Dubito che siano al corrente del fatto che da diversi anni a fine stagione, per gioco e senza mai prendermi sul serio, scrivo un articolo di profezie sull’anno che verrà sotto le mentite spoglie del Mago Ubaldo, ma oggi tre colleghi di varie nazionalità e testate sono venuti a chiedermi se pensassi che Flavio Cobolli potesse vincere la finale del Roland Garros contro il grande favorito Sasha Zverev. Forse qualcuno sperava che per farci un titolo del tipo “la stampa italiana crede in Cobolli” io dicessi che Flavio sarebbe stato il terzo italiano a vincere al Bois de Boulogne.
A qualcuno ho invece risposto cercando, sulle prime, di cavarmela con una mezza spiritosaggine: “Il Roland Garros è stato vinto da due romani, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta. Flavio Cobolli è il terzo romano che arriva a giocare qui una finale. Un proverbio italiano dice che non c’è due senza tre!”.
Ma quando poi mi si chiedeva anche un’opinione un po’ più tecnica, qualcosa dovevo pur dire. E allora, dopo una brutta finale femminile a senso unico – ma alla Chwalinska non si poteva davvero chiedere più di quel miracolo che aveva fatto a raggiungerla uscendo dalle qualificazioni, troppo più solida la Andreeva (anche se sugli spalti il tifo non era per lei e le bandiere erano soltanto polacche…per legge) – la sola cosa di cui mi sentivo sicuro di garantire era che la finale maschile sarebbe stata migliore. Quanto più incerta… impossibile garantirlo.
Perché non lo fosse occorrerebbe che Cobolli si presentasse così terribilmente emozionato, quasi paralizzato dalla paura e dalla tensione, all’appuntamento sullo Chatrier (ore 15, su Discovery Channel, Eurosport e in chiaro sul 9) con la sua prima finale Slam, e contro un avversario che sia pur senza averne vinta una ne ha già giocate tre.
Per come lo conosco, romano de Roma (nonostante la nascita fiorentina che contribuisce a rendermelo ancora più simpatico) Flavio mi è sempre parso sufficientemente sfrontato e sicuro di sé da non dover patire più che una modesta e controllabile emozione.
I primi game (e il primo set) saranno estremamente importanti – anche se mai come gli ultimi!…avrebbe detto Catalano, il filosofo delle trasmissioni di Arbore – perché daranno subito il segnale della condizione psicologica dell’uno e dell’altro.
Secondo me Cobolli ha una prima dote essenziale, fondamentale: crede di poter vincere. Non ci credesse, lui e il suo clan, non vincerebbe. La fiducia nei propri mezzi è assolutamente necessaria. Se non si è anche un tantino presuntuosi non si va da nessuna parte (anche a costo di apparire antipatici, talvolta). Poi, e penso al mio concittadino Matteo Renzi, bisognerebbe anche avere l’umiltà di non esagerare. Combinare presunzione e umiltà è una delle operazioni umane più difficili da mettere insieme.
Cobolli non esagererà, però aveva ragione di poter obiettare a suo padre che non gli pronosticava un avvenire oltre il trentesimo posto ATP, che invece poteva anche farcela a entrare tra i top-10, settimo italiano di sempre, e pure conn un bell’anticipo su quasi tutti gli altri.
Cioè Sinner e Musetti esclusi, perché Panatta, Barazzutti, Fognini, Berrettini al fatidico ingresso ci sono arrivati dopo… e idem anche Pietrangeli che viene dimenticato dalla generazione del terzo millennio solo perché ai suoi tempi il computer dell’ATP non c’era ancora a certificarlo, ma fra i primi 10 del mondo c’era di sicuro, anche contando i professionisti della troupe di Kramer.
Molti oggi dicono di non farsi illusioni sul conto delle chance di Cobolli perché osservano che lui è appena entrato tra i top-ten – anzi ancora non c’è…c’entra lunedì – e deve affrontare un giocatore che da anni è un top-five, spesso un numero due o un numero tre del mondo.
Uno, il tedesco, che arriva sempre o quasi in fondo e che perde ormai abitualmente da Sinner (9 volte di fila) e da Alcaraz (4 delle ultime 5) che sono due extraterrestri, ma batte regolarmente tutti gli altri, salvo pochissimi inciampi. L’anno scorso Zverev ha vinto un solo torneo, perché altrove si imbatteva sempre in quei due.
Non si può dar torto a chi sostiene che un pronostico sensato non può essere altro che favorevole al tedesco.
Però il presupposto è discutibile.
E lo è perché Cobolli, cinque anni di meno, è prima di tutto un giovane in indiscutibile ascesa. Sotto tutti i profili. Tecnica, personalità, fiducia, risultati. E poi perché se si giocasse di più e soltanto prevalentemente sulla terra rossa la sua classifica sarebbe sicuramente migliore.
Sulla terra rossa secondo me Cobolli vale un top-5. Vale cioè più di Auger Aliassime (e lo ha appena dimostrato, eppure il canadese sarà n.4 lunedì), più di Shelton, più de Minaur, più di Fritz, più di Medvedev (qui con un minimo dubbio) e più di Bublik, che sono i top-ten di oggi.
Vale più anche del Djokovic di oggi sulla terra rossa? Su questo non metto la mano sul fuoco. Magari due set su tre prenderei Djokovic, ma tre su cinque e con il serbo che gioca così pochi tornei prenderei Cobolli.
In conclusione, se si dice che Sinner e Alcaraz appartengono a un altro livello e che subito sotto c’è Zverev …almeno fino a che non tornerà sui suoi migliori livelli Musetti (come gli auguro…), fra i top 5 io ci metto Ruud e Cobolli.
Ecco perché sottolineare oggi che Cobolli è top-ten, può risultare ingannevole nel momento in cui si presenta la finale del Roland Garros come una sfida del n.10 al n.2 del seeding. Non ci sono otto posti di gap fra i due.
E io non credo, inoltre, che fra Zverev e Cobolli ci sia lo stesso divario che c’è fra il duo Sinner-Alcaraz e Zverev.
Quindi se i margini sono un tantino più risicati, c’è spazio per sperare in una vittoria – comunque sorprendente, va bene – dell’italiano.
Che cosa deve succedere perché la sorpresa si verifichi, oltre a una buonissima giornata di Flavio e a una giornata mediocre di Sasha?
1) Beh, che Sasha non serva il 75/76% di prime palle come ha fatto con Mensik. Perché con uno come il tedesco che batte anche a 220/230 km l’ora e sempre o quasi sopra i 200, diventa difficile strappargli la battuta a meno che lui concentri una serie di seconde palle in uno o più game.
2) Che Cobolli non faccia tutti gli errori da junior fatti dall’ottimo Mensik (che ha più talento di Cobolli, serve meglio e gioca meglio a rete…sia chiaro che le qualità di Mensik sono indiscutibili, anche se oggi denuncia tutta la inesperienza dei suoi 20 anni) nel caso sapesse procurarsi analoghe opportunità di break come quelle capitate al ceco nel primo set (tre palle per il 5-3 …)
3) Che Cobolli allunghi gli scambi più che può per poter eventualmente approfittare di una tenuta alla distanza che non è sempre stata ineccepibile per il tedesco. Quando due anni fa perse al quinto con Alcaraz fu lo stesso Zverev a dire che avrebbe dovuto lavorare di più per non sentirsi in calo fisico dopo le due ore e mezzo/tre di gioco. Vero che non fa più il caldo umido assurdo della prima settimana di questo torneo, tuttavia a 30 si può accusare la fatica più che a 24 (e dopo diverse ore di riposo in più).
4) Che Cobolli sia in buona giornata per quanto riguarda la sensibilità della sua mano. La palla corta, con un tennista che gioca così dietro alla riga di fondo come il tedesco, è un’arma importantissima. Ha anche un importante effetto piscologico. Il tennista che la subisce quasi sempre si innervosisce, dà la colpa anche alla propria posizione troppo arretrata (se voluta). Uno Zverev nervoso diventa più vulnerabile, sia al servizio (anche se non fa più i doppi falli di una volta, come nel 2020 con Thiem) sia nel suo colpo più ballerino, il dritto.
5) Riuscire a tenere il punteggio in equilibrio – e Zverev con i nervi tesi – è importantissimo. Perché Zverev è il tipico front-runner (salvo che a rimontarlo sia un Alcaraz…) e se vincessi il sorteggio preferirei battere per primo anche se fossi abituato a scegliere invece di rispondere. Si batte più tranquilli quando si è sul 5 pari piuttosto che si è sotto 4-5 o 5-6.
6) Il kick di servizio che Cobolli gioca abitualmente e con grande efficacia da sinistra, nei punti dispari forse potrebbe rivelarsi meno efficace del solito con Zverev che di rovescio gioca certamente meglio che di dritto-e gode anche di lunghe leve – motivo per cui potrebbe rivelarsi più importanti il servizio ad uscire da destra, sui punti pari. Vero però che Zverev spesso stecca più facilmente palle alte e non troppo veloci che quelle velocissime. Come tutti quelli che hanno un colpo poco sicuro, è quasi più difficile dare forza e incisività a una palla con poco peso, che a una che si incontra sfruttando la velocità della palla che arriva. Ma sugli angoli diventa importante anche la coordinazione. Cobolli dovrà cercare di non dargli abitudini, di variare continuamente traiettorie e velocità. Ci riuscirà? Dovrà venirgli spontaneo, d’istinto, perché contro Svajda rimproverò il suo team – padre e Giannessi – di avergli dato troppe istruzioni tattiche e di averlo…confuso.
7) Qualche serve and volley, anche per destabilizzare Zverev sulla posizione da assumere, più arretrata, più avanzata, anziché dargli la sicurezza di poter sempre rispondere anche da lontano, Flavio si ricordi di farlo e non si sgomenti se gli capitasse di perdere i primi due punti nel corso di questi tentativi miranti a sorprendere il tedesco.
8) Infine stia attento a guardare dove si trovasse a rete Zverev e a non cercare sempre il passante, perché a volte Sasha si attacca talmente a rete (non spesso) che con il lob non è impossibile scavalcarlo nonostante l’altezza.
Conclusione tattico-strategica: si guardi bene, quindi, Flavio dal leggermi. Non credo, peraltro, che ci sia il minimo pericolo. Ho scritto quel che ho scritto non per atteggiarmi a coach, ma per dare una chiave di lettura ai lettori di Ubitennis. Flavio faccia quel che gli viene meglio naturalmente. Ma stia attaccato a Zverev qualunque sia il punteggio. Prima o poi un momento di calo Zverev lo avrà (spero…). Lo aveva avuto anche nel terzo set -ma non nel quarto – con Mensik, ma lì il ceco aveva giocato con troppa fretta, quasi nonchalance.
Ecco Flavio dovrà essere super-paziente. Sulla falsariga di quel modo in cui annullò una delle tre ultime pallebreak a Aliassime, martellandolo dritto su dritto per 4 volte in un fazzoletto di 15 centimetri quadrati con il canadese che pensava sempre di dover correre a coprire l’angolo del rovescio e veniva colto regolarmente in contropiede trovandosi ogni volta impossibilitato a rovesciare l’iniziativa. Fu un momento di tennis di grandissimo, eccezionale livello. Mi entusiasmò e capii lì la grande forza, anche mentale oltre che tecnica, di Cobolli. Perché giocava quei dritti con grande personalità, con decisione, cinismo e al tempo stesso pur tirandoli così vicini all’incrocio delle righe senza dar l’impressioen di prendere rischi pazzeschi.
Da far vedere ai ragazzi delle tennis-clinics.
Vabbè, mi sono improvvisato a indossare le vesti di quel che non sono, cioè un coach. Ma vi garantisco che preferirei aver sbagliato tutto pur di vedere Cobolli che facendo tutto il contrario di quel che ho scritto andasse a ricevere dalle mani di Adriano Panatta la Coppa dei Moschettieri che Adriano vinse 50 anni fa.
Chiudo dicendo anche: sono sicuro che vedremo qualche immagine su un megaschermo di quel trionfo di Adriano nel 1976, quando in 4 set regolò un Solomon che sul finale mi sembrava molto più fresco del nostro, magari anche qualche sua parola pronunciata allora a beneficio di tutto il pubblico, giusto per ricreare l’atmosfera di allora. Io c’ero, fu il mio primo Roland Garros. Indimenticabile. Mi sarebbe piaciuto che questa mini-coreografia, fosse stata allestita anche 3 settimane fa al Foro Italico.
