Il mondo del tennis è sempre alla ricerca di giovani talenti che puntano a trovare spazio nel circuito che conta. Il passaggio dal circuito junior a quello professionistico non è mai facile e non tutti reagiscono alla stessa maniera o rispettano le promesse da giovani. Ogni anno, l’ATP con le Next Gen ATP Finals punta i riflettori sulle promesse del futuro. Se alcuni under 21 hanno già conquistato il loro spazio come Fonseca, Mensik e Tien, altri stanno cercando ancora il loro spazio. Tra i giovani talenti da attenzionare, riportati anche dal nostro Pellegrino Dell’Anno nel focus sui migliori under 20 del tennis, vi è l’elvetico Henry Bernet. Il giovane svizzero trionfatore dell’Australian Open Junior 2025 si sta confrontando con il complicato salto dai circuiti minori verso i grandi palcoscenici e durante il Roma Garden Open abbiamo colto l’occasione per intervistarlo.
Le difficoltà di Bernet nel passaggio dal circuito junior a quello Challenger
Per molti giovani atleti, il passaggio dal circuito giovanile a quello professionistico rappresenta una vera e propria prova del fuoco. Per Henry Bernet, il giovane e potente giocatore svizzero noto per la sua imponente statura e il classico rovescio a una mano, la sfida primaria è caratterizzata della resistenza fisica. “La più grande differenza è soprattutto dal punto di vista fisico, l’intensità è più alta… o meglio non è tanto una intensità molto più alta, ma il fatto che sia costantemente alta, ogni volta. Mi sembra che a livello junior ci si possa permettere più alti e bassi, mentre tra i professionisti non è proprio possibile. Devi essere sempre pronto e penso che ci sia semplicemente più carico sul corpo. E ci vuole tempo per portare il corpo a quel livello e mi sembra che sia un processo più lungo, quindi ci vuole comunque tempo.”
Ma non solo aspetto fisico. Anche l’aspetto tattico e mentale richiede un adattamento costante: “E poi dal punto di vista tennistico è simile, devi davvero essere concentrato la maggior parte delle volte, devi davvero capire quando puoi calmarti, rilassarti un po’ e poi tornare ‘in modalità attiva‘. E penso che questa sia la parte difficile perché non puoi davvero essere ‘acceso‘ ogni momento dell’intero incontro. Perché altrimenti, insomma, è così duro mentalmente mantenere la concentrazione sempre alta per tutta la partita e penso che questa sia la sfida più grande.“
In un circuito in cui non puoi permetterti dei momenti di down, Bernet concorda sul fatto che la differenza risieda nei dettagli. E nella capacità di gestire i momenti chiave: “Credo che siano tanti piccoli dettagli a fare la differenza. Penso che se riesci a mandare un colpo in più in campo o a essere un po’ più veloce in quel momento, sei già un passo più vicino dal vincere il punto, dal vincere la partita. Sembra che alcune piccole cose possano fare un’enorme differenza nell’intera partita.” Un ruolo centrale è giocato anche dalla fiducia: “Ci sono partite in cui pensi di non poter vincere e invece vinci, e allora hai ancora più fiducia e inizi a giocare meglio. Il tennis è pazzesco e penso che tu debba semplicemente darti ogni giorno le migliori possibilità“.
Questa consapevolzza porta con sé l’accettazione dei propri limiti: “Penso che questa sia anche una parte difficile per i giovani perché – o almeno per me lo era – vuoi sempre dare il meglio e giocare al meglio, ma la realtà non è così. Devi capire quali sono i tuoi punti di forza. Lavorare su quelli e poi anche sui tuoi punti deboli. Poi partire da lì per migliorare, ma non puoi giocare ogni giorno la tua partita migliore. E penso che questa sia anche una parte con cui ho faticato e con cui molti altri giocatori più giovani stanno lottando.”
Un compleanno da ricordare
L’ingresso di Bernet sotto i riflettori sarà difficile da dimenticare per il giovane svizzero. Dato che il giorno del suo diciottesimo compleanno, si è aggiudicato l’Australian Open junior. Un debutto che lo stesso Bernet ammette difficile da immaginare in maniera migliore: “In quel momento proprio non me lo aspettavo. Perché, inoltre, ero infortunato in quel periodo e sono stato vicino a ritirarmi dal torneo. E poi, in qualche modo, tutto si è risolto per il meglio e ho vinto il torneo proprio il giorno del mio compleanno, il che è stato davvero speciale e bello.”
Un successo che mantiene il suo valore. Nonostante gli intoppi fisici che lo ha attanagliato nel periodo successi: “Dopo ho dovuto rimanere fermo per un po’, quindi se ci ripenso, penso che comunque ne sia valsa la pena, andare avanti e dare il massimo all’Australian Open. Ma poi, come detto, c’è stata anche un lungo stop e sento che forse avrei dovuto fare alcune cose in modo diverso.”
Australia che Bernet ha ritrovato dodici mesi dopo, giocando le qualificazioni dell’Australian Open. Stesso luogo, diverse emozioni: “Davvero impressionante perché, da un lato c’erano molte somiglianze, ma dall’altro c’erano anche molte differenze: c’erano giocatori come Zverev che mi passavano accanto ogni giorno, o anche vedere Alcaraz e Djokovic più o meno ogni giorno è stato come sentirsi in un film o qualcosa del genere.” Uno scenario da sogno, per un tennista che sa che c’è ancora molto su cui lavorare:” C’è ancora molta strada da fare in classifica. Sono stato davvero grato di aver avuto la possibilità di giocare lì nelle qualificazioni del torneo maschile. Ma sento che devo ancora concentrarmi sul mio lavoro, sul mio gioco e su tutto il resto per ottenere anche più costanza. Perché credo ancora che ci siano molte cose su cui devo lavorare e poi, spero, un giorno ci arriverò.“
Le aspettative del mondo esterno come fonte di motivazione
Riguardo alle aspettative che lo indicano come uno dei talenti più promettenti del panorama elvetico e mondiale, non sente il peso delle pressioni esterne: “Per me è una motivazione enorme perché a volte dopo una sconfitta è difficile ritrovare la motivazione per lavorare e tutto il resto. E questo genere di cosa aiuta, perché non si tratta solo di credere in se stessi. Quando anche gli altri credono in te, le cose diventano più facili.“
E la presenza di un team solido diventa un fattore chiave: “Quando le cose non vanno bene ti chiedi cosa sta andando storto? Ma quando hai persone al tuo fianco, che ti spronano sempre e ti dicono che andrà tutto bene, tutto diventa più facile. Quindi lo vedo davvero come una motivazione e allo stesso tempo mi concentro molto su me stesso e cerco anche di vivere nella realtà. Perché al momento sono 500° al mondo [503, ndr]. Sono lontano da dove vorrei essere, ma mi concentro davvero torneo dopo torneo e settimana dopo settimana per arrivarci un giorno.”
Aspettative rafforzate dal fatto di essere cresciuto nello stesso club di Roger Federer ed essere uno dei giocatori che gioca il rovescio a una mano come Federer e Wawrinka: “Tutti noi in Svizzera sappiamo quanto fossero bravi Roger e Stan. E per un Paese non proprio grande, non è una cosa del tutto normale. E penso che questo sia semplicemente stato fonte di ispirazione. Gioco il rovescio a una mano proprio grazie a loro. Non posso negarlo. E poi ho iniziato a farlo piuttosto presto, è davvero una motivazione enorme e, inoltre sono grato per ogni aiuto che ricevo da loro e per gli allenamenti che a volte faccio con Stan, ed è davvero bello.”
Il talento di Bernet lo ha portato a esordire anche con la maglia della squadra svizzera in Coppa Davis: “è stata un’esperienza davvero molto bella. Perché nel tennis si tratti più o meno sempre di se stessi e del proprio team , mentre lì si gioca davvero per il proprio Paese e credo che la motivazione a dare il meglio di sé sia ancora più forte. Penso che sia stata una cosa con cui ho fatto un po’ fatica durante la mia prima partita. Credo di aver voluto fare troppo bene, volevo giocare troppo bene e c’era questa enorme aspettativa, non solo per te stesso ma per la squadra e per l’intero Paese. Penso che sia stata un’esperienza molto preziosa perché è qualcosa con cui i giovani non si confrontano sempre al meglio. Quindi è stato fantastico”
Bernet giocatore e la vita fuori dal campo
Descrivendo il proprio stile di gioco, Bernet non si focalizza solo sul suo rovescio a una mano ma mette in luce la sua natura offensiva: “Direi che cerco sempre di giocare in modo aggressivo. Cerco di usare di più il dritto perché penso che il dritto sia l’arma principale del mio gioco. Anche dall’angolo del rovescio, mi piace girarmi e giocare il dritto da lì. E poi cerco anche di venire a rete quando ne ho la possibilità. Quindi direi che gioco…mi piace difendere, mi piace essere aggressivo, mi piace andare a rete e penso di avere forse più variazione rispetto ad altri”. E sul servizio aggiunge: “Inoltre sono piuttosto alto, quindi direi che il mio servizio al momento non è ancora il punto di forza principale. Ma lavoro ogni giorno per renderlo una grande arma”.
Infine, Henry descrive la sua vita lontano dal rettangolo di gioco con estrema semplicità: “Direi che sono una persona normale, mi piace mangiare e non sempre in modo sano. Cerco di divertirmi con i miei amici ogni volta che ne ho la possibilità. E penso di essere piuttosto bravo a separare il campo dal fuori campo.”
