La nona sinfonia di Nadal (Martucci), Un marziano sulla terra (Semeraro), Tutti ai piedi di Nadal (Piccardi), Nove volte Rafa, è il Nadal Garros (Clerici), Nadal suona la nona ed è nella storia (Nizegodcew), Rafa IX, sovrano della terra rossa (Mancuso), Rafa fa la storia a Parigi (Giorni)

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La nona sinfonia di Nadal (Martucci), Un marziano sulla terra (Semeraro), Tutti ai piedi di Nadal (Piccardi), Nove volte Rafa, è il Nadal Garros (Clerici), Nadal suona la nona ed è nella storia (Nizegodcew), Rafa IX, sovrano della terra rossa (Mancuso), Rafa fa la storia a Parigi (Giorni)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

La nona sinfonia di Nadal

 

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 9.06.2014

 

Di più. Oltre il limite della fatica, oltre il tennis, oltre lo stress, oltre una finale Slam che vale oro, oltre i 15mila dello stadio nel cuore della terra rossa e dei milioni di spettatori in mondovisione, oltre 3 ore 31 minuti a tirarsi sberle a tutto campo, oltre il dolore fisico e mentale. Oltre, ancora oltre, allo stremo dell’umana conoscenza e possibilità, oltre le lacrime, oltre una rivalità che conta più puntate di qualsiasi altra (ora sono 23-19), Rafa Nadal doma Novak Djokovic nell’ennesimo braccio di ferro fra i rivali più atletici di questo sport. E riapre il pallottoliere dei record: 10, come gli anni consecutivi in cui firma almeno uno Slam, 9 come i Roland Garros conquistati negli ultimi 10 anni, 66 come le partite vinte in questo torneo (e una sola sconfitta, nel 2009 con Soderling), 14 come i tornei dell’immortalità sportiva che firma (eguagliando Pete Sampras, a 3 tacche dal primato di Roger Federer), 1 come il primato in classifica che mantiene respingendo l’ennesimo assalto di Djoker. Sogno Oltre persino se stesso, dopo aver perso il primo set per troppi errori — di fretta? — il mancino di Maiorca rimonta il rivale come gli era successo solo nella finale di Madrid 2009, assestando spallate sempre più possenti con il famoso dritto, così possenti che persino il campione elastico di Serbia, nei 30 gradi di Parigi, prima retrocede, poi barcolla, quindi accusa tutta quella devastante potenza, cedendo il secondo set, estenuato (per 7-5). Per la felicità di Rafa: «Finalmente ho cambiato la dinamica del match e sono stato più aggressivo. Se non avessi vinto quel set non credo che avrei vinto il trofeo, se trovi le soluzioni è perché davvero lo vuoi e continui a lottare». Al terzo set non c’è storia: Nole è schiantato, quand’è sotto 3-0, quasi scivola in terra mentre si siede in panchina, poi barcolla, sbaglia tutto e concede un im *** pensabile 6-2. «Ho cominciato a giocare male e a non muovermi più bene: è difficile stare con Rafa su questo campo, gli alti e bassi sono normali». Fosse un pugile, dopo due ore e mezza, l’arbitro lo conterebbe in piedi perché ha le gambe molli, il sorrisino ironico e lo sguardo attonito e fisso verso il sogno Roland Garros che evapora, come l’unico Slam che manca alla sua collezione, dopo gli schiaffi degli ultimi tre anni, compresa questa finale «indimenticabile». Come urlerà felice, al pubblico, Rafa. Crampi Al quarto set, Nadal sale 4-2. Ma, quando il match sembra finito, ricadendo da uno smash svirgolato, fa una smorfia di dolore, rallenta, arranca, e si fa riprendere sul 4-4. «Mi sentivo un po’ meglio, speravo di alzare di nuovo il livello del mio gioco, ma non ce l’ho fatta», si lamenterà Djokvic. «Avevo i crampi, non so come avrei fatto al quinto set», confesserà lo spagnolo allo zio allenatore. La folla, fin dall’inizio con il dominatore dal 2005 in qua, vorrebbe il quinto set e, come al Colosseo, fa pollice verso, incitando finalmente Novak. Che però stavolta, complice il caldo-umido, ha il serbatoio completamente vuoto: «Io sono un giocatore emotivo, il campo da tennis è un’arena e io sono lì per lottare e cercare di vincere, e ho mostrato tutte le mie emozioni». E piange, prima con le lacrime del cuore e poi con quelle degli occhi. Perché quel satanasso di Nadal approda «con la forza della testa» — sempre citando Toni — al 5-4 («Sapevo che era vitale, dovevo assolutamente tenere quel servizio»), e chiude 6-4 con il dritto sbagliato e l’emblematico doppio fallo finale dell’avversario. Stizzito con i super tifosi con la maglia del Real Madrid che lo disturbano fra la prima e la seconda di servizio. Emozioni Nole s’inchina: «Bravo, è stato il giocatore migliore nei momenti cruciali, ho cercato di dare il meglio, ma non ero così il massimo come tre settimane fa a Roma, tornerò e tornerò ancora per vincere Parigi». Con Rafa che non si stupisce più di Rafa: «Con lui è sempre così, devo arrivare al li- mite, sono sicuro che un giorno vincerà il Roland Garros che, per me, è il miglior torneo del mondo. Stavolta ce l’ho fatta, ma non so neanch’io come». Con 43 vincenti, raffiche di dritti-bowling lungolinea, e un cuore grande così: «Mi sono commosso all’inno nazionale perché ho 28 anni e so che non durerà per sempre, non so quanto ancora vincerò, qui dove sento le emozioni più grandi, con questo pubblico che s’appassiona tanto al nostro sport». Ed è già oltre, sull’erba, alla prossima sfida con Djokovic.

 

Un marziano sulla terra

 

Stefano Semeraro, il corriere dello sport del 9.06.2014

 

I’inno spagnolo non ha un testo ufficiale, ma sulla bandiera del re ci sono scritte due parole: «Plus Ultra». Rafa Nadal, che da dieci anni regna (quasi) incontrastato sulla terra (battuta) ed è un fan dei Borboni, forse non sa il latino, ma ieri dopo aver conquistato per la nona volta in dieci edizioni il Roland Garros, battendo in quattro set Novak Djokovic, sembrava chiedersi, improvvisamente malinconico e quasi sconcertato dall’enormità della sua stessa impresa mentre fissava in lacrime il bandierone giallorosso: e adesso, povero Rafa? Come farò ad andare ancora Si prende la rivincita su Djokovic dopo Roma e centra il nono trofeo (su 10 disputati) a Parigi Reduce da una stagione sottotono, lo spagnolo ha ritrovato il dritto e l’autostima «Parigi mi ha restituito quello che mi aveva sottratto Wawrinka a Melbourne» «plus ultra», più in là? Più in là di un dominio imbarazzante per gli avversari di oggi, e persino per l’illustrissimo antenato Bjon Borg – sei titoli parigini, una bazzecola – che ieri lo ha premiato. Più in là di record che fanno venire le vertigini: titoli consecutivi al Roland Garros, come non era mia riuscito a nessuno, nemmeno a lui, 35 partite di fila vinte al Bois de Boulogne, 90 vittorie e una sola sconfitta (quella incassata qui contro Soderling negli ottavi del 2009) nei match giocati al meglio dei cinque set sul rosso. Davanti, per numero di tornei vinti sulla sua superficie preferita, ha solo Vilas: ma appena di una lunghezza, 45 *** contro 46, è solo questione di tempo. Anche il record totale di Slam è ormai alla sua portata. Ieri ha raggiunto Sampras a quota 14, resta Federer a 17.0 se volete, mischiando i suoi due sport preferiti, la “Decima” a Parigi per imitare il suo amatissimo Real Madrid in Champions League. Eppure dopo un 2013 da fenomeno la sua stagione si era aperta con lo scontento australiano, la sconfitta da acciaccato contro Wawrinka nel primo Slam («mi ha fatto mali ma oggi Parigi mi ha restituito quello che mi aveva tolto Melbourne»). Poi era continuata con le crepe sul rosso: contro Ferrer (quarti Monte-Carlo), Alma-gro (quarti a Barcellona) e soprattutto Roma, dove Djokovic lo aveva fermato ancora una volta in finale. A Parigi era arrivato un Nadal pensieroso, in crisi di fiducia e con il dritto, la sua arma letale che però nei quindici giorni del torneo, piano piano, con le vittorie a fare da iniezioni di autostima, ha ritrovato. E che ieri ha fiondato, micidiale soprattutto in lungolinea, per scoraggiare il pretendente serbo. Il suo adoratissimo nemico Nole Djokovic, che incontrava per la 42esima volta nella più cospicua e spietata fra le rivalità dell’Era Open, per la seconda volta in fr, COMPLIMENTI Benitez Forza Nadal e forza Napoli sempre Congratulazioni «di cuore» per Nadal arrivano dal tecnica del Napoli Rafa Benítez che dal proprio sito internet afferma di doversi togliere un “debito” nei con orti dei maiorchino. II quale, ricevendo la maglia dalle mani di Higuain dopo la vittoria della Coppa Ralla, spese «parole d’affetto e riconoscimento nel confronti del nostro Napoli». Nadal al San Paolo per una partita dei partenopei, Benitez ha concluso con queste parole. «Forza Nadal e Forza Napoli… Sempre!»  a Parigi, dopo quella del 2012 e dopo la semifinale dell’anno scorso. Negli 11 match giocati fra Federer e Nadal nei tornei dello Slam ci eravamo abituati ad ammirare il con-fronto di stili, le raffinatezze tecniche. Nei 12 fra Rafa e Note è sempre stata più questione di fisico, di scambi no-limits giocati in apnea, a velocità e con riflessi da videogame. Anche ieri: primo set per Djokovic, con un solo break dopo 37 minuti, secondo strappato da Nadal che dopo essersi fatto riprendere il servizio strappato al sesto game ha piazzato il break definitivo sul 6-5, sicuramente il punto di svolta del match, aiutato da un doppio fallo dell’avversario. Che nel terzo si è pugnalato da solo nel secondo game, cedendo il servizio con una volée di rovescio imbarazzante e al cambio campo successivo, dopo un parziale di 20 punti a 5 per Rafa, ha rischiato persino di cadere dal seggiolino, stranito come un pugile dopo un knock-out. Nel quarto set Nole ha tentato di reagire, stravolto di fatica e ormai fuori misura con il rovescio. Dopo una sosta negli spogliatoi si è issato sul 4-4 pari in rimonta, ma si è poi arreso, nonostante il tifo dello centrale, alla stanchezza, al caldo (29 ) e allo strapotere atletico di Nadal – che pure ha finito esausto e con i crampi al braccio -, commettendo doppio fallo sul primo matchpoint «Se con il fresco avrei potuto batterlo? – ha risposto ironico Noie in conferenza stampa – Be’ magari se fossi mancino avrei vinto io il torneo… Nadal è stato più bravo, ma io non mi arrendo: un giorno vincerò questo torneo, l’unico Slam che mi manca». Nell’attesa Rafa si gode il n.!, che manterrà almeno fino a Wimbledon. II «Non Plus Ultra» del tennis, per ora, è sempre lui.

 

Tutti ai piedi di Nadal

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 9.06.2014

 

La riga di fondo, come ogni piccolo dettaglio di una grande impresa, va trattata con amorevole cura Rafael Nadal, 28 anni, isolano di nascita e d’indole — perché su quell’atollo in cui si è accampato con i suoi Slam (14 in totale, come Sampras, tre in meno di Federer però con lo sproposito di g Roland Garros conquistati in dieci anni) d’ora in poi sarà difficile contattarlo — la spazzola con il piede destro e, per essere certo di aver fatto un buon lavoro, anche con il sinistro. Poi pulisce le scarpe dalla terra rossa con la racchetta: un colpo secco, stoc-stoc, per ciascuna Allo slip riserva la medesima nevrotica attenzione, davanti e dietro, con la regia tv costretta ai salti mortali per non inquadrare i pezzi meno pregiati della collezione privata di manie. Infine gli ultimi ritocchi: manica destra, manica sinistra, naso, orecchio, naso, orecchio. I rimbalzi della palla: mai meno di quattro, mai più di otto. E le bottigliette al cambio di campo: l’acqua deve essere allo stesso livello, le etichette tutte girate in un’unica direzione. Così si vince il Roland Garros. Non una, nove volte, che solo a contarle ad alta voce si fa fatica. Dal 2005 al 2014, con l’eccezione del baco nel sistema: lo svedese Soderling, annus horribilis 2009 (Federer re: e quando sennò?), riposto sotto una teca per preservarne la specie. L’uomo di Manacor ha trovato la quadratura del cerchio, della leggenda e dei tic. Puoi rinunciarvi, gli ha chiesto L ‘Equipe? «Credo che potrei. Ma perché dovrei?», ha risposto il maniaco ossessivo-compulsivo più famoso del pianeta rosso. Attraverso quella foresta di rituali che nessuno, nemmeno zio Toni, osa modificare (sarebbe come cambiargli la catena degli aminoacidi ramificati del Dna: non sarebbe più lui), ieri a Parigi Nadal ha intravisto per un set la sagoma di Novak Djokovic, il n 2 del mondo che l’aveva sconfitto negli ultimi quattro confronti diretti (ora stiamo 23-19). Ma qui è diverso. Roland Garros non conta, fa storia a sé. «Affrontarlo a Parigi non è come altrove. Questa è la sua arena. Forse, se fossi anch’io mancino…», ha allucinato Nole suonato come un pugile, su quel campo ha avuto capogiri, ha vomitato, spaccato racchette, invocato l’intervento divino dei santi del tennis e quello terreno del mentalist Boris Becker, che di terra in vita sua non ci ha mai capito molto, figuriamoci, quindi, di NadaL Inizialmente tradito dal gancio di dritto (3-6), Rafa ci si è ostinatamente aggrappato come un naufrago, a costo di macinare chilometri, finché non l’ha ritrovato (27 su 44 vincenti) e con esso un po’ di tennis, facendone il centro di gravità del solito pressing da fondo, ferocemente impegnato a servire meglio del rivale e a difendere il lato destro del campo, quello mancino, casa sua, non a caso sfondando con l’uncino per il break del 7-5 nel secondo, fino a dominare (6-2, 6-4) dopo tre ore e mezza un Djokovic fermo sulle gambe e svuotato di energie, travolto dagli errori (49 contro 38), rosolato a fuoco lento, colpevole del doppio fallo finale (beccato dal pubblico), sintomatico del suo profondo stato di tilt. Mentre Nole, seduto in panchina con lo sguardo perso nel vuoto, sembrava invecchiato di dieci anni, Rafa riponeva i tic nella sacca e con le ultime stille d’energia scalava la tribuna per abbracciare la sua bellissima famiglia, con al centro i genitori tornati insieme dopo una separazione che aveva dilaniato il niño, che da quel nucleo trae linfa, ispirazione, battiti, cuore. Bjorn Borg, signorilmente canuto e non botulinato, gli ha consegnato il nono trofeo. «Rendendolo ancor più speciale», giura Rafa: «Non mi piacciono i paragoni, mi piace vincere. Non durerà per sempre, quindi sfrutto le occasiono. Se n’è andato verso le mille luci di Parigi zoppicando come un anziano playboy dopo l’ultimo sforzo di seduzione. Anche questo, un déjà vu_ Ma è con le ripetizioni sistematiche che questo fantasmagorico killer seriale sta uccidendo i record, i rivali e, ogni giorno, anche un po’ se stesso.

 

Nove volte Rafa, è il Nadal Garros

 

Gianni Clerici, la repubblica del 9.06.2014

 

Sazio del suo record di 8 successi parigini, Rafa Nadal è riuscito a cogliere il nono, tra la sorpresa della maggior parte dei bookmaker, e anche dello Scriba. Nella mia giovanile inesperienza andavo scrivendo sin dalla prova generale di Roma che Djokovic era pronto alla successione definitiva. Definitiva perché, meditando – diciamo cosl – sui 41 confronti diretti con Nadal, mi ero reso conto che questi seguissero un andamento di cronica ripetività. Gli ultimi quattro erano andati tutti a Novak, che pareva quindi aver trovato la combinazione per aprire, se non proprio scardinare, la cassaforte maiorchina. Avevo dunque ribadito la mia convinzione, basandomi non soltanto sulla maggior freschezza di Djokovic, ma soprattutto sulla sua tattica, che mi pareva adattissima a mettere in crisi Nadal, o addirittura, in circostanze come quella romana, la sua controfigura. Mentre tutti, o quasi, gli avversari di Ra-fa si dedicano al tentativo di evitare il mortifero diritto anomalo, Djokovic aveva scelto proprio di insistere su quel colpo, limitando n e i possibili angoli, e privand o così Rafa della sua arma mortifera. Sia ben chiaro che per un simile atteggiamento son necessarie capacità controffensive di grande gestualità, e di non minor serenità. Ma Djokovic si era convinto a costruire una simile base, per rimanere paradossalmente meno vulnerabile ai terribili uncini, dei quali tutti sono vittime propriò nel cercar di evitarli. Questa tattica, attendista sin che si vuole, necessita insieme grande condizione atletica, e assoluta lucidità. Nel match di ieri Nole è stato tatticamente perfetto nel corso del set di avvio ma, seppure in vantaggio, è parso sorpreso, e poi sinceramente preoccupato, dalla tonicità di Rafa, complementare a ritrovata incisività non solo sul rovescio, ma negli scatti e addirittura nelle volti. Dopo un inizio che aveva spinto non solo lo scriba, ma la maggior parte degli spettatori professionisti, a immaginare una ripetizione degli ultimi match, il secondo set è mutato nei pressi della metà, quando giunto il primo, inatteso, break a Nole. Break complicato da un intervento dell’arbitro francese Pascal Maria, in buona fede, e peraltro poco gradito a Djokovic, per vicende passate. Quel break nel sesto game, che avrebbe portato Nadal a 4-2, sarebbe stato immediatamente seguito almeno aritmeticamente, da un break back in favore del serbo. Ma, proprio da quell’istante, doveva iniziare una forse involontaria variante tattica, con un Djokovic che apriva gli angoli avversi, consentendo al contempo a Rafa, sin li incollato alle reclame, di guadagnare campo. In quella vicenda d’un tratto mutata, forse per il servizio perduto, forse i ricordi negativi associati all’arbitro, Djokovic pareva smarrire la lucidità sin li dimostrata. Iniziava infatti una nuova partita, nella quale la ritrovata vitalità di Nadal avrebbe avuto la meglio. Soprattutto nei due games finali del set, nei quali un Djokovic esterrefatto quanto falloso, avrebbe subìto un parziale di otto punti a uno. Simile sequenza si sarebbe allungata in una striscia di venti punti a cinque, con un 12 a 4 e un nuovo break all’inizio del terzo set. Inizio che, non troppo paradossalmente, ne avrebbe condizionata la fine. Mentre Nadal rimaneva confitto come un mobile chiodo nella vicenda, evitando addirittura gli abituali muti dialoghi con lo zio Toni, Djokovic avrebbe preso a distrarsi in continui siparietti di scoraggiamento, continui sguardi alla sua panchina, a Vajda e Becker, e addirittura alle sue proprie invisibili divinità. Era, quel quarto e decisivo set, non soltanto una recita ammirevole di Nadal, ma l’incerto dialogo del suo deuteragonista, che aveva dimenticato la parte, e volgeva altrove gli occhi, quasi cercasse aiuto o ispirazione. E quindi Bjorn Borg, non meno ammirato di tutti noi, avrebbe alfine consegnato la Coppa con l’ammirazione e l’incredulità che io stesso, vecchio spettatore, non posso non provare per chi è riuscito a vincere un Grande Slam nove volte. Chapeau, dicono qui, ma Nadal merita addirittura una corona.

 

Nadal suona la nona ed è nella storia

 

Alessandro Nizegodcew, il tempo del 9.06.2014

 

La nona di Rafa è servita, Nadal entra nella storia. Lo spagnolo, uomo dei record sulla terra battuta, ha conquistato il titolo del Roland Garros 2014 superando Novak Djokovic 3-6 7-5 6-2 6-4 in 3 ore e 31 minuti. Nadal è il primo giocatore nella storia a vincere almeno un titolo dello Slam per dieci anni consecutivi, l’unico ad aver trionfato a Parigi cinque volte di seguito (perdendo un solo match nel 2009 contro Robin Soderling), raggiungendo Pete Sampras a quattordici titoli Slam complessivi. Una grande battaglia, un match incerto sino alla fine, l’emblema esasperato dello stile di gioco Atp del momento, che può esaltare o annoiare a seconda dello spettatore. Il solito Nadal-Djokovic è andato in scena sul Philippe Chatrier, il campo centrale di Parigi. Il primo set viene deciso da un solo break, che consente a Djokovic di chiudere 6-3 senza particolari patemi. Nel secondo parziale, durato esattamente un’ora, è l’equilibrio a regnare con un break per parte sino al 6-5 Nadal. Qui è l’iberico a mettere a segno l’allungo necessario a chiudere 7-5. Djokovic, sempre più scarico dal punto di vista fisico e nervoso, prova a lottare ma viene surclassato dal tennis finalmente aggressivo dell’iberico. Nadal conquista il terzo set 6-2 e va avanti di un break nel quarto. Ma Djokovic non ci sta e recupera sino al 4-4 in quello che pare essere il momento decisivo dell’incontro. Sul 5-4 Nadal, Djokovic si trova 30-0, poi 30-40 con match point da affrontare. Qui tra la prima e la seconda uno spettatore urla qualcosa e disturba il serbo, che commette un cruciale doppio fallo. Mani sul volto per Nadal, che conferma con questa vittoria la propria leadership in vetta al ranking Atp. «Oggi il tennis mi ha restituito ciò che avevo perso in Australia – ha spie-gato il numero 1 del mondo in lacrime perla gioia – Giocare al Roland Garros per me è sempre indimenticabile. In partite come questa ogni punto è cruciale, incontrare Novak è sempre una grande sfida e avevo perso le ultime quattro volte contro di lui! Per battere Djokovic devo essere al meglio sotto tutti i punti di vista». Premiato da Bjorn Borg con la coppa del Roland Garros, Nadal ha proseguito dichiarando: «Djokovic è l’avversa-rio più difficile che ho affrontato in tutta la mia carriera». «La prima cosa che voglio dire – ha raccontato Djokovic – è che è stata una giornata carica di emozioni. Il mio team ha lavorato in maniera incredibile e lo ringrazio per questo. Così come ringrazio il pubblico di Parigi, straordinario come sempre. Ho dato il massimo, mettendo in campo tutto me stesso. Non sono bastate grinta, caparbietà e forza, ed è per questo che faccio i complimenti a Rafa. Nadal ha meritato la vittoria, è stato migliore di me. L’anno prossimo tornerò e proverò a vincere finalmente questo torneo». Inizia oggi la stagione sull’erba, che si concluderà con l’evento degli eventi: Wimbledon. Sarà ancora Djokovic-Nadal? Nulla da fare per Sara Errani e Roberta Vinci nella finale del doppio femminile del Roland Garros. Le azzurre sono state sconfitte con il punteggio di 6-4 6-1 dalla coppia cinese Peng e di Taipei Hsieh. Sfuma il quinto titolo Slam perle «chi-quis», che rimangono però una delle coppie più forti al mondo Deluso Djokovic si è arreso a uno straordinario Rafa Nadal

 

Rafa IX, sovrano della terra rossa

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 9.06.2014

 

Nono trionfo: merci beaucoup e qualche lacrima durante l’inno spagnolo. Nadal si conferma sovrano del Roland Garros, il più grande di sempre sulla terra rossa. In finale ha battuto Novak Djokovic respingendo l’assalto alla prima posizione mondiale: 3-6 7-5 6-2 6-4. I suoi numeri a Parigi fanno paura: 9 titoli in 10 partecipazioni, 66 match vinti, l’unica sconfitta negli ottavi 2009 contro Soderling. Bjorn Borg, che gli ha consegnato la Coppa dei Moschettieri, si è fermato a 6. E nel 2015 potrà inseguire la “Decima”, come già ha fatto il suo Real Madrid in Champions League un paio di settimane fa. LA PARTITA PIÙ GIOCATA Era la sfida n.42 tra i due prodigi del tennis: “Le choc des dieux”, titolava L’Equipe. La partita più giocata dell’era open maschile, anche se per arrivare alle 80 sfide tra la Navratilova e la Evert ce ne vuole. Ma Rafa ha 28 anni e Nole uno in meno: il sequel è destinato ad arricchirsi di puntate. Quella di ieri porta la firma dello spagnolo, che conduce 23-19. I1 ko di Roma per mano di Nole sembrava averne incrinato le certezze. La semifinale di venerdì scorso dominata contro Andy Murray, lo aveva tuttavia rivitalizzato. Era scattato il clic giusto. «Il mio diritto ha ripreso a funzionare come si deve», ha spiegato. Dopo un primo set più smarrito da lui che vinto dal rivale, il lavoro ai fianchi dello spagnolo e il caldo umido hanno prosciugato il serbo. Dal 5-5 del secondo Nadal ha infilato 5 game: 7-5 3-0, con il “Joker” che si è accasciato sulla sedia. NOLE CONFUSO Niente più gambe, idee confuse. Rafa ha completato l’opera: 6-2 6-4 con doppio fallo finale dell’avversario. Titolo n. 14 negli Slam: come Sampras, a meno 3 da Federer. Il Roland Garros azzurro si è chiuso con il ko in finale di Sara Errani e Roberta Vinci, battute dalle cinesi Su-Wei Hsieh (di Taipei) e Shuai Peng per 6-4 6-1. Fallito l’attacco al quinto Slam di doppio. Intanto già si pensa a Wimbledon. Murray, dopo il “divorzio” da Lendl, ha annunciato che sarà l’ex n.1 femminile Amelie Mauresmo a fargli da allenatore. Una donna per amico, ma non una novità assoluta: il russo Andrei Chesnokov, ottimo giocatore tra gli anni ’80 e ’90 (è stato n.9), fu allenato da Tatiana Naumko. Non vanno poi dimenticate le mamme coach di Connors (Gloria) e di Lendl (Olga).

Rafa fa la storia a Parigi

 

Alberto Giorni, il Giorno del 9.06.2014

 

Juan Carlos ha abdicato, ma c’è un altro re che non ha alcuna intenzione di farlo. Rafael Nadal, sovrano assoluto della terra rossa, ha tenuto saldamente in pugno lo scettro conquistando il Roland Garros per la nona volta: un record impressionante. Novak Djokovic ha dato tutto, ma vede sfumare ancora il sogno di vincere a Parigi, l’unico Slam che manca alla sua collezione: 3-6, 7-5, 6-2, 6-4 in 3h31′ di un match non molto spettacolare, ma di grande intensità. Successo doppio per un indomabile Rafa, che mantiene la prima posizione nel ranking; respinto l’assalto del serbo che ha chiuso con un doppio fallo, disturbato da uno spettatore mentre stava servendo. Non si era mai visto un Nadal così commosso, al momento di ricevere la Coppa dei Moschettieri dalle mani di Bjom Borg, che qui si è fermato a sei trionfi. «Avevo perso quattro volte di fila da Nole — ha detto a caldo —, per batterlo devo andare oltre i miei limiti. Mi dispiace per lui, sono certo che prima o poi vincerà questo torneo. Il tennis oggi mi ha restituito quello che mi aveva tolto agli Australian Open, quando avevo problemi alla schiena e ho perso la finale». E adesso chiamatelo Rafael XIV. Con 14 Slam eguaglia Pete Sampras e intravede la sagoma di Roger Federer, distante solo tre lunghezze; tra dodici mesi darà l’assalto alla decima Coppa parigina, come il suo amato Real Madrid. «Complimenti a Rafa — ha ribattuto sportivamente Djokovic —, ho dato il massimo ma lui è stato più forte. L’anno prossimo tornerò per provarci ancora». NIENTE da fare purtroppo per Sara Errani e Roberta Vinci, sconfitte nella finale del doppio femminile, la terza di fila a Parigi. Le azzurre hanno ceduto alla coppia numero 1 del mondo, accontentandosi del piatto riservato alle finaliste; la cinese Shuai Peng e la taiwanese Su-Wei Hsieh si sono imposte con un severo 6-4, 6-1. Rinviato così l’appuntamento delle «Cichis» con il quinto Slam in carriera. «Peccato perché abbiamo avuto le nostre occasioni ma non le abbiamo sfruttate — le parole della Vinci — Loro però sbagliavano davvero poco e in campo sono molto intelligenti». Sulla stessa lunghezza d’onda la Errani: «Sono molto rapide. La Peng è solida da fondo, la Hsieh è piccola e veloce». L’obiettivo ora è Wimbledon tra sole due settimane. E a proposito del torneo inglese, Andy Murray proverà a difendere il titolo con l’aiuto di Amelie Mauresmo, ex tennista francese ingaggiata dal britannico come allenatrice per la stagione sull’erba.

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Crivelli). Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Piccardi). Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 19 ottobre 2021

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Quando, nell’aprile 2019, Torino venne scelta come 15a città della storia a ospitare le Atp Finals di fine anno, il mantra recitato fino allo sfinimento riguardava la possibilità che, realizzata la favola di portare in Italia il più importante torneo dopo gli Slam, si potesse pure avverare il desiderio di veder qualificato un italiano. In quel momento, il nostro miglior giocatore era Fognini, fresco vincitore a Montecarlo e numero 12 del ranking, quindi una carta più che concreta. Ma prevedere che due anni e mezzo dopo Matteo Berrettini, un giovane di belle speranze allora 55′ del mondo, sarebbe diventato il primo finalista azzurro di sempre a Wimbledon, un solidissimo top ten, il volto iconico del nostro tennis e dunque uno dei protagonisti più attesi del Masters, attraversava forse i confini dell’immaginazione.

 

[…]

La classifica che somma i risultati stagionali e qualifica per le Finals, lo rendono inattaccabile da qualunque rientro da dietro e quindi il suo nome si aggiunge a quelli di Djokovic, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev, che il biglietto lo avevano già strappato. Un approdo che rappresenta il degno coronamento di un’annata fantastica per Berrettini, certamente illuminata dal meraviglioso cammino ai Championships ma ancorata a una continuità di risultati solo graffiata da un paio di fastidiosi infortuni: vittoria a Belgrado e al Queen’s, su un prato che ci aveva sempre respinto, finale al Masters 1000 di Madrid, quarti al Roland Garros e agli Us Open dove ha sempre incrociato Djokovic.

[…]

Adesso potrà dedicarsi a Vienna (dove rientrerà la prossima settimana dopo la precoce eliminazione di Indian Wells) e a Parigi Bercy proprio nell’ottica di rodare la condizione tecnica e fisica in vista di Torino, senza ovviamente perdere d’occhio l’opportunità di consolidare la classifica Atp (è a meno di 1000 punti dal quinto posto) e confermare lo status ormai acclamato di superstella del circuito. I tornei a venire, invece, rivestiranno un’importanza capitale per le ambizioni di qualificazione di Sinner, con la premessa che in quei giorni di aprile di due anni fa l’altoatesino era numero 314 del mondo e quindi vederlo adesso lottare per le Finals ne certifica lo straordinario valore. La sua rincorsa si è complicata dopo il successo di Norrie a Indian Wells, perché il britannico lo ha scavalcato e l’attuale 11′ posto non gli garantirebbe il pass nemmeno con la rinuncia, peraltro sempre più improbabile, di Djokovic. Jannik è testa di serie numero uno ad Anversa, un torneo 250 fac-simile per tabellone a quello di Sofia vinto a inizio ottobre, dove dopo il bye attende al secondo turno il vincitore tra Musetti e Mager. Andare più avanti possibile in Belgio è un imperativo, prima dello snodo probabilmente decisivo di Vienna, che per qualità degli iscritti più che un 500 assomiglia a un 1000 in formato ridotto vista la presenza di Tsitsipas, Zverev, Berrettini e dei rivali più pericolosi nella Race, Ruud e Hurkacz, nonché dell’arrembante Norrie. Ma i tifosi italiani potranno comunque emozionarsi per Sinner, che ha già confermato di voler giocare le Next Gen Finals a Milano, di cui è formalmente ancora campione in carica, se non si qualificherà per Torino.

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Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dalle porte girevoli dell’attico dei tennis entra Hubert Hurkacz (n. 10) ed esce, dopo 968 settimane, Roger Federer (una prece). Il Master 1000 di Indian Wells, con i suoi campi lenti e una stanchezza diffusa che ha favorito outsider e sorprese, è stato un piccolo terremoto. Ha vinto il britannico Cameron Norrie, 26 anni, inglese alla larga come Emma Raducanu: è nato in Sudafrica da papà scozzese e mamma gallese, è cresciuto in Nuova Zelanda- (una violenta rapina a Johannesburg, quando Cameron aveva 3 anni, convinse i genitori a traslocare a Auckland), ha studiato all’Università del Texas, tiene casa e-residenza a Putney, non lontano da Wimbledon, Londra sudovest, e tanto basta per considerarlo un suddito di sua maestà la regina. Da ieri Norrie è il nuovo numero 16 del ranking e, grazie ai mille punti intascati nel deserto californiano, ha scavalcato Jannik Sinner (che a Indian Wells è uscito agli ottavi con Taylor Fritz, killer pure di Matteo Berrettini) nella Race verso le Atp Finals di Torino: l’inglese si e installato al decimo posto davanti all’altoatesino, che nella foga di inseguire Ruud e Hurkacz non si e accorto che Norrie lo stava superando a destra, senza mettere la freccia. Con i primi cinque della classifica già qualificati — Djokovic che ha confermato la presenza a Torino sia per il Master che per la Davis, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev —, Berrettini che dovrà blindare la settimana prossima all’Atp 500 di Vienna il biglietto per le Finals e Nadal fuori gara (ha già detto che tornerà nel 2022), restano quattro giocatori in un fazzoletto di 420 punti.

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Il titolo di Anversa, ampiamente alla sua portata, non basterà a Sinner per salire sul treno per Torino: dopo Vienna sarà l’ultimo Master 1000 della stagione, Parigi Bercy, a decidere la grande rincorsa per le Atp Finals. Per Jannik, con quattro titoli stagionali e una classifica stellare alle soglie del paradiso del tennis, comunque andrà sarà stato un successo (rimane da decidere tra Next Gen a Milano e l’Atp 25o di Stoccolma, ma son dettagli).

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Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Adriano Panatta non può restare fermo. Non riesce. Magari haun problema con la noia Ma non può ferrmarsi. L’ultima idea, presentata ieri, è “Adriano Panatta Racquet Club” a Treviso, dove ormai si è stabilito e si è sposato ll tennis resta nella sua vita, è la sua vita. Anche per questo motivo commenterà le Alp Finals di Torino su Tuttosport. Panatta, ci racconti questa sua nuora avventura. Perché Racquet Club, nome aubb e che rimanda al A CHIAMARSI MASTER «I Io visto una foto e mi è piaciuto, suonava bene, poi c’è anche il padel e non soltanto il tennis. C’era questo vecchio circolo da rimettere a posta Ne ho parlato con il mio amico Philippe Donnet e con Marco Bonamigo e abbiamo pensato potesse venirne fuori qualcosa di bello Abbiamo comprato il circolo all’asta e abbiamo effettuato un lavoro di ricostruzione completa, più che di ristrutturazione. L’idea è che un circolo debba fare il circolo. Niente di più. Un luogo con una grande missione da svolgere. Deve offrire occasioni di incontro e mettere tutti a proprio agio. Un circolo in cui socializzare, condividere, stare bene. Non ci sono solo campi, ma due palestre, una spa, il bar, il ristorante dove scoprire l’offerta enogastronimica del territorio, piscina. Un posto diverso comodo ed elegante». Perché adesso, nella sua vita? «Perché dopo la pandemia si avverte la necessità di fare, ripartire. E a me piace molto lavorare, ne sono stato assorbito. Mi piace la competizione. Poi vivo a Treviso, mi sono sposato, qui ho trovato la mia dimensione. E’ il mio modo di dire grazie a tutta la comunità per avermi fatto sentire a casa in questi anni. Direi che sono un trevigiano de Roma o un romano de Treviso.

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Che rapporto ha con la memoria? È il momento i parlare dells Atp Finals, delle sue Atp Finals, 1975. «Io non ricordo nemmeno i risultati delle mie partite. Spesso mi sbaglio, a volte telefono a Paolo Bertolucci o ad altri amici perché colmino certi buchi. Davvero, ho un rapporto pessimo con la memoria. Del Master a Stoccolma ricordo però che stavo male, avevo un problema fisico per il quale subito dopo mi sono fatto operare. Ricordo il dolore. E penso del resto che avrei meritato di più di giocarlo nel 1976. Avevo vinto Roma, il Roland Garros… Ma per la Davis avevo giocato meno tornei. Le regole erano bizzarre, ora sono cambiate, mal’Atp è sempre bizzarra».

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Senza Federar e Nadal, cos voci che si susseguono sulla presenza o meno di Djokovic, a Torino sarà l’inizio di una nuova? «Adesso può vincere chiunque. E il corso della stagione lo sta dimostrando. Io dico che Torino merita di vedere Djokovic. Tsitsipas forse è il più dotato della nuova generazione, ma nemmeno lui riesce a vincere con continuità. Sarà difficilissimo si ripeta un’era simile a quella di Nadal e Federer. Non è come loro, Djokovic. E lo dimostra il seguito di pubblico, il pubblico è sensibile. Roger e Rafa sono straordinari anche fuori dal campo, non hanno mai sbagliato neppure una dichiarazione». Siamo in presenza del rinascimento dell’ltalia con la racchetta. Le sue impressioni? «Penso che il mondo sia bizzarro. C’è stato un momento in cui avevamo 3-4 tenniste al top mondiale, Pennetta, Schiavone Vinci, Errani. Ora c’è solo la Giorgi, ma abbiamo una serie di grandi giocatori. Mi spiace, piuttosto, che Fognini abbia vinto meno di quanto avrebbe potuto con quel suo tennis di talento e fantasia. Berrettini se sta bene può battere tutti e vincere ovunque. Ma deve essere al 100% fisico, non ha margini Mi ricorda qualcuno… Sinner ha vent’anni sta maturando, bisogna concedergli tempo, ma ha qualità notevolissime. Sonego è un lottatore con mentalità senza pari. Musetti ha bisogno di tempo. F unmondo strano, uno sarebbe potuto diventare anche un grande sciatore, uno è di Roma, un altroè di Torino. Non è che siano emersi per una scuola, ma grazie a maestri che li hanno seguiti fin dai primi passi o quasi. Del resto è ovunque così.

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Lei ha sempre catturato l’attenzione. In campo, in tv, al cinema. Come le è venuto in mente il cameo nel films “La profezia dell’armadillo quells frase sul suono del colpo piatto? L’ormai famoso pof pof? «Non è mia, ma del mio amico Domenico Procacci, titolare di Fandango. Io non avevo voglia, sono andato a girare a Fiumicino senza avere un’idea. ïl “pof pof “è suo, poi ci ho messo le considerazioni, l’idea del mio tennis, legato alla vita. Io non recito, faccio me stesso. Sempre».

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II suo tennis eri ricco di personaggi. Adesso latitano sin po’. Perché? «Si è persa del tutto l’ironia Nel tennis, poi, sono tutti parte di un sistema. Tantissimi giocano molto bene e tirano fortissimo. Fortunatamente adesso è tornata un po’ la palla corta, è tornato il back, i giocatori hanno capito finalmente la necessità di variare. Però, io resto sempre colpito quando vedo l’angolo del giocatore. Una squadra intera: coach, preparatore, psicologo, fisioterapista. Tutti seri, spesso in apprensione E mi dico: “e fatevela una risata”. Ci resto male, non mi diverto»

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Rassegna stampa

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex Carlos Moya per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

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Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati».

Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social.

«Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…».

E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rafa Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

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Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!».

Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport».

Le piace il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere».

Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

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Kim Cljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta?

«Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

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Rassegna stampa

Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Crivelli). Una volata a cinque per Torino (Bertellino). Depressione addio. Bentornata Badosa (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 17 ottobre 2021

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Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

C’è un fantasma che aleggia sul castello del tennis in questo finale di stagione infiammato dalla rincorsa agli ultimi posti per le Finals di Torino. E’ quello di Novak Djokovic, che ha giocato l’ultima partita il 12 settembre nella notte stregata di New York, in cui Medvedev gli strappò dalle mani il sogno di realizzare il Grande Slam. E dopo la quale ha trascorso il riposo, o meglio la decantazione della delusione più grande della carriera, tra Belgrado, Montecarlo e Marbella, le sue tre residenze, senza rivelare nulla sulle intenzioni per i tornei che chiudono l’annata. Siccome le ultime parole prima di un lungo silenzio erano risuonate nella pancia dell’Arthur Ashe e allungavano parecchie ombre sul resto del 2021 («Non ho piani per il futuro, ho promesso a me stesso di stare di più con i bambini»), il dubbio era che il Djoker desse appuntamento direttamente a gennaio, anche se la questione del vaccino richiesto al momento dagli Australian Open potrebbe complicargli i piani per il rientro. La sua assenza dalle Finals libererebbe un altro posto. aprendo le porte al 10° della Race che in questo momento è Jannik Sinner. Ma i contendenti (in lotta per gli ultimi due pass restano in cinque) farebbero bene ad affidarsi alle proprie forze, perché i rumors dalla Serbia danno per certo il ritorno a breve: secondo il «Kurar» , quotidiano sempre ben informato sulle vicende di Nole e che cita un’anticipazione dell’ufficio stampa del campione, Djokovic tornerà in campo in questo tramonto di stagione, ma non avrebbe ancora definito il programma. Facile prevedere che lo si possa rivedere al Masters 1000 di Parigi Bercy (dove è ancora iscritto), alle Finals di Torino e poi in Davis.

Una volata a cinque per Torino. Si deciderà solo a Parigi (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

 Inedita la collocazione in calendario, dalla classica primavera all’autunno, del tutto inatteso il quadro delle Semifinali nel Masters 1000 di Indian Wells, penultimo di categoria In stagione. Le semifinali, andate in scena nella tarda serata e notte italiana, hanno opposto Cameron Norrie a Grigor Dirnitrov e Nikoloz Basilashvili a Taylor Fritz. Nessuno è compreso tra i migliori 25 del mondo (mai accaduto in un Masters 1000). Il risultato nel complesso comporta, indipendentemente dall’esito degli ultimi scontri, un rimescolamento delle carte per quanto riguarda le ultime posizioni utili ad entrare di diritto alle Nitto ATP Finals di Torino. E’ tornato prepotentemente alla ribalta il britannico Norrie, risalito in 12^ (11^ considerando il forfeit certo di Nadal) alle spalle di Felix Auger-Aliassime e Jannik Sinner e con la possibilità, in caso di ulteriori successi nel torneo californiano, di miglioramenti. Ha consolidato la nona piazza Hubert Hurkacz, ora in vantaggio di 360 punti su Sinner; ha sorpassato il tetto dei 3000 punti Casper Ruud che ha anche ufficialmente scavalcato Nadal in 7^ posizione. Scendendo nella graduatoria potrebbe entrare tra i pretendenti alla partecipazione persino Basilashvili, per la prima volta in semifinale in un Masters 1000 dopo aver sconfitto nei quarti il n° 3 del mondo Stefanos Tsitsipas. Molto dipenderà dagli ultimi match di Indian Wells e dai tornei che seguiranno in calendario. Certamente decisivo sarà il Masters 1000 di Parigi Bercy, dall’1 al 7 novembre.

Depressione addio. Bentornata Badosa, la nuova Sharapova (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Più che la nuova Sharapova, finalmente la vera Badosa. Non e facile portarsi appresso un’etichetta così ingombrante come il paragone con la divina Masha fin da quando hai 18 anni: e infatti la bella Paula a un certo punto dell’ancor tenera carriera si perse nel tremendo tunnel della depressione. La finale raggiunta a Indian Wells, la prima in un Masters 1000 per la spagnola, conquistata battendo la grande amica Ons Jabeur che però può consolarsi con la top ten, rappresenta dunque il definitivo riscatto da un passato di grandi tormenti. Nata a New York da genitori che lavorano nella moda, la Badosa nel 2015 vince il Roland Garros juniores. È alta, bionda e tira forte da fondo, fin troppo semplice accostarla alla giocatrice più glamour. Firma contratti milionari, si prende una casa da sola a Barcellona e furoreggia sui social. Ma presto crolla sotto il peso delle aspettative: «In preda all’ansia, non riuscivo a uscire dal fosso». Scende oltre il 200° posto e in tre stagioni, dal 2016 al 2018, si ritira da metà dei tornei cui è iscritta adducendo infortuni che in realtà sono solo nella sua testa. Fino a quando affronta la situazione e telefona a Xavi Budo, ex coach della Suarez Navarro: «La prima volta che le ho parlato mi sono reso conto che era su una nuvola e il personaggio aveva preso il sopravvento sulla persona». Ma ne è uscita e, dopo aver iniziato l’anno da numero 70 e con una positività al Covid in Australia, se oggi batte la Azarenka diventa numero 11. Bentornata.

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