Mio cattivissimo e carissimo McEnroe perché sei diventato finalmente simpatico (Clerici), Talento e ribellione McEnroe genio eterno (Marianantoni), Sharapova stella solitaria (Semeraro), Tutte contro Serena (Mancuso)

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Mio cattivissimo e carissimo McEnroe perché sei diventato finalmente simpatico (Clerici), Talento e ribellione McEnroe genio eterno (Marianantoni), Sharapova stella solitaria (Semeraro), Tutte contro Serena (Mancuso)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Mio cattivissimo e carissimo McEnroe perché sei diventato finalmente simpatico

 

 

Gianni Clerici, la Repubblica del 20.10.2014

 

“A 18 anni ero così perché ancora non capivo il mondo Wimbledon 1980… la partita che mi rese famoso, per una sconfitta… Ma quel match mi fece diventare migliore.” Grazie alla cortesia di Fabio Fazio ho ottenuto un posto di proscenio a “Che Tempo che fa”, nella serata in cui era intervistato John McEnroe. Più di un amico mi ha chiesto com’era. Ero solo di fronte a una folla di psichiatri che non capiscono come mai non profittassi dell’invito di giornalista, per ammirare Mac e i suoi coetanei, Chang, Lendl e Ivanisevic, impegnati a Milano in un torneo esibizione, e ho sinceramente risposto che rivederli in campo mi avrebbe fatto la stessa tristezza che avevo provato nel vedere la prima ballerina Carla Fracci, e altri idoli, sommersi dall’età. Non mi sono per altro del tutto stupito nell’osservare il teatro televisivo pienissimo, e mi sono detto che se abbiamo gli anni dell’ex rivediamo in lui i ricordi della nostra giovinezza, se siamo giovani riusciamo a immaginare come fosse, anche grazie ai filmati, e alle storie che abbiamo letto, o che stiamo leggendo, quella di Mac appena ripubblicata da Fiamme, con il time se un avvocato attaccasse il giudice, e addirittura sputare poteva condurre in cella. II Mac cinquantacinquenne visto a Milano, bianchissimo di capelli e elegante in un completo grigio, era molto diverso da quello dei miei ricordi di spettatore professionista. Migliore? Vorrebbe forse sapere l’aficionado. Certo diverso, nel ricordarci che a “diciotto anni ancora non capivo come fosse il mondo e avere figli (5, da due diversi matrimoni, con Tatum O’Neil e Patty Smyth) mi ha reso più umile, in modo che la mia vita è più bella ora.” Di se stesso campione, del suo comportamento spesso criticato, che lo portò ad essere il primo anche nella squalifica di un tennista professionista, all’Australian Open, Mac ci ha dato una spiegazione: “mi sentivo solo”. E al perché di Fazio, reiterava. “Ti senti nudo, e sei nudo di fronte a una folla di psichiatri che non ti capiscono. Avevo paura, in campo, ma non volevo dimostrare la mia paura, e allora era meglio reagire urlando che piangere.” In seguito a molte critiche, che avevano spinto qualche lettore a ritenermi nemico di Mac, dopo che i nostri rapporti son diventati amichevoli grazie ad una comune ammissione alla Hall of Fame, non potevo non ricordare a me stesso la drammaticità di un gioco che ci costringe soli, di fronte a diecimila persone, spesso in una condizione fisica di profonda fatica, di disagio, di disaccordo con noi stessi, addirittura di uno smarrimento di auto-stima, di un auto giudizio negativo. E ho creduto di capire, meglio di quanto non fossi riuscito nel vederlo nei suo sette Slam vinti o in quelli perduti, che le reazioni verso i giudici, verso un malcapitato raccattapalle, verso quell’accessorio di sé che è la racchetta, altro non fossero che dialoghi negativi, spesso disperati, di un giovanotto che una mano sensibilissima aveva spinto allo sport, così come alla musica un pianista. Ma, per chi non abbia assistito, ieri sera, a “Che tempo che fa”, par giusto riassumere qualche brano. Per primo quello del più famoso tie-break sin qui giocato, il 18-16 della finale del 1980 a Wimbledon contro Borg, in cui Mac salvò sette match point, per poi perdere al quinto set. “La partita che mi rese famoso, famoso per una sconfitta” ha commentato Mac, per aggiungere “dopo quel match, Borg mi fece diventare un tennista migliore. E non ho potuto non capirlo, non ammirare la sua forza di volontà, il suo cuore”. Ci ha anche parlato di sé telecronista, ed ha ammesso di essere molto lontano dagli ascolti di Fazio, in una trasmissione fallita per aver ottenuto lo 0,2%, grazie alla affezionata e ripetuta presenza di Papà e Mamma. Un simile Mac autoironico ci ha raccontato altro, ad esempio la volta in cui sua mamma Kathy lo convinse ad accettare l’invito del Presidente alla Casa Bianca, per sentir Reagan chiedere alla moglie Nancy: “è lui il giocatore di golf che devo vedere?». Mac ha poi risposto con una risata all’evidente riferimento ad Andrè Agassi, quando Fabio gli ha domandato se non avesse mai odiato il tennis. Una risata che gli ha probabilmente evitato di farci sapere che la biografia del suo giovane epigono è stata brillantemente inventata da un ottimo e bugiardo biografo quale Moehringer. Mac ha concluso con parole di affetto per il suo vecchio partner, Peter Fleming, che giunse ad affermare che il miglior doppio è fatto da John McEnroe insieme a qualunque altro tennista.. Una gran serata, insomma, resa ancor più affascinante dal ritrovarmi seduto, e per un’ora, fianco a Filippa Lagerback. Non accade a tutti, amici aficionados.

 

Talento e ribellione McEnroe genio eterno

 

Luca Marianantoni, la Gazzetta dello sport del 20.10.2014

 

Scegliere John McEnroe per inaugurare una collana di libri dedicati ai più grandi campioni della storia del tennis è come toccare il cielo con un dito, ricevere una scossa elettrica e piombare di colpo sul finire degli anni 70. Quando un tennis per la prima volta fisico, troppo meccanico e poco fantasioso — vedi Borg, Connors e Vilas — fu spazzato via da un moccioso newyorkese ribelle che si era messo in testa di ricucire lo strappo con la tradizione del grande tennis. Con questo strafottente personaggio, accarezzare la palla e inventarsi soluzioni pirotecniche, per incantare gli spettatori e lasciarli a bocca aperta, era ancora possibile nell’era del top-spin esasperato e della forza bruta. Madre natura Gli ingredienti, SuperMac, li aveva tutti: a partire da quello slice mancino che usciva imprendibile da un servizio anomalo (per preparazione ed esecuzione), incipit di un tennis spumeggiante, vissuto sempre all’arrembaggio; per finire con i giochi acrobatici di volo, creati all’istante dal nulla, come se fossero la cosa più semplice e giusta da fare; passando però anche per millimetriche rasoiate di rovescio che affettavano il campo da una parte all’altra, e improvvisi attacchi di dritto, sempre anticipato e mai banale. Da allora quel ragazzino dalla faccia d’angelo, con i capelli ricci, con la bandana sulla fronte, ha continuato a giocare a tennis per tutta la vita, sfidando due avversari: quello che stava dall’altra parte della rete e quello che gli albergava dentro, il modello del campione perfetto, capace di un tennis irraggiungibile, che John ha sempre inseguito come una stella cometa. The Genius ha attraversato in lungo e in largo il più denso periodo di campioni della storia del tennis. Ha debuttato trovandosi in mezzo a due icone come Bjorn Borg e Jimmy Connors. «La decisione di Borg di ritirarsi è stato uno dei grandi dolori della mia carriera. Giocare ai tempi di Borg e Connors è stato per me come vivere un sogno». Poi si è imbattuto in Ivan Lendl, il prototipo del tennista grigio e poco dotato, ma calcolatore, capace di costruirsi in laboratorio automatismi micidiali. «Ho più talento io nel mio mignolo di quanto ne abbia Lendl in tutto il suo corpo. Io sono stato il bene del tennis e lui il male». E la finale di Parigi 1984, vinta dal ceco al quinto set, è la pagina più triste della parabola tennistica dell’americano: «La peggiore sconfitta della mia vita, devastante. Ancora adesso, quando ci ripenso, non riesco più a prendere sonno. Tutte le volte che torno a Parigi, il pensiero va a quella maledetta partita contro Lendl, a come la mia vita poteva cambiare se avessi vinto». Infine ha duellato con le generazioni future, Pete Sampras e Andre Agassi. Sfide che hanno lasciato il segno nella storia del tennis, con un marchio indelebile. La storia A differenza degli altri campioni, quando uno dice John McEnroe non pensa ai 7 Slam vinti (3 Wimbledon e 4 US Open) in singolare e ai 9 di doppio, alle 170 settimane trascorse da numero 1 del mondo, ai 77 titoli Atp in singolare e ai 78 in doppio, ai 16 anni consecutivi trascorsi tra i primi 30 del mondo (dal 1977 al 1992), ai 10 anni da top ten e a quel fantastico 1984 in cui chiuse l’anno con 82 vittorie e appena 3 sconfitte. Quando uno pensa a John McEnroe pensa al talento del suo braccio sinistro, alle sfuriate con gli arbitri, a un carattere sempre pronto ad esplodere, al suo modo di essere ribelle. E ancora oggi quando dici McEnroe, a tutti quelli con i capelli brizzolati brillano gli occhi perché nella linea di successione che parte da Rod Laver e finisce con Roger Federer, nel mezzo c’è solo John McEnroe.

 

Sharapova stella solitaria

 

Stefano Semeraro, il Corriere dello sport del 20.10.2014

 

Delle magnifiche otto, è l’unica che non ha amiche tra le rivali Per Maria lo sport innanzitutto business. E quando capita, tira anche frecciate micidiali di Stefano Semeraro Tenniste disperate, o se preferite “Tennis and the city’: La city è Singapore, dove da oggi alle 19.30 locali (le nostre 13.30, diretta Tv su SuperTeimis) vanno in onda le Wta Finals, il tennis è quello delle otto campionesse che si contenderanno il titolo di “maestra” del 2014, e che non sono legate – o separate – solo dai risultati sul campo, ma anche da complicità, vecchie ruggini e antiche amicizie. Maria Sharapova, ad esempio, di amiche sul circuito non ne ha, anzi non vuole proprio averne. Per lei il tennis è strettamente “business” e anche se un filo di attenzione la lega ad Eugenie Bouchard, la debuttante canadese che da bambina era una sua accanita fan (tanto che a Parigi le ha “concesso” di indossare la sua linea di abitini), è probabilmente la meno amata dello spogliatoio. In particolare da Ana Inanovic, che quest’anno a Cincinnati ha accusato persino di aver simulato un calo di pressione per prendere tempo. La serba se l’è legata al dito. Per non parlare dello scambio velenosissimo che ebbe l’anno scorso a Parigi con Serena Williams che l’accusava di troppe smancerie con il suo neo-fidanzato Dimitrov. «Parla lei, che sta con un uomo sposato», rispose Masha, ma negli ultimi tempi pare che si siano ristabiliti normali rapporti diplomatici. Anche Serena Williams in passato stava cordialmente antipatica a molte, visto che con sorella Venus faceva vita a parte, ma l’età ha addolcito la Pantera. «Con gli anni ho capito che nella vita ci sono cose più importanti che colpire una pallina da tennis», ha dichiarato ieri la numero 1 del mondo. «Oggi non credo di avere problemi con nessuna negli spogliatoi, mentre sono molto amica di Caro-line (Wozniacki – ndr). Ein dall’inizio c’è stata una simpatia fra di noi, che si è fatta via via più forte. Ora è la mia migliore amica: io aiuto lei, lei aiuta me». Prima del Masters però a Serena, nota gaffeur, è scappato un tweet di troppo in cui dava della “bugiarda” a Caroline, ed è stata costretta a scusarsi più volte pubblicamente. Pace fatta, comunque, visto che alla presentazione di questo Masters le due hanno inviato un selfie di coppia: “la bionda e la tettona’ il commento di Serena. Del clan danese-americano fa parte anche Aga Radwanska, che fino a un paio di anni fa faceva coppia fissa con la grande assente di questo Masters, Vika Azarenka, con la quale però ruppe clamorosamente a Dubai nel 2012, anche lei convinta che la (ex) arnica avesse finto una zoppla per metterla in difficoltà. «Credo di aver perso un po’ di rispetto per Vika, oggi», commentò all’epoca. La migliore amica di Petra Kvitova, la campionessa di Wimbledon, è invece Na Li, la cinese ex n.2 del mondo che però si è appena ritirata e a Singapore è andata solo per fare visita alle sue ex colleghe e dare il suo incora::. amento alla Kvitova. Simona Halep, l’altra debuttante al Masters, va d’accordo con tutte, mentre Eugenie Bouchard ai tempi delle gare juniores era inseparabile da Laura Robson ma da un paio di anni ha clamorosamente rotto con l’inglese. «Perché – ha spiegato – nel tennis non si possono avere amiche. Però in occasioni come queste ridiamo, scherziamo e parliamo di cose più importanti del tennis: di ragazzi, ad esempio».

 

Tutte contro Serena

Angelo Mancuso, il messaggero del 20.10.2014

 

Inutile girarci intorno: la decisione della WTA di assegnare fino al 2018 il tradizionale Masters femminile riservato alle prime 8 giocatrici della stagione a Singapore, ai confini dell’Estremo Oriente, è una scommessa basata sul denaro. Del resto la cifra incassata dall’Associazione delle giocatrici è di quelle irrinunciabili: 70 milioni di dollari in 5 anni. Quando sul tavolo di Stacey Allaster, manager oculata, è arrivata l’offerta, il grande capo della WTA non ha avuto dubbi. Lasciare Istanbul è stata una decisione coraggiosa, perché negli ultimi 3 anni la kermesse femminile aveva ottenuto un enorme successo in Turchia con le tribune sempre esaurite. Una scelta però inevitabile. Dal 2010 il tennis femminile ha perso il suo ricco title-sponsor (la Sony Ericsson non ha rinnovato il contratto) ed è a caccia di soldi: ne ha bisogno per continuare a crescere. Il nuovo Eldorado non può allora che essere l’Oriente con la sua voglia e capacità di investire. Non a caso, con il senso pratico che la contraddistingue, la Allaster qualche anno fa aveva definito la vittoria della cinese Na Li su Francesca Schiavone nella finale del Roland Garros 2011 «una delle più grandi fortune per le strategie della WTA». UNA BOCCATA D’OSSIGENO Conti alla mano il Masters è fondamentale per le casse dell’Associazione. Al momento si registra il sold-out soltanto per le finali (singolare e doppio) di domenica prossima, ma la campagna promozionale è tambureggiante da mesi. Quest’anno, durante ogni torneo, le giocatrici più note hanno posato accanto a cartelli stradali che simboleggiavano la «Road to Singapore». Il sontuoso Singapore Indoor Stadium, che da oggi ospita gli incontri, si trova nel complesso noto con il nome di “Singapore Sports Hub”, accanto al National Stadium, un impianto all’avanguardia da 55mila posti in cui venerdì si esibirà una star internazionale della musica pop come Mariah Carey. Un evento nell’evento. Il numero delle coppie in gara nel doppio è aumentato da 4 a 8 per dare maggior visibilità e tra gli eventi collaterali è in programma un torneo tra ex grandi campionesse (WTA Legend Classic), cui parteciperanno Martina Navratilova, Tracy Austin, Marion Bartoli e Iva Majoli. Spazio anche alle campionesse del futuro con un torneo riservato alle migliori giovani dell’area Asia-Pacifico. TORNEO APERTO La WTA ha fatto tutto il possibile per creare uno spettacolo senza precedenti, ora la parola passa alle giocatrici. Sarà lotta per la posizione n.1 nel ranking mondiale tra Serena Williams e Maria Sharapova. Il campo di partecipazione è affascinante, con il ritorno di alcune delle giocatrici più amate dal pubblico come Ana Ivanovic e Caroline Wozniacki, nonché l’esordio di Eugenie Bouchard, la nuova pin up del circuito. In più il torneo sembra aperto ad ogni soluzione perché Serena, vincitrice delle ultime due edizioni, è meno favorita del solito. La 33enne statunitense ha vissuto una stagione a due facce: ha vinto più titoli di tutte

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Djokovic, Melbourne in forse? (Pierelli, Bertellino, Rossi, Martucci). Giorgi vince a nervi tesi (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 20 ottobre 2021

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Djokovic, sì a Torino, Australia in forse «E’ ingiusto dirvi se sono vaccinato» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

 Il re ha parlato e ha fatto chiarezza. Sul suo futuro che, a cascata, coinvolge anche altri colleghi. Come per esempio il nostro Jannik Sinner che – era prevedibile, adesso è ufficiale – non potrà beneficiare dell’assenza del campione serbo nella corsa alle Atp Finals di Torino (14-21 novembre), dove è già qualificato invece Matteo Berrettini. Il 2021 del numero 1 del mondo, dunque, non si concluderà con la sconfitta più cocente della carriera. Le lacrime di New York, in premiazione a fianco di quel Daniil Medvedev che allo Us Open gli ha impedito di realizzare il Grande Slam che non si verificava dal 1969 (Rod Laver), non saranno l’ultima sua immagine di questo anno comunque strepitoso, in cui ha conquistato tre Major, raggiungendo a quota 20 Roger Federer e Rafa Nadal. Djokovic, parlando con il quotidiano serbo Blic, è stato chiaro sul suo finale di stagione: «Giocherò Parigi-Bercy, le Atp Finals di Torino e la coppa Davis. Ho appena ripreso in mano la racchetta, starò ancora a Belgrado questa settimana, poi lascerò la Serbia per dedicarmi più intensamente agli allenamenti». Non altrettanto chiaro, invece, il programma per l’anno prossimo. Lui è il Signore di Melbourne dall’alto dei suoi nove titoli (record), ma l’Australlan Open quest’anno rischia di non vedere l’uomo che più di ogni altro ha lasciato il segno nel down-under. I suoi dubbi sono legati alla vaccinazione contro il Covid e alla politica molto stringente del governo australiano per prevenire i contagi. Lo Stato del Victoria al momento ha reso obbligatoria la vaccinazione per tutti gli atleti australiani e non è ancora chiaro se gli sportivi stranieri dovranno presentare il “green pass” oppure no. «Non so se sarò a Melbourne. Al momento la situazione non è affatto favorevole. Stante così le cose, penso che saranno in tanti a pensarci bene prima di decidere se andare o meno agli Australian Open. Io vorrei esserci, è lo Slam in cui ho ottenuto più successi, amo questo sport e sono motivato. Sto monitorando la situazione assieme al mio manager. Se ho capito bene, Tennis Australia prenderà una decisione tra un paio di settimane. Nella scorsa edizione ci sono state tante restrizioni e stanno cercando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non. Vedremo cosa succederà». Nole ha anche affrontato un altro tema scottante, quello del vaccini. Non ha rivelato se si e sottoposto all’inoculazione oppure no. E poi si è sfogato. «Non ho intenzione di rendere pubblica una questione così privata come quella della mia vaccinazione. Credo che non sia neanche giusto chiederlo, è una domanda inappropriata, non solo a me, ma a chiunque. Poi qualunque sia la mia risposta, la gente ne farebbe l’uso che vuole: da parte dei media ci sono troppe speculazioni su di me che mi danno fastidio. Non solo nello sport, ma in generale. E io non voglio essere coinvolto in questa sorta di guerra dei vaccini. Siamo arrivati a discriminare le persone, se decidono in autonomia in un senso o nell’altro». 

Djokovic: «Australia? Dipende dalle condizioni» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Novak Djokovic non vuole alimentare polemiche circa la questione vaccini ma intanto lo fa non svelando l’arcano. Vaccinato o meno? Al quotidiano serbo “Blic” ha detto di non avere ancora deciso se partecipare o meno al prossimi Australian Open: «Se ho capito bene, il governo e Tennis Australia prenderanno le decisioni definitive tra due settimane. Quest’anno ci sono state tante restrizioni e so che Tennis Australia sta tentando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non – ha precisato – per questo, non so ancora se giocherò in Australia. Ci sono troppe speculazioni da parte dei media. Per questo ultimamente non ho parlato molto, perché ognuno poi fa delle interpretazioni legate a ciò che avevo detto un anno fa. Non solo nello sport, ma in generale, sono molto deluso della discordia che si è creata tra vaccinati e non vaccinati. Trovo sia orribile discriminare qualcuno per il fatto che voglia vaccinarsi o meno». Ha poi svelato i suoi piani di fine stagione: «Starò ancora a Belgrado per qualche settimana, poi mi concentrerò sugli allenamenti in vista di Parigi Bercy, delle Finals e della Coppa Davis».

Nole, il vaccino non vale uno Slam: “Non so se andrò a Melbourne” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Lui apre le acque. O fa da spartiacque. Quando parla Novak Djokovic non si rimane mai indifferenti. Con lui non esiste il grigio: è nero, o è bianco. L’ultimo caso riguarda gli Australian Open 2022: saranno ammessi solo i vaccinati e lui, che sul tema ha avuto posizioni a dir poco controverse, ha già fatto sapere che se queste sono le condizioni non andrà a difendere il titolo. Era in silenzio da New York. Bisognoso di sbollire, decantare, digerire la sconfitta più amara della sua carriera. Sacrosanto. Intanto, ci si chiedeva che programmi avesse. L’altro ieri ha ripreso la racchetta, e ha preso la parola. In un’intervista al quotidiano serbo Blic ha detto che giocherà Bercy, le Atp Finals a Torino e la Coppa Davis. E ha anche scavallato l’anno. «Per il 2022 i miei obiettivi rimangono i tornei del Grande Slam e le competizioni con la Serbia. Sono questi gli eventi che mi interessano di più». Fin qui tutto prevedibile, poi il contropiede. «Non so se giocherò gli Australian Open, il mio manager è in contatto con Melbourne. Vediamo cosa decidono come protocolli di sicurezza». Il Covid. Il problema che fa impazzire il n. 1 del tennis mondiale. «Vengono fatte speculazioni su cose che ho detto oltre un anno fa. Mi sembra che stiamo discriminando, troppa divisione tra vaccinati e non. E non si può, solo perché qualcuno decide in un senso o nell’altro. Sono deluso dalla società, dal modo in cui si parla della pandemia. E circolano parecchie notizie che poi non sono vere». Vi starete chiedendo: Djokovic è vaccinato? Guai a domandarglielo. «È una questione privata, secondo la legge si può perseguire chi pone la questione. Se uno risponde “Non l’ho ancora fatto, non so, ci sto pensando”, i media ne abusano». Gli Australian Open lo porranno comunque di fronte a un bivio. Se parteciperà senza quarantena vorrà dire che è vaccinato. Se sarà concessa una deroga, i non vaccinati dovranno fare comunque la quarantena e dunque la loro condizione sarà palese. Se sceglierà di non andare lascerà dubbi e polemiche.

Nole no vax, l’Australia non lo vuole (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Controcorrente o rivoluzionario, viziato o testardo, cattivo maestro o paladino della libertà, coerente o irresponsabile? Camminando come un equilibrista sul filo sospeso nel vuoto delle misure anti-Covid, Novak Djokovic si candida agli aggettivi più disparati appena dichiara ai media della sua Serbia: «Per come stanno oggi le cose non so ancora se andrò a Melbourne». È un attacco diretto al governo australiano che, per bocca del premier dello stato del Victoria, Daniel Andrews, ha dichiarato: «Non credo che un tennista non vaccinato otterrà un visto per entrare nel paese, e se lo ottenesse probabilmente dovrebbe essere messo in quarantena per almeno due settimane». È un doppio segnale che il numero del tennis, a voce alta, lancia al mondo: con una reazione tanto dura e perentoria vuole dimostrare di aver assorbito la batosta degli Us Open, e nello stesso tempo apre la strada a un compromesso da definire dietro le quinte da qui a due settimane. «Il mio manager, che è in contatto con la Tennis Australia, mi dice che stanno cercando di migliorare le condizioni per tutti, vaccinati e no». Perché Nole l’imposizione del vaccino proprio non l’accetta e la quarantena nemmeno, l’ha sperimentata: «Dopo la quarantena è più facile infortunarsi, ci sono tanti esempi che lo confermano». Sogna una scappatoia come agli Us Open, dov’è rimasto fuori dalla bolla che protegge tutti i colleghi. Ma insiste: «Non rivelerò se sono stato vaccinato o meno. È una questione privata e un’indagine inappropriata. La gente si spinge troppo oltre nel prendersi la libertà di fare domande e giudicare una persona. Se ne approfittano sia se rispondi sì o no, o forse o ci sto pensando». Del resto, se facciamo un passo indietro, il 20 aprile dell’anno scorso Djokovic lanciava la crociata no-vax: «Personalmente sono contrario alla vaccinazione e non vorrei essere costretto da qualcuno a prendere un vaccino per poter viaggiare per i tornei». Stroncato dai social, il 6 giugno s’è schierato nettamente contro la bolla degli US Open: «Dovremmo dormire in hotel vicini all’aeroporto ed essere testati due o tre volte alla settimana. Potremo essere accompagnati da una sola persona. È semplicemente impossibile, è un protocollo estremo». L’8 giugno insieme al fratello Djordje ha organizzato fra Belgrado e Zara il torneo di beneficenza Adria Tour, ha fatto baldoria in discoteca a torso nudo insieme a diversi colleghi e ha dovuto chiudere l’evento anzitempo, con le positività di 8 persone, fra cui Dimitrov, Coric e Troicki, lui stesso e la moglie Jelena.

Giorgi vince a nervi tesi. Sinner-Musetti, il derby (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Penso che una partita così Camila Giorgi non la giochi mai più. A Tenerife, nonostante un warning, un penalty point e due penalty game, la numero 1 italiana è riuscita a battere 7-6(4) 3-6 6-4 Aliona Bolsova, moldava naturalizzata spagnola che si è presentata in campo con i capelli tinti d’azzurro. Giorgi si innervosisce subito, riceve un’ammonizione dopo una discussione con papà Sergio, ma comunque vince il primo set. In controllo del secondo, sul 3-0, le chiamate del giudice di linea e di sedia, che si possono definire discutibili, fanno infuriare Camila. L’azzurra perde un punto come penalità per un’altra protesta poi, su un’altra palla data buona all’avversaria ma apparsa fuori, lancia la racchetta verso la rete rischiando di colpire un ballboy. Essendo la terza infrazione al regolamento, Giorgi perde il game. Cederà anche il set. Nel terzo, la scena si ripete sul 5-3 15-30. Il giudice di sedia non giudica fuori un colpo di Bolsova, che sembra decisamente out, Giorgi chiama il supervisor, ritarda la ripresa del gioco e per la seconda volta perde un game come forma di penalità Al prossimo turno affronterà la montenegrina Danka Kovinic. Ad Anversa, invece, c’è grande attesa per il derby tra Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Due anni fa i due giovani azzurri disputavano l’incontro più atteso delle prequalificazioni per gli Internazionali BNL d’Italia 2019. Il carrarino arrivò a un punto dal successo e dal main draw, ma alla fine vinse Sinner. Oggi si sfideranno per la prima volta in un torneo ATP.

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Crivelli). Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Piccardi). Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 19 ottobre 2021

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Quando, nell’aprile 2019, Torino venne scelta come 15a città della storia a ospitare le Atp Finals di fine anno, il mantra recitato fino allo sfinimento riguardava la possibilità che, realizzata la favola di portare in Italia il più importante torneo dopo gli Slam, si potesse pure avverare il desiderio di veder qualificato un italiano. In quel momento, il nostro miglior giocatore era Fognini, fresco vincitore a Montecarlo e numero 12 del ranking, quindi una carta più che concreta. Ma prevedere che due anni e mezzo dopo Matteo Berrettini, un giovane di belle speranze allora 55′ del mondo, sarebbe diventato il primo finalista azzurro di sempre a Wimbledon, un solidissimo top ten, il volto iconico del nostro tennis e dunque uno dei protagonisti più attesi del Masters, attraversava forse i confini dell’immaginazione.

 

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La classifica che somma i risultati stagionali e qualifica per le Finals, lo rendono inattaccabile da qualunque rientro da dietro e quindi il suo nome si aggiunge a quelli di Djokovic, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev, che il biglietto lo avevano già strappato. Un approdo che rappresenta il degno coronamento di un’annata fantastica per Berrettini, certamente illuminata dal meraviglioso cammino ai Championships ma ancorata a una continuità di risultati solo graffiata da un paio di fastidiosi infortuni: vittoria a Belgrado e al Queen’s, su un prato che ci aveva sempre respinto, finale al Masters 1000 di Madrid, quarti al Roland Garros e agli Us Open dove ha sempre incrociato Djokovic.

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Adesso potrà dedicarsi a Vienna (dove rientrerà la prossima settimana dopo la precoce eliminazione di Indian Wells) e a Parigi Bercy proprio nell’ottica di rodare la condizione tecnica e fisica in vista di Torino, senza ovviamente perdere d’occhio l’opportunità di consolidare la classifica Atp (è a meno di 1000 punti dal quinto posto) e confermare lo status ormai acclamato di superstella del circuito. I tornei a venire, invece, rivestiranno un’importanza capitale per le ambizioni di qualificazione di Sinner, con la premessa che in quei giorni di aprile di due anni fa l’altoatesino era numero 314 del mondo e quindi vederlo adesso lottare per le Finals ne certifica lo straordinario valore. La sua rincorsa si è complicata dopo il successo di Norrie a Indian Wells, perché il britannico lo ha scavalcato e l’attuale 11′ posto non gli garantirebbe il pass nemmeno con la rinuncia, peraltro sempre più improbabile, di Djokovic. Jannik è testa di serie numero uno ad Anversa, un torneo 250 fac-simile per tabellone a quello di Sofia vinto a inizio ottobre, dove dopo il bye attende al secondo turno il vincitore tra Musetti e Mager. Andare più avanti possibile in Belgio è un imperativo, prima dello snodo probabilmente decisivo di Vienna, che per qualità degli iscritti più che un 500 assomiglia a un 1000 in formato ridotto vista la presenza di Tsitsipas, Zverev, Berrettini e dei rivali più pericolosi nella Race, Ruud e Hurkacz, nonché dell’arrembante Norrie. Ma i tifosi italiani potranno comunque emozionarsi per Sinner, che ha già confermato di voler giocare le Next Gen Finals a Milano, di cui è formalmente ancora campione in carica, se non si qualificherà per Torino.

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Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dalle porte girevoli dell’attico dei tennis entra Hubert Hurkacz (n. 10) ed esce, dopo 968 settimane, Roger Federer (una prece). Il Master 1000 di Indian Wells, con i suoi campi lenti e una stanchezza diffusa che ha favorito outsider e sorprese, è stato un piccolo terremoto. Ha vinto il britannico Cameron Norrie, 26 anni, inglese alla larga come Emma Raducanu: è nato in Sudafrica da papà scozzese e mamma gallese, è cresciuto in Nuova Zelanda- (una violenta rapina a Johannesburg, quando Cameron aveva 3 anni, convinse i genitori a traslocare a Auckland), ha studiato all’Università del Texas, tiene casa e-residenza a Putney, non lontano da Wimbledon, Londra sudovest, e tanto basta per considerarlo un suddito di sua maestà la regina. Da ieri Norrie è il nuovo numero 16 del ranking e, grazie ai mille punti intascati nel deserto californiano, ha scavalcato Jannik Sinner (che a Indian Wells è uscito agli ottavi con Taylor Fritz, killer pure di Matteo Berrettini) nella Race verso le Atp Finals di Torino: l’inglese si e installato al decimo posto davanti all’altoatesino, che nella foga di inseguire Ruud e Hurkacz non si e accorto che Norrie lo stava superando a destra, senza mettere la freccia. Con i primi cinque della classifica già qualificati — Djokovic che ha confermato la presenza a Torino sia per il Master che per la Davis, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev —, Berrettini che dovrà blindare la settimana prossima all’Atp 500 di Vienna il biglietto per le Finals e Nadal fuori gara (ha già detto che tornerà nel 2022), restano quattro giocatori in un fazzoletto di 420 punti.

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Il titolo di Anversa, ampiamente alla sua portata, non basterà a Sinner per salire sul treno per Torino: dopo Vienna sarà l’ultimo Master 1000 della stagione, Parigi Bercy, a decidere la grande rincorsa per le Atp Finals. Per Jannik, con quattro titoli stagionali e una classifica stellare alle soglie del paradiso del tennis, comunque andrà sarà stato un successo (rimane da decidere tra Next Gen a Milano e l’Atp 25o di Stoccolma, ma son dettagli).

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Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Adriano Panatta non può restare fermo. Non riesce. Magari haun problema con la noia Ma non può ferrmarsi. L’ultima idea, presentata ieri, è “Adriano Panatta Racquet Club” a Treviso, dove ormai si è stabilito e si è sposato ll tennis resta nella sua vita, è la sua vita. Anche per questo motivo commenterà le Alp Finals di Torino su Tuttosport. Panatta, ci racconti questa sua nuora avventura. Perché Racquet Club, nome aubb e che rimanda al A CHIAMARSI MASTER «I Io visto una foto e mi è piaciuto, suonava bene, poi c’è anche il padel e non soltanto il tennis. C’era questo vecchio circolo da rimettere a posta Ne ho parlato con il mio amico Philippe Donnet e con Marco Bonamigo e abbiamo pensato potesse venirne fuori qualcosa di bello Abbiamo comprato il circolo all’asta e abbiamo effettuato un lavoro di ricostruzione completa, più che di ristrutturazione. L’idea è che un circolo debba fare il circolo. Niente di più. Un luogo con una grande missione da svolgere. Deve offrire occasioni di incontro e mettere tutti a proprio agio. Un circolo in cui socializzare, condividere, stare bene. Non ci sono solo campi, ma due palestre, una spa, il bar, il ristorante dove scoprire l’offerta enogastronimica del territorio, piscina. Un posto diverso comodo ed elegante». Perché adesso, nella sua vita? «Perché dopo la pandemia si avverte la necessità di fare, ripartire. E a me piace molto lavorare, ne sono stato assorbito. Mi piace la competizione. Poi vivo a Treviso, mi sono sposato, qui ho trovato la mia dimensione. E’ il mio modo di dire grazie a tutta la comunità per avermi fatto sentire a casa in questi anni. Direi che sono un trevigiano de Roma o un romano de Treviso.

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Che rapporto ha con la memoria? È il momento i parlare dells Atp Finals, delle sue Atp Finals, 1975. «Io non ricordo nemmeno i risultati delle mie partite. Spesso mi sbaglio, a volte telefono a Paolo Bertolucci o ad altri amici perché colmino certi buchi. Davvero, ho un rapporto pessimo con la memoria. Del Master a Stoccolma ricordo però che stavo male, avevo un problema fisico per il quale subito dopo mi sono fatto operare. Ricordo il dolore. E penso del resto che avrei meritato di più di giocarlo nel 1976. Avevo vinto Roma, il Roland Garros… Ma per la Davis avevo giocato meno tornei. Le regole erano bizzarre, ora sono cambiate, mal’Atp è sempre bizzarra».

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Senza Federar e Nadal, cos voci che si susseguono sulla presenza o meno di Djokovic, a Torino sarà l’inizio di una nuova? «Adesso può vincere chiunque. E il corso della stagione lo sta dimostrando. Io dico che Torino merita di vedere Djokovic. Tsitsipas forse è il più dotato della nuova generazione, ma nemmeno lui riesce a vincere con continuità. Sarà difficilissimo si ripeta un’era simile a quella di Nadal e Federer. Non è come loro, Djokovic. E lo dimostra il seguito di pubblico, il pubblico è sensibile. Roger e Rafa sono straordinari anche fuori dal campo, non hanno mai sbagliato neppure una dichiarazione». Siamo in presenza del rinascimento dell’ltalia con la racchetta. Le sue impressioni? «Penso che il mondo sia bizzarro. C’è stato un momento in cui avevamo 3-4 tenniste al top mondiale, Pennetta, Schiavone Vinci, Errani. Ora c’è solo la Giorgi, ma abbiamo una serie di grandi giocatori. Mi spiace, piuttosto, che Fognini abbia vinto meno di quanto avrebbe potuto con quel suo tennis di talento e fantasia. Berrettini se sta bene può battere tutti e vincere ovunque. Ma deve essere al 100% fisico, non ha margini Mi ricorda qualcuno… Sinner ha vent’anni sta maturando, bisogna concedergli tempo, ma ha qualità notevolissime. Sonego è un lottatore con mentalità senza pari. Musetti ha bisogno di tempo. F unmondo strano, uno sarebbe potuto diventare anche un grande sciatore, uno è di Roma, un altroè di Torino. Non è che siano emersi per una scuola, ma grazie a maestri che li hanno seguiti fin dai primi passi o quasi. Del resto è ovunque così.

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Lei ha sempre catturato l’attenzione. In campo, in tv, al cinema. Come le è venuto in mente il cameo nel films “La profezia dell’armadillo quells frase sul suono del colpo piatto? L’ormai famoso pof pof? «Non è mia, ma del mio amico Domenico Procacci, titolare di Fandango. Io non avevo voglia, sono andato a girare a Fiumicino senza avere un’idea. ïl “pof pof “è suo, poi ci ho messo le considerazioni, l’idea del mio tennis, legato alla vita. Io non recito, faccio me stesso. Sempre».

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II suo tennis eri ricco di personaggi. Adesso latitano sin po’. Perché? «Si è persa del tutto l’ironia Nel tennis, poi, sono tutti parte di un sistema. Tantissimi giocano molto bene e tirano fortissimo. Fortunatamente adesso è tornata un po’ la palla corta, è tornato il back, i giocatori hanno capito finalmente la necessità di variare. Però, io resto sempre colpito quando vedo l’angolo del giocatore. Una squadra intera: coach, preparatore, psicologo, fisioterapista. Tutti seri, spesso in apprensione E mi dico: “e fatevela una risata”. Ci resto male, non mi diverto»

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Rassegna stampa

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex Carlos Moya per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

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Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati».

Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social.

«Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…».

E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rafa Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

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Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!».

Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport».

Le piace il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere».

Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

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Kim Cljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta?

«Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

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