A ‘Tennis Time’ è tempo di ascoltare Renzo Furlan; l’ex numero 19 del ranking (nel 1996), ospite di Riccardo Bisti nel suo podcast, affronta in un’ora circa di botta e risposta temi di attualità tennistica inframmezzati da ricordi, aneddoti e considerazioni su come l’esperienza di tennista e le relazioni con i coach della Federazione, uno su tutti Riccardo Piatti, abbia plasmato il suo avvicinamento alla carriera di allenatore e ai suoi allievi, tra cui ovviamente Jasmine Paolini e ora Luca Nardi.
L’ex top 20 veneto introduce l’argomento del suo nuovo pupillo smontando il luogo comune del ragazzo talentuoso ma troppo restio ad allontanarsi dalla sua Pesaro. Riconosce di essere rimasto colpito dal suo essere “molto competitivo e deciso ad allenarsi” e propone il suo punto di vista riguardo alla necessità di abbandonare il proprio ambiente, cercando di contestualizzare la propria esperienza, quella di un ragazzo di 14 anni che abbandona il paese di Cimetta di Codogné.
L’esperienza di Riano
“Per me” – ricorsa Furlan – “fu utilissimo; mi recai a Riano e grazie a quella scelta sono diventato un tennista professionista. I tempi erano diversi, si andava a scuola e Roma era molto meno caotica di oggi, quasi a dimensione d’uomo. Oggi probabilmente in un college ci si allenerebbe di più, la scuola sarebbe magari online, insomma tutto sarebbe più esasperato ed è certo meglio iniziare più tardi dell’età in cui iniziai io”. Per Furlan la prima cosa è conoscersi e delineare quale sia la strada più adatta a Nardi per il salto di qualità che il suo talento può permettere di raggiungere.
Dopo aver elogiato Riccardo Piatti, coach di una vita all’interno della Federazione e al di fuori presso il Circolo “Le Pleiadi” di Moncalieri e fondamentale nella sua seconda vita tennistica di allenatore (“se ho bisogno di un consiglio o un punto di vista diverso lo chiamo ancora oggi”), Furlan, incalzato da Bisti, ricorda il periodo della Coppa Davis, quando si ritrasse non gradendo il clima non molto pacifico all’interno dello spogliatoio quando i protagonisti si chiamavano Cané e Nargiso e il capitano era Adriano Panatta.
La Coppa Davis e il rapporto con Panatta
Renzo parla con grande ammirazione del campione romano: “Andammo a cena insieme, lui chiese la mia opinione sulla questione della Coppa Davis, io gliela diedi e lui l’accettò, ma mi disse una frase che ancora ho scolpita nella mente: per essere un giocatore completo devi prenderti la responsabilità di giocare in Davis. Adriano aveva ragione, era un grande capitano, sapeva capire ogni momento del match e aveva carisma”.
Furlan riconosce i meriti di Panatta e di Bertolucci, a sua volta sulla sedia che fu anche di Pietrangeli in una sfida in Svezia nel 1997 in cui il tennista veneto sconfisse Enqvist al quinto set con Paolo che sul 4-4 al quinto gli disse “Vince chi ha testa e palle, e tu in questo oggi sei imbattibile”, ma riferisce anche di non sentirsi adatto per il ruolo. “E’ una poltrona che non mi si confà perché credo che un selezionatore non possa incidere più di tanto, e io non saprei come incidere con uno come Jannik Sinner”.
Il Sistema Italia e il ruolo della Federazione
Furlan dice la sua anche sul grande momento dell’Italia e lo fa partendo dall’esperienza di Tirrenia, cui prese parte in un progetto che seguiva i tennisti più promettenti dai 14 ai 18 anni. Ci furono buoni risultati ma allora mancò il sostegno nella fase immediatamente successiva. Renzo riconosce la visione strategica dei vertici federali, che trasformarono il Centro in un fornitore di servizi, tramutandolo appunto in un sostegno delle attività tecniche decentrate che hanno permesso ai giovani di allenarsi nel loro ambiente naturale.
La nascita di molti eventi sul territorio nazionale, unita al progetto “campi veloci” per permettere una crescita tecnica più completa e maggiormente orientata alla realtà internazionale, ha permesso, secondo Furlan, ai giovani talenti di cimentarsi nell’agonismo con continuità, creando i presupposti per la crescita di una mentalità orientata ai risultati, di una fiducia nell’ambiente stesso che ha aiutato il movimento. In questo si sono incastonato alcune gemme di valore eccezionale e Furlan cita Sinner e Musetti senza però dimenticare i risultati di Berrettini e l’emergere di Cobolli, Arnaldi e Darderi.
Schiavone e Paolini
Furlan parla poi dei suoi successi con Schiavone e Paolini e lo fa con correttezza e realismo piuttosto che con accomodata modestia, riconoscendo i meriti di tutti, e quindi anche i propri, e descrivendoli con i termini e i tempi della crescita giorno per giorno, dei progressi che finiscono per rendere quasi normali alcuni traguardi clamorosi.
“Jasmine mi ha colpito per il timing sulla pallina, per le doti fisiche eccezionali e per l’incredibile motivazione: con queste caratteristiche secondo me diventa impossibile calcolare il potenziale di un’atleta. Nel 2023 riesce, pur esausta, ad entrare tra le prime 30 e le dico: a questo punto non esistono più limiti, andiamo avanti un po’ alla volta e vediamo. Con la vittoria a Dubai ho capito che certe vette prima impensabili potevano essere raggiunte”.
La rottura tra Alcaraz e Ferrero
Le ultime riflessioni del coach veneto sono dedicate alla rottura tra Carlos Alcaraz e Juan-Carlos Ferrero. Anche qui Furlan evita di esprimere giudizi e comprende la delusione del tecnico ed ex numero uno del mondo, considerando, e lui lo sa bene, che il rapporto professionale nel tempo diventa anche affettivo e una rottura fulminea come quella del sodalizio iberico non può non avere strascichi personali. “Però bisogna andare avanti, come direi che con personalità è riuscito a fare Alcaraz, che ha vinto Melbourne e Doha”.
