Quando nel 2022 Serena Williams annunciò il suo ritiro, in pochi nel profondo pensavano potesse essere qualcosa di definitivo, perché non aveva mai chiuso davvero la porta. L’aveva accostata, semmai, scegliendo con cura una parola che oggi suona meno come un congedo e più come una profezia. Non “retirement”, pensione, ritiro, ma “evolution”. Evoluzione.
Lo aveva scritto nell’estate del 2022, prima del suo ultimo ballo agli US Open, quando il tennis le aveva tributato un saluto da leggenda vivente e lei, più che salutare, sembrava prendersi il diritto di decidere un giorno, eventualmente, come e quando tornare. Quel giorno è arrivato. Serena Williams rientra nel circuito WTA a 44 anni, quasi quattro anni dopo l’ultima partita ufficiale, e lo farà sull’erba del Queen’s Club, nel torneo di doppio dell’HSBC Championships, appuntamento londinese che precede Wimbledon e che dal 2025 ha restituito al tennis femminile uno dei palcoscenici più eleganti e simbolici del calendario.
La notizia, attesa da settimane e preceduta da indiscrezioni sempre più insistenti, è ora ufficiale: Serena ha ricevuto una wildcard per il tabellone di doppio del WTA 500 del Queen’s, in programma dall’8 al 14 giugno.
La compagna dovrebbe essere la canadese Victoria Mboko, diciannove anni, una delle giovani più interessanti del circuito, cresciuta anche nel mito della campionessa americana. È un dettaglio tutt’altro che secondario: il ritorno di Serena non avviene accanto alla sorella Venus, come molti avevano immaginato, ma insieme a una ragazza che appartiene alla generazione che Serena ha contribuito a creare. Non solo tecnicamente, ma culturalmente. Mboko, interrogata al Roland Garros prima dell’annuncio, aveva scelto la prudenza: “Se è pronta a tornare alle sue condizioni, spetta solo a lei annunciarlo”. Poi aveva aggiunto una frase che racconta bene la portata dell’evento: “Serena è il mio idolo. Il fatto che lei sappia chi sono è già qualcosa di molto emozionante”.
Dal protocollo antidoping alla suggestione Wimbledon
Il primo segnale concreto era arrivato mesi fa, quando il nome di Serena Williams era ricomparso nel programma antidoping. Per tornare a competere, una giocatrice ritirata deve infatti rientrare nel testing pool e sottoporsi per sei mesi ai controlli, con tutti gli obblighi di reperibilità previsti dal sistema. Un passaggio tecnico, certo, ma anche una dichiarazione d’intenti. Andy Roddick, nel suo podcast Served, lo aveva letto subito così: “Non entri di nuovo nei protocolli antidoping se non vuoi almeno avere l’opzione di tornare”. E infatti l’opzione è diventata scelta.
Serena stessa ha affidato al torneo parole misurate, ma piene di senso: “Il Queen’s mi sembra il posto perfetto per iniziare questo nuovo capitolo. L’erba mi ha regalato alcuni dei momenti più significativi della mia carriera e sono entusiasta di tornare a competere su uno dei palcoscenici più iconici del nostro sport”. Il richiamo a Wimbledon è inevitabile. Perché il Queen’s può essere vista come una parte, ma potrebbe anche una possibile prova generale. Williams ha vinto sette volte Wimbledon in singolare e sei in doppio con Venus. Se il doppio londinese dovesse dare risposte positive, l’ipotesi di vederla ai Championships, magari ancora in doppio o persino in singolare, smetterebbe di essere solo un esercizio nostalgico.
Tumaini Carayol, sul Guardian, ha inquadrato bene il punto: Serena comincia dal doppio, quindi da una formula meno esigente sul piano fisico, ma il calendario dell’erba è breve e Wimbledon inizierà poche settimane dopo. Il margine per un eventuale salto in singolare sarebbe minimo, quasi violento. Eppure con Serena la prudenza è sempre stata una categoria relativa. La sua carriera è stata una continua smentita dei limiti che gli altri le attribuivano: infortuni, maternità, embolia polmonare dopo la nascita di Olympia, ritorni, finali Slam giocate quando molti la consideravano già oltre il punto di non ritorno.
Il mondo del tennis applaude: “È fantastico per lo sport femminile”
La reazione della WTA è stata immediata. Valerie Camillo, presidente della Women’s Tennis Association, ha accolto il rientro con parole da evento globale: “Serena è una delle più grandi atlete di tutti i tempi, con un’eredità che va ben oltre il campo da tennis. Il suo ritorno è espressione della sua passione per la competizione e non vedo l’ora di vederla affrontare una nuova generazione di giocatrici di alto livello”. Poi il passaggio più politico, quasi identitario: “Serena non è solo una grande campionessa. È un’imprenditrice di successo, una sostenitrice delle cause che contano e una delle donne più iconiche al mondo”.
Laura Robson, direttrice del torneo, ha parlato di una presenza capace di dare ulteriore peso alla nuova vita femminile del Queen’s: “Il tennis femminile è tornato storicamente al Queen’s Club lo scorso anno e ora abbiamo un’icona del gioco che rientra in campo in questa sede prestigiosa. È molto emozionante per il torneo e per i tifosi”. Non è solo promozione. Il Queen’s femminile ha bisogno di radici, di memoria e di immagini forti. Serena le porta tutte insieme: il passato, il presente e una domanda sul futuro.
Su The Athletic, Ava Wallace ha raccontato il ritorno come una delle notizie sportive dell’anno, mentre Charlie Eccleshare ha scritto che Williams “trascende il tennis” e che rivederla in campo con le stelle di oggi rende reale una suggestione che fino a poche settimane fa sembrava soltanto ipotetica. L’elenco delle possibili avversarie, da Aryna Sabalenka a Iga Swiatek, da Coco Gauff a Elena Rybakina, apre un immaginario enorme, anche se per ora Serena riparte dal doppio. Matthew Futterman, sempre su The Athletic, ha invece allargato il discorso: Serena e Venus non hanno semplicemente vinto, hanno cambiato il modo in cui il tennis si gioca, si guarda e si abita. Hanno aperto porte che prima sembravano solo socchiuse, o forse nemmeno esistenti.
Le leggende a Parigi: Davenport, Bartoli, Santoro e McEnroe
Il tempismo dell’annuncio ha aggiunto un dettaglio quasi cinematografico: mentre la notizia faceva il giro del mondo, al Roland Garros si radunavano alcune leggende per il Trophée des Légendes. L’Équipe, ha dunque colto la palla al balzo e con Louis Boulay, ha raccolto reazioni che restituiscono tutta la curiosità del circuito. Lindsay Davenport, ex numero 1 del mondo, non si è detta sorpresa dal ritorno dopo il rientro nei controlli antidoping: “Nessuno lo fa se non ha intenzione di tornare. Mi sono detta: mio Dio, lo farà davvero”. Per Davenport, il doppio è una scelta intelligente: permette a Serena di misurare il corpo, la tensione, la risposta alla competizione vera. Perché l’allenamento, anche il più duro, non riproduce mai davvero il match.
Marion Bartoli ha usato parole ancora più emotive: “Sono così felice. Ero assolutamente fan di Serena, anche quando dovevo affrontarla. È sempre stata il mio idolo assoluto”. E poi la previsione: se il servizio resterà vicino ai livelli conosciuti, in doppio Serena potrà ancora essere una cliente pericolosissima. Fabrice Santoro ha insistito proprio su questo aspetto: la velocità negli spostamenti può calare, la resistenza può diventare un’incognita, ma la qualità del colpo e del servizio, in una giocatrice come Serena, non scompare. “Dal primo torneo ci renderemo conto che è ancora una delle cinque migliori battitrici al mondo”, ha detto il francese.
John McEnroe, che nel 2006 tornò a giocare in doppio a 47 anni vincendo subito un titolo, ha chiuso con la frase più da McEnroe possibile: “Non è ringiovanita, certo, ma è Serena Williams. Immagino che torni con l’intenzione di vincere tutto”. E in fondo è proprio qui il punto. Serena non rientra per fare passerella, o almeno sarebbe rischioso pensarlo. Una come lei non ha mai vissuto il campo come un luogo decorativo. Se si rimette in gioco, anche solo in doppio, lo fa perché vuole capire se esiste ancora uno spazio competitivo da occupare.
Più di un ritorno, un test sul tempo
I numeri, da soli, restano quasi imbarazzanti: 23 titoli Slam in singolare, record dell’Era Open; 73 titoli WTA; 319 settimane da numero 1; 39 titoli Major complessivi; quattro ori olimpici; unica giocatrice capace di completare il Career Golden Slam sia in singolare sia in doppio. Serena Williams è stata la misura del tennis femminile per oltre vent’anni, ma stavolta la questione non è solo cosa abbia vinto: è cosa possa ancora rappresentare.
Il suo ritorno apre più domande che risposte. Quanto potrà reggere fisicamente? Il doppio sarà un punto d’arrivo o solo una tappa? Wimbledon è davvero sul tavolo? E il singolare è una suggestione romantica o una possibilità concreta? Nessuno può saperlo adesso. Forse nemmeno lei, fino in fondo, ma Serena ha costruito la propria grandezza anche su questo: spostare il confine del possibile un più in là, proprio quando sembrava già fissato. Certo tutto questo ha un costo e un privilegio con se: la stessa wild card non è stata concessa alla vincitrice del torneo femminile di singolare, Tatjana Maria. Si sa che si nasce tutti uguali, ma qualcuno lo è più degli altri.
Nel 2022 aveva detto di non amare la parola ritiro. Oggi si capisce meglio perché. Serena non torna semplicemente indietro. Prova ad andare avanti in un’altra forma, con un altro corpo, un’altra età, due figlie, una vita più larga del tennis e una generazione intera che nel frattempo è cresciuta guardandola da lontano e ammirandone le gesta, ponendosi però delle domande. Domande che, quando riguardano Serena Williams, il mondo tennis ha imparato ad aspettare. Forse anche troppo, forse solo per il nome che porta.
