«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia» (Crivelli), Djokovic, iI campione che batte se stesso (Semeraro), Djokovic numero 1 merito di Becker (Mancuso), Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda (Valesio)

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«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia» (Crivelli), Djokovic, iI campione che batte se stesso (Semeraro), Djokovic numero 1 merito di Becker (Mancuso), Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda (Valesio)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

«Io, Djokovic, ho ripreso fiducia»

 

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta del 8.07.2014

 

Porte che si aprono e si chiudono, attimi che decidono la buona sorte o un destino nebuloso. Gli inglesi ci hanno costruito un film di grande successo, Novak Djokovic le ha attraversate con il buio davanti agli occhi per ritrovare la luce di una vittoria scaccia-crisi. Chissà cosa sarebbe successo se Nole, anziché tornare a trionfare a Wimbledon a tre anni dalla prima volta, si fosse inchinato a Sua Maestà Federer dopo aver avuto la palla per chiudere la sfida nel quarto set. Sarebbe stata la quarta finale Slam persa delle ultime quattro giocate, la sesta delle ultime sette. E anche il matrimonio di domani con Jelena si sarebbe velato di malinconica tristezza. Invece, Djoker salirà all’altare da numero uno del mondo e con la coppa del Major più prestigioso in bella vista. Come cambiano, le prospettive: «Dopo quel quarto set — racconta ora visibilmente rilassato — entrambi siamo andati in bagno. Mi sono visto allo specchio e ho pensato che bisognava guardare avanti, non a quello che non ero riuscito a concludere ma a ciò che avrei potuto ancora ottenere. Credetemi, non è facile perdere le ultime tre finali Slam di fila, anche se sai di comunque essere al top l’autostima viene meno, devi essere forte mentalmente per risalire. Questo è lo Slam che mi restituisce fiducia, perciò è il più bello della mia carriera». Confronto Fu osservando il lavoro soprattutto psicologico di Lendl su Murray, un altro super-talento con l’idiosincrasia, ben peggiore, alle finali, che Djokovic decise di interpellare Becker, un altro senza alcuna esperienza da allenatore, come l’antico avversario. Domenica, dopo il punto della vittoria, Boris ha festeggiato come forse non aveva mai fatto nei tre successi sul Centre Court (l’ultimo, tra l’altro, su Edberg, l’attuale allenatore di Federer, e in cinque set): «Quando sei a livelli così alti — commenta il tedesco — sono i dettagli a fare la differenza, soprattutto quelli mentali. E diventa fondamentale scambiare opinioni con chi ha già vissuto quei momenti, condividere il punto di vista con qualcuno che ci è già passato. Io — afferma con onestà — spesso ho preso decisioni sbagliate nella mia vita e ho fatto cose di cui non sono fiero, ma il tennis è la materia che indubbiamente conosco meglio». Rispetto Anche Nole è convinto che il successo londinese sia destinato a modificare il rapporto con Becker: «Credo che questo sia il punto di svolta, ora sappiamo che il lavoro insieme, la collaborazione, le idee che ci scambiamo sono vincenti. Il mio gioco è diverso dal suo, ovviamente, però è stato fondamentale per come mi ha spiegato i movimenti sull’erba e la gestione dei punti più delicati». Bum Bum, che non frequentava Wimbledon da tempo e ha ammesso di essersi perso tra le scale del Centre Court, ora ha il futuro in mano: «Novak conquisterà altri Slam, è sicuro, magari già dagli Us Open. Quando vinci, ti viene tutto facile, ma se uno come lui sta 18 mesi senza un successo in uno Slam, deve lavorare duro per recuperare. Ha un’etica del sacrificio incredibile e può migliorare ancora». Senza dubbio, con Nadal non più così incisivo sull’erba e alterno sul veloce, Federer verso un dorato tramonto e Murray nel limbo, il numero uno di Djokovic sembra il premio al giocatore più completo….

 

Djokovic, iI campione che batte se stesso

 

Stefano Semeraro, il corriere dello sport del 8.07.2014

 

Ci sono gli avversari che ti sfidano fuori, sul campo, e le voci che ti premono dentro. Se sei un vero numero 1, sai affrontare entrambi. Magari con un piccolo aiuto dagli amici, come cantavano i Beatles. Abbey Road è dall’altra parte di Londra rispetto a Wimbledon ma Novak Djokovic domenica ha ascoltato comunque la musica giusta. Quella che gli serviva per tenere a bada il Maestro dell’erba e zittire la paura di non essere più quello de12011,l’imbattibile Uomo di Gomma dei Fab Four del tennis. «Durante un match del genere ti attraversano tante emozioni, tanti dubbi», ha raccontato ieri. «Inizi a lottare con i tuoi demoni, ed la sfida più grossa che ho dovuto affrontare. Ho reso le mie certezze più forti dei miei dubbi, solo così sono riuscito a prendermi la coppa». Per feste x are il suo ritorno al vertice della classifica l’Atp gli ha confezionato una torta con un grande “1” commestibile, dolce ma senza glutine, come impone la sua dieta. Per tornare nutrire le sue (smisurate) ambizioni Nole ha dovuto però passare una carestia di quasi due anni e di tre finali Slam perse: a Parigi contro Nadal, a Wimbledon con il suo amico Murray, a New York di nuovo contro lo spagnolo in un match nel quale a lungo aveva giocato meglio. Ma nel quale i dubbi di essere meno tosto, meno duro di Rafa lo avevano indebolito. Per scacciare i fantasmi Novak così dopo un 2013 deludente – per i suoi livelli s’intende – ha ingaggiato uno che in campo non si faceva intimorire da nulla. Boris Becker, il tre volte campione dei Championships che una volta disse: «Il momento in cui godo di più in campo è quando sono sotto 0-40 e devo salvare tutte quelle pale-break con il mio servizio». Non a caso lo chiamavano Bum-bum .Quando il coach storico di Djokovic, Marian Vajda, gli ha detto che doveva stare accanto alla moglie malata, che non aveva più voglia di fare tutto l’anno il vagabondo del Tour, Nole si è fatto dare il cellulare di Becker: «Aiutami a vincere di nuovo uno Slam», gli ha chiesto. «Con Boris parliamo soprattutto di queste cose», spiega il Joker. «Volevo prepararmi psicologicamente per attimi cruciali che mi potevano attendere sul campa e contro Federer ce ne sono stati tanti, tantissimi. Ci siamo spinti entrambi al limite, e ovviamente avere Becker nel mio box è stato d’aiuto. Che consigli mi ha dato? Prima del torneo mi ha detto che sapeva che possiedo il gioco giusto per vincere Wimbledon, e the dovevo convincermene anch’io, senza badare a quello che accade sul campo» Più un motivato *** re, che un “consigliori” tecnico alla Edberg. Una “presenza; come lo chiamano gli anglosassoni. Uno che tiene a bada le voci. 11 punto di svolta è stato a Roma, quando il rapporto con l’ex campione tedesco non si era ancora saldato e per cementarlo Nole ha chiamato in aiuto proprio Vajda, che in origine non avrebbe dovuto partecipare alla trasferta. «Invece ha accettato di esserci, tutti insieme abbiamo vinto il torneo e ho iniziato a sentirmi più vicino a Boris. A capire meglio il messaggio che stava cercando di trasmettermi». Murray prima del quinto set della sua vittoriosa finale agli US Open nel 2012 negli spogliatoi si mise davanti auno specchio e si urlb in faccia: per svegliarsi, per darsi la carica. «Domenica in campo mi sono ripetuto le parole di Boris: dimentica le chance che hai perduta vai avanti. Non è importante dove sei, ma cosa ti sta sucredendo». A volte non è importante cosa ti stanno dicendo, ma chi te la sta dicendo. «Persino Federer, se in un momento di difficoltà guarda in alto e nel suo box vede Stefan Edberg- sostiene Goran Ivanisevic – uno che Roger ammirava tanto da piccolo: questo può aiutarlo a calmarsi e ritrovare la concentrazione». Laura del campione-mito aiuta anche chi un campione lo è in proprio. «In fondo questi ragazzi non sono robot, non sono macchina, hanno emozioni e paure, sono esseri umani anche loro – sorride Becker – Non puoi semplicemente spingere un bottone e pretendere che siano perfetti».

 

Djokovic numero 1 merito di Becker

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 8.07.2014

 

«È stato il più bel pasto della mia vita». Novak Djokovic dopo il secondo trionfo a Wimbledon, il torneo più famoso del mondo, si chinato sull’erba del Centre Court e ne ha mangiata una zolla. Come aveva già fatto nel 2011. Chissà cosa gli sarà passato per la testa quando Federer nel quarto set ha rimontato dal 5-2 annullandogli un match point. Il 27enne serbo deve aver visto i fantasmi ad un soffio dallo striscione del traguardo. Nole a freddo, il giorno dopo, sottolinea: «Roger ha dimostrato perché ha vinto 17 Slam. Non ho sbagliato io, è stato lui a giocare in modo incredibile quel quarto set». Poi ha vinto al quinto, ma davanti agli occhi gli devono essere sfilate una dopo l’altra le immagini delle ultime tre finali di Slam perse: Wimbledon e US Open 2013, Roland Garros 2014. Senza dimenticare che non vinceva uno Slam dagli Australian Open 2013. «È stata la mia miglior finale, un livello altissimo dal primo all’ultimo punto», ribadisce. Un successo doppio per il tennista di Belgrado, che ha scavalcato Rafa Nadal e da ieri è di nuovo al comando del ranking: per lui è la settimana n.102 da n.l. Lo era stato per la prima volta il 4 luglio 2011. Dopo 53 settimane aveva ceduto lo scettro a Federer, quindi era tornato in vetta il 5 novembre 2012. Aveva perso di nuovo la leadership a favore di Nadal lo scorso 30 settembre: da allora ha collezionato 54 match vinti e solo 4 persi. Merito anche di Boris Becker, che Nole ha voluto come coach. “Bum Bum”, campione dall’ego smisurato, gli ha trasmesso un pò di quella sfrontatezza (al di là dei siparietti in campo) che gli aveva fatto difetto in passato. Prima della finale persa lo scorso settembre a New York contro Nadal, avevano fatto riflettere le sue parole: «È Rafa il vero n.1», aveva detto. Una resa già prima di scendere in campo. Era uscito malconcio anche dalla finale del Roland Garros persa contro il solito Ra-fa, si è rifatto con gli interessi a Londra. «Ora penso di meritare un po’ di riposo e ho degli impegni importanti…», racconta. Domani spose Jelena Restic la cerimonia sarà celebrata a Sveti Stefan, un’isoletta del Montenegro. E presto sarà papà. In campo lo rivedremo ad agosto sul cemento americano. Da number one.

 

Il mese tremendo di Fognini inizia a Stoccarda

 

Piero Valesio, tuttosport del 8.07.2014

 

II ligure deve difendere i punti conquistati a luglio 2013: le vittorie nella Mercedes Cup, quella di Amburgo e la finale di Umago. Poi potrà concentrasi sugli Usa Fabio Fognini torna da campione in carica alla prestigiosa Mercedes Cup, il torneo ATP 250 di Stoccarda che si disputa su campi in terra battuta. Il tennista ligure, che lo scorso anno trovò qui il suo primo titolo ATP in camera, è la prima testa di serie del torneo tedesco e usufruisce di un bye al primo turno. Al secondo attende il kazako Andrey Golubev, numero 16 del raking, che ha sconfitto il rientraste Philipp Petzschner, tedesco sceso oltre la 500esima posizione mondiale e in tabellone con una wild card. Fabio ha vinto entrambi i precedenti contro il 26enne nao in Russia. per Fognini il mese di luglio rappresenta un momento cardine della stagione. L’anno scorso oltre alla vittoria di Stoccarda ha vinto ad Amburgo e ha raggiusto la finale ad Umago. Una valanga di punti che Fabio dovrà difendere ad ogni coso per non perdere terreno nella clasifica Atp e continuare il suo avvicinamento alla top ten: che per sua stessa ammissione rappresenta l’obiettivo del suo prossimo futuro. MURRAY CHE CROLLO Intanto Fabio è riuscito a conservare la 15esima posizione. Ha perso terreno invece Andreas Seppi, che a causa di una precoce eliminazione ai Championships. ha perso nove posizioni e si è attestato nella posizione n. 45esima posizione mondiale. Paolo Lorenzi ha guadagnato tre posizioni: ora è n. 80. Il bel torneo di Simone Bolelli gli ha permesso di guadagnare 23 posizioni : ora è n.109. Come preannunciato Novak Djokovic è tornato a essere primo giocatore mondiale. Il finalista Roger Federer ha superato il connazionale Wawrinka ed è numero 3 del mondo. Milos Raonic guadagna 3 posizioni grazie alla semifinale e si ferma in sesta piazza, alle spalle di Tomas Berdych. Infine, Grigor Dimitrov fa il suo debutto storico tra i Top 10 in nona posizione, superando anche Andy Murray, crollato in decima.

 

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Australian Open con dieci azzurri (La Nazione)

La rassegna stampa di mercoledì 7 dicembre 2022

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Australian Open con dieci azzurri. Confermato il ritorno di Djokovic (La Nazione)

Sono state annunciate le entry list degli open d’Australia 2023, in programma dal 16 al 29 gennaio a Melbourne Park. In campo maschile non ci sono sorprese: il numero 1 è Carlos Alcaraz, Novak Djokovic è confermato e l’unico assente tra i Top 100 è il francese Gael Monfils, numero 52 del mondo. A guidare il gruppetto azzurro Jannik Sinner (n.15), Matteo Berrettini (n.16) e Lorenzo Musetti (n.23) che saranno teste di serie. Poi Lorenzo Sonego (n.45) e Fabio Fognini (n.55). II primo italiano non ammesso al tabellone principale è Marco Cecchinato, n.104 del mondo, e sesto nella lista dei cosiddetti ‘Alternates’, cioè coloro che possono subentrare in caso di rinuncia di chi li precede. In campo femminile, dove il tabellone è guidato da Iga Swiatek, il fenomeno delle iscrizioni con il ranking protetto causa infortuni ha assunto dimensioni di massa: sono ben 11 le giocatrici che hanno usato la loro classifica protetta per esserci nel primo Slam del 2023. Questo ha fatto chiudere la lista degli ingressi di diritto in tabellone al n.95, quello della belga Ysaline Bonaventure. Rimane dunque fuori, tra le Alternates, Sara Errani, n. 108. Sarà comunque una delle prime teste di serie nelle qualificazioni, con buone speranze di passarle e aggiungersi alle 5 azzurre di sicuro protagoniste: Martina Trevisan (n.27), Lucia Bronzetti (n.58), Jasmine Paolini (n.63), Elisabetta Cocciaretto (n.66) e Camila Giorgi (n.68).

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Addio Bollettieri, sudore e disciplina. È stato l’allenatore di 12 numeri uno (Lenzi, Azzolini, Semeraro)

Il racconto di Nick Bollettieri nella rassegna stampa di martedì 6 dicembre

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Addio Bollettieri, sudore e disciplina. È stato l’allenatore di 12 numeri uno (Claudio Lenzi, La Gazzetta dello Sport)

Il grande maestro non cè più. Chissà se qualcuno dei tanti talenti che ha forgiato nella lunga carriera da allenatore autodidatta si metterà “sull’attenti” per l’ultimo saluto. Nicholas ‘Nick’ Bollettieri, benedizione e incubo per un esercito di tennisti più o meno affermati, è morto ieri nella sua casa in Florida a 91 anni, dopo alcune settimane di ricovero. Figlio di immigrati di origine napoletana, arruolato per sopravvivere nei paracadutisti, su un aspetto ha messo tutti d’accordo, ideando il «corri e tira», oggi diventato lo stile di gioco imperante, e fondando la preparazione sulla cura maniacale della testa, oltre che del fisico. Avere un Marine come coach non dev’essere stato facile, ma così funzionava allAcademy di Bradenton. Lo ha descritto brutalmente Andre Agassi, il vero prototipo del suo giocatore ideale, nell’autobiografia bestseller Open […]. Era il 1984 quando il padre Mike spedì il quattordicenne Agassi all’accademia di Bollettieri: doveva restare in Florida qualche mese, se ne andrà dopo 9 anni ormai prosciugato, lui genio ribelle guidato da un coach che non tollera il minimo sgarro. E proprio il “Kid” di Las Vegas sarà il primo a regalargli uno Slam. “Ha dato a tanti la possibilità di vivere il proprio sogno. Ci ha fatto vedere come la vita può essere vissuta al massimo. Grazie Nick” – lo “perdona” con un tweet Agassi, da bravo figliol prodigo. Sono altri 11 i tennisti saliti al numero 1 che gli devono quasi tutto Becker, Rios, Courier e Sampras tra gli uomini; Serena e Venus Williams, Sharapova, Jankovic, Seles, Capriati e Hingis fra le donne […]. E pensare che tutto è cominciato a Pelham, periferia di New York, in un quartiere multietnico dove i soli sport conosciuti erano il soccer (il nostro calcio) e il football. Il padre lo avrebbe voluto avvocato, ma dopo la laurea in filosofia il giovane Nick abbandona presto la facoltà di Giurisprudenza e inizia a insegnare su un campo pubblico di North Miami Beach. All’epoca intascava tre dollari all’ora, arriverà a prenderne 300 volte tanto. Il vero miracolo comincia nel 1978, anno di fondazione della Nick Bollettieri Academy, che nel 1987 viene acquistata dal colosso del management IMG. Oggi la struttura si estende su un terreno di 450 acri (dai 40 iniziali) e offre lavoro a 650 persone. In tutto questo, ha avuto tempo di sposarsi otto volte e di crescere sette figli, senza mai dimenticare le origini italiane Capri ricorda i suoi viaggi di nozze. L’ultimo con Cindi, che ne ha dato la definizione ideale: “Quando l’ho sposato sapevo bene che io sarei stata l’amante: lui ha già sposato la sua Accademia”. Addio, Nick. A tuo modo, sei stato un gigante.

Addio Nick, il precursore (Claudio Azzolini, Tuttosport)

 

Monica Seles ha imparato il tennis sui disegnini del padre: con pochi tratti Karolj Seles dava vita a un coniglietto che eseguiva colpi a due mani. ll campo era il garage di casa, a Novi Sad. Quando Monica partì per gli Stati Uniti, invitata dal college di Nick Ballettieri a Bradenton, Florida, aveva 12 anni. La famiglia la seguì in militaresca formazione, con Karolj a fare da capo spedizione lungo la strada del riscatto. Sul campo la bimba saliva e scendeva lungo la scala dei decibel, lanciando grandi urla su ogni colpo. Davanti ai microfoni i grunt si trasformavano in squittii, il coniglietto diventava scoiattolo […]. Quando Monica debuttò e raggiunse la terza piazza era alta 1,63, mentre quando divenne numero uno si era alzata di 9 centimetri e i suoi strilli erano diventati grufoli eccitati, un po’ erotici e un po’ osceni […]. Quando la bambina cominciò a mettere in fila le grandi deltennis, Karolj decise che i Seles potevano farcela da soli, e lui sarebbe stato coach e manager. Bollettieri, sentendosi tradito, decise di rivolgersi a un avvocato. Troppo tardi… Il grurzolo di dollari che giocava in grembiulino, menando fendenti da fabbro ferraio, ormai se n’era andato. La storia di Monira Seles si è ripetuta decine di volte nella lunga vicenda tennistica che fece di Nick Bollettieri prima un coach e poi un apripista, poi un guru del tennis, quindi un manager e un uomo ricco e conosciuto, ma anche un personaggio al centro di molte contestazioni, con una pletora di tennisti, la gran parte di quelli che lui aveva allevato, pronta a rivoltarsi contro l’uomo che si era proposto come padre spirituale […]. Nick riservò il ruolo di figlio prediletto ad Andre Agassi, che venne trascinato alla Bollettieri Academy giovanissimo, quando il padre ex pugile e butta fuori in un hotel di Las Vegas con annesso casinò ritenne di non avere più niente da insegnargli. Proprio Andre, che oggi è diventato uno dei più fervidi contestatori dell’esperienza vissuta all’accademia, nella quale – a suo dire – Nick imponeva troppe regole, troppe restrizioni, che avevano l’effetto di fomentare rabbia nei confronti del tennis. Eppure, il percorso svolto da Nick con la sua Academy, da anni ormai proprietà del colosso del management IMG fordato da “Squalo” McCormack, ha finito per segnare il profilo del nostro sport, in questi anni di sfide a base di colpi proibiti e sempre più potenti, nelle quali trionfa il tennis dei tutti uguali. Il gioco che si apprendeva sui campi di Bradenton era quello, da fondo campo e a tutto braccio, impostato sul ritmo degli scambi e sulla sopraffazione fisica degli avversari […]. Alla fine, più che i tennisti, sono stati coach i veri figli di Nick. Ne hanno filtrato gli insegnamenti, e hanno tirato su accademie che molto somigliano alla sua, nelle quali la regola prima è fare vita da accademia, cioè frequentarla, viverla, crearsi all’interno solide amicizie, e non smettere di studiare. Anche il “mental tennis” di oggi trova in Bollettieri un progenitore. La sua preferenza andava ai “forti di testa’: “Seles e Sharapova lo erano”, spiegò una volta, “mentre come tenniste ce n’erano di migliori”. Fu il primo a istituire corsi di mental coaching, e a ribaltare la sacra trimurti che aveva guidato il tennis lino a tutti gli anni Settanta. “Tecnica, Fisico, Mente” cambiò presto i connotati in “Mente, Fisico e tecnica” […]. “Sono dodici” – sosteneva – “i tennisti che ho portato al numero uno”. Troppa grazia. Agassi e Courier, Sharapova e Seles è possibile definirli suoi prodotti, altri hanno avuto con lui rapporti ben più fuggevoli. Ma Nick ò stato questo, per il tennis, un uomo che lo ha attraversato a velocità doppia di altri, con molte buone idee, e qualche esagerazione.

Addio all’allenatore dei numeri 1, il papà di tutte le Academy (Stefano Semeraro, La Stampa)

“Mi è sempre piaciuto lavorare con le persone. Aiutarle a diventare qualcosa di speciale. Non devi aver paura di diventare il migliore al mondo, qualunque cosa tu faccia. Allenati più degli altri, e credi in te stesso, questo è il segreto. E siccome le mie origini sono italiane, potete sempre dire di avere il miglior coach del mondo. Okay, my boy?”. Nick Bollettieri, che se ne è andato ieri a 91 anni, non aveva paura di niente. Tranne che degli aghi. Per questo, nonostante i tanti acciacchi arrivati alla fine di una vita vissuta alzandosi sempre alle 4,30 di mattina, il coach che ha aiutato Andre Agassi, Monica Seles, Jim Courier, Maria Sharapova, Boris Becker e altri ancora diventare numero 1 del tennis, non aveva mai voluto andare dal medico. Sotto sotto era convinto che anche la Nera Signora si potesse ingannare, guardandola diritta negli occhi e parlandoci un poco. Nicholas James Bollettieri, nato a Pelham, stato di New York, forse non è stato il miglior allenatore di tennis della storia, ma di sicuro il più convincente. Un visionario molto concreto, figlio di immigrati italiani, laureato in Filosofia, paracadutista, pilota di jet mancato. Uno dei primi a intuire che il tennis poteva essere un business milionario. Dopo aver insegnato per una ventina d’anni fra Portorico e la Florida, nel 1978 aveva messo in piedi il suo capolavoro sui 50 campi e i 40 acri di Bradenton, la madre di tutte le Academy tennistiche, venduta poi con gli interessi nel 1987 all’IMG. Qualcosa a metà fra un paradiso e un campo di concentramento, disciplina, allenamento, la quantità che si trasforma in qualità. Un credo tennistico semplice: picchiare, aggredire, soffocare fisicamente e mentalmente l’avversario. Il suo prodotto più celebre è stato Agassi, figlioccio ribelle che gli deve molto ma che dalla «prigione» di Bradenton sognava solo di evadere e con Nick il guru ha avuto scontri violenti, raccontati con dovizia di particolari nella sua autobiografia ‘Open’. Ma fra le sue mani a cavallo di due millenni è passato molto del tennis che contava, compresi Anna Kournikova, Tommy Haas, Michael Chang, Mary Pierce, Jelena Jankovic, Kei Nishikori, le nostre Raffaella Reggi e Sara Errani. Lo hanno accusato di essere poco più di un ciarlatano, fuoriclasse dei discorsi motivazionali e mago delle pr, ma semplificatore all’eccesso […]. “Oggi ci sono almeno altri 15 fattori oltre al talento che devi valutare se cerchi un campione – diceva – la famiglia, il fisico, la mentalità, l’intelligenza, e soprattutto se saprà ripetere in partita quello che impara in allenamento. Penso a Maria Sharapova: già a 10 anni al suo confronto un palo d’acciaio sembrava uno spaghetto scotto”.

Addio a Nick Bollettieri. Insegnò il tennis e la “disciplina”, fu maestro di Agassi (Corriere della Sera)

Dove ti alleni? Da Bollettieri. Un cognome, un marchio. C’è stato un tempo in cui il tennis era lui. Nicholas James Bollettieri, scomparso a 91 anni, passato alla storia come il maestro di Andre Agassi. Nato a Pelham (New York) da immigrati italiani, un diploma in filosofia che gli sarebbe servito per attuare la sua rivoluzione cartesiana dei metodi di insegnamento e allenamento del tennis, appreso chissà come, dove e quando: forse al college da ragazzo, praticato prestando servizio nell’esercito americano, abbracciato come professione dal ’56, dopo aver lasciato la facoltà di legge all’Università di Miami, amatissima Florida, lo stato che gli avrebbe dato l’abbronzatura perenne e la celebre Nick Bollettieri Tennis Academy a Bradenton. Da lì sono passati tutti, o quasi. Jimmy Arias e Jennifer Capriati, talenti precoci, Maria Sharapova bambina con 500 dollari in tasca, i n.1 Courier e Agassi, che alla disciplina militaresca del posto si ribellò inventando uno stile: meches, smalto, orecchini, jeans strappati. Raffaella Reggi, pioniera del tennis italiano, sbarcò a Bradenton 15enne: “Non avevo classifica. Nick mi guardò dieci minuti e mi predisse un futuro da top”. Sarebbe diventata n.13 (’88). L’ennesima previsione azzeccata dal Maestro.

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Accademia Lagnasco (Bertellino). Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Catapano)

La rassegna stampa di giovedì 1 dicembre 2022

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Accademia Lagnasco (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La struttura è imponente, sobria e funzionale e si presta perfettamente ad una proposta di tennis e sport al passo con i tempi. Parliamo di Vehementia Tennis Team che ha sede al Tennistadium di Lagnasco, paesino di poco più di 1000 abitanti situato a pochi chilometri da Saluzzo. Le parole d’ordine sono coinvolgimento, professionalità e servizio. Lo scorso 10 novembre è andato in scena un Convegno nel corso del quale è stata presentata l’attività nelle sue svariate accezioni e gli sponsor del centro hanno potuto interagire e conoscersi in una sorta di B2B molto apprezzato da tutti. La VTT, forte di uno staff consolidato e composito, guarda all’oggi ma soprattutto al futuro, come hanno sottolineato i suoi massimi dirigenti, Duccio Castellano ed Enrico Gramaglia. Il centro, nato per volontà della famiglia Rosatello, ha cambiato pelle negli anni e oggi spicca nel settore per la qualità che offre ai suoi frequentatori.[…] Gli oltre 100 ragazzi che frequentano i corsi hanno a loro disposizione il doposcuola sportivo con tanto di servizio pranzo, assistenza compiti, tennis e multisport. In più possono godere di un servizio navetta da scuola al Tennistadium con ritorno nel proprio comune che sta facendo la differenza: «E’ molto apprezzato – sottolinea Duccio Castellano – perché le famiglie ci affidano i loro piccoli atleti certi del fatto che verranno seguiti nella loro giornata tipo che, sul modello delle migliori accademie mondiali, cui ci ispiriamo, ha come obiettivo la loro crescita armonica, nello sport e non solo». Il centro presenta tre campi da tennis indoor in greenset, 2 campi da tennis outdoor in terra rossa, una palestra attrezzata, una palestra per il corpo libero, una pista di atletica della lunghezza di 70 metri lineari, una sala wellness, l’area shopping nella quale è possibile trovare abbigliamento e attrezzatura sportiva. Tra gli spazi anche quello dedicato ad una sala riunioni. In primo piano alla VTT la salute e il benessere, grazie alla presenza di una biologa nutrizionista, di un fisioterapista, un osteopata, un chinesiologo, un preparatore atletico, una psicologa, un mental coach per il tennis, un personal trainer e una sezione indirizzata alla prevenzione degli infortuni. Per avviare al tennis i più giovani c’è anche il corso gratuito per i bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Servizi dunque a 360° che vedono anche la possibilità di utilizzare l’incordatore in sede, professionalmente preparato secondo gli standard della Federazione Italiana Tennis. Sono molti gli eventi organizzati nel corso dell’anno, dai tornei FIT ai campionati a squadre di serie C e D, dalla VTT Cup per adulti alla VTT Cup Young, dalla Festa di carnevale a quella di fine corso, ed ancora dalla Festa Estatennistadium, quella di Halloween, di Natale, le Feste di compleanno, le gite ai tornei internazionali. Particolari e molto sentiti altri momenti di tennis e “goliardia” quali “Tennis e Bollicine’; i laboratori genitori e figli, il babysitting serale. Il venerdì sera è nato anche un torneo di tandem dal titolo “Doppiamo” con coppie ad estrazione in 2 livelli (da 8 a 12 persone il numero dei partecipanti). Insomma di tutto e di più per far sentire a casa chi ama il tennis e i momenti di aggregazione troppo spesso dimenticati nei club di tennis. Gli obiettivi futuri sono chiari e ben delineati: «E’ già stato approvato un progetto di ampliamento della struttura – precisano Castellano e Gramaglia – che vedrà nascere altri due campi da tennis, uno da padel e uno da beach tennis con sabbia riscaldata. Prenderanno forma anche cinque studi medici interni perché riteniamo che il servizio in struttura sia ormai imprescindibile. La voglia di continuare a crescere è tanta e ogni giorno viene supportata dall’appoggio dei nostri partner, molti dei quali sono con noi fin dall’inizio di questa splendida avventura. Nel 2023 celebreremo le dieci stagioni di vita della struttura e fin da questo momento prefiguriamo un anno speciale sotto tutti i punti di vista».

Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Alessandro Catapano, Il Messagero)

 

Presidente [..], il tennis italiano sta per mandare in archivio un 2022 di successi sul campo, vittorie politiche e risultati economici. Ne scelga uno. «Premesso che è difficile collegare le grandi vittorie dei giocatori, che sono loro esclusivo patrimonio, alle opere di rilancio che abbiamo messo in campo in questi venti anni, la più clamorosa è la vittoria di Berrettini al Queen’s, per come è maturata, a seguito dell’ennesimo infortunio: un’impresa». La ciliegina sulla torta sarebbe stata…? «La finale di coppa Davis, o la qualificazione di Sinner alle Finals, sfuggita per quel punto perso con Alcaraz. Ma è stata una stagione costellata di infortuni, fare più di così era francamente molto difficile». Lei è tra quelli che si sono stupiti nel vedere Berrettini impiegato nel doppio decisivo con il Canada? «Francamente sì, io non sapevo nemmeno che fosse in grado di giocare. Mi aspettavo l’impiego di Sonego, pensavo fosse la soluzione più logica, soprattutto perché era in palla, come Aliassime che infatti, pur non essendo un doppista, ha trascinato il Canada alla vittoria finale. Ma io non ho tutte le informazioni che aveva a disposizione Volandri per decidere». Si aspettava di vedere anche Sinner al fianco dei suoi compagni? «Diciamo così: quello che ha fatto Berrettini è encomiabile, ma anche le vittorie di squadra nel tennis sono la somma di quelle individuali e se Sinner ha preso la sua decisione, come accaduto quando rinunciò alle Olimpiadi, perché riteneva di prepararsi meglio altrove, io la rispetto». Cosa dicono al Paese il successo di pubblico e l’indotto generato dalle Atp Finals di Torino? «Che ci sono sport e sport, alcuni per loro natura necessitano di investimenti pubblici relativamente bassi, ma creano un indotto per il territorio e un introito fiscale nettamente superiore agli altri. E il caso delle nostre finals torinesi. Ci si aspetterebbe, dunque, che gli investimenti dello Stato tenessero conto di questo aspetto per una gestione più giusta e più efficiente delle risorse». E invece? «E invece manca un criterio di valutazione dei ritorni degli investimenti fatti nelle manifestazioni sportive, uno strumento che ci aiuti a stabilire se ne valeva la pena, finanziare o meno quel determinato evento». Ne ha parlato con il nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi? «Certo, ma ne avevo già parlato con la Vezzali e prima ancora con Spadafora, li ho sollecitati più volte. Eppure, è un ragionamento che qualunque padre di famiglia farebbe: cosa succede quando si investe un euro in una manifestazione? Siamo una buona pratica da reiterare? Da qualche mese sento parlare di merito ed efficienza, la mia richiesta va esattamente in quella direzione». Il tennis italiano si autofinanzia perlopiù, siete quasi un unicum nel panorama sportivo italiano. «Levi il quasi: 85% di autofinanziamenti, 15% di contributi statali. Di questo campa il tennis italiano». Tra gli impegni del nuovo governo, c’è anche quello di far convivere serenamente Sport e salute e Coni. «Tutti sanno come la penso: con Sport e salute c’è finalmente una gestione trasparente delle risorse statali, che però continua ad essere inficiata dall’inserimento di soglie che ne riducono l’efficacia». E il Coni? Non sfugga alla domanda. Qualcuno la vuole ancora candidato alle prossime elezioni, per il dopo Malagò. «Non ci penso nemmeno. Perché il Coni possa liberare tutte le energie che ci sono nello sport italiano, bisognerebbe prima dare ampia riforma del sistema rappresentativo all’interno del Consiglio nazionale, nel quale il pensiero di oltre un milione di calciatori vale tanto quanto quello di poche migliaia di atleti di altri sport. In assenza di questa riforma ogni tentativo è vano». Il segreto del successo delle Finals? «Ci hanno permesso di lavorare con serenità, anche perché non ci sono stati condizionamenti dall’esterno, che anche nell’ultima edizione degli Internazionali sono stati clamorosi e pesanti. Perciò, bene così». Vent’anni fa, il tennis italiano toccava il fondo, oggi piazziamo 19 giocatori nei primi 200, di cui dieci under 21: come ci siete riusciti? «Nessuno se ne era accorto fino a un paio di anni fa, ma ci lavoriamo da un po’. Diciamo che applichiamo in ogni settore della nostra vita quotidiana la continua ricerca di efficienza, e questi sono i risultati». Avete assicurato un futuro al tennis italiano. «I numeri lo dicono, andate a vedere cosa c’era prima. Abbiamo creato una televisione unica nel panorama sportivo italiano, messo in campo un numero impressionante di Challenger e Futures per consentire ai nostri tennisti di crescere, e ora c’è questa grande scommessa vinta del padel, che esalta e crea sinergie con i nostri asset». Il 2023 sarà l’anno di…? «Non saprei, io sarò felice di continuare ad occuparmi di amministrazione, rapporti con le istituzioni, organizzazione aziendale. Ma se dovessi darle un nome, scommetterei su un ragazzo che ho visto a Milano alle Next Gen, Matteo Arnaldi, è divertente come gioca». Il 2023 sarà anche, forse innanzitutto, l’anno degli ottantesimi Internazionali d’Italia, mai così grandi, mai così ricchi. «In termini patrimoniali la promozione degli Internazionali è il più grande risultato della nostra gestione, tenuto conto che quando siamo arrivati perdevano 4 miliardi di vecchie lire l’anno, non si trovavano sponsor, erano sull’orlo del fallimento e la federazione stava pensando di venderli, per sopravvivere. Adesso, invece, sono diventati il driver più importante della nostra crescita». Lei invece cosa chiede al nuovo anno? «Che nel maschile cominciamo a fare quello che le ragazze hanno fatto dieci anni fa, vorrei che vincessimo qualcosa di grossissimo, lascio scegliere ai giocatori cosa, per me è indifferente. Per il resto, vivo alla giornata, ho troppe cose da fare, non ci si può distrarre un attimo perché le regole dello sport italiano combattono le federazioni che vogliono crescere, anziché assecondarle».

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