Int. A Federer: «Famiglia e lavoro resto un vincente perché mi diverto»(Martucci), Un rebus di nome Djokovic (Zanni), Gli Us Open secondo Wilander "Un caos, Federer puo domarlo" (Semeraro), New York tifa per gli eterni Federer e Serena (Azzolini), Federer contro Djokovic: New York cerca il "nuovo" re (Mancuso)

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Int. A Federer: «Famiglia e lavoro resto un vincente perché mi diverto»(Martucci), Un rebus di nome Djokovic (Zanni), Gli Us Open secondo Wilander “Un caos, Federer puo domarlo” (Semeraro), New York tifa per gli eterni Federer e Serena (Azzolini), Federer contro Djokovic: New York cerca il “nuovo” re (Mancuso)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

Int. A Federer: «Famiglia e lavoro resto un vincente perché mi diverto»

 

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 25.08.2014

 

Ancora si stupisce. Ancora è candido e curioso. E timido. E affamato di vita e di successi. Eppure si chiama Roger Federer, è uno di quei fortunati che non deve chiedere mai. «Quando l’ho chiamato pensavo proprio che Stefan non mi avrebbe voluto allenare. Edberg è stato il mio secondo idolo, subito dopo Boris Becker, mi piaceva come stile, in campo e fuori. E poi aveva anche il rovescio a una mano come me… Penso che l’abbia eccitato la grande opportunità di potermi aiutare, e mi ha portato sulla strada delle vittorie, insieme a tutto il mio team». Sull’infortunio di Rafa è sincero, come i forti: «Sono dispiaciuto per i tifosi e per il torneo, con lui anche un grande evento come gli Us Open è più eccitante, da giocatore spero che si rimetta presto e bene, anche così c’è un avversario molto forte di meno da battere, forse, perché poi i sorteggi sono strani. In 10 anni non ci siamo mai incrociati a New York». Potrebbe evidenziare le differenze fra il «corri e tira» degli altri e la sua danza elegante, invece svicola: «Io difficilmente non gioco un torneo come questo e salto 3-6 mesi, quando posso stacco, quando posso vado in vacanza, perché fisico e testa hanno bisogno di riprendersi. Guardandomi indietro, all’evoluzione del tennis, mi sento più vicino a quelli che lo giocano in modo molto classico, tradizionale. Prima il 30% faceva servizio-volée, il 30% era aggressivo e il 30% stava sul fondo, oggi tutti sono ugualmente forti, hanno tutti i colpi e in tutte le parti del campo, il tennis è diventato più sport di movimento che di differenze e talento, e quello che ti porta di più in alto è il lavoro. Io sono orgoglioso che, con tanti aggiustamenti, sono ancora moderno, pur mantenendo il mio stile elegante». Potrebbe vantarsi di più della sua modernità, invece è anche iromco: «Non voglio giocare con prudenza, a volte mi dico che devo rischiare, come da junior. Lentamente sono arrivato su Facebook e da Parigi dell’anno scorso sono su Twitter, volevo dare alla gente uno sguardo diverso su di me»…..Ma perfetto no, Federer rifiuta il termine come quello di invincibile degli anni d’oro: «Non sono perfetto, sono quello che sono, orgoglioso di rappresentare il tennis e di essere l’immagine di grandi marchi. Non voglio piacere, non voglio ingraziarmi la gente o i media, sono educato e rispettoso e cerco di essere d’esempio per i giovani». Roger è chiarissimo: «L’anno scorso cercavo di convincermi che, avendolo già fatto, potevo vincere ancora degli Slam. Ma avrei avuto bisogno di un po’ più di fortuna nei sorteggi. La fiducia però è andata via in fretta perché in campo non mi muovevo così bene, avevo paura di farmi di nuovo male, e le cose non erano così chiare come quest’anno quand’ho giocato tanti buoni match, non solo a Toronto e Cincinnati, ma dalla prima seti timana. E qui a New York non vedo l’ora che cominci il torneo perché sento davvero che posso giocarlo alla grande. E spero di dimostrarlo, in campo». Forte, fortissimo, Federer. Roger Federer, 33 anni, ha conquistato gli Us Open cinque volte in carriera

 

Un rebus di nome Djokovic

 

Roberto Zanni, il corriere dello sport del 25.08.2014

 

È il numero 1 al mondo, ma se presto non dovessimo più vederlo lassù non ci si dovrà meravigliare. «La vita cambia, come le priorità: ora sono la mia famiglia, mia moglie, il mio futuro figlio. II tennis non è più al numero 1». Si, a parlare è proprio Novak Djokovic, il ragazzino cresciuto tra le bombe di quella che una volta era la Jugoslavia e che aveva due amori: la sua terra, la Serbia, e il tennis. Nole voleva diventare numero 1 al mondo e c’è riuscita Adesso però al momento di cominciare gli US Open, da favorito assoluto, ha confessato qualcosa che si poteva forse aver intravisto dopo il successo di Wimbledon. Fuori agli ottavi in due tornei consecutivi: prima Toronto e poi a Cincinnati con Tsonga, allora 15 del mondo, e Robredo, n. 20, e in entrambe le occasioni senza nemmeno vincere un set. Quando mai era successo prima? Quasi sei anni fa, nel 2008, agli indoor di Madrid e Parigi, eliminato all’epoca da Karlovic e ancora Tsonga, quando Djokovic era il numero 3 del ranking (per la statistica, vincendo un set, contro il francese). «Ne ho parlato con il mio coach Boris Becker – ha aggiunto – e mi ha detto che anche lui è passato attraverso simili esperienze». Una pausa, poi un sorriso, uno dei suoi: d’altra parte, anche se futuro padre di famiglia, il senso dell’humor non l’ha perso. «Più di una volta…», riferendosi alle storie d’amore del tedesco….. Ma la confessione di Djokovic non deve illudere più di tanto gli avversari. Debutterà questa sera, notte fonda in Italia, contro l’argentino Diego Schwartzman numero 79 dellAtp, all’Arthur Ashe Stadium (1,02la sua quota, 34 quella dell’avversario!), in campo subito dopo la sua “vittima” preferita, nelle imitazioni, Maria Sharapova. Quattro finali consecutive agl US Open, una vinta nel 2011. «Ho grandi aspettative – si è affrettato a sottolineare – Le ho sempre avute specialmente a questo punto della mia carriera, dove mi sento di essere al piano per quello che riguarda la forza fisica, e voglio usare questo momento per vincere più partite possibile È l’ultimo Slam dell’anno ed è qui che vuoi giocare al massimo». Solo uno strano incidente di percorso, allora, i due stop di Toronto e Cincinnati? «Gli ultimi due mesi – ha aggiunto – sono stati un periodo molto emozionante per me»……

 

Gli Us Open secondo Wilander “Un caos, Federer puo domarlo”

 

Stefano Semeraro, la Stampa del 25.08.2014

 

«Nel 2014 abbiamo visto «Djokovic è il più forte che anche negli Slam sul cemento, ma a171vare qui tutti possono battere tutti» da favorito non è facile» Ventisei anni fa a Flushing Meadows con un capolavoro tattico batteva Lendl in una storica finale al quinto set, conquistando il suo 7 Slam – il 3 di quel suo magico 1988 – e il n.1 del ranking. Oggi a New York è in veste di commentatore di Eurosport e sul tennis ha sempre le idee chiarissime. «In un match due set su tre, Roger Federer è ancora il migliore del mondo. Io lo vedo favorito per il titolo, anche se ha 33 anni e la stanchezza potrebbe diventare un fattore importante alla fine del torneo. Però è un torneo molto aperto. Nel 2014 abbiamo visto che anche negli Slam tutti possono battere tutti, come non accadeva da parecchi anni. Djokovic non sta giocando al meglio, Nadal non c’è, Murray non è ancora tornato ai suoi livelli. E Dimitrov, Raonic, Wawrinka, Tsonga e persino outsiders come Bennetteau o Fognini possono dire la loro». L’assenza di Nadal quanto peserà a favore di Federer? «Non penso che Roger sia mai stato spaventato da Nadal agli Us Open: almeno fino a quando non scendevano in campo. Ma il fatto che Rafa non ci sia è un aiuto. Stavolta non c’è un giocatore che Federer speri di veder scomparire magicamente: nemmeno Djokovic». Sta giocando in maniera più aggressiva: merito di Stefan Edberg? «Al 100 per cento. Dopo la sconfitta dello scorso anno con Robredo a New York, Roger ha deciso di passare ad una racchetta più grande e di fare una telefonata a Stefan Edberg. Una scelta perfetta. Stefan è una persona tranquilla e conosce il tennis alla perfezione. Lo ha aiutato nel rovescio, nel servizio kick e nel serve&volley. Soprattutto, gli trasmette fiducia: quando il suo idolo d’infanzia gli fa un complimento, Federer si sente in paradiso». Per Roger è forse l’ultima occasione di vincere a New York: sentirà la pressione? «Non credo. Scenderà in campo pensando che ha già vinto quel torneo 5 volte, che quella è New York e che lui è un padre felice. Sarà motivatissimo. Inoltre pubblico e media tiferanno per lui come non hanno mai fatto per nessuno da quando Connors arrivò in semifinale a 39 anni». Se vince si ritirerà? «No chance. Se succederà Eurosport avrà il diritto di licenziarmi, ma non credo succederà. Vuole la Coppa Davis e le Olimpiadi a Rio nel 2016. Ha ancora tanti traguardi da raggiungere». Prima ha citato Fabio Fognini: ha la stoffa per vincere qualcosa di grande? «Fabio deve decidere dentro di sé che può puntare a uno Slam. Ha un grande talento. Tecnicamente il suo problema è il servizio: serve bene, ma non ottiene abbastanza punti facili. In una giornata buona può battere Wawrinka, Berdych, Tsonga, forse Murray, ma non credo che potrebbe battere Djokovic o Federer proprio perché non ha un servizio abbastanza buono». Come personaggio le piace? «E un bene per il tennis. È divertente, mostra il suo lato umano: c’è bisogno di personalità come la sua. E poi le regole stanno lì per essere violate. I tennisti oggi sembrano in gabbia, non possono fare nulla. Ma John McEnroe, uno dei più grandi talenti di sempre, non è diventato McEnroe per la sua tecnica». Qual è il segreto per vincere a Flushing Meadows? «Gli Us Open sono un torneo caotico, complesso da gestire. Ci sono troppe distrazioni: il traffico, gli aerei, la metropolitana, l’odore degli hot dog, il pubblico rumoroso… A New York bisogna lottare come facevano Connors e Agassi: vado in campo e tiro forte, non importa chi è il mio avversario, sono americano e penso di poter battere chiunque». Djokovic oggi sul cemento è il più forte, ma a New York ha vinto solo una volta: come mai? «Gli Us Open arrivano alla fine di una lunga stagione. Roland Garros e Wimbledon costano molte energie, gli Us Open ti spremono quelle che sono rimaste. Arrivare da favorito agli Us Open non è facile, te lo garantisco, specie fisicamente». Murray tornerà al vertice? «Olimpiadi, Us Open e Wimbledon: ha vinto tutto quello che la gente si aspettava da lui. Non ha più nulla da dimostrare, deve trovare nuove motivazioni. Al momento credo non sappia bene a cosa puntare. Ci sono passato anch’io dopo aver vinto gli Us Open ed essere diventato n.1». Le piacerebbe fare il coach di un top-player come i suoi ex rivali Edberg e Becker? «Passerei giorni a parlare di tennis con Federer o Murray, ma fare il coach è una cosa diversa. Se me lo chiederanno, ci penserò. Per ora, mi concentro sui miei 50 anni».

 

New York tifa per gli eterni Federer e Serena

 

Daniele Azzolini, Tuttosport del 25.08.2014

 

Metà tennista e metà elefante, limbo riempi le cronache dei quotidiani nel 1991, quando scalò gli Us Open fino alle semi, oltraggiando le infinite divinità del tennis con atteggiamenti che sarebbero apparsi fuori luogo persino nell’angiporto di uno qualsiasi dei molti appelli sull’Hudson Rover, quando New York era ancora una città di mare. Ven-titre anni dopo, e quaranta tondi dal primo Us Open vinto da Connors, lo Slam più lontano da qualsivoglia tradizione wimbledoniana, perverso divertimento tennistico dove si banchetta sulle tribune dello stadio, si litiga con i gabbiani per un posto nelle file più alte, e ci si alza dalla sedia infischiandosene se in campo si giochi il più drammatico dei match point, chiede ai vecchi contendenti di essere ancora protagonisti, eroici marine come Jimbo. Non ha prezzo, nella visione di questo pubblico, l’immagine del vecchio campione che combatte per resistere ai suoi stessi anni di servizio, che sfida se stesso prima ancora che l’avversario, che resiste agli anni traendo da essi la linfa vitale per nuove imprese. È l’anno del diciottesimo Slam, assicurano da queste parti. Quello di Roger Federer. Quello di Serena Williams. Hanno 33 anni, sedici di carriera, 17 Major ciascuno nel palmarès. E sono i due nominati dai tornei che preparano l’evento di Flushing Meadows, entrambi vittoriosi a Cincinnati, Federer anche finalista a Toronto. Poco importa se un’analisi un tantino meno affrettata proporrebbe infiniti “se” e “ma” alla volontà di eleggere i due vincitori di questi Open. L’attesa è per loro. Serena reagisce cinguettando interviste alquanto banali, come sempre quando tutto le va bene e non è in disgusto del mondo o di se stessa. L’avevamo lasciata semi intontita a Wimbledon, battuta senza colpo ferire perla terza volta su tre negli Slam di questa stagione. I boomakers la danno a meno di due, ma la concorrenza è ampia e Serena, si sa, soffre quando trova qualcuna con un’espressione più truce della sua. Ha un tabellone zeppo di nomi importanti, ma privo delle tenniste più calde. Ivanovic nei quarti, già battuta a Cincinnati, una fra Kvitova (in discesa dopo la vittoria a Wimbledon), Azarenka (non ancora al meglio) e Bouchard (in apnea, dopo sei mesi giocati allo spasimo) perla semifinale. Più difficile per Federer, che pure ha un tabellone ancor più invitante (Dimitrov nei quarti, Ferrer in semifinale, secondo logica). Ma come ndn tenere di conto i suoi alti e bassi, gli improvvisi estraniamenti, i tre set su cinque che gli impongono un livello di attenzione che con il passare degli anni appare scemato? «La nuova stagione del tennis pone il fisico sopra tutto, e di grandi atleti ce ne sono moltissimi nel circuito», sembra mettere le mani avanti. Lui va per la sua strada E tomato a giocare come faceva nel 2003, gli anni che precedettero l’esplosione. Buoni punti da fondo, e molte incursioni a rete. Se lo scambio dura meno, le energie si conservano più a lungo. ll consiglio di Edberg è stato quello giusto.

 

Federer contro Djokovic: New York cerca il “nuovo” re

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 25.08.2014

 

Assisteremo al dominio dei soliti noti, oppure è l’ora del ricambio generazionale? A New York cominciano gli US Open, ultimo Slam della stagione, e la prima opzione sembra la più probabile. Lo dicono i numeri (36 degli ultimi 39 major portano la firma dei Fab Four), lo confermano i book-makers. Nonostante le due sconfitte nei Masters 1000 in terra americana, il favorito è Novak Djokovic (quota 2,3). Gli US Open gli hanno regalato in passato più amarezze che sorrisi: ha perso 4 finali e conquistato il titolo solo nei 2011, ma sarebbe uscito di scena in semifinale se contro Federer la famosa risposta ad occhi chiusi non avesse toccato la riga. Proprio King Roger è il più atteso, quotato a 4,5. Non conquista uno Slam da oltre 2 anni e gioca per la storia: vincendo metterebbe in bacheca i118esimo major e a 33 anni tornerebbe in corsa per il n.1, il più anziano dell’era open. LA RINASCITA A New York arriva con la finale di Toronto e il titolo a Cincinnati. Grazie ai suggerimenti di Edberg è più aggressivo, la schiena è a posto, la nuova racchetta funziona e il Deco- Turf di Flushing Meadows è veloce, più dell’erba di Wimbledon. In più non c’è il suo rivale storico Rafa Nadal, out per l’infortunio al polso destro, e il tabellone non è male: gli avversari più pericolosi (Wawrinka, Murray, Raonic e Tsonga) sono tutti dalla parte di Djokovic, Alle spalle dei primi due favoriti c’è Andy Murray: quota 7 per i bookmakers, anche se lo scozzese è ottava testa di serie e potrebbe incrociare Nole già nei quarti. Da quando ha vinto Wimbledon nel 2013 non ha più giocato una finale. Gli outsiders sono distanti, compreso Stan Wawrinka, n.3 del seeding, quotato a 26. Lo precedono Grigor Dimitrov e Jo Wilfried Tsonga (24), mentre a 32 c’è Milos Raonic. Solo altri due giocatori hanno una quota sotto i 1100: Tomas Berdych (70) e David Ferrer, quotato a 90. GLI ITALIANI Capitolo azzurri. Al via sono in 10: 4 uomini e 6 donne. Il quarto di finale a Cincinnati ha fatto risalire Fabio Fognini al n.17Atp:grazieai ritiri di Nadal e Del Potro è n.15 del seeding, importante per evitare primi turni insidiosi. Nel femminile (Serena Williams è la favorita d’obbligo) le nostre giocatrici di punta non attraversano un periodo brillante, ma a New York sono state protagoniste di recente: Sara Errani e Flavia Pennetta semifinaliste rispettivamente nel 2012 e nel 2013, Roberta Vinci ha raggiunto i quarti nelle ultime due edizioni. E c’è la mina vagante Camila Giorgi, reduce dalle semifinali a New Haven.

 

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Troppo Nadal, Sonego travolto (Crivelli, Giammò, Azzolini). Il futuro è adesso (Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 3 luglio 2022

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Nadal con il trucchetto si lamenta per le urla (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il veleno arriva in coda a una partita fin lì senza pathos, dominata con imperiosa autorevolezza da Nadal senza concedere il minimo appiglio tecnico a un Sonego impotente. Ma alle 20.20 locali, con la luce naturale declinante, si decide di chiudere il tetto e di illuminare artificialmente il Centrale. Rafa è avanti di due set e di un break (4-2) e aspetta solo di celebrare la fine dell’ennesimo rito vincente, anche se avrebbe voluto continuare senza l’intoppo della sosta forzata. E infatti la pausa, durata in tutto venti minuti (il tetto è pronto in 10 ma non viene azionato subito, e completata l’operazione i giocatori fanno di nuovo il riscaldamento) raffredda gli ardori dello spagnolo, che nell’ottavo game perde per la prima volta il servizio e rimette in corsa Sonego. È li che, con un pizzico d’astuzia e il peso del blasone, Nadal chiama a rete l’avversario e, peraltro in toni civilissimi, si lamenta delle sue urla mentre gli scambi sono ancora In corso. Sonego, stranito, lancia sguardi di sorpresa verso l’arbitro francese Dumusois, chiede conforto e spiegazioni che non arrivano. A ogni modo, con il turno di servizio per salire 5-4, Lorenzo si incarta e perde la battuta, consegnandosi così alla sconfitta. Al momento del saluto finale, un lungo ma sereno conciliabolo tra i due servirà a ristabilire la pace. A mente fredda, però, l’italiano continuerà a ritenere un piccolo sopruso il gesto di Nadal: «Può succedere nei tornei di terza categoria o tra veterani ma non a questi livelli. Doveva rivolgersi all’arbitro, non chiamarmi a rete, anche se lo ha fatto con educazione. E poi è vero che grido in campo, ma lo faccio sempre e soltanto dopo aver ottenuto II punto. Certamente l’episodio in quel momento mi ha condizionato, alla fine mi ha chiesto scusa e ci siamo chiariti. Sulla partita, c’è poco da dire: nei primi due set è stato fenomenale, ha disinnescato tutte le mie armi». Rafa, come sempre sfiora la perfezione quando l’ostacolo richiede di alzare il livello: «La mia miglior partita del torneo contro l’avversario che aveva le caratteristiche più adatte per mettermi in difficoltà sull’erba. Non c’è stata malizia quando mi sono rivolto a lui, lo dico dal profondo del cuore. Se si è sentito offeso gli chiedo davvero scusa, ma non l’ho fatto con animo cattivo. Gli auguro di proseguire la stagione alla grande». […]

Troppo Nadal, Sonego travolto (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

E’ della Spagna il primo punto del doppio confronto con l’Italia che oggi vivrà il suo secondo atto con la sfida tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Troppo forte Rafa Nadal per Lorenzo Sonego, una vittoria mai in discussione, quella del maiorchino, che ne rilancia la candidatura tra i favoriti di questo Slam confermando anche la bontà della terapia a cui ha sottoposto il suo piede malandato dopo il Roland Garros. La testa di serie n.2 ha impiegato poco più di un’ora per portarsi sul 2-4 in un crescendo di colpi e soluzioni che non lasciavano trasparire alcun indizio circa le precarie condizioni fisiche con cui ha dovuto fare i conti in questa prima metà di stagione. Se l’anno scorso la sconfitta per Sonego aveva in sé il suono riconciliante del ‘puf…puf… puf’ del tennis di Federer, quest’anno i colpi usciti dalla racchetta dello spagnolo hanno risuonato per lui su quello stesso campo come i rintocchi di un’inesorabile sentenza. A ritardarne l’esecuzione non poteva bastare l’ottimismo con cui l’italiano si era calato nel match («l’erba è la superficie migliore per provare a batterlo»), occorreva anche altro: una strategia, poca propensione all’errore e la capacità di mantenere il suo gioco su standard più elevati rispetto alle sue ultime uscite. Al contrario, fin dalle prime battute, Nadal ha cominciato a macinare gioco tessendo una tela che in breve ha finito col soffocare il piemontese. A Sonego va dato almeno merito di non aver alzato bandiera bianca. Ma la lezione è di quelle severe, perché era da tempo che non assistevamo a un Sonego così impotente di fronte al tennis altrui, lui che sempre con tempra e coraggio era riuscito a colmare le iniziali distanze che lo separavano da avversari dal ranking migliore. Per quanto severa pero non cancella quanto di buono fatto dall’azzurro durante il torneo, autore di due vittorie diverse tra loro ma altrettanto convincenti per conduzione e caratura degli avversari. Farne tesoro sarà adesso importante per calibrare bene i prossimi step, magari ripensando e ripartendo da quell’ottavo game del terzo set in cui Sonego è riuscito a strappare a zero il servizio al suo avversario. In nessun altro sport le cose possono cambiare così in fretta come nel tennis, e anche se Nadal si è dimostrato ancora una volta impermeabile a crisi di questo tipo restituendo subito il break, quel po’ di nervosismo da lui tradito per l’unico passaggio a vuoto che ha concesso all’azzurro l’unico break della partita E qui le proteste di Nadal. Il maiorchino si è lamentato prima con l’arbitro quindi con lo stesso Sonego, “convocato” a rete, per rimproverargli un grido di troppo durante lo scambio. Un siparietto che si è ripetuto al termine del match (6-1 6-2 6-4), con il torinese visibilmente contrariato e lo spagnolo con un altrettanto visibile piglio da maestro. «Mi dispiace moltissimo se gli ho dato fastidio – ha poi dichiarato lo spagnolo a fine match – volevo dirgli qualcosa e volevo farlo in modo gentile e mi dispiace tantissimo che ci sia rimasto male» . […]

Duellanti ai ferri corti (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Esiste un linguaggio dei campioni. Lorenzo Sonego ne era al comente, lo aveva già sperimentato con Federer, proprio sullo stesso Centre Court un anno fa. E pure con Djokovic che una volta ha battuto a Vienna e un’altra, in una notte romana, ha spinto fino al terzo set. E’ una lingua composta quasi esclusivamente da segnali, da articolazioni fonetiche, assai semplificate, il più delle volle gutturali. La domanda utile, per inoltrarsi nella lingua dei Rafa e dei Roger è la seguente: che cosa c’è sotto? Normalmente, la risposta è opposta al divenire dei fatti. L’esempio è facile trarlo dallo stesso match di ieri tra Nadal e Sonego, su un Centre Court ormai spelacchiato a metà. Mi sta tritando, è la domanda che inevitabilmente Sonego è stato indotto a porsi, dopo i primi due set che sulla propria autostima hanno avuto l’effetto di uno tsunami… Gli sto antipatico? No. Nessuna antipatia. Sono un bocconcino troppo comodo per lui? No, anche in questo caso. E allora? Mi teme? No, ci mancherebbe altro. Rafa non teme nessuna Ma la risposta è già più appropriata. L’urgenza di Nadal nel condurre così rapidamente la propria azione di smantellamento dei capisaldi del tennis di Sonny, nasce dalla buona considerazione che lo spagnolo ha del nostro. Ha ritenuto questo match tra quelli difficili nella fase iniziale del torneo. E lo ha detto a fine partita nell’intervista in campo. E ha scelto di giocare al massimo della sue attuali possibilità. Il risultato è quello che si è visto, ormai agli atti. In tutti e tre i set, Rafa ha fatto il break alla prima occasione. Match non c’è stato, sebbene Sonego uscito dal frullatore dei primi due set, abbia tenuto il campo (e gli scambi con Rafa) in modo più adeguato. Nel terzo il punteggio è stato sempre più vicino, e dopo lo stop di una ventina di minuti dovuto alla chiusura del tetto, per poter accendere le luci e trasformare il match in una notturna (una richiesta che Lore aveva già rivolto in più occasioni all’arbitro), Sonego ha avuto modo di ottenere l’unico break del suo incontro e pareggiare quello di Rafa, riportando il punte o sul 4 pari. E’ stato alla fine di quel game che Rafa ha organizzato un insolito cazziatone pubblico a Sonny. Lo ha chiamato a rete per chiedergli di smetterla con i suoi grunt. Conclusione mesta del match. In tutti i sensi. Subìto il break Rafa se l’è subito ripreso e la partita è finita lì. Ma le incomprensioni non fanno bene al tennis, vanno chiarite subito. «Voglio andare subito da lui per spiegarmi», spiega infatti Rafa. «Io gli ho posto un problema, ma ho cercato di farlo senza animosità alcuna. Mi dispiacerebbe se lui l’avesse presa male. Il suo grunting, sul campo, è molto forte, vivace e a tetto chiuso rimbomba ovunque. Gliel’ho detto, proprio perché era una situazione insolita». […]

Il futuro è adesso (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Se guardiamo all’età, nell’ottavo di oggi si affronteranno due sbarbatelli: 40 anni e 29 giorni in coppia. Nella seconda settimana di Wimbledon, bisogna risalire all’edizione del 1985 per trovare una partita con protagonisti più giovani nella somma degli anni: quarto di finale tra Becker e Leconte, 39 anni e sette mesi. Tuttavia, se guardiamo all’aspetto tennistico, quella tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è la sfida tra i futuri dominatori del ranking mondiale. L’erba è ostica e richiede esperienza. Entrambi, prima di questo Wimbledon, avevano maturato pochissima esperienza sull’erba: Alcaraz ci aveva giocato due partite con una vittoria e una sconfitta, Sinner quattro senza mai ottenere un successo. I prati necessitano di tempo prima di dare confidenza, ma la forza di entrambi è che posseggono l’intelligenza e la struttura tecnica per imparare in fretta. Forse non sarà mai la loro superficie preferita, ma la capacità di adattamento, l’equilibrio tra tutti gli aspetti del gioco e la velocità di apprendimento lasciano ben sperare. E poi, alla quarta partita, i campi sono sicuramente più lenti: aspettiamoci dunque una partita più vicina ai canoni della terra. Aggressione da fondo, continuità nel pressing. Jannik secondo me non parte favorito, visti i precedenti e le caratteristiche tecniche dell’avversario. Inutile cercare di impostare la partita su una diagonale piuttosto che sull’altra. Al centro dell’attenzione metterei però la capacità di condurre le danze senza dover arretrare. Un pressing asfissiante lontano dal tennis percentuale potrebbe rivelarsi un fattore decisivo. La sfida contro Isner, per Sinner, è stata giocata a cento all’ora ma su pochi scambi; oggi, invece, il nostro dovrà essere in grado di mantenere la stessa velocità per un intervallo di tempo ben più superiore. Le altre armi, servizio e risposta, cambiano gli equilibri. Se la strategia è chiara, essa tuttavia va realizzata attraverso due armi fondamentali: la percentuale del servizio e la qualità della risposta. Un alto numero di prime, e l’abilità di leggere le traiettorie della battuta altrui rimettendo in gioco il maggior numero di palle, sarà alla base del successo tanto per l’azzurro quanto per lo spagnolo, perché consentirà di prendere in mano lo scambio, dettando ritmi e velocità sottraendosi all’immediata aggressione dell’avversario. […] La sfida contro un torello come Alcaraz rappresenta un test probante anche per valutare I progressi di Sinner sotto il profilo della resistenza. La testa. Sono simili: solidi e determinati. Su una cosa tutti gli esperti concordano: per mentalità, Sinner e Alcaraz sono decisamente i più forti giocatori della loro generazione. La loro testa, cioè, è già resettata per tutti i dettagli che devono formare un campione: malgrado la giovane età, sono professionisti che ragionano per l’obiettivo massimo, e questa determinazione si riverbera già sulla preparazione. Jannik e Carlos affrontano senza battere ciglio allenamenti da supermen, consapevoli che solo attraverso il sudore e il sacrificio si ottengono quel miglioramenti che servono a ottenere in campo i risultati desiderati. Sinner ci aggiunge un’altra qualità straordinaria: quando si trova di fronte a circostanze avverse, con le spalle al muro, in bilico sullo strapiombo riesce, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a superarle in virtù di un cuore e un cervello da campione. Sorprende per la capacità di sopportare lo stress e la pressione senza abbattersi e addirittura è capace di reagire di fronte alle avversità. È in grado di prendere decisioni risolutive in pochi istanti con la naturalezza di un giocatore esperto e navigato. Possiede il «rifiuto della sconfitta», una dote che lo accomuna senz’altro all’avversario odierno: Alcaraz ormai ha dimostrato ampiamente di non soffrire la pressione ed anzi si esalta nel clima da battaglia e di fronte ai rivali più forti, senza venirne soggiogato dal blasone. Ecco perché la sfida di oggi è l’anticipazione di una rivalità destinata a cambiare il destino del tennis del futuro.

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Rassegna stampa

Sonego e Sinner speranze azzurre (Crivelli). Sonego si regala un giorno con Nadal (Giammò). Sonego torna a essere Sonego (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 1 luglio 2022

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Se Wimbledon è il paradiso, come lo ha definito Sinner ammirato dalla perfezione di ogni dettaglio, le chiavi per accedervi richiedono giustamente la celebrazione di cerimonie sovrannaturali. Perso per Covid Berrettini, che aspirava decisamente ad ascendere al cielo, l’Italia del tennis, mai così poco rappresentata al terzo turno dal 2013, si aggrappa al fattore S, quello di Sonego e Sinner; ma l’ammissione alla visione celeste della seconda settimana richiede di passare attraverso esami terribili contro Nadal e Isner, cioè il vincitore di 22 Slam, tra cui due su questi prati nel 2008 e nel 2010, e il gigante americano redivivo capace di servire 90 ace in 50 turni di servizio, che significa in pratica partire quasi da 30-0 a ogni game di battuta: sull’erba, un’arma più che letale. Lollo si guadagna i galloni dell’affascinante sfida di domani con Rafa, probabilmente il Centrale, sul quale era stato sconfitto da Federer un anno fa, grazie alla miglior partita dell’anno, con la mortifera combinazione servizio-dritto a scardinare i tagli mancini del francese Gaston. Così, dopo aver affrontato due volte il Maestro di Basilea e due volte Djokovic, Sonego ha l’onore di incrociare la terza persona della trinità, che sta coltivando sotto traccia sogni di Grande Slam: «Fisicamente credo che Nadal stia bene, perché quest’anno i tornei importanti che ha giocato li ha vinti tutti, anche se magari sull’erba fa più fatica rispetto alla terra e al cemento. Le mie armi per batterlo sono sicuramente il servizio e il dritto. Non dovrò assolutamente giocare sulla difensiva, ma attaccare e rischiare. La palla qui salta meno e di solito rimane all’altezza del fianco: Rafa cercherà di farmi giocare tanti rovesci e dovrò fare in modo che i miei colpi siano profondi e veloci. L’evoluzione del mio tennis mi ha portato a cercare di fare il punto invece di attendere. Sono nato per difendermi, ma ora gioco per attaccare. Aspettare, a questi livelli, non paga mai». Lorenzo alla carica: contro i big ha sempre trovato motivazioni ed energie supplementari. Certo, la strada per un viaggio agli ottavi resta impervia, per lui e anche per Jannik, che tuttavia la sta percorrendo con la consapevolezza di una crescita graduale su una superficie ancora da digerire. Il test di oggi pomeriggio contro i due metri e otto di Isner e i suoi traccianti record al servizio (con una prima a 253km/h detiene il primato nella classifica riconosciuta dall’Atp), è il primo vero step di apprendimento per un ragazzo che sull’erba non aveva mai vinto una partita Atp fino a lunedì: «Non ho cambiato la mia routine della vigilia – racconta davanti a un caffé – perché sono abituato a concentrarmi sul mio gioco: so che devo tenere lo scambio io e non dargli occasioni sul mio servizio. Lui ha la miglior battuta del circuito, dovrò provare a leggere le traiettorie e poi sarà fondamentale l’aspetto mentale, perché non mi darà ritmo e dovrò abituarmi in fretta anche a una partita sporca, magari brutta. Dovrò avere un equilibrio perfetto in campo». […]

Sonego si regala un giorno con Nadal (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Dopo Jannik Sinner impegnato oggi contro John Isner, l’Italia porta un altro uomo al terzo turno di Wimbledon. Merito di Lorenzo Sonego, che ieri in tre set (7-6(6), 6-4, 6-4) si è disfatto di Hugo Gaston al termine di una partita combattuta all’inizio e progressivamente risoltasi in suo favore. Partite ricche di insidie, quelle contro avversari simili. Sonego è giocatore che continua a dimostrarsi in crescita proprio perché in crescita sono ormai le sue prestazioni in match come quello di ieri. Giocare al meglio dei cinque set è condizione poi che ben si accorda a uno spirito che non conosce arrendevolezza e che sembra ricavare sempre più fiducia da risultati simili. Ieri il francese, intuita la consistenza del suo avversario nello scambio prolungato, ha provato a cambiare ritmo affidandosi a diverse smorzate che Sonego non solo è riuscito a disinnescare, ma da cui ha saputo anche innescare i suoi contrattacchi, tra lo stupore del pubblico presente. Adesso per Sonego il premio per il terzo turno sarà una sfida contro Nadal, lui che l’anno scorso aveva salutato il torneo sul Centrale perdendo da Federer. E non poteva esserci avversario migliore per tornare a specchiarsi su quel campo: crescita, progressi, solidità. Un anno dopo Rafa ci dirà quanta strada è stata fatta. «Dovesse essere Nadal? – ha scherzato Sonego a fine match – beh, lui è uno che ha vinto qualcosa ma forse l’erba è la superficie migliore per incontrarlo. Difendersi qui non conviene a nessuno e dovrei provare a essere aggressivo sia col servizio che col dritto. […] L’evoluzione del mio gioco è arrivata quando ho capito di poter contare su due armi come servizio e dritto e che dovevo andare a cercami il punto. A questo livello non si può aspettare».

Sonego torna a essere Sonego (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un bel tweener non si nega a nessuno. Palla tra le gambe e via, fronte-retro, spalle alla rete in assetto di corsa come insegnò Vilas (ora lo chiamavano Gran Willy), o in demi volée, alla Kyrgios. E alla Gaston, íl francese meno fortunato dell’originale disneyano che Sonego ha attratto nel Palio dei Tweener, e si è fatto cogliere impreparato e un bel po’ balbettante sulla chiusura in volée del torinese. Metà primo set di una giornata che Gipo Arbino definisce la migliore del suo Lorenzo da lungo tempo a questa parte. «Finalmente in palla su tutti i colpi, in pace con se stesso e propositivo come voglio io». Tre set vista Rafa cui Sonny è felicemente arrivato nel momento migliore della sua stagione, quello in cui si sta ritrovando dopo infiniti alti e bassi. Pronto a regalare un tweener anche a Rafa. «Sarò propositivo. E’ vero, nasco difensore; da bimbetto lo ero a pieno titolo. Ma ho lavorato tantissimo per diventare più aggressivo. E propositivo, appunto. II tennis di oggi è così, e se non giochi per fare il punto, non arrivi da alcuna parte». Concetto ripreso e perfezionato da coach Arbino, che si dichiara grande appassionato di tutti coloro che non avevano le carte in regola per confrontarsi con i superatleti di oggi, ma non hanno rinunciato a essere aggressivi. «Guardateli, gente come Schwartzman, o anche Ruud, che certo non hanno i centimetri. Saltano sulla palla e la colpiscono come se non ci fosse un domani. Io li ammiro». Con Sonego è stato utile aspettare, la crescita ha portato i centimetri che servivano. «Ma convincerlo a lasciare le amate barricate difensive, è stato un lavoro lungo, insieme di convincimento e di pungolo». […]

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Rassegna stampa

Berrettini, che sfortuna (Crivelli). Berrettini esemplare (Azzolini). Berrettini Covid, Wimbledon trema (Giammò). Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 29 giugno 2022

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Berrettini, che sfortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fuori prima ancora di scendere in campo. Le ambizioni che vanno in frantumi, le altissime aspettative personali ridotte in cenere da quel fuoco subdolo che si chiama Covid. Pensavamo fosse un incubo ormai lontano, e invece si è insinuato di nuovo, pesantemente tra di noi. Berrettini non giocherà a Wimbledon: un tampone positivo effettuato ieri mattina lo priva della possibilità di difendere la finale dell’anno scorso e soprattutto di andare oltre quel risultato, provando a vincere come gli pronosticavano tutti i bookmakers appena dietro il campione in carica Djokovic, che eventualmente avrebbe ritrovato all’ultimo atto, per una rivincita attesissima e scintillante. E così Matteo piomba di nuovo nel baratro apparentemente senza fondo del guai di salute che dal gennaio 2021, dal ritiro agli Australian Open prima degli ottavi con Tsitsipas a causa di uno strappo addominale, allungano ombre sulla sua carriera. Il conto con la sfortuna, adesso, comincia a farsi pesantissimo e se è vero che l’allievo di Santopadre è sempre uscito più forte dalle pause forzate, questa mazzata richiederà energie mentali supplementari per essere metabolizzata. Berrettini avrebbe dovuto scendere in campo alle 13 locali, le 14 Italiane, contro Garin. Il cielo minaccia pioggia, ma il Campo 1 ha íl tetto e dunque il match non può correre rischi. Solo che in agguato c’è un’altra tempesta. Attorno alle 11, infatti, prima ancora che il torneo emetta un comunicato ufficiale, è il profilo Instagram di Matteo a condividere con il mondo la ferale notizia: «Mi si spezza il cuore di dover annunciare il mio ritiro da Wimbledon a causa di un risultato positivo a un test per il COVID-19. Ho avuto un po’ di febbre e mi sono isolato nel corso degli ultimi giorni. Nonostante la mancanza di sintomi gravi, ho deciso di fare un altro test questa mattina (Ieri, ndr) per la salute e la sicurezza del miei colleghi e di tutti quelli coinvolti nel torneo. Non ho parole per descrivere quanto sono deluso. Per quest’anno íl sogno è svanito, ma tornerò ancora più forte. Grazie per il vostro supporto». Qualche minuto dopo, una scarna email degli organizzatori conferma il ritiro, aggiungendo che il suo posto verrà preso dal lucky loser svedese Elias Ymer. Nel frattempo, il tam tam dei social amplifica l’enorme delusione di milioni di appassionati, mentre alcuni segnali dei giorni precedenti diventano più decifrabili. Ad esempio, la mancata conferenza stampa pre torneo di Berrettini, incomprensibile per un finalista uscente, o ancora, i continui aggiornamenti del suo programma di allenamento fino alla definitiva cancellazione di domenica e lunedl. Peraltro, rimettendosi alle linee guida sul Covid del torneo, Matteo non era obbligato ad effettuare il tampone, nemmeno in presenza di sintomi. Cioè, avrebbe potuto tacere e giocare ugualmente, ma per senso di responsabilità ha optato per il test. La sua positività, come quella dell’altro ex finalista (nel 2017) Cilic, annundata lunedì, ha Improvvisamente fatto ripiombare íl torneo nei gorghi drammatici del terrore che íl virus possa stravolgere il tabellone: giovedì scorso, Berrettini e il croato si erano allenati sul Centrale rispettivamente con Nadal e con Djokovic, condividendone per un pomeriggio lo stesso spogliatolo. Significa perciò che in questo momento le prime due teste di serie del torneo sono contatti stretti di positivi, anche se in assenza della bolla è una situazione senza conseguenze immediate; e Infatti ieri lo spagnolo ha giocato il suo primo match, mentre il Djoker si è allenato tranquillamente con Sinner. Ma non c’è dubbio che l’esplosione di casi cui si sta assistendo sia seguita con una certa preoccupazione, anche se al momento gli organizzatori hanno riferito che non d saranno cambiamenti nel protocollo.

Berrettini esemplare (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Matteo si fa da parte. Ha il Covid. E lo dice. Anzi, si scusa. Lo fa tramite lnstagram. Voleva fosse il suo Wimbledon, lo lascia ad altri senza colpo ferire. Ha giusto un po’ di temperatura. Dicono che in quest’ultima versione quattro giorni di febbre siano assicurati, anche per i campioni del tennis. Lui, Matteo Berrettini, campione lo è per certo, e anche tessera ad honorem di correttezza. E di sfiga. Non basta… Da ieri il circo del tennis gli attribuisce anche la patente di “eroe fesso”. E questa, se permettete, merita una breve indagine. Eroe sembra un po’ troppo, chiediamo in giro, ma addirittura fesso è quasi inspiegabile. Tra le risposte ricevute, ne scegliamo una di un amico manager che chiede l’anonimato. Intervista autentica, se vi va di crederlo, al cento per cento. Dice l’amico: «Sì, un fesso da ammirare. Sembra strano, vero? Be, guardatevi intorno…», ci dice mostrandoci la lieta bagarre di saluti e sorrisi che si agita sulla terrazza riservata a giocatori e familiari, accesso consentito a un ristretto numero di giornalisti. «Ecco, di tutti i giocatori che vedete, le giocatrici, i loro accompagnatori, la metà ha il Covid. Ma non lo dicono. Tutti, esclusi Berrettini e Ciic, gli unici che si siano ritirati, sono pronti a giocare. Se va bene, tornano in campo dopo due giorni sperando che il Covid sia passato, se va male, diranno di avere una bua da qualche parte, e chi s’è visto s’è visto». La nostra espressione incredula, da un lato, e il subitaneo ricorso alla mascherina, dall’altro, ci costano un bel po’ di prese per i fondelli. «Tenete conto che Matteo, facendosi da parte, rinuncia a un premio intorno alle 100 mila sterline fra primo e secondo turno. Parliamo di 140 mila euro». Dunque, eroico? «Bé, Matteo ha preso una decisione per non creare problemi agli altri giocatori, una decisione che la gran parte non avrebbe preso. Ha carattere, non si tira indietro, paga di persona. Che volete di più? Eroico e fesso. Come si vede…». «Ai tennisti – racconta Jasmine Paolini – hanno detto di fare come se la sentivano». Senza regole, insomma. Allo stesso Benettini hanno detto che se avesse voluto giocane, nessuno si sarebbe opposto. L’ha fatto lui, anche per gli altri, Ha preferito non essere causa di problemi per nessuno. Ora il governo inglese è in agitazione e c’è chi chiede che si torni all’ufficialità dei tamponi. E il torneo si preoccupa per Djokovic (che si è allenato con Cilic, il primo a ritírarsi) e per Nadal, partner – guarda un po’ – proprio di Matteo. Resta la sfiga. E quella prima o poi dovrà pur finire.

Berrettini Covid, Wimbledon trema (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Proprio nel giorno del suo debutto. Per di più nel torneo che l’anno scorso lo vide finalista e che stavolta avrebbe affrontato con legittime ambizioni di vittoria, Il Covid non poteva scegliere momento meno opportuno per mettere fine ai sogni inglesi di Matteo Berrettini, risultato positivo ieri mattina a un tampone e per questo costretto a ritirarsi dal tabellone di Wimbledon. A darne l’annuncio è stato lo stesso azzurro dai suoi profili social: «E’ col cuore spezzato – si legge nel suo post – che sono costretto a ritirarmi da Wimbledon a causa di un tampone risultato positivo. Ho avuto alcuni sintomi influenzali e sono rimasto in autoisolamento negli ultimi giorni. Nonostante i sintomi fossero lievi ho deciso che fosse importante sottopormi a un altro test stamattina (ieri, ndr) per salvaguardare la salute dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel torneo. Non ho parole per descrivere quanta io sia dispiaciuto. Per quest’anno il sogno finisce qui, ma tornerò ancora più forte. Grazie a tutti per il vostro sostegno». Vittorioso al Queen’s lo scorso 19 giugno e allenatosi con Rafa Nadal (che ieri ha giocato e vinto) sul Centrale giovedì 23, il contagio dovrebbe esser avvenuto nei giorni successivi: domenica infatti Berrettini aveva cancellato la sua sessione di allenamento e la conferenza stampa che aveva in programma. L’amarezza è tanta, così come la sfortuna che questa stagione sembra perseguitare Berrettini. Se nelle occasioni precedenti Berrettini aveva sempre dato prova di caparbietà, l’italiano questa volta ha dimostrato anche grande responsabilità. I protocolli anti Covid a Wimbledon quest’anno sono infatti assai laschi e tutto è lasciato alla discrezionalità e all’iniziativa dei giocatori. Nessun obbligo di tampone a gestirne il via vai all’interno dell’AEC né tantomeno negli spogliatoi, ambienti comuni per eccellenza dove il virus ha più probabilità di proliferare. Una gestione discutibile, vista la recrudescenza di casi cui si sta assistendo, che però sembra trovare riscontri anche altrove a giudicare da quanta dichiarato da Alizé Cornet al termine del match da lei vinto contro Putintseva: «Al Roland Garros c’è stata un’epidemia di Covid e nessuno ne ha parlato. Tutti l’hanno avuto negli spogliatoi, e quando abbiamo saputo del ritiro di Krejcikova (risultata positiva dopo aver perso al primo turno) ci siamo resi conto di avere gli stessi sintomi. Dev’esserci stato un tacito accordo – ha poi concluso la francese – non ci siamo autotestati per non metterci nei guai da soli, ma ho visto colleghe indossare la mascherina e questo mi ha fatto pensare». Cornet ha poi precisato che di sospetti si tratta, e che prove a sostegno della sua tesi non ce ne sono. Ma il rischio, ora, è che anche Wimbledon debba fare i conti col suo focolaio.

Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ci vuole Armonia. Per comprendere che l’era della gloria, così fiammeggiante nel lunghi periodi di dominio, resta ormai un dolce ricordo: Wimbledon, dove ha vinto sette volte in carriera, e probabilmente il tennis, non sono più la casa di Serena Williams. E alla soglia dei 41 anni (li compirà a settembre), con interessi multiformi ed extrasportivi da gestire fuori dal campo e il fisico ammaccato da mille battaglie e altrettanti infortuni, è probabilmente il prezzo normale da pagare, nonostante la passione mia sopita e il sogno mai davvero abbandonato di conquistare finalmente il 24° Slam della leggenda per staccare la Court. Festeggia dunque Harmony Tan, che alle nipoti, quando la carriera agonistica sarà un ricordo, potrà dire di aver battuto un mito dello sport. La francese con radici cambogiane e vietnamite era alla prima partita di sempre sui sacri prati di Church Road e non ha tremato di fronte alla monumentale grandezza della rivale, neppure quando ha fallito il match point sul 6-5 del terzo set o si è ritrovata sotto 4-1 nel super tie break. Aiutata, va detto, dall’ombra di Serena, arrugginita dalla lunghissima assenza (in singolare, non giocava una partita dal 29 giugno 2021, quando si ritirò qui al primo tunro contro la Sasnovich) e senza più l’esplosività degli anni ruggenti: «Per me è un sogno, qualcosa di incredibile – dirà un’ emozionatissima Tan – sono cresciuta ammirandola in tv». Sic transit gloria mundi. Intanto, il martedì nero del tennis italiano, con il ritiro forzato di Berrettini e le eliminazioni di Musetti, Paolini e Giorgi, trova un pizzico di conforto solo nel faticoso successo di Sonego su Kudla al culmine di una battaglia di 3 ore e48′. Neanche a dirlo, a ergersi a protagonista di giornata è il solito, ineffabile Kyrgios, e non tanto per la vittoria da pronostico, anche se molto più difficile del previsto, contro la wild card inglese Jubb, ma piuttosto per le solite mattane, iniziate con un battibecco con la giudice di sedia, continuate con la polemica contro i giudici di linea ( «Hanno 90 anni, non possono vederci bene») e culminate con uno sputo a uno spettatore ripreso dalla tv e da lui stesso confermato: «Qualcuno del pubblico mi ha mancato di rispetto. È vero, gli ho sputato, ma non l’avrei mai fatto a qualcuno che mi stava sostenendo. La colpa è anche dei social, noi atleti siamo i più odiati. Rispettate il nostro lavoro, non ho mai visto nessuno rimproverare un addetto al supermercato che mette a posto le verdure». Fuoco alle micce.

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