SuperSaturday 1984, il padre di tutti i sabati

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SuperSaturday 1984, il padre di tutti i sabati

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TENNIS RACCONTI – Trent’anni fa, per la precisione l’8 settembre 1984, Flushing Meadows viveva la più straordinaria giornata di tennis della sua storia, esaltando la bizzarra trovata del Super Saturday degli Us Open. Lendl, Cash, Navratilova, Evert, McEnroe e Connors hanno emozionato il pubblico del Louis Armstrong per più di 10 ore, affermando, ancora una volta, la propria leggenda.

Questa è la storia del sabato dei sabati, di quella giornata di trent’anni fa che costruì la leggenda del Super Saturday di Flushing Meadows. Siamo nel 1984, si gioca la settima edizione dell’Open degli Stati Uniti nel complesso del National Tennis Center di New York; qui lo Slam americano si è trasferito nel 1978, abbandonando il glorioso, mitico stadio di Forest Hills e con esso la terra verde, l’“har-tru“, che dal 1975 al 1977 era stata messa sotto i piedi dei giocatori al posto dell’erba secolare. Adesso è il cemento grigio-verde la superficie degli Us Open. Flushing: cemento, rumore, rombi assordanti di aerei che distraggono i giocatori, pubblico indisciplinato, ma anche, o forse proprio per questo, un’atmosfera unica, elettrizzante. Da alcuni anni le fameliche televisioni americane dettano legge sul torneo e i suoi orari. Tra le altre imposizioni, hanno voluto un sabato ben diverso da quello degli altri Slam, un sabato capace di offrire spettacolo per molte ore, non certo per le due-due e mezza, quando va di lusso, di una finale femminile. Il programma, incredibilmente, prevede la prima semifinale maschile, la finale femminile, la seconda semifinale maschile. Poco importa a lor signori se il pomeriggio successivo è possibile che uno dei due finalisti scenda in campo esausto dopo aver magari terminato la sua fatica il sabato sera verso mezzanotte. Eppure va riconosciuto che il sabato super, il super saturday di Flushing Meadows, recentemente abolito, è diventato per molti anni una peculiarità bizzarra ma emozionante dello Slam più folle. Nel 1984 però, il super saturday, è stato qualcosa di più e di diverso.

E’ l’8 settembre, una gran bella giornata di sole sullo storico Louis Armstrong, l’originario campo centrale del complesso del National Tennis Center, l’avo, non certo modesto, dell’immenso Arthur Ashe su cui si giocherà solo dal 1997. Poco dopo le 13 scendono in campo il numero due del mondo, Ivan Lendl, e il ragazzo di belle speranze australiano, Pat Cash. Siamo nell’anno in cui John McEnroe insegue la perfezione. Due soli i match da lui ceduti fino adesso: una giornata di distrazione con il tennista-attore indiano Armitraj a Cincinnati, mentre l’altro gliel’ha sottratto proprio Lendl a Roland Garros, nella finale che impedirà per sempre a Mac di toccarla, la perfezione, dopo averla sfiorata. Questo Cash ha la giusta faccia tosta, il serve and volley nel sangue, lo scatto di un felino nei pressi della rete. Aggiungete che Lendl è sempre un po’ lento a carburare e il gioco è fatto, 6-3 per il baby canguro nel primo set. Ivan si scalda, e macina il secondo ed il terzo set, 6-3 6-4 per l’ancora cecoslovacco. Verso la fine del quarto set il livello del gioco si alza vertiginosamente. Sul 6-5 per Cash, Lendl serve, ma è nei guai, 15-40, due set point Cash. Nulla da fare, Lendl si salva. Si va al tiebreak, nel quale un Cash arrembante va 3-1 e poi 5-3. Poco dopo è 5-5. A questo punto non è il ragazzotto a sentire la tensione, ma Lendl! Due suoi gravi errori consegnano a Cash il set, si va al quinto dopo 2h.35′! Ma lo shock-Lendl continua, due doppi falli e Cash avanti di un break. Nel game successivo però il numero due del mondo si riprende il break appena ceduto. E dal quel momento si va avanti, con momenti di spettacolo fantastico, come solo il contrasto di stili tra chi scende e vollea con maestrìa e chi risponde e passa magnificamente sa offrire. Piatto prelibato, oggi scomparso dai menù. Sul 4-5, 30-40, il teenager aussie si trova di fronte un matchpoint, ma non fa una piega, serve bene e Lendl risponde in rete. Poco dopo è 5-5, in un’atmosfera sempre più incandescente. Non contento, Cash strappa il servizio a Lendl con un passante in corsa. Adesso sul 6-5 in suo favore, ha l’occasione più preziosa della sua giovane carriera. E’ un game magnifico, che vede Cash prima salvare un break point con un servizio al centro e poi andarsi a prendere il matchpoint con una voleè di dritto. Ed è a rete che Cash si presenta, nello scambio-simbolo di questo sabato leggendario: Lendl è schiacciato nel suo angolo destro, la sua fine è questione di qualche secondo. Ma non arriverà, perchè il suo lob liftato di dritto sorvola l’incredulo Cash e atterra sulla riga di fondo. Poco dopo l’incredibile salvataggio Lendl si prende il game. E’ 6-6, e a Flushing è la roulette russa del tiebreak a decidere il set finale. E qui, nonostante un’accanita resistenza di Pat, Lendl vola 6-4 con un rovescio splendido. Il sogno per il ragazzo si spegne insieme alla sua voleè di rovescio in rete. Lendl guarda il mentore Fibak come un sopravvissuto a un naufragio dopo aver toccato terra, mentre Cash scaglia la racchetta tra la folla, lo aspetteranno 2000 dollari di multa. Alle 16.53, dopo 3 ore e 40 minuti termina il match, solo il primo piatto per i 20000 dell’Armostrong che, ancora non lo sanno, oggi rischieranno l’indigestione.

 

E’ ora il turno delle signore, le due grandi dominatrici del circuito ormai da anni. Chris Evert e Martina Navratilova. Martina, dopo i travagli della fuga dal suo paese di origine, le paure, i complessi, la scarsa forma fisica, è diventata la regina assoluta, con il suo tennis meraviglioso, connubio del suo immenso talento offensivo e della sua potenza fisica. La professoressa Evert ha dovuto a malincuore farle posto, accontentarsi del ruolo di numero due. Quando quel pomeriggio scendono in campo per la loro terza finale Slam dell’anno, il bilancio della loro rivalità parla di 30 vittorie a testa, ma sono ben 12 volte ormai, le ultime 12, che Chris esce dal campo sconfitta. Ha perso netto a Parigi, ha lottato un set e poi ceduto anche a Wimbledon. Nella sua mente si è fatto strada il complesso-Martina, come ammetterà successivamente. Ma sul centrale di Flushing Meadows desidera con tutte le sue forze ribellarsi. E infatti vince il primo set, 6-4, giocando passanti di rovescio di fantastica perfezione geometrica. Ma, a differenza di quanto spesso è accaduto ed accadrà in futuro, sono i suoi nervi a cedere, non quelli di Martina. Questa volta è Chris a essere paralizzata. “Ero semplicemente terrorizzata, mi mancava il respiro per l’emozione, tanto volevo quella vittoria“, ricorderà l’allora signora Lloyd in una lunga intervista pubblicata anche sulla rivista italiana “Il tennista“. Martina irresistibile, conduce le danze sia nel secondo che nel terzo set, respingendo sul 5-4 in suo favore nel secondo una palla del 5-5 per la Evert, e sul 3-2 del terzo una del 3-3. Alla fine trionferà, 4-6 6-4 6-4, in una delle più belle finali della storia di Flushing Meadows, un’enorme felicità per lei, un dramma per Chris; inquadrata a fine match dalle telecamere, si chiede: “Cosa faccio mi controllo e mollo il solito sorriso d’occasione o mostro veramente ciò che ho dentro?“ rivelerà di essersi chiesta la Evert…“Per la prima volta nella mia carriera mi sentivo veramente distrutta e lasciai che quel cameraman giocasse con il mio volto ed i miei sentimenti. Non mi importava più di nulla“.

Se il dramma finale di Chris chiude una pietra miliare della storia della rivalità Evert-Navratilova, non conclude invece questo sabato indimenticabile. Manca “solo“ la seconda semifinale, Mac con il vecchio Jimbo Connors, che è pur sempre il detentore del titolo e che è disposto a farsi torturare pur di non cederlo. I riflettori illuminano ormai il catino del centrale quando i due fenomeni cominciano a darsela di santa ragione. Gli scambi sono spesso spettacolo puro, il genio del gioco di volo contro un mago assoluto nel rispondere e nel passare. Al 6-4 di Mac risponde il 6-4 di Connors. Il terzo set è follemente combattuto e meraviglioso e quando McEnroe alle 21.47 lo chiude 7-5, il destino del match appare segnato. Ma il pubblico e Mac non hanno fatto i conti col vecchio Connors. Indomito, vola 5-2 nel quarto set con due break di vantaggio. Ma riuscirà a chiudere alla fine solo per 6-4 con grande fatica. Forse proprio in questo modo ha speso le ultime gocce di benzina. E infatti si arrenderà sì Jimbo, ma solo alle 23.15, più di 10 ore dopo l’ingresso in campo di Cash e Lendl, cedendo esausto 6-3 al quinto ad un fenomeno come lui, ma di 7 anni più giovane. Più tardi, nel salone giocatori, dicono alcuni testimoni, il vecchio leone si mostrerà insolitamente calmo, quasi sereno. Si intrattiene con un gruppo di giornalisti. Mac, che uscito dagli spogliatoi ha fretta di guadagnare l’uscita, non può trattenersi dall’osservarlo un attimo. Lo guarda, non dice nulla, ma il suo sguardo rivela una certa ammirazione. Poi scappa. L’indomani, alle 16, una finale Slam lo aspetta. La dominerà. Ma sarà anche l’ultima, purtroppo.

Luca Pasta

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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