Serena Williams aveva trovato una parola elegante per evitare l’addio. Non ritiro, ma “evoluzione”. Era il 2022 e sembrava la maniera più personale possibile per chiudere una carriera irripetibile. Quattro anni dopo è tornata a Wimbledon, perdendo da Maya Joint soltanto al terzo set. Perché le sorelle Williams hanno trascorso una vita intera a spostare i confini e persino gli addii, per loro, sembrano regole scritte per gli altri. La storia recente però dice altro.
Venus Williams, invece, non ha avuto bisogno di tornare perché non se n’è mai andata davvero. Ha continuato a provarci tra problemi fisici, lunghe pause e wild card ricevute anche nel 2026, sostenuta da una passione che a 46 anni merita ammirazione. Il problema è che il campo, giudice privo di memoria e riconoscenza, sta restituendo ormai ad ogni partita una sentenza, tutte sempre più difficile da ignorare.
Dodici sconfitte e numeri che non mentono
Al primo turno del WTA 500 di Washington, Anastasia Potapova ha battuto Venus 6-3 6-3 in un’ora e quindici minuti. Venus Williams era anche salita sul 3-2 nel primo set, prima di subire sette giochi consecutivi e perdere definitivamente contatto con l’incontro.
La prima di servizio resta un colpo capace di ricordare la campionessa che è stata: Venus ha conquistato il 78% dei punti quando è riuscita a metterla in campo. Dietro la seconda, però, la percentuale è precipitata al 24%. Ancora più significativo lo zero nella casella delle palle break procurate, accompagnato da nove vincenti e 19 errori gratuiti.
Si tratta della dodicesima sconfitta consecutiva in singolare. Nel 2026 Venus ha un bilancio di nove partite perse su nove e ha conquistato appena quattro dei 22 set disputati e se una sconfitta può essere un inciampo, due possono essere un incidente, tre un momento di forma non eccezionale, dodici iniziano a rappresentare una tendenza.
Quella notte contro Stearns
La striscia negativa è cominciata proprio dopo la notte che, un anno fa, sembrava avere riaperto ogni possibilità. Sullo stesso campo di Washington, Venus superò Peyton Stearns 6-3 6-4, diventando a 45 anni la seconda tennista più anziana capace di vincere un incontro nel circuito maggiore dopo Martina Navratilova.
Non fu una concessione romantica né un’esibizione mascherata; Williams batté una giocatrice di 22 anni più giovane e allora numero 35 del mondo, dimostrando di poter ancora produrre una prestazione autenticamente competitiva. Anche recentemente, a Bad Homburg contro Begu, era arrivata a servire per il match prima di perdere al tie-break del terzo set.
Sono lampi che spiegano perché Venus continui a crederci. Eppure, un anno e dodici sconfitte dopo Washington 2025, quella vittoria contro Stearns appare sempre più come una splendida eccezione e sempre meno come una promessa.
Il miracolo di una sera può sì meritare un’altra possibilità, ma non può diventare una cambiale da incassare all’infinito.
Il problema non è Venus Williams
Nessuno può stabilire quando una leggenda debba smettere. Venus non deve dimostrare altro al tennis e tutto ciò che accade oggi non può sottrarre nulla ai sette Slam, alle cinque vittorie a Wimbledon e a una carriera che ha cambiato il modo di giocare, guardare e raccontare il tennis femminile.
Se scendere in campo continua a renderla felice, ha ogni diritto di farlo. Una wild card, tuttavia, non è un diritto acquisito: è una scelta del torneo. Venus porta pubblico, attenzione televisiva, sponsor e un valore mediatico che quasi nessun’altra tennista può garantire. Anche questo conta, perché lo sport professionistico è competizione ma pure spettacolo.
Ogni invito, però, occupa il posto che avrebbe potuto ricevere una giovane, una giocatrice di casa o un’atleta impegnata a ricostruire la propria classifica. La domanda, dunque, non va rivolta tanto a Venus Williams quanto agli organizzatori: fino a quale punto l’omaggio a una campionessa può prevalere sulla valutazione sportiva?
Il doppio rappresenta un discorso differente. Il campo da coprire è minore e qualità come esperienza, tocco e lettura del gioco possono ancora compensare ciò che il tempo ha inevitabilmente tolto. Il singolare, invece, espone senza protezioni la mobilità, la capacità di recupero e la continuità fisica.
Serena come specchio
Il recente rientro di Serena offre un termine di paragone inevitabile. Dopo quasi quattro anni senza disputare un incontro di singolare, la minore delle Williams ha portato Maya Joint al terzo set a Wimbledon, perdendo 6-3 6-7(6) 6-3. Una sola partita non basta per parlare di ritorno compiuto, ma ha mostrato almeno l’esistenza di un filo competitivo al quale aggrapparsi.
A Washington, quel filo Venus non è riuscita a trovarlo. Non significa che debba annunciare il ritiro, organizzare una cerimonia o concedere al tennis l’addio perfetto che il tennis vorrebbe. Anche Venus, come Serena, non deve nulla a questo sport.
Forse, però, adesso è il circuito a doverle qualcosa di diverso: la lucidità di capire che rispettare una leggenda significa anche sapere quando l’applauso non debba più essere automaticamente accompagnato da un posto in tabellone.
La questione non è se le sorelle Williams abbiano ancora il diritto di giocare. Certo che lo hanno. La questione è se quelle wild card servano ancora al tennis o soltanto alla difficoltà che il tennis, quello femminile, ha nel salutarle definitivamente. Per il bene di tutti.
