Il tennistaoperaio Simon alla sfida con Federer, l’amministratore delegato di Wimbledon

Gilles Simon è l’intrufolato operaio al party del talento che va in scena ogni anno a Wimbledon. Il francese è uno dei migliori tennistioperai, i corridori che trasformano il tennis in lotta e resistenza al cospetto dei talentuosi dalla volée sopraffina

Di Claudio Giuliani
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Gilles Simon, l'ultimo degli "operai" a Wimbledon
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Una volta il tennistaoperaio combatteva i tennistipadroni. Oggi ci sono anche i tennishipster fra i nemici. Immaginando che tutto il circuito sia di casa a Roma, potremmo dire che la gentrificazione dei tennishipster sta togliendo ai tennistioperai tanti quartieri. Preclusi i soliti Parioli (Djokovic), Prati (Nadal), Olgiata (Federer), San Giovanni (Wawrinka), la pattuglia operaia ha perso dapprima San Lorenzo, con i tennisti à la Brown a movimentare un quartiere una volta caratterizzato da ritmi regolari, e poi il Pigneto, una vecchia enclave di operai fra Casilina e Prenestina dove oggi i vari Kyrgios, Kudla e Basilashvili siedono all’isola pedonale di fronte a qualche officina del gusto, a mangiare Hamburger di Seitan e sorseggiando una birra artigianale amara al 49% nei locali dove una volta i tennisti in tuta blu riparavano macchine. Ai vari Robredo, Ferrer e Simon non rimangono che le borgate, Torpignattara, San Basilio e Tufello, dove mangiare l’abbacchio allo scottadito bevendo la classica Peroni, acquistabile al Carrefour aperto H24.

Ma chi è il tennista operaio? Per essere ammessi nel club bastano poche cose: avere una presa di diritto almeno semi-western; superare al massimo dieci volte l’anno i 200 all’ora di servizio; avere una percentuale di prime palle durante l’anno che sia superiore al 65%; il numero di unforced, gli errori gratuiti durante una partita, non deve mai superare il numero di vincenti dell’avversario. E poi correre, tanto. È più una questione di attitudine che di modello di gioco. È più un prendersi sul campo da tennis la rivincita nei confronti del talento, quello dei bei colpi dei campioni dagli sponsor grossi e importanti, delle attenzioni dei media e dei privilegi dispensati sotto varie forme. È cercare di invertire la selezione naturale del tennis, dove la sopravvivenza del più adatto, il più dotato di talento, richiede la distruzione della specie nociva, quella dei tennisti tutta corsa e testa.

Dopo anni di adattamento specifico, i tennistioperai sono riusciti a destreggiarsi con gloria anche sui campi in duro. Ma è in primavera-estate che si esaltano, quando c’è la terra battuta sotto le loro suole abrase. Arrivano quindi i successi, spesso nei tornei minori però, perché la necessita dello show-business ha fatto velocizzare anche i campi in rosso, restringendo di fatto l’accesso anche alla vittoria del Roland Garros, che una volta era “roba loro”, poi è diventata “roba di Nadal” e ora, dopo il successo di Wawrinka, è diventata, forse, terra liberata.

Per il tennistaoperaio giugno è il mensis horribilis, con tre settimane in cui si gioca praticamente su erba a meno che di non si vada in cerca dei Challenger. Thomas Muster, tennista austriaco degli anni ’90 fra i fondatori di questo club e già vincitore del Roland Garros nel 1995, quando era top ten non giocava Wimbledon, per dire. Preferiva giocare nella stessa settimana il Challenger di San Marino: pura refrattarietà al verde, il manto degli eletti. E quest’anno l’agonia si è allungata anche di una settimana. Si è passati dai rimbalzi precisi e alti della terra rossa alle palle basse e alle traiettorie mutevoli del verde, dove si è costretti a cercare il punto con la battuta e a fare qualche passo in avanti, adattando movimenti e riducendo le aperture. E allora sì che i tennistioperai faticano.

Di solito, la seconda settimana di Wimbledon non è mai affare di questa categoria, spesso bistrattata. La RSU aziendale non partecipa mai al Consiglio d’amministrazione, quello che si riunisce ogni anno a Londra ed elegge il presidente, sempre scelto fra una rosa dei soliti noti. Quest’anno poi, il delegato per eccellenza di Podemos, David Ferrer, è stato messo in mobilità forzata e non ha potuto quindi rappresentare le istanze dei corridori al board. Allora i tennistioperai hanno trovato un nuovo rappresentante, capace di sedere al tavolo dei magnifici otto, dove si prendono le decisioni che cambiano la classifica: Gilles Simon.

Prima di parlare di Gilles, è doveroso ricordare i caduti sull’erba inglese nel tentativo di nobilitare il lavoro in catena di montaggio. La solita mattanza è stata servita col solito menu: servizi imprendibili, rasoiate in backspin e volée (per i più ardimentosi) tagliate. Nei bar pasoliniani di Roma sud, dove biliardo e biliardino hanno ancora più spazio delle slot, è appesa la foto segnaletica dell’hipster Denis Kudla, capace di battere prima Santiago Giraldo e poi Pablo Cuevas, rappresentante sindacale dei tennistioperai e protagonista fin qui di un’ottima stagione. Nulla ha potuto Marcel Granollers contro Mayer mentre l’ultimo iscritto al partito, Victor Estrella-Burgos, è stato protagonista di uno scambio culturale, andando in gita premio al cospetto di Wawrinka, uno dei maggiorenti fra i capitani d’industria. Paolo Lorenzi, praticamente uno che nel secondo settore sarebbe rappresentato da Landini e che nel borsone da tennis conserva gelosamente il ciclostilato di Potere Operaio, ha fatto il suo solito, arrendendosi a Jiri Vesely, vice presidente di Confindustria giovani. Carreno Busta è stato spazzato via da Monfils, mentre Roberto Bautista-Agut, forse lo spagnolo dai colpi con meno spin degli ultimi vent’anni, uno che in campo gioca sempre col giacchetto fluo per il cambio gomma in strada, si è trovato di fronte il Visconte Cobram del tennis, quel Federer che a Wimbledon mette anche la giacca quando entra in campo contro i tennisti in tuta da lavoro, e si lascia fotografare stizzito se uno non del suo rango gli ruba un set (Groth).

E allora meno male che c’è lui, Gilles Simon. Più di qualcuno contesta l’appartenenza di Simon al partito dei volenterosi, non cogliendo le sottigliezze del manifesto operaio. Non è solo questione di prese di racchetta, è più materia di attitudine. Capace di addormentare l’avversario con il suo tennis-metronomo da fondo campo, Simon è riuscito a far addormentare in campo anche Tomas Berdych, uno che pure le armi le avrebbe per giocare più vicino alla riga di fondo e accorciare gli scambi. E invece il francese ha tessuto la sua solita tela da fondo campo con le solite traiettorie profonde e mai troppo angolate, non sia mai si rischi qualcosa. E Berdych ne è rimasto intrappolato, facendo alla fine una magra figura.

Ora il tennista operaio è chiamato alla sfida con il “padrone”: Roger Federer. Il deuteragonista, l’addetto da catena di montaggio in tuta da lavoro e scarpe antifortunistiche, sfiderà l’Ad, colui che indossa l’abito di sartoria e ha i pallini sotto le scarpe, alla ricerca ancora una volta della nomina a Presidente, ovvero dell’ufficio all’ultimo piano. L’Ad in pectore, ancora scottato dalla nomina di Djokovic a massimo responsabile dell’azienda del 2014, non ha tempo da perdere mentre attraversa velocemente le linee di produzione in direzione dell’ascensore. Ma Simon, iscritto a Lutte ouvrière, ha una missione da compiere in nome dei suoi compagni di partito, i metallurgici: cercare a Wimbledon il seggio che il partito dei tennistioperai non è riuscito a conquistare al Roland Garros. Una missione impossibile, una rivoluzione da quarto stato, una battaglia sui diritti per affermare ancora di più che giocare a tennis da operai ha pari dignità.

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