Chi poteva immaginare che la spaventosa dimostrazione di talento e determinazione impartita da John McEnroe al resto del mondo tennistico nel 1984, con solo tre sconfitte subite, i titoli di Wimbledon e Flushing Meadows e, ai primi di gennaio 1985, quello del Masters, vinti con facilità impressionante, sarebbe stata, anziché l’inizio di una monarchia assoluta (il mancino americano avrebbe compiuto 26 anni poco dopo il successo nella manifestazione dei migliori otto), il punto di partenza del lungo declino del genio di New York?
Certo McEnroe seppe riprendersi e tornare fino alla quarta posizione mondiale, ma nei tornei major non partecipò più nemmeno a una finale; rimase uno dei più divertenti e attesi dal pubblico di ogni evento, ma i nuovi bombardieri, Lendl e Becker sopra tutti, smisero progressivamente di aver paura di lui. La linea discendente di Mac si accavallò a quella, quasi interminabile, di Jimmy Connors, e l’America si trovò improvvisamente senza grandi protagonisti da spendere nelle ultime giornate delle manifestazioni più importanti.
La crisi del tennis USA nella seconda metà degli anni Ottanta
Si iniziò a parlare di crisi della superpotenza che arrivò in quegli anni ad avere quasi la metà dei top 100; nel 1986 prende la scena Tim Wilkison, un onesto racchettatore vicitore di sei titoli in carriera, che allo US Open è l’ultimo alfiere di casa. Al terzo turno supera Yannik Noah al quinto set aggredendolo con coraggio leonino; subito diventa Rambo Wilkison, un soprannome che ai quei tempi non si negava a chiunque si cimentasse con un livello di ardimento sufficiente a mascherare qualche lacuna tecnica.
Rambo, detto anche Doctor Dirt per la terra che si accumulava sui suoi panni candidi dopo ogni tuffo a rete, insudiciandoli e rendendoli così testimonianza vivida del suo audace stile di gioco, trova la strada dei quarti, dove però dall’altra parte della rete lo aspetta Stefan Edberg, che con un triplice 6-3 spegne le luci sulla fugace apparizione di Tim tra i grandi.
Tempi duri, dai quali il tennis USA si riscatta presto con una pittoresca triade di ragazzi dal sangue misto: il cinesino Michael Chang, l’iraniano Andre Agassi e il greco Petros Sampras. I tre, insieme con Jim Courier, riscattano presto le ambasce della racchetta a stelle e striscie, rinnovandone i fasti e se possibile portandoli a vette ancora superiori. Chang mette fine al digiuno yankee negli Slam dopo il 1984 di McEnroe e in particolare al Roland Garros, che non vedeva un americano vincitore a Parigi dal 1955, con Tony Trabert.
Michael è il più giovane dei quattro, ha 17 anni ma non si ripeterà più a quei livelli, pur rimanendo a lungo tra i migliori. Tocca poi a Jim Courier, più potente e dal dritto anomalo e devastante: quattro titoli major, due in Australia e due in Francia agli inizi dell’ultimo decennio del secolo. Quegli anni sono però decisivi per il delinearsi della vera rivalità dell’ultimo scorcio di millennio, quella tra il Greco e l’Iraniano.
Il Pistolero Tranquillo
Pete Sampras giunge al suo compleanno numero 55 e la sua parabola ci appare del tutto peculiare nel suo talento straordinario che si è accompagnato a un atteggiamento sempre dentro le righe, tranquillo ed educato, sebbene mai troppo cerimonioso verso chi riusciva a superarlo sul campo. Non ha mai nascosto il fastidio nei confronti della sconfitta e il suo carattere ombroso gli ha sottratto forse qualche soddisfazione agli albori della sua carriera tra i grandi.
Il ragazzo del Maryland ha dato presto segnali di essere titolare di un estro unico: nel 1988 a Detroit supera il top ten Tim Mayotte, ma nel fatidico Slam parigino del 1989 è la seconda vittima di Michelino Chang. Sul Campo Centrale il suo tennis elegante ma inconcludente sul lento rosso francese viene dissanguato dai colpi di sbarramento dell’americano dai tratti orientali, che scive 6-1 6-1 6-1. Il telecronista RAI arriva a commentare: “se questa è la speranza americana…”.
Sul clay più rapido dei nostri giorni Pete avrebbe oggi molte più opportunità per ben figurare e almeno arivare in finale, traguardo da lui mai raggiunto al Bois De Boulogne; il ragazzo ingoia la figuraccia mentre ormai Agassi è una star da milioni di follower ante litteram dopo la semifinale dell’anno precedente sempre in Francia, con Wilander. Andre è anche fashion setter, con in suoi pantaloncini di Jeans e i colori fluo nella casacca, da vero rivoluzionario punk.
A Pete tutto questo cinema non dà emozioni; a lui non interessa null’altro che il suo gioco. Si è accostato a Lendl per scoprire i segreti del robot cecoslovacco, che lo ospita nel Connecticut e lo sfinisce di allenamenti massacranti che gli rendono difficile persino rientrare in casa e portarsi in camera. L’astro nascente apprende che la ricetta del successo è sempre la stessa, il lavoro, e riceve questo insegnamento da uno dei più maniacali e perfezionisti giocatori che mai si erano visti fino ad allora. Così facendo Sampras comincia il 1990, l’anno che lo porterà a compiere le 19 primavere.
US Open 1990
Mentre tutti parlano di Agassi e dei suoi risultati altalenanti, rimproverandogli di pensare più al marketing che al tennis, Sampras progredisce piano ma ineluttabilmente; cresce per gradi ma è inarrestabile. Il rovescio bimane dei tempi junior è in soffitta, vicino a quello di Edberg, altro proprietario di un backhand sublime, e Pete cede in semifinale a Ivan a Milano, in febbraio.
Poche settimane dopo giunge il primo titolo, a Philadelphia; batte anche Agassi, approfittando del ritiro di Andre. Solleva la coppa anche a Manchester, ma a Londra cade con il neozelandese Christo Van Rensburg, tennista con un solo polmone ma grande insidia sui prati. A Flushing Meadow è già testa di serie numero 12.
Sampras giunge ai quarti cedendo soltanto un set, ma il tabellone ora prevede lui, il suo mentore: Ivan Lendl. Contro la leggenda, il vincitore dal 1985 al 1987 e finalista ininterrottamente dal 1982, Pete vince i primi due set; Ivan ritorna in parità con la sua classe immensa, ma il giovanotto è impassibile e vince il decider per distacco: 6-2.
E’ una sorpresa per tanti, probabilmente non per l’occhio lungo di Lendl (e di Rino Tommasi, che pronostica proprio Sampras in cinque); in semifinale McEnroe fa quello che può ma non ha più nelle gambe le risorse per opporsi al ritmo infernale di Pistol Pete, mentre nel settimo match del suo torneo è proprio Agassi ad arrendersi, perdendo da favorito, è numero 4 del ranking e del seeding, per 6-4 6-3 6-2.
Il personaggio
Il nostro direttore cattura il nuovo eroe del tennis fresco di primo titolo Slam in una intervista che sancisce una volta di più la sua educazione, il suo sorriso cordiale e la sua determinazione. Da lì in poi sarà il protagonista di una rivalità durissima e divertente, molto diversa da quella, polemica al limite dello scontro fisico tra John e Jimmy. Gli sponsor li amano e la Nike inventa la partita tra le strade, con i due che agganciano la rete e palleggiano, provocando un traffic jam assurdo ed esilarante.
I due si rispettano ma sono lontani anni luce per atteggiamento verso la professione, per abitudini, per meticolosità; Sampras è il bravo ragazzo, Agassi è il ragazzaccio salvato dal tennis. Lendl, glaciale nel suo umorismo terribile e definitivo, richiesto di una opinione a proposito dei due, risponde: “se avreste un figlio, lo vorreste come Pete o come Andre?”. La risposta rimane sulle labbra del campione, ma nessuno nutre dubbi sul prescelto.
Agassi prende in giro Pete, sulla sua biografia “Open” ridicolizza il fatto che all’uscita da un locale dia una mancia ridicola al ragazzo del parcheggio; si prende gioco della sua dullness, ma Sampras non ha, nemmeno in questo caso, bisogno di commentare.
Sampras ha semplicemente dedicato ogni energia alla definizione del proprio tennis per giungere esattamente dove è giunto. Ha lasciato parlare la sua racchetta, sentendosi intimamente il migliore e fidandosi di questa sensazione per oltrepassare ogni tipo di polemica e provocazione. E’ stato in silenzio durante la sua cariera e anche dopo, in questo staccandosi dal suo aio di Ostrava, che negli anni ha saputo accostarsi ai nuovi mezzi di informazione interattivi, smettendo progressivamente la maschera che in gioventù gli valse il soprannome di Buster Keaton.
E’ difficile immaginarsi un grande campione che non twitti, che non ricordi le proprie vittorie o non mostri squarci del proprio privato alla platea sterminata che ha saputo raccogliere. Nemmeno Sampras non si sottrae infatti ma, parere personale, la naturalezza delle sue mosse sul court davvero non traspare
Carriera
Dai quarti di New York 1990 agli ottavi di Wimbledon 2001, dalla entusiasmente vittoria da diciannovenne sul numero uno del mondo in cinque set alla tremenda sconfitta, da numero 6 del computer ma da prima testa di serie, contro un altro diciannovenne, Roger Federer, il suo erede. Questa è idealmente la sostanza della sua storia nel circuito, volendo cercare due momenti significativi come primo capitolo ed epilogo.
In questo lasso di tempo 13 titoli Slam, compresi 7 Wimbledon, come Wiliam Renshaw, che però si avvaleva dei privilegi del Challenge Round, cinque Masters e 63 titoli complessivi, conditi da 286 settimane al vertice della graduatoria ATP, terzo alle spalle di Novak Djokovic e Roger Federer. E lo sbalorditivo record di 14-4 nelle finali major, dato che ribalta l’8-11 di Lendl, soprattutto se ammiriamo il 7-0 raccolto negli atti conclusivi a Church Road.
I record
A 24 anni dal suo ritiro, dei record di Pistol Pete non rimane più nulla; ogni numero o quasi è stato arrotondato dal trio dei cannibali che hanno monopolizzato il ventennio successivo. Probabilmente Sampras non se lo immaginava nemmeno lontanamente, o almeno non così presto, ma altrettanto probabilmente, pur sapendolo non avrebbe cambiato le sue decisioni.
Aveva già fatto tutto quello che voleva quando iniziò la sua avventura, non c’erano più gli stimoli per continuare a sacrificarsi, ai suoi occhi non c’era null’altro da dimostrare, nessun traguardo che gli avrebbe dato maggio gloria. Forse, se avesse vissuto ai tempi delle spietate battaglie dei Big Three, avrebbe avuto qualche stimolo in più per continuare; anche perché, sempre parere personale, con la sua feroce determinazione da Pistolero Tranquillo, sarebbe stato a loro vicinissimo, più di ogni altro e capace di ammannire agli stessi diversi dispiaceri.
O forse no. Un record in fondo né Roger né Rafa glielo hanno sottratto, e ben dificilmente ci riuscirà Novak: i tioli di Sampras sono in effetti 64, e gli Slam 14. L’ultimo arriva nel 2002, a settembre, nella finale di New York: ancora Agassi, sempre lui, e lo score è 6-3 6-4 5-7 6-4. Spettacolo incredibile, Pete chiude con una volée di rovescio, esulta e abbraccia un sorridente Agassi.
E’ la fine di una grandissima rivalità e, nessuno lo immagina, di una grandissima carriera. Sampras chiude in maniera straordinaria, con un alloro Slam; il re è sazio, i record passano ma i ricordi dei suoi colpi incantevoli e dei match con con Becker, Edberg o Rafter, quelli non stingeranno mai. Auguri, Pistolero Tranquillo.
