«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia» (Crivelli), Djokovic, iI campione che batte se stesso (Semeraro), Djokovic numero 1 merito di Becker (Mancuso), Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda (Valesio)

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«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia» (Crivelli), Djokovic, iI campione che batte se stesso (Semeraro), Djokovic numero 1 merito di Becker (Mancuso), Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda (Valesio)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia»

 

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta del 8.07.2014

 

Porte che si aprono e si chiudono, attimi che decidono la buona sorte o un destino nebuloso. Gli inglesi ci hanno costruito un film di grande successo, Novak Djokovic le ha attraversate con il buio davanti agli occhi per ritrovare la luce di una vittoria scaccia-crisi. Chissà cosa sarebbe successo se Nole, anziché tornare a trionfare a Wimbledon a tre anni dalla prima volta, si fosse inchinato a Sua Maestà Federer dopo aver avuto la palla per chiudere la sfida nel quarto set. Sarebbe stata la quarta finale Slam persa delle ultime quattro giocate, la sesta delle ultime sette. E anche il matrimonio di domani con Jelena si sarebbe velato di malinconica tristezza. Invece, Djoker salirà all’altare da numero uno del mondo e con la coppa del Major più prestigioso in bella vista. Come cambiano, le prospettive: «Dopo quel quarto set — racconta ora visibilmente rilassato — entrambi siamo andati in bagno. Mi sono visto allo specchio e ho pensato che bisognava guardare avanti, non a quello che non ero riuscito a concludere ma a ciò che avrei potuto ancora ottenere. Credetemi, non è facile perdere le ultime tre finali Slam di fila, anche se sai di comunque essere al top l’autostima viene meno, devi essere forte mentalmente per risalire. Questo è lo Slam che mi restituisce fiducia, perciò è il più bello della mia carriera». Confronto Fu osservando il lavoro soprattutto psicologico di Lendl su Murray, un altro super-talento con l’idiosincrasia, ben peggiore, alle finali, che Djokovic decise di interpellare Becker, un altro senza alcuna esperienza da allenatore, come l’antico avversario. Domenica, dopo il punto della vittoria, Boris ha festeggiato come forse non aveva mai fatto nei tre successi sul Centre Court (l’ultimo, tra l’altro, su Edberg, l’attuale allenatore di Federer, e in cinque set): «Quando sei a livelli così alti — commenta il tedesco — sono i dettagli a fare la differenza, soprattutto quelli mentali. E diventa fondamentale scambiare opinioni con chi ha già vissuto quei momenti, condividere il punto di vista con qualcuno che ci è già passato. Io — afferma con onestà — spesso ho preso decisioni sbagliate nella mia vita e ho fatto cose di cui non sono fiero, ma il tennis è la materia che indubbiamente conosco meglio». Rispetto Anche Nole è convinto che il successo londinese sia destinato a modificare il rapporto con Becker: «Credo che questo sia il punto di svolta, ora sappiamo che il lavoro insieme, la collaborazione, le idee che ci scambiamo sono vincenti. Il mio gioco è diverso dal suo, ovviamente, però è stato fondamentale per come mi ha spiegato i movimenti sull’erba e la gestione dei punti più delicati». Bum Bum, che non frequentava Wimbledon da tempo e ha ammesso di essersi perso tra le scale del Centre Court, ora ha il futuro in mano: «Novak conquisterà altri Slam, è sicuro, magari già dagli Us Open. Quando vinci, ti viene tutto facile, ma se uno come lui sta 18 mesi senza un successo in uno Slam, deve lavorare duro per recuperare. Ha un’etica del sacrificio incredibile e può migliorare ancora». Senza dubbio, con Nadal non più così incisivo sull’erba e alterno sul veloce, Federer verso un dorato tramonto e Murray nel limbo, il numero uno di Djokovic sembra il premio al giocatore più completo….

 

Djokovic, iI campione che batte se stesso

 

Stefano Semeraro, il corriere dello sport del 8.07.2014

 

Ci sono gli avversari che ti sfidano fuori, sul campo, e le voci che ti premono dentro. Se sei un vero numero 1, sai affrontare entrambi. Magari con un piccolo aiuto dagli amici, come cantavano i Beatles. Abbey Road è dall’altra parte di Londra rispetto a Wimbledon ma Novak Djokovic domenica ha ascoltato comunque la musica giusta. Quella che gli serviva per tenere a bada il Maestro dell’erba e zittire la paura di non essere più quello de12011,l’imbattibile Uomo di Gomma dei Fab Four del tennis. «Durante un match del genere ti attraversano tante emozioni, tanti dubbi», ha raccontato ieri. «Inizi a lottare con i tuoi demoni, ed la sfida più grossa che ho dovuto affrontare. Ho reso le mie certezze più forti dei miei dubbi, solo così sono riuscito a prendermi la coppa». Per feste x are il suo ritorno al vertice della classifica l’Atp gli ha confezionato una torta con un grande “1” commestibile, dolce ma senza glutine, come impone la sua dieta. Per tornare nutrire le sue (smisurate) ambizioni Nole ha dovuto però passare una carestia di quasi due anni e di tre finali Slam perse: a Parigi contro Nadal, a Wimbledon con il suo amico Murray, a New York di nuovo contro lo spagnolo in un match nel quale a lungo aveva giocato meglio. Ma nel quale i dubbi di essere meno tosto, meno duro di Rafa lo avevano indebolito. Per scacciare i fantasmi Novak così dopo un 2013 deludente – per i suoi livelli s’intende – ha ingaggiato uno che in campo non si faceva intimorire da nulla. Boris Becker, il tre volte campione dei Championships che una volta disse: «Il momento in cui godo di più in campo è quando sono sotto 0-40 e devo salvare tutte quelle pale-break con il mio servizio». Non a caso lo chiamavano Bum-bum .Quando il coach storico di Djokovic, Marian Vajda, gli ha detto che doveva stare accanto alla moglie malata, che non aveva più voglia di fare tutto l’anno il vagabondo del Tour, Nole si è fatto dare il cellulare di Becker: «Aiutami a vincere di nuovo uno Slam», gli ha chiesto. «Con Boris parliamo soprattutto di queste cose», spiega il Joker. «Volevo prepararmi psicologicamente per attimi cruciali che mi potevano attendere sul campa e contro Federer ce ne sono stati tanti, tantissimi. Ci siamo spinti entrambi al limite, e ovviamente avere Becker nel mio box è stato d’aiuto. Che consigli mi ha dato? Prima del torneo mi ha detto che sapeva che possiedo il gioco giusto per vincere Wimbledon, e the dovevo convincermene anch’io, senza badare a quello che accade sul campo» Più un motivato *** re, che un “consigliori” tecnico alla Edberg. Una “presenza; come lo chiamano gli anglosassoni. Uno che tiene a bada le voci. 11 punto di svolta è stato a Roma, quando il rapporto con l’ex campione tedesco non si era ancora saldato e per cementarlo Nole ha chiamato in aiuto proprio Vajda, che in origine non avrebbe dovuto partecipare alla trasferta. «Invece ha accettato di esserci, tutti insieme abbiamo vinto il torneo e ho iniziato a sentirmi più vicino a Boris. A capire meglio il messaggio che stava cercando di trasmettermi». Murray prima del quinto set della sua vittoriosa finale agli US Open nel 2012 negli spogliatoi si mise davanti auno specchio e si urlb in faccia: per svegliarsi, per darsi la carica. «Domenica in campo mi sono ripetuto le parole di Boris: dimentica le chance che hai perduta vai avanti. Non è importante dove sei, ma cosa ti sta sucredendo». A volte non è importante cosa ti stanno dicendo, ma chi te la sta dicendo. «Persino Federer, se in un momento di difficoltà guarda in alto e nel suo box vede Stefan Edberg- sostiene Goran Ivanisevic – uno che Roger ammirava tanto da piccolo: questo può aiutarlo a calmarsi e ritrovare la concentrazione». Laura del campione-mito aiuta anche chi un campione lo è in proprio. «In fondo questi ragazzi non sono robot, non sono macchina, hanno emozioni e paure, sono esseri umani anche loro – sorride Becker – Non puoi semplicemente spingere un bottone e pretendere che siano perfetti».

 

Djokovic numero 1 merito di Becker

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 8.07.2014

 

«È stato il più bel pasto della mia vita». Novak Djokovic dopo il secondo trionfo a Wimbledon, il torneo più famoso del mondo, si chinato sull’erba del Centre Court e ne ha mangiata una zolla. Come aveva già fatto nel 2011. Chissà cosa gli sarà passato per la testa quando Federer nel quarto set ha rimontato dal 5-2 annullandogli un match point. Il 27enne serbo deve aver visto i fantasmi ad un soffio dallo striscione del traguardo. Nole a freddo, il giorno dopo, sottolinea: «Roger ha dimostrato perché ha vinto 17 Slam. Non ho sbagliato io, è stato lui a giocare in modo incredibile quel quarto set». Poi ha vinto al quinto, ma davanti agli occhi gli devono essere sfilate una dopo l’altra le immagini delle ultime tre finali di Slam perse: Wimbledon e US Open 2013, Roland Garros 2014. Senza dimenticare che non vinceva uno Slam dagli Australian Open 2013. «È stata la mia miglior finale, un livello altissimo dal primo all’ultimo punto», ribadisce. Un successo doppio per il tennista di Belgrado, che ha scavalcato Rafa Nadal e da ieri è di nuovo al comando del ranking: per lui è la settimana n.102 da n.l. Lo era stato per la prima volta il 4 luglio 2011. Dopo 53 settimane aveva ceduto lo scettro a Federer, quindi era tornato in vetta il 5 novembre 2012. Aveva perso di nuovo la leadership a favore di Nadal lo scorso 30 settembre: da allora ha collezionato 54 match vinti e solo 4 persi. Merito anche di Boris Becker, che Nole ha voluto come coach. “Bum Bum”, campione dall’ego smisurato, gli ha trasmesso un pò di quella sfrontatezza (al di là dei siparietti in campo) che gli aveva fatto difetto in passato. Prima della finale persa lo scorso settembre a New York contro Nadal, avevano fatto riflettere le sue parole: «È Rafa il vero n.1», aveva detto. Una resa già prima di scendere in campo. Era uscito malconcio anche dalla finale del Roland Garros persa contro il solito Ra-fa, si è rifatto con gli interessi a Londra. «Ora penso di meritare un po’ di riposo e ho degli impegni importanti…», racconta. Domani spose Jelena Restic la cerimonia sarà celebrata a Sveti Stefan, un’isoletta del Montenegro. E presto sarà papà. In campo lo rivedremo ad agosto sul cemento americano. Da number one.

 

Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda

 

Piero Valesio, tuttosport del 8.07.2014

 

II ligure deve difendere i punti conquistati a luglio 2013: le vittorie nella Mercedes Cup, quella di Amburgo e la finale di Umago. Poi potrà concentrasi sugli Usa Fabio Fognini torna da campione in carica alla prestigiosa Mercedes Cup, il torneo ATP 250 di Stoccarda che si disputa su campi in terra battuta. Il tennista ligure, che lo scorso anno trovò qui il suo primo titolo ATP in camera, è la prima testa di serie del torneo tedesco e usufruisce di un bye al primo turno. Al secondo attende il kazako Andrey Golubev, numero 16 del raking, che ha sconfitto il rientraste Philipp Petzschner, tedesco sceso oltre la 500esima posizione mondiale e in tabellone con una wild card. Fabio ha vinto entrambi i precedenti contro il 26enne nao in Russia. per Fognini il mese di luglio rappresenta un momento cardine della stagione. L’anno scorso oltre alla vittoria di Stoccarda ha vinto ad Amburgo e ha raggiusto la finale ad Umago. Una valanga di punti che Fabio dovrà difendere ad ogni coso per non perdere terreno nella clasifica Atp e continuare il suo avvicinamento alla top ten: che per sua stessa ammissione rappresenta l’obiettivo del suo prossimo futuro. MURRAY CHE CROLLO Intanto Fabio è riuscito a conservare la 15esima posizione. Ha perso terreno invece Andreas Seppi, che a causa di una precoce eliminazione ai Championships. ha perso nove posizioni e si è attestato nella posizione n. 45esima posizione mondiale. Paolo Lorenzi ha guadagnato tre posizioni: ora è n. 80. Il bel torneo di Simone Bolelli gli ha permesso di guadagnare 23 posizioni : ora è n.109. Come preannunciato Novak Djokovic è tornato a essere primo giocatore mondiale. Il finalista Roger Federer ha superato il connazionale Wawrinka ed è numero 3 del mondo. Milos Raonic guadagna 3 posizioni grazie alla semifinale e si ferma in sesta piazza, alle spalle di Tomas Berdych. Infine, Grigor Dimitrov fa il suo debutto storico tra i Top 10 in nona posizione, superando anche Andy Murray, crollato in decima.

 

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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