Roland Garros, dalla delusione Boisson all’approdo tra le grandi. La nuova calma di Mirra Andreeva

La russa, a 19 anni, appare più concreta e solida che mai. E sabato giocherà da favorita la sua prima finale Slam, un anno dopo la delusione più grande della giovane carriera

Di Pellegrino Dell'Anno
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Mirra Andreeva - Roland Garros 2026 (x @rolandgarros) (2)

Mirra Andreeva è arrivata. Forse un po’ più tardi del previsto, ma ormai non ci si può più nascondere. A 19 anni giocherà la prima finale Slam della carriera. Dopo aver vinto in scioltezza, con grandissimi meriti, che superano le colpe di un’imperfetta Marta Kostyuk, la russa può guardarsi in modo diverso. Può acquisire maggiore consapevolezza in ciò che fa, avanzare a testa alta verso il risultato più importante della carriera. L’impronta di Conchita Martinez, che ha fatto finale qui nel 2000, ha un effetto sempre più chiaro. Il tennis, infatti, non è mai mancato a Mirra.

Nel 2023, appena 16enne, raggiunse gli ottavi di Wimbledon. E nel 2024 ha fatto meglio, con la semifinale a Parigi. La sconfitta con Paolini, di pura esperienza e gestione mentale impeccabile della partita da parte dell’azzurra, fu un chiaro segnale che le cose andassero cambiate sotto certi punti di vista. Andreeva tirava a tutta su ogni colpo, rischi continui e raramente giustificati. Perdendo anche fin troppo facilmente le staffe, come sarebbe diritto di qualsiasi teenager. Durante questo Roland Garros ha saputo ritrovare la calma. Ed inserirla nel suo gioco.

La grande delusione di Andreeva

Inevitabilmente una grande delusione, un importante stop per la russa, c’era stato al Roland Garros del 2025. Aveva perso ai quarti di finale, sorprendendo il mondo, contro la wildcard francese Lois Boisson. Che era fuori dalle prime 350 del mondo. Con tanti errori, senza riuscire a nascondere la frustrazione, anche nel corso della stagione. Da lì l’involuzione verso la fine del 2025 era stata clamorosa: Andreeva aveva infatti vinto due 1000 già a marzo, trionfando anche ad Indian Wells, senza però riuscire a qualificarsi direttamente alle WTA Finals. Rientrando solo come riserva. Un classico caso di implosione di una giovane stella.

Ci vuole tempo, calma, per gestire questi cambi di vita. Iniziare a vincere, giocando benissimo sul campo del tennis, cambia il proprio microcosmo in tutti gli aspetti più minimi. Specie per una ragazza con la storia di Andreeva. Nasce in Siberia, per la precisione a Siberia, a Krasnojarsk, centro industriale sul fiume Enisej e nodo di comunicazione ferroviario sulla Transiberiana. Lì inizia a giocare a tennis, saltando gli scalini della crescita a pie’ pari, diventando presto un volto noto, e esordendo da professionista addirittura a 15 anni. Ciò vuol dire vivere l’adolescenza, una fase fondamentale della vita, dello sviluppo, già con tanti riflettori puntati addosso, con l’etichetta della predestinata. E questo raramente è un bene. Si ripercuote in improvvisi blackout, come l’anno scorso con Boisson. O in un inizio di 2026 non indimenticabile.

Una seconda mamma

La differenza possono farla le piccole cose. Andreeva è nata il 29 aprile del 2007, è diventata maggiorenne nel bel mezzo del torneo di Madrid. Riuscendo per sua fortuna a giocare il giorno precedente, quello prima del grande blackout, il più grave della storia della Spagna (qui trovate un racconto di prima mano dalla pancia della Caja Magica e dalle strade della città). Ciò vuol dire non poter godersi nei modi comuni di tanti altri teenager uno dei compleanni più importanti. Lì, una grande coach sa fare la differenza. E Conchita Martinez risponde in pieno a questa qualifica.

L’ex n.2 del mondo sa benissimo che a Mirra c’è poco da insegnare da un punto di vista strettamente tennistico. Il lavoro va fatto in altri termini, lavorando sulla sua tenuta mentale, specie sui palcoscenici più importanti. Soprattutto quando ha iniziato a diventare un nome a cui prestare attenzione. Alla spagnola si era aggiunta una psicologa ad inizio 2025, per lavorare su routine e atteggiamento. E i frutti stanno iniziando decisamente ad arrivare. Anche perché già nel marzo dello scorso anno, alla vigilia della finale di Indian Wells, Conchita era stata quasi premonitrice: “Non ha limiti. Se rimane paziente, non brucia le tappe, continua a imparare senza voler affrettare le cose, può diventare una grande giocatrice. Ma, come le ripeto sempre, deve tenere i piedi per terra. Finché ci sarò io, non voglio che si monti la testa”.

Sì, trovare limiti in Andreeva, una volta che avrà dimenticato del tutto le crisi con sé stessa, è difficile. I colpi da fondo campo sono dei migliori, in perfetto ossequio alla scuola russa. Profondi, pesanti, poche lacune. Il servizio è sicuramente migliorabile, ma a 19 anni i margini sono davvero ampi. E le dichiarazioni arrivate dopo la semifinale fanno capire come la rotta sia quella giusta: “Ero molto focalizzata sul piano tattico che abbiamo preparato con Conchita, sulla mia mentalità, su ogni piccolo dettaglio. A un certo punto vedevo persino i peletti sulla palla quando servivo o durante gli scambi”. Un’iperbole? Probabile, ma disegna il contorno di un’attenzione estrema ai dettagli. Qualcosa di nuovo.

Andreeva: il momento giusto

Un classico, negativo, di Andreeva, era il nervosismo estremo in alcune situazioni. Quando subiva break, specie avanti nel punteggio, e rischiava di perdere il vantaggio, spesso finiva per incartarsi e giocare male. Oggi ha dimostrato che anche quel tipo di problemi sono stati in qualche modo risolti, tenendo a distanza Kostyuk, la miglior giocatrice su terra in questa stagione. Due anni dopo la prima semifinale Slam, persa qui nel 2024 contro Paolini, la maturità avvolge a pieno la figura della siberiana: “Adesso mi sembra di essermi avvicinata, sto diventando più grande, un po’ più matura a ogni partita che gioco, con un po’ più di esperienza. Ora riesco ad approcciare ogni match in modo diverso e a concentrarmi davvero sull’avversaria che devo affrontare”.

Sabato, contro Chwalinska, Andreeva sarà nettamente favorita. La polacca è una favola, da lei già un paio di anni ci si aspetta un risultato di spicco. Ma in ogni caso, vincendo, sarebbe la terza campionessa Slam più giovane di questo secolo. Dietro solo all’altra siberiana, la più grande, Maria Sharapova (17 anni e 76 giorni a Wimbledon 2004) ed Emma Raducanu (18 anni e 302 giorni allo US Open 2021). Mirra ha 19 anni e 39 giorni, è già più avanti da questo punto di vista. E rispetto alla sua connazionale e al miracolo britannico, non è una sorpresa assoluta, non casca dal cielo.

Ma le aspettative che spesso l’hanno frenata, ora quasi danno una carica diversa. Quasi basta giocare ad Uno, tra i suoi riti preferiti nel post partita, e pensarci senza carichi d’ansia eccessivi. Ritornare bambina fuori dal campo, stando dentro da giocatrice assolutamente matura durante le partite. E accarezzare concretamente il primo Slam. Comunque vada questa finale del Roland Garros, è indubbio che Mirra Andreeva sia riuscita a trovare la giusta quadra per portare la sua carriera tra le grandi, definitivamente. Non solo come stella del futuro. “Ogni cosa c’ha il suo tempo, chi ha pazienza ne uscirà. Vado avanti e non ci penso, questo inverno passerà”. Cantava Emis Killa in uno dei pezzi più celebri del rap italiano dello scorso decennio. La pazienza, la calma, hanno fatto scogliere qualche neve ingombrante in Andreeva. Per quanto l’inverno in Siberia sia tremendo e lungo. A Parigi, sabato, potrebbe portare lei l’estate.

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