Il pianto di Jasmine Paolini sulla panchina del Suzanne-Lenglen non può essere liquidato come la semplice reazione a una caviglia che non risponde più. Certo, l’eliminazione al secondo turno del Roland Garros con Solana Sierra nasce lì, nel corpo che si inceppa proprio mentre la partita sembrava scivolare verso una direzione quasi naturale. Jasmine era avanti 6-3 4-2, poi il problema al piede e alla caviglia si è riacceso, l’argentina ha preso campo, la partita si è rovesciata fino al 3-6 6-4 6-3 finale. Una sconfitta dolorosa, figlia anche del medical timeout nel terzo set e di un dolore diventato, con il passare dei game, sempre meno gestibile.
Fermarsi solo all’infortunio sarebbe comodo e forse ingiusto. Perché quella scena, quelle lacrime, quel senso di impotenza raccontano anche altro: raccontano una giocatrice che da settimane sembra rincorrere più che costruire, che gioca senza dare davvero l’impressione di poter entrare nei tornei, incidere, essere padrona o artefice del proprio destina. E nella vita, come nel tennis, non c’è cosa peggiore.
Il dato, nudo e per questo crudele, dice 23 partite giocate, 12 vinte. Forse non può essere definito come un crollo, ma è una zona grigia, che forse è anche peggio. E per una giocatrice che dodici mesi fa era diventata il volto più luminoso del tennis italiano al femminile, questa zona pesa.
Il vuoto dopo Furlan
Inutile girarci troppo attorno: da quando nel suo angolo non c’è più Renzo Furlan, qualcosa si è incrinato. Non subito, non in modo fragoroso, non con una rottura immediatamente visibile. Anzi, dopo quella separazione è arrivata anche la vittoria di Roma, il titolo più importante della carriera, il torneo perfetto davanti al pubblico italiano. Però proprio quel successo può aver tratto in inganno: era ancora dentro l’onda lunga di un lavoro precedente, dentro i riflessi positivi di un rapporto che aveva costruito certezze, abitudini, protezione tecnica e anche umana.
Poi, piano piano, quell’onda si è ritirata, e come succede con le maree al cambiare della luna, quando il mare si ritira si vede meglio cosa resta sulla spiaggia. A Parigi, già lo scorso anno, nel primo vero momento di difficoltà, la sconfitta con Elina Svitolina dopo tre match point non sfruttati aveva lasciato una ferita più profonda del risultato. Quei tre punti avrebbero forse cambiato la stagione. Invece da lì Jasmine non si è più davvero rimessa in carreggiata con la stessa naturalezza.
Anche a Wimbledon, nel match perso al secondo turno con Rakhimova, l’immagine era stata forte: Gaio, Volandri, Garbin, Errani, tutti nel suo angolo, tutti a parlarle, tutti a indicarle una strada. Troppi segnali, troppe voci, troppi sguardi. E lei, in mezzo al campo numero 3 dell’ All England Club, smarrita. Perché il tennis è sì tecnico, tattico, fisico, ma nelle fasi delicate diventa soprattutto linguaggio emotivo, e il suo, quel giornofaceva trasparire tutto. Serve una guida. Serve una presenza. Serve qualcuno che non aggiunga rumore al caos, ma che sappia fare ordine. Ci aveva provato Danilo Pizzorno, affiancando Errani e Gaio: le premesse erano buone, ma sono rimaste tali. Dopo solo qualche mese anche qui è arrivata la separazione.
Il doppio, dopo l’oro, doveva diventare un ricordo meraviglioso
Il secondo punto è il doppio. E qui il discorso non toglie nulla alla bellezza di ciò che Jasmine ha fatto con Sara Errani. L’oro olimpico è stato un capolavoro, uno dei momenti più alti dello sport italiano recente. Proprio per questo, forse, avrebbe dovuto rappresentare anche una chiusura perfetta. Il punto più alto da cui salutare una disciplina che le ha dato tantissimo, ma che oggi rischia di chiederle troppo.
A certi livelli, il doppio non è mai un semplice allenamento. Non lo è nemmeno quando la partita sembra facile, non lo è nemmeno quando si gioca con il sorriso, non lo è nemmeno quando l’intesa è meravigliosa. Competere significa consumare energie, fisiche, certamente, ,a soprattutto mentali e le energie mentali, nel tennis moderno, sono benzina. Quando finiscono, il corpo si irrigidisce, le scelte si fanno meno lucide, la tolleranza alla frustrazione si abbassa. E il malanno fisico è dietro l’angolo.
Per una singolarista di vertice, giocare due competizioni nello stesso torneo significa ridurre gli spazi di recupero, riempire il giorno che dovrebbe essere di riposo, trasformare ogni settimana in una piccola maratona. E il tempo, nel tennis, non perdona. La domanda è semplice: quante giocatrici stabilmente nelle zone alte della classifica giocano il doppio con regolarità? Pochissime. Mirra Andreeva può farlo perché è giovanissima, perché ha una carriera da costruire e perché dal doppio può ancora assorbire strumenti tecnici, resistenza emotiva, gestione del match. Jasmine Paolini no. Lei non deve formarsi attraverso il doppio, ma deve proteggere ciò che ha costruito in singolare.
La scelta di rinunciare al doppio a Parigi, presa per non sovraccaricare il piede e concentrare tutto sul singolare, era quindi corretta, ma arriva dentro un contesto più ampio: forse non deve essere l’eccezione di uno Slam condizionato da un infortunio. Forse deve diventare una linea.
Errani può diventare un’allenatrice, ma Jasmine ha bisogno di un’allenatrice adesso
Il terzo punto è il più delicato, proprio perché riguarda Sara Errani. E va affrontato con rispetto, ma anche con chiarezza: Errani è stata ed è una campionessa straordinaria, una compagna ideale, una figura importante nella rinascita emotiva e tecnica del tennis italiano femminile. Sa di tennis, capisce di tennis, vive di tennis. Ma voler bene a Jasmine significa anche dire che oggi Paolini ha bisogno di un allenatore già completo, non di una figura in divenire.
Non è una bocciatura. È una questione di tempo, di ruolo, di presenza. Errani probabilmente sarà una brava allenatrice, forse anche molto brava, ma nel frattempo continua giustamente a giocare, continua ad avere la propria carriera, i propri impegni, il proprio percorso. Jasmine invece non ha bisogno di sperimentare possibilità. Ha bisogno di certezze.
Serve un progetto tecnico vero, una figura sempre presente, capace di lavorare sulla programmazione, sul corpo, sulla gestione delle settimane, sulla lettura dei momenti difficili. Serve qualcuno che non intacchi la vita privata della giocatrice, ma che sia totalmente all’altezza del compito professionale. Serve una guida che sappia quando parlare e quando tacere, quando spingere e quando proteggere, quando semplificare e quando cambiare. In questo momento, Jasmine sembra avere attorno affetto, competenza diffusa, disponibilità, ma non ancora un centro di gravità.
La cosa più urgente: tornare a sorridere
Poi c’è la summa di tutto, quella che forse conta più di ogni schema tattico: Jasmine deve tornare a sorridere. Non per immagine, non per retorica, non perché Jas debba per forza essere sempre solare, gentile, luminosa. Deve tornare a sorridere perché il suo tennis è nato anche da lì. Dalla leggerezza. Dal paradosso di una giocatrice che sembrava troppo piccola per fare certe cose e invece arrivava ovunque, dal di giocare, correre, inventare, restare dentro punti che sembravano persi.
A Parigi, invece, abbiamo visto un’altra Jasmine. Prima in campo, in lacrime sulla panchina, quando la caviglia non le permetteva più di spingere e il match con Solana Sierra le stava che scivola via. Poi anche dopo, in conferenza stampa, dove ha provato a tenere insieme lucidità e dolore prima di scoppiare nuovamente in lacrime andando via. “Non è facile essere qui adesso, ma non c’è da vergognarsi. La cosa è normale, vuol dire che ci tengo, ma capita. Ovvio che siamo più esposti ma devo anche accettarlo, è chiaro che sia così”.
Parole semplici, quasi nude, che raccontano forse più della partita stessa. Perché dentro quella frase c’è tutto: la vergogna che non deve esserci, l’esposizione che pesa, il bisogno di accettare una fragilità diventata pubblica. E c’è anche la difficoltà di parlare di tennis quando il tennis, in quel momento, è l’ultima cosa che sembra davvero contare. Lo ha spiegato lei stessa, ricostruendo l’origine del problema: “A Roma stavo bene, non avevo fastidio. Poi dopo la partita con Mertens ho chiesto di farmi sbloccare la caviglia, e il fisio non c’è riuscito, non essendo quello il problema. Dopo il match ho iniziato a sentire fastidio, prima niente. Il primo turno di doppio è stato tosto, mi sono dovuta cancellare cercando di recuperare per qua, ed è stato difficile. Tosta parlare di tennis in questo momento”.
È proprio da qui che bisogna ripartire: non solo dalla diagnosi, dagli esami, dai tempi di recupero, ma da quella frase: “Tosta parlare di tennis in questo momento”. Perché quando una giocatrice come Paolini, costruita sulla gioia del gioco e su una spensieratezza diventata quasi un marchio tecnico, arriva a pronunciarla, significa che qualcosa si è appesantito. L’abbiamo vista piangere a Stoccarda, l’abbiamo vista piangere a Parigi. Due volte in pochi mesi, come non l’avevamo vista quasi mai. E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché evidentemente il tennis, a un certo punto, da gioia può diventare peso. Perché quando difendi risultati enormi, finali Slam, aspettative, ruolo, classifica, immagine, ogni partita diventa un esame, dentro un corso di laurea senza fine.
Le finali del Roland Garros e di Wimbledon non sono arrivate per caso, ma non sono arrivate nemmeno soltanto per lavoro, sacrificio e disciplina. Sono arrivate perché Paolini si divertiva, perché stava dentro il campo con coraggio e leggerezza, perché trasformava il limite in energia e il sorriso in arma tattica. Ora quella gioia sembra appannata. E senza quella gioia, il suo tennis perde qualcosa di essenziale.
La caviglia guarirà, si spera presto. Il piede verrà curato, gli esami diranno quanto tempo servirà, ma la vera partita è più complessa e abbraccia tanti aspetti, dentro e fuori il campo: Jasmine deve scegliere cosa togliere, non solo cosa aggiungere. Meno doppio, più singolare. Meno voci, più guida. Meno confusione, più progetto. Meno obbligo, più piacere.
Perché il tennis italiano ha bisogno di Paolini. Ma prima ancora, Paolini ha bisogno di ritrovare Jasmine. La vera Jasmine.
