Adriano Panatta e l’arte di massacrare chi vince ma annoia

“Murray n.1? Che tristezza!”. Nel grido barbaro di Adriano Panatta il povero Andy Murray passa per noioso e pallettaro, ma sono in pochi a dire quello che pensano senza concessioni al politicamente corretto

Adriano Panatta e l’arte di massacrare chi vince ma annoia

Ci sono giornalisti che nel dare giudizi si attengono strettamente ai risultati del momento, così se Djokovic è in fase involutiva e ha vinto solo Toronto dopo il Roland Garros ne registrano il calo e s’interrogano sul suo futuro. Ci sono altri opinionisti che cercano di avere una visione più ampia e nel commentare un risultato fanno comunque riferimento alla stagione del giocatore, per cui Nole ha solo bisogno di ricaricare le batterie e con un Murray così l’anno prossimo ne vedremo delle belle. Poi c’è Adriano Panatta, uno che quando giocava batteva due volte al Roland Garros Bjorn Borg, vinceva la Coppa dei Moschettieri nel 1976 e poi se ne andava in Sardegna tutta l’estate e “Se vi va bene così ok, altrimenti ok lo stesso perché me vojo divertì”. Uno che quando era capitano non giocatore di Coppa Davis nel ’96 un bel giorno prende da parte Andrea Gaudenzi e Diego Nargiso e gli fa: “Mo’ il doppio lo giocate voi due” e questi sembrano i Pietrangeli-Sirola degli Anni ’90. L’anno dopo chiama Omar Camporese che neanche più si ricordava che giocava a tennis (e anche benino) – era precipitato al n.156 ATP – e questo a Pesaro annichilisce il fresco finalista dell’Australian Open Carlos Moya. Ebbene Panattone porta l’Italia per il secondo anno di fila l’Italietta in semifinale di Coppa Davis e poi litiga al calor bianco con la Federazione e ciao a tutti. Uno che quando guardi gli Slam su Eurosport e te lo ritrovi al commento tecnico, quando il match è un signor match gli vorresti dire: “Adrià, mo bbasta!” e quando il match diventa inguardabile torneresti da lui in ginocchio: “Adrià te prego, pensaci te!”.

Adriano Panatta, potevamo aspettarci un commento “tranquillo” da uno così per celebrare il nuovo numero 1 del mondo Andy Murray? Che tristezza”, dice ai microfoni di “Non è un paese per vecchi”, su Rai Radio2. “Che tristezza”, ripete con un tono funereo come se avessero eletto come miglior giocatrice alla battuta Sara Errani. “E’ un pallettaro tremendo”. Poi una piccola pausa per far sedimentare il messaggio, prima di tornare alla carica: “E’ un pallettaro”.

Ma è il n.1, Adriano, se ci è arrivato ci sarà un motivo!
Sì è perchè gli altri… Djokovic si è messo col guru, ma dimmi te… ha problemi psicologici” e giù fiele anche su Nole. Sarebbe bello ora entrare nel personaggio Panatta, tracciarne una fenomenologia che solo quelli come lui (ma ce n’è un altro come lui?) meritano. Solo che non basterebbe un articolo, ci vorrebbe un trattato, appunto. Allora spostiamo il focus dal personaggio al contenuto della critica. Non tanto per dire se è giusta o sbagliata, quanto per sottolinearne l’opportunità. Murray n.1? Che tristezza”. Apriti cielo. Ma come diamine si permette? Andy è stato un grandissimo giocatore che ha avuto la sola sfortuna di giocare nella stessa epoca di Federer, Nadal e Djokovic. In altre parole, si è trovato a competere contro 43 Slam (17 di Roger, 14 di Rafa e 12 di Novak), è sempre stato additato come il corpo estraneo dei Fab Four, anche quando ha vinto il primo Slam, anche quando ha vinto Wimbledon con la pressione di un popolo addosso. In moltissime altre decadi sarebbe stato il n.1 del mondo a lungo già da un pezzo e invece di scoraggiarsi è sempre andato avanti con una determinazione granitica fino a raggiungere la vetta del ranking. Ora ha anche vinto il suo primo Master dopo aver travolto in finale quel Djokovic che voleva riprendersi la vetta. Che doveva fare di più?

Se glielo domandassimo, Adriano risponderebbe più o meno così: “Ah sì? E che me frega? Mi annoia a morte. Non posso vederlo n.1! Amo il tennis, voglio vedere dei giocatori che fanno vincenti, non dei maratoneti che non sbagliano mai e alla fine sbaglia sempre l’altro. D’accordo, Andy è encomiabile, un esempio per tutti, ma io mi voglio divertire, non cerco esempi e belle storie, cerco bei colpi, spettacolo, vincenti. Avete capito? Vin-cen-ti! Quando fai un gran punto chiudendo a rete con una volèe da paura, quando giochi un rovescio da lasciare tutti di stucco a dire: ‘Guarda che ha fatto!’ Sai che ci faccio con chi corre da una parte all’altra del campo senza sbagliare mai, recuperando l’impossibile, fino a quando arriva l’errore dell’avversario? Io voglio vedere la bellezza del tennis. Voglio Federer, voglio Monfils, voglio Dolgopolov!  Il numero 1 è Murray? Complimenti, ma è la riprova che il tennis è diventato atletismo e regolarità. Vincono i robot, io voglio quelli che giocano bene“.

Lo odiate, Adriano Panatta? Certo, lui è un Federiano doc (“Roger lo guardo anche quando palleggia”), i tifosi degli altri tre hanno tutto il diritto di mandarlo al diavolo, ma vivaddio finalmente qualcuno che dice la sua senza timori di fare i complimenti al nuovo numero 1 del mondo. In un tennis così abbottonato, abbiamo bisogno di chi se ne frega del politicamente corretto, delle frasi di rito e di tutto il resto che già sappiamo. Meno male che c’è ancora qualcuno che parla senza peli sulla lingua, che dice quello che pensa e basta. Quando finiranno tutte le rivalità dei Fab Four, quando attraverseremo l’epoca della transizione, non potremo fare a meno dei funamboli. Sia in campo che in cabina di commento. Tra due o tre estati, non stare troppo in Sardegna, Adriano!

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