Il trionfo di Linda Noskova a Wimbledon non è solo un trofeo alzato al cielo, ma la conclusione finale di immensi sacrifici e rinunce da parte dei genitori per vedere la figlia brillare. All’indomani dell’incredibile successo sui celebri prati inglesi, giunto per di più al termine di una finale tutta ceca, il padre Drahos Nosek si è aperto ai microfoni del media nazionale iSport. Dalle estreme difficoltà quotidiane, che talvolta si traducevano nella drammatica incertezza di riuscire a mettere un piatto a tavola per la cena, fino all’apoteosi londinese: quella che emerge è una narrazione profonda, commovente, in cui si mescolano le gioie del presente e i fantasmi di un passato in cui il conto in banca era perennemente in rosso. Una determinazione feroce, la loro, alimentata fin dall’inizio dalle parole del primissimo maestro di tennis di Linda, il quale garantiva senza mezzi termini che un talento del genere non gli era mai capitato di vederlo. Oggi, a ventun anni, quella convinzione è diventata realtà, consacrando Noskova tra le grandi protagoniste di questa disciplina.
Noskova, dal nulla sui tetti di Wimbledon
Essere etichettato improvvisamente come ‘il padre della campionessa di Wimbledon‘ fa un effetto strano, quasi surreale per un uomo abituato a stare dietro le quinte. Drahos commenta questo traguardo inimmaginabile così: “Io… sinceramente non lo so nemmeno. Non riesco a descriverlo. Non avrei mai pensato di vivere una cosa simile nella mia vita”. Eppure, il seme della grandezza era lì fin dall’inizio, pronto a germogliare: “Ma, come si dice, ce l’ha dentro di sé”, prosegue Nosek con orgoglio, tornando con la mente ai primissimi passi di Linda nel tennis. “Il signor Pavelka, che l’ha allenata agli inizi e le ha dato tantissimo, ripeteva sempre di non aver mai avuto tra le mani una ragazza come lei. Le spiegava una cosa da fare, lei la eseguiva subito e non c’era bisogno di ripetergliela una seconda volta”. Alla domanda su come abbia affrontato le montagne russe emotive di quel match, la risposta del padre è un condensato di ironia e sollievo: “Sono sopravvissuto”, ammette concedendosi una liberatoria risata. Tuttavia, la cieca fiducia nelle capacità della sua ragazza non ha mai vacillato un istante. Analizzando lucidamente l’incontro, poi, aggiunge: “Ha iniziato male al servizio, ma poi si è ripresa. Alla fine la partita si è decisa soprattutto lì, e lei è stata un po’ migliore”. Ma il padre di Linda non manca di tessere le lodi dell’avversaria, Karolina Muchova: “È fantastica. Ha un comportamento esemplare, è una grandissima sportiva. Viene da una famiglia di sportivi e lei è una ragazza splendida. In campo c’erano le due migliori tenniste sotto ogni aspetto, non soltanto dal punto di vista del gioco”. Questa grande sportività si è riflessa anche fuori dal campo, nel bellissimo incontro a fine match con il padre di Karolina, Josef Muchov, ex calciatore professionista. Un confronto tra due uomini che sanno cosa significhi lo sport di alto livello, per il quale Drahos spende parole al miele: “È una persona straordinaria! Un uomo eccezionale, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Se avesse vinto Karolina, mi sarei congratulato con lui con tutto il cuore. È la cosa più normale del mondo”. Ma è quando i riflettori del Centre Court si spengono e si guarda indietro, agli albori di questa avventura, che la storia di Linda Noskova assume i contorni di un’epopea di fatica e riscatto sociale. I ricordi delle origini difficili sono ancora nitidi e taglienti nella mente del genitore: “Mio Dio, ci si potrebbe scrivere un libro. Siamo partiti dal nulla e siamo arrivati fino in cima”, rivela Drahos. “Quando abbiamo iniziato, praticamente non avevamo né da mangiare né un posto dove vivere. Io e mia moglie avevamo divorziato dai nostri precedenti matrimoni, avevamo lasciato tutti i nostri beni agli ex coniugi ed eravamo ripartiti da zero”.
I debiti e gli allenamenti sulla neve: ecco come è iniziata
La nascita di Linda, in quel contesto disastrato, ha richiesto sforzi disumani ai due genitori: “Quando è nata, ogni mese ero in rosso di tremila corone. Mia moglie non aveva nulla, io lavoravo come capostazione e raccoglievo perfino il ferro vecchio per riuscire a sopravvivere”. Un lungo e buio tunnel che ha trovato uno spiraglio di luce solo in seguito a un grave lutto familiare: “La situazione è migliorata soltanto dopo la morte dei miei genitori: vendemmo la loro casa e con quei soldi saldai i debiti. Finalmente potemmo comprare almeno un’automobile e cominciare a vivere un po’ meglio. Fino ad allora, lavorando nelle ferrovie, almeno viaggiavo gratis per portarla ai tornei. Così andavamo a Praga in treno e dormivamo tutti e quattro in stazione spendendo appena cinquecento corone. Ricordo che lì giocava la figlia di un poliziotto e poi la nostra Linda. Tutti gli altri avevano padri benestanti che pagavano ogni cosa e madri che li accompagnavano ovunque. Quello che abbiamo fatto noi due… è stato durissimo. Abbiamo davvero toccato il fondo pur di darle questa opportunità”. Drahos Nosek custodisce ricordi scolpiti nella fatica, come quella volta in cui, dopo aver accompagnato Linda a scuola in un rigido giorno di marzo, si trovò a fare i conti con venti centimetri di neve fresca. L’ostacolo meteorologico non fu sufficiente a fermarli: “Passai quattro ore a spalare un campo da tennis in un piccolo paese sperduto”. La ricompensa per quel lavoro massacrante arrivò all’una del pomeriggio, quando padre e figlia si ritrovarono ad allenarsi soli e circondati dai cumuli bianchi. “Facevamo così, semplicemente”, ricorda Drahos con una punta di fierezza: “E Linda, in tutta la sua vita, non mi ha mai detto una sola volta che non aveva voglia di allenarsi”. Prima dei grandi maestri e delle accademie, infatti, c’è stato un primissimo, improvvisato allenatore: Drahos stesso. Avvicinatosi al tennis in tarda età e da totale autodidatta – con una dinamica che lui stesso paragona ironicamente al ping pong – decise di prendere il patentino da allenatore di base per poter alimentare i sogni della figlia. Il passaggio di consegne in panchina, tuttavia, avvenne in modo a dir poco traumatico per l’orgoglio paterno. Ridendo di gusto, Nosek racconta l’inevitabile epilogo della sua carriera da coach: “Poi, quando lei ne aveva tredici, entrò in campo, prese la racchetta con la mano sinistra nonostante sia destrimane e mi rifilò un 6-0”. Di fronte a una tale dimostrazione di superiorità anagrafica e tecnica, la resa del padre fu tanto teatrale quanto definitiva: “A quel punto spaccai la racchetta e le dissi: Tesoro mio, con te ho finito”.
La morte della madre
Una scommessa, quella sul talento della ragazza, su cui la famiglia ha puntato tutto senza alcuna rete di salvataggio. “Io e mia moglie abbiamo dato il cento per cento”, confessa Nosek. Per un lustro abbondante, ben cinque o sei anni, la coppia ha dedicato letteralmente ogni singola risorsa alla carriera della giovane tennista. “Ancora oggi mi vengono i brividi a pensarci, perché mia moglie si è sacrificata completamente per lei. Mi dispiace immensamente che oggi non sia qui con noi. Ma purtroppo la vita è anche questo”. Ivana, la madre di Linda, è infatti tragicamente scomparsa due anni fa, a causa di un cancro, ironia della sorte proprio a ridosso di Wimbledon. Un lutto devastante che ha messo a dura prova l’equilibrio di Drahos: “Non è stato facile. Perdere mia moglie e trovare la forza di andare avanti non è stato semplice”, ammette con disarmante onestà. “Ma Linda è stata una delle ragioni che mi hanno tenuto in vita”.
Il primo coach Pavelka e il ruolo di Melanie Molitor
Se il supporto incondizionato è arrivato dalle mura domestiche, la vera e propria forgiatura tecnica del talento porta la firma di Jarda Pavelka, il primo storico coach. Ottantenne, con un passato da minatore, ha impresso nella ragazza la sacralità del sudore, portando avanti una filosofia diametralmente opposta a quella imperante in molti circoli odierni. Il giudizio di Drahos sui colleghi più giovani è infatti molto netto: “Quando oggi vado a vedere allenarsi mia nipote e osservo questi allenatori moderni, credo che il signor Pavelka, mi si passi l’espressione, li ammazzerebbe tutti”. Lì dove oggi si scambiano cento palline in un’ora perdendosi tra chiacchiere e scherzi, il vecchio maestro ne rovesciava in campo trecento o quattrocento pescando ininterrottamente dal cesto, dettando un ritmo marziale. Un regime fatto di allenamenti durissimi che ha dato i suoi frutti. “Noi genitori abbiamo fatto il primo passo, poi sono arrivati gli allenatori e il resto è storia. Alla fine, però, la cosa più importante non siamo stati noi: quel qualcosa doveva esserci dentro di lei. Altrimenti non sarebbe stato possibile”. Nel mosaico della crescita di Linda c’è stato spazio anche per figure di risonanza mondiale, come Melanie Molitor, madre e storica allenatrice di Martina Hingis. Tuttavia, Nosek ridimensiona l’impatto prettamente tecnico di questa collaborazione: “Tutti parlano di Melanie Molitor perché è un nome prestigioso, ma dal punto di vista tecnico Linda l’ha costruita Pavelka”. L’eredità inestimabile della signora Molitor si è rivelata preziosa sotto un altro aspetto altrettanto vitale: l’assoluta professionalità. Un concetto insegnato a suon di regole ferree, come accadde quando Ivana e Linda si presentarono in campo con appena tre minuti di ritardo. La reazione dell’allenatrice fu implacabile: “Ci disse che, se fosse successo ancora, non ci sarebbe stato più bisogno di tornare in Svizzera da lei”. Un approccio severissimo che ha lasciato però un’impronta indelebile nella ragazza e nella famiglia: “Ci ha insegnato che il tennis di alto livello è un lavoro durissimo e che non lo si può prendere alla leggera”.
