilmente gestisco ancora in maniera sbagliata le partite in cui mi vedo favorito, o in cui tutti vedono favorito me, aveva ammesso. Una situazione nuova per un giocatore che, fino a pochi mesi prima, era abituato soprattutto a inseguire, sorprendere e ribaltare pronostici.

A Umago il concetto è tornato, ancora più esplicitoÈ evidente che sto avendo qualche problema quando parto da favorito, non lo nego. Cobolli ha spiegato come, pur senza sottovalutare razionalmente l’avversario, il suo inconscio finisca per suggerirgli un obbligo: Cavolo, sei il favorito, devi vincere per forza.

Il tema centrale e reale è che Flavio ha avuto il merito di individuarlo senza cercare scorciatoie. Il tennis contemporaneo non concede partite semplici, neppure a un numero nove del mondo contro un giocatore fuori dai primi cento. “Un top ten deve giocare al meglio per riuscire a battere anche un giocatore che si trova fuori dai primi cento”, ha osservato con lucidità.

La similitudine tra le due conferenze stampa, però, finisce qui. Perché perdere da favorito in un quarto di finale di Wimbledon non è la stessa cosa che uscire al primo turno di un ATP 250 nel quale si è la prima testa di serie.

Umago non è Wimbledon

A Londra Cobolli aveva eguagliato il quarto di finale dello scorso anno perso con Djokovic, dopo lo straordinario percorso di Parigi, che lo ha visto soccombere solo in finale. Aveva giocato per due settimane, affrontato pressioni nuove e conquistato il best ranking di numero nove del mondo. La sconfitta con Fery bruciava, ma restava inserita dentro un torneo di altissimo livello.

Lo aveva riconosciuto anche Flavio: “Arrivare a essere favorito nei quarti di finale di un Grande Slam è comunque motivo di orgoglio. Trovarmi nella posizione di favorito in un quarto di finale Slam mi suona ancora strano”. E aveva aggiunto una frase che, riletta oggi, assume un peso ancora maggiore: Ho soltanto bisogno di riposare molto e magari di concedermi un po’ di svago.

Invece, pochi giorni dopo, Cobolli è tornato in campo sulla terra di Umago. Ha perso nettamente contro l’argentino Roman Andras Burruchaga, discreto faticatore della terra battuta, in una partita nella quale non è mai riuscito a esprimere il proprio livello. C’erano un raffreddore, qualche notte trascorsa male e un fastidio nella zona dello psoas, ma è stato lo stesso Flavio a escludere qualsiasi alibi: “Naturalmente non ho perso per questo motivo. Oggi lui ha meritato e ha giocato meglio di me”.

L’onestà dell’analisi non risolve però la questione principale: perché andare a Umago?

Cobolli ama il torneo croato. Lo considera quasi un appuntamento di casa, per la vicinanza geografica e per il legame della sua famiglia con quei luoghi. “Questo torneo e questa partita significano molto per me”, ha spiegato. È una motivazione umana, comprensibile e perfino bella. Ma Flavio non è più soltanto il giocatore che sceglie un torneo perché gli è caro. È il numero nove del mondo, la prima testa di serie, uno dei tennisti chiamati a programmare ogni passaggio della stagione in funzione degli obiettivi più importanti.

Ragionare da top ten significa anche rinunciare. Significa comprendere che non tutti i tornei ai quali si è affezionati rappresentano, in ogni momento della carriera, la scelta migliore.

La programmazione deve cambiare insieme alla classifica

Cobolli arrivava da due Slam vissuti da protagonista, carichi di partite, tensioni, aspettative e inevitabili tossine. Dopo Wimbledon avrebbe avuto bisogno di recuperare fisicamente e mentalmente, lavorando con calma in vista della stagione sul cemento nordamericano.

La scelta di tornare sulla terra ha invece aggiunto una doppia transizione: dall’erba alla terra e, immediatamente dopo, dalla terra al cemento. Un passaggio che, alla luce delle sue stesse parole sulla necessità di riposare, appare difficile da comprendere.

Non si tratta di condannare una sconfitta al primo turno. Può accadere a chiunque, soprattutto contro avversari che arrivano senza nulla da perdere. Il punto è evitare di raccogliere energie negative in un momento nel quale il corpo e la testa avevano già chiesto una pausa.

Dopo Umago, Cobolli ha ripetuto: “Adesso mi prenderò qualche giorno di pausa per ricaricarmi in vista della tournée americana. Ne ho davvero molto bisogno”Che poi è esattamente ciò che avrebbe probabilmente dovuto fare dopo Wimbledon.

Flavio ha talento, personalità e una capacità di competere che lo hanno portato tra i primi dieci del mondo; la finale di Parigi e il quarto di finale di Wimbledon non sono episodi isolati, ma la dimostrazione di ciò che può diventare. Proprio per questo, però, la programmazione deve crescere insieme a lui.

Non può più essere quella di un giocatore che cerca punti e occasioni ovunque, ma deve diventare quella di un top ten che seleziona i tornei, protegge il proprio corpo e costruisce i picchi di forma nei momenti decisivi. La scelta di giocare a Umago, per quanto sostenuta da motivazioni affettive, resta a nostro modo di vedere sbagliata.

Ora è tempo di fermarsi davvero. Di recuperare, allenarsi sul cemento e preparare uno swing americano che conduce fino allo US Open, dove Cobolli può avere le carte per essere ancora protagonista.

La gestione delle partite da favorito sarà il prossimo passaggio della sua crescita, come lui stesso ha riconosciuto, ma prima ancora servirà imparare a scegliere quando giocare. Sta a Flavio e al suo team trasformare, poi, la classifica raggiunta non soltanto in un numero, ma in una nuova maniera di pensare la stagione, nella consapevolezza che essere grandi significa dover e saper scegliere. Nella vita e nel tennis.

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