WTA: una generazione in crisi?

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WTA: una generazione in crisi?

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TENNIS AL FEMMINILE – Le giocatrici nate nel 1989-90 (a partire da Azarenka, Wozniacki, Kvitova) che in passato avevano raggiunto i vertici del movimento, stanno attraversando momenti difficili. E crescono i dubbi sul loro ruolo nel ricambio ai vertici del tennis femminile.

È nella logica delle cose, in qualsiasi settore della vita: prima o poi i giovani devono sostituire gli anziani, prenderne il posto e la leadership.

A maggior ragione nello sport, dove la componente fisica è fondamentale e la carta di identità presenta il conto anche ai campioni più grandi.

 

Eppure in questo momento nel tennis femminile stiamo assistendo ad una specie di rovesciamento del processo naturale, con due ultratrentenni (Williams e Li) risalite alla guida della classifica e vincitrici degli ultimi Slam; e con la generazione che dovrebbe essere nel pieno delle forze che non solo non sembra riuscire a prenderne il posto, ma che in diversi casi sta addirittura regredendo.

Sto parlando delle giocatrici nate tra il 1989 e il 1990: tenniste che hanno 24-25 anni e dovrebbero quindi essere nel momento in cui tutte le potenzialità si concretizzano definitivamente.

Per vittorie e rendimento negli anni passati, i nomi di punta sono quattro:

Radwanska (nata il 6 marzo 1989)
Azarenka (31 luglio 1989)
Kvitova (8 marzo 1990)
Wozniacki (11 luglio 1990)

Tra le giocatrici della loro generazione, sono state quelle capaci di arrivare al primo o al secondo posto del ranking WTA e di vincere o almeno arrivare alla finale in uno Slam. Ma oggi su di loro ci sono più dubbi che certezze e sembra sempre più difficile accreditarle come possibili eredi di Serena Williams.

In ordine di età e di classifica:

 

Agnieszka Radwanska (6 marzo 1989)

Ranking attuale: 3 – Race: 3
Best ranking: 2 (luglio 2012)
Best Slam: finale (Wimbledon 2012)

Delle quattro giocatrici citate, per la verità Radwanska è quella che sino ad oggi ha mostrato il rendimento più costante, e anche sul piano fisico sembra nelle condizioni migliori.

In carriera ha avuto un infortunio serio alla fine del 2010, una frattura da stress al piede; in quel periodo inizialmente trascurò il problema, aggravando la situazione, ma dopo quell’errore ha imparato ad amministrarsi meglio.

Convive con piccoli problemi alla spalla destra (credo di non averla mai vista giocare senza cerotto), ma per il resto la sua preparazione fisica è inappuntabile, il che ha fatto di lei molto probabilmente la giocatrice che si muove meglio di tutte.

Per quanto mi riguarda ho sempre avuto dubbi sulle sue possibilità di affermarsi regolarmente ai massimi livelli a causa della cronica mancanza di potenza; la vittoria in uno Slam secondo me potrebbe arrivare più per circostanze particolari che per la sua capacità di eliminare in prima persona le avversarie dotate di “big game”, che normalmente riescono a raggiungere le fasi finali dei Major.

E lo dico con rammarico, perché mi piace molto vederla giocare ed è sempre protagonista dei filmati di fine anno con gli scambi più spettacolari del circuito.

In questo momento grazie ad un solido rendimento medio, è la leader della sua generazione; ma il fatto che tra tutte le coetanee primeggi una giocatrice che fatica ad esprimere picchi di gioco di livello massimo, non mi pare un buon segno per il ricambio del movimento.

 

Victoria Azarenka (31 luglio 1989)

Ranking attuale: 4 – Race: 22
Best ranking: 1 (gennaio 2012)
Best Slam: 2 vittorie (Australian Open 2012 e 2013)

Da giovanissima era una delle giocatrici che accumulava più ritiri durante l’anno, a causa di piccoli infortuni, malesseri, colpi di sole etc. E nei primi anni di carriera il flop negli Slam era una costante, indipendentemente dalle condizioni di forma con cui si presentava.

Ma poco a poco ha saputo migliorarsi, riducendo i ritiri e maturando mentalmente: così nei Major prima sono arrivati i quarti di finale, poi le semifinali.

Infine con la vittoria agli Australian Open 2012 aveva conquistato anche il primato nel ranking, e sull’onda dell’entusiasmo sono seguiti alcuni mesi di gioco travolgente: sembrava che Vika potesse diventare una solida numero uno (51 settimane totali al vertice).

Grazie al suo gioco aggressivo ma con rischio calcolato, particolarmente adatto al cemento, si presentava come giocatrice ideale per il circuito contemporaneo.

Ma poi Serena è tornata prepotentemente ai vertici, e nel 2013 il bis di Vika a Melbourne è avvenuto esibendo un tennis meno convincente. Con il senno di poi, possiamo dire che quella vittoria non ha invertito un trend negativo: prima il sovrappeso, poi tutta una serie di problemi fisici, sino al recente guaio al piede.

Le ultime notizie sono relative ai forfait per Madrid e Roma: ha ancora bisogno di riposo.

Quest’anno ha giocato poco, con una condizione approssimativa, e l’involuzione sta diventando prolungata. E anche preoccupante: inizio a farmi domande sul suo futuro di carriera, e non credo di essere l’unico.

A questo punto mi auguro di essere al più presto smentito, perché Vika ha dimostrato di poter giocare un grande tennis, ma i giorni migliori cominciano ad essere piuttosto datati.

 

Petra Kvitova (8 marzo 1990)

Ranking attuale: 6 – Race: 23
Best ranking: 2 (ottobre 2011)
Best Slam: vittoria (Wimbledon 2011)
Dopo l’exploit del 2011, non è più riuscita a ripetersi agli stessi livelli. Non ricordo abbia avuto problemi fisici davvero seri legati all’attività sportiva, ma in compenso soffre di asma e si ammala con estrema facilità: tutti i virus che si trovano in giro per il mondo sembrano sempre pronti a colpirla.

In prospettiva, secondo me l’aspetto più preoccupante è che ogni anno sembra diminuire di un po’ le sue ambizioni.

Nel 2012 aveva sfiorato il primo posto del ranking, ma poi si era accontentata di stare fra le primissime. Nel 2013 ha dato l’impressione di avere solo l’obiettivo di un posto fra le dieci, e infatti ha raccolto i migliori risultati subito dopo che, per un breve periodo, era uscita dalla top ten.

Per la verità all’avvio del 2014 si era presentata in condizioni migliori del solito. Ma forse si era caricata di troppe aspettative ed ha fallito gli Australian Open, facendosi eliminare da Kumkhum al primo turno.

Dopo quel match ha alternato partite buone ad altre disastrose soprattutto sul piano mentale, culminate in un match da incubo contro Carla Suarez Navarro a Dubai.

Da kvitoviano, spero sempre che possa cavare dal cilindro qualche settimana di grande tennis, perché quando è “on fire” nessuna mi emoziona come lei; ma questo accade sempre più raramente.

E negli Slam è da parecchio tempo che non gioca bene. Nel 2012 aveva fatto strada più che altro grazie a tabelloni particolarmente agevoli; e infatti nel 2013 con un po’ meno fortuna e con una testa di serie più bassa le eliminazioni nei Major sono arrivate molto prima.

Ultimamente ha fatto notizia soprattutto per questioni sentimentali. Conferma indiretta che sul piano sportivo i risultati latitano.

 

Caroline Wozniacki (11 luglio 1990)

Ranking attuale: 14 – Race: 19
Best ranking 1 (ottobre 2010)
Best Slam: finale (US Open 2009)

A vent’anni appena compiuti era diventata numero uno del mondo, posizione mantenuta per 67 settimane; oggi invece è numero 14.

Non vorrei sembrare troppo cinico, ma nel suo caso mi viene in mente il titolo che Vittorio Gassman aveva dato all’autobiografia: “un grande avvenire dietro le spalle”. Solo che Gassman l’aveva scritta a sessant’anni, invece Wozniacki non ne ha ancora ventiquattro.

Ormai si sente parlare di lei soprattutto per tre motivi:

– i piccoli problemi fisici (il più recente un guaio al polso)

– i ripetuti cambi di allenatore

– la relazione con il golfista McIlroy

Riguardo ai cambi di allenatore il fatto che continui a cercare nuove collaborazioni dimostra che non è più convinta del padre come coach. Però nessun tecnico contattato riesce a trovare un equilibrio accettabile con il team familiare, per cui ogni volta si torna all’insoddisfacente punto di partenza (Caroline e il padre).

Tecnicamente l’involuzione è evidente e per le avversarie a volte sembra sufficiente riuscire a prolungare il palleggio insistendole sul dritto per farla sbagliare.

Sul piano sentimentale sembra un momento felice; ma sul piano sportivo la recente dichiarazione in cui sostiene di avere raggiunto la solidità economica e di voler diventare una mamma in giovane età suona quasi come un epitaffio sulla carriera tennistica.

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Facendo un ragionamento di insieme, emerge un dato curioso: per queste quattro giocatrici il picco di rendimento è arrivato in tempi inversi rispetto all’età. Infatti all’inizio ha primeggiato la più giovane (Wozniacki), poi la seconda del 1990 (Kvitova), poi la terza (Azarenka) infine la più anziana (Radwanska), quando normalmente dovrebbe accadere il contrario. Il rovesciamento tra data di nascita e periodo migliore conferma una certa anomalia nelle vicende di questa generazione.

In questo momento, se facciamo riferimento alla race, al secondo posto c’è un’altra giocatrice nata nel 1989, Dominika Cibulkova. Può darsi che riesca ad assestarsi nella top ten stabilmente, come ad esempio è successo ad Angelique Kerber, che ha ugualmente sfondato in età più avanzata. Però (magari sbaglio) non penso che Cibulkova abbia i mezzi per stare ai vertici assoluti del circuito nei prossimi anni.

Cosa aspettarsi allora per il futuro?

Senza dimenticare Maria Sharapova (nata nel 1987), se queste giocatrici non riusciranno a tornare ai livelli migliori, potrebbe darsi che quando le più anziane cederanno il passo (e prima o poi dovrà accadere) ad insediarsi al comando possano essere direttamente le tenniste che oggi hanno tra i 19 e i 22 anni (qualcuna tra Keys, Bouchard, Garcia, Muguruza, Stephens, etc.) o magari ragazze ancora più giovani.

 

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Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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