I 48 anni di Claudio Pistolesi: "Il mio campo da tennis è il mondo"

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I 48 anni di Claudio Pistolesi: “Il mio campo da tennis è il mondo”

Intervista a Claudio Pistolesi in occasione del suo 48esimo compleanno. L’ex n. 71 del mondo e oggi stimato allenatore, nonché rappresentante dei coach nel Players Council dell’Atp, ci parla della sua attività in Florida e dell’arte del coaching. Ricordi del passato e considerazioni sul presente da parte di un tennista che è stato maestro nel coniugare agonismo e insegnamento… senza frontiere

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Un dritto fulminante, grinta da vendere, contributo prezioso alla nazionale di Coppa Davis, nonché l’arte del coaching. Stiamo parlando di Claudio Pistolesi che, oggi, 25 agosto, spegne 48 candeline. Stimato e celebre allenatore a livello internazionale, Pistolesi da 5 anni svolge il ruolo di rappresentante dei coach nel Player Council dell’Atp, eletto ben 3 volte dai suoi colleghi, contribuendo così ad aumentare il prestigio dell’Italia nell’ambito del tennis internazionale. Una carriera tennistica intensa quella dell’ex tennista giocatore romano che, dopo gli anni dell’agonismo, continua a dedicarsi al tennis mettendo a disposizione la propria esperienza a favore di campioni affermati e giovani promesse della racchetta.

Campione del mondo junior nel 1985, nel 1987 Claudio, allora n. 150 del mondo, si aggiudica il torneo di Bari, avendo la meglio su Aaron Krickstein e sconfiggendo in finale il connazionale Francesco Cancellotti. Nello stesso anno si issa al n. 71 della classifica Atp, suo best ranking. L’anno seguente, al torneo di Montecarlo – partendo dalle qualificazioni – sconfigge nuovamente Krickstein per realizzare poi il suo miglior exploit in singolare superando l’allora n. 2 del mondo Mats Wilander con lo score di 2-6 7-6 6-2; approda così ai quarti di finale, fermato poi da Martin Jaite. Nel 1989 Pistolesi vanta altri due scalpi illustri, quello dell’allora n. 6 del mondo Kent Carlsson, al torneo di Nizza, e del fuoriclasse argentino Guillermo Vilas, sconfitto al Roland Garros al suo ultimo match nel circuito. In carriera Claudio ha la meglio, solo per citarne alcuni, su tennisti del calibro di Muster, Bruguera e Rosset. Giocatore estremamente solido da fondocampo, dotato di un dritto devastante e fulmineo, Pistolesi ha recato un prezioso contribututo alla nazionale di Coppa Davis, partecipandovi per 6 stagioni consecutive (dal 1986 al 1991) e disputando 4 singolari (2-2). Da sottolineare, soprattutto, il suo prezioso contributo da titolare nel tie del 1991 svoltosi a Bari contro la Danimarca, in cui l’Italia si salva dalla retrocessione in serie B. Claudio Pistolesi si mette inoltre in luce nel 1985 per aver conquistato, insieme a Paolo Canè e Michele Fioroni, la Coppa De Galea, una sorta di Coppa Davis under 21 sconfiggendo in finale gli Stati Uniti.

Nonostante un profondo attaccamento a Roma, sua città natale, e all’Italia, l’azzurro ha sempre dimostrato una certa propensione per gli spostamenti e le esperienze professionali all’estero. Ed è anche in nome di questa costante volontà di allargare i propri orizzonti tennistici che, a partire dal 1996, Claudio decide di dedicarsi al coaching, in Italia e all’estero, conferendo alla propria carriera una dimensione sempre più internazionale. Sono ormai tanti i nomi celebri che si sono affidati alla sua guida, a cominciare dall’ex n. 1 del mondo Monica Seles che, con Claudio come sparring, conquista nel 1996 l’Australian Open, suo ultimo trofeo slam. Nel 1997 il tennista azzurro si ritira definitivamente dalle competizioni. Dopo l’esperienza con la Seles, Claudio allena Ai Sugiyama e Takao Suzuki, trascorrendo così molti anni in Giappone. Ricordiamo, inoltre, il sodalizio con Anna Smashnova, ex n. 15 del mondo (di cui è stato anche il marito) e Davide Sanguinetti. Dal 2006 al 2009, Pistolesi è l’allenatore di Simone Bolelli, portando il talentuoso tennista di Budrio al n. 36 Atp, suo best ranking. Tra il 2010 e il 2011 segue lo svedese Robin Söderling (allora n. 5 del mondo) che, insieme a Claudio, si aggiudica per la prima volta in carriera 3 tornei in una stagione (Brisbane, Rotterdam e Marsiglia). Il coach romano seguirà poi Marius Copil, Daniela Hantuchova e Gioia Barbieri. Stabilitosi in Florida, Claudio segue giovani promesse in un centro di allenamento alla Bolles School di Jacksonville, in una partnerships con il celebre ex campione e coach Brian Gottfried. Nello stesso tempo, ormai da alcuni anni, affianca Alberto Castellani in seno alla GPTCA (Global Professional Tennis Coach Association), certificata dall’Atp, nella preparazione dei nuovi aspiranti allenatori.

 

Insomma, professionista eclettico e appassionato, Claudio Pistolesi è, insieme ad Alberto Castellani e Riccardo Piatti, il coach azzurro che più si è messo in luce in ambito internazionale. Ma, ora, spazio alle sue parole… e tanti auguri!

 

Come si è svolto il passaggio dalla carriera di tennista professionista a quella di allenatore?

Non c’è un momento preciso in cui ho deciso di diventare un coach, perché stavo ancora giocando. All’epoca pensavo di giocare ancora qualche anno; ma, poi, gli eventi che mi hanno portato ad essere lo sparring di Monica Seles e il coach di Takao Suzuki, hanno fatto sì che anticipassi il mio ritiro di un paio d’anni. Inoltre, avendo subìto un’operazione all’ernia del disco nel 1994, a 27 anni, avevo perso un po’ in velocità e in spinta che, per me, erano fondamentali, condizioni che costituiscono quella che oggi viene definita la physicality. Ci sono voluti 9 mesi per riprendermi, ora sarebbe più facile ma all’epoca la scienza era più indietro e sapevo che difficilmente avrei fatto meglio di quanto avessi realizzato precedentemente e, quindi, quando ho avuto la possibilità di lavorare prima come sparring e poi come coach, l’ho presa al volo.

Avrei voluto riprendere gli studi. Infatti a 18 anni avevo provato a fare l’università ed avevo dato anche un esame nella facoltà di Scienze politiche. Ma era davvero molto difficile conciliare le due cose perché all’epoca ero già n. 130 Atp e, a causa dello scollamento totale e della disorganizzazione che c’era – e c’è tutt’oggi in Italia – tra il mondo accademico e il mondo sportivo, era molto complicato portare avanti gli studi universitari. Quindi l’idea era di ricominciare a studiare oppure di fare il maestro e il coach. Negli anni ’90 non c’era tanto la figura del coach come invece c’è adesso. Allora stava cominciando a svilupparsi ed ero ancora uno dei pionieri di questo lavoro, seguendo soprattutto Alberto Castellani che è stato il mio coach ed è stato uno dei primi a fare questo, seguìto a ruota da Riccardo Piatti. E infatti, ancora oggi veniamo considerati insieme – Pistolesi Castellani e Piatti – i pionieri di questo mestiere in Italia. Poi l’hanno fatto in tanti ma non mi sembra che nessuno ci abbia mai raggiunto in quanto a risultati. Speriamo che succederà. Oggi sono rappresentante dei coach, eletto dai miei colleghi, nel Players Council Atp. Sono stato eletto per tre volte, quindi svolgo questo ruolo da 5 anni; il prossimo anno, a Wimbledon, ci sarà di nuovo l’elezione, quindi avrò fatto in tutto sei anni. Per 4 anni il mio presidente è stato Roger Federer, cosa di cui vado molto fiero.

Un pensiero che mi dava fastidio era andare presso un circolo. Vedevo infatti che molti dei miei predecessori, dopo aver smesso di giocare, facevano la Scuola maestri. Io l’ho fatto un po’ con Roberto Lombardi, che mi manca molto. Feci un corso di tecnico nazionale Fit e, siccome era stata cambiata la regola per la quale chi era stato in Coppa Davis poteva diventare automaticamente Maestro Fit, ho dovuto seguire questa preparazione. Ma mi ha fatto piacere farlo poiché c’era Lombardi. Lo feci perché me lo aveva chiesto Roberto che lo fece insieme a me, con molta umiltà. Ottenni dunque la targa di tecnico nazionale Fit. Nonostante questo, pensavo sempre che la mia esperienza da professionista fosse internazionale quindi il mio campo era il mondo, non l’Italia. Non ero ancora sicuro di voler vivere in Italia, ero disponibile a viaggiare, non ero sposato, avevo 33 anni. Attraverso il tennis, la mia vita si è basata sugli spostamenti e i viaggi; infatti, non sono mai stato fermo più di due anni nello stesso luogo, mi spostavo spesso. Ed ecco che c’è stata la svolta in Giappone dove mi sono fermato a lungo poiché allenavo Takao Suzuki, n. 1 del suo paese, e Ai Sujiyama, che era la n. 1 tra le donne. Infatti mi chiamavano “n. 1” perché allenavo i primi due tennisti del paese, cosa alquanto eccezionale. E, per questo, infatti, sono stato anche capitano della squadra Giapponese nella Hopman Cup a Perth. Mi sono quindi orientato verso un’esperienza internazionale e questo ha segnato tutto il prosieguo della mia vita fino ad oggi. Sono trascorsi quasi 20 anni di coaching, poiché era il 1996 quando ho cominciato a lavorare con Monica Seles e Suzuki. Questo però non mi ha impedito di allenare anche giocatori italiani, come Davide Sanguinetti e Simone Bolelli; inoltre, pochi sanno che ho allenato per quasi un anno anche Paolo Lorenzi, nel 2004, e devo dire che furono mesi molto belli. Tra le donne, ho seguito Mara Santangelo e, l’anno scorso, Gioia Barbieri.

Se oggi diventassi nuovamente il coach di un giocatore o giocatrice italiani, come imposteresti il tuo lavoro? Tenendo conto anche soprattutto del lavoro svolto con Simone Bolelli – che con te ha raggiunto il best ranking – e considerando la tua dimensione di allenatore internazionale…

Sì, è vero, il n. 36 raggiunto da Simone resta tutt’oggi di gran lunga il suo best ranking. Ma un giocatore come lui vale più del n. 36, negli ultimi 7 anni poteva arrivare nei primi 15 poiché non è assolutamente inferiore a Seppi e Fognini, ma è ancora in tempo a farlo. Con un tennista italiano farei esattamente quello che faccio con gli stranieri, io non guardo al passaporto. Ho bisogno di avere la base in America perché ora vivo qui negli Stati Uniti. Come avevo fatto con Gioia Barbieri che, all’inizio aveva accettato ma poi ha cambiato idea, spiegandomi le sue ragioni in una bellissima mail. Mi ha spiegato che non se la sentiva di stabilire la sua base in America poiché è molto attaccata alla sua famiglia e all’Italia, cosa assolutamente legittima e la capisco perfettamente.

Certo, da una parte, per un giovane, il fatto di stabilirsi in America, sarebbe più difficile perché significherebbe uscire dalla cosiddetta comfort zone: capisco che si stia meglio a casa e nel proprio ambiente. Però, secondo me, un tennista deve essere abituato a stare fuori dalla comfort zone, perché si tratta di viaggiare tantissimo, di andare verso una realtà tecnica e di crescita, di parlare le altre lingue e di confrontarsi con giocatori stranieri. Penso che un tennista debba poter trascorrere una grossa parte dell’anno fuori casa. Lo ha dimostratato, ad esempio, Flavia Pennetta che si allena a Barcellona da molto tempo e ormai ci vive. Così come ha fatto la Errani; e anche Fognini si è stabilito a Barcellona ormai da tantissimo tempo, ma ci sono tanti esempi. Non per scarso patriottismo ma, poiché la natura del tennis è questa, cercherei, come prima cosa, di far mantenere ad un giovane giocatore una dimensione internazionale, restando quindi legati all’Atp o alla Wta come istituzioni, perché il diritto a giocare lo dà la classifica e non altre cose. Per quanto riguarda il programma specifico, dipende a seconda dei vari casi: c’è chi lavora particolarmente sulla preparazione fisica, sulla programmazione dei tornei; è importante capire su quale superficie ci si esprima meglio. Poi ogni ragazzo o ragazza è diverso dagli altri e bisognerebbe creare un programma “su misura”. Però di certo darei un’impronta internazionale, così come la mia vita è internazionale; la base sarebbe in America. Chiederei di avere un rapporto professionale con le istituzionali italiane, soprattutto quando si tratta di Coppa Davis o Fed Cup. Per professionale intendo che si parli da pari a pari, che ci si metta d’accordo se inserire o meno nel programma la Coppa Davis o la Fed Cup a seconda del programma di lavoro scelto.

Saresti disposto un giorno a diventare il capitano della nazionale di Coppa Davis o Federation Cup ?

Se un giorno ci fossero le condizioni, certamente mi farebbe molto piacere diventare capitano di Coppa Davis o di Fed Cup, anche perché ho partecipato per 6 anni alla Davis come giocatore. Non solo. Nel 1985, insieme a Paolo Cané e Michele Fioroni, ho vinto la Coppa De Galea, una specie di Coppa Davis under 21, sconfiggendo in finale la squadra statunitense composta da Reneberg, Luke Jensen e Pierce, che ha fatto quarti a Wimbledon. E non è stato facile perché le squadre erano forti. Il team cecoslovacco, ad esempio, era composto da Novacek, Korda e Vajda. Per la Francia invece giocavano Benhabiles, Fleurian e Champion.

Sono stato molto contento, inoltre, di essere il capitano della squadra italiana dei Giochi del Mediterraneo e della Coppa Europa nel 2005, occasioni in cui, tra l’altro, ho approfondito la conoscenza di Bolelli; questa esperienza ci ha aiutato entrambi a conoscerci meglio e l’anno seguente, infatti, quando Simone cercava un coach, ha chiamato me e sono diventato il suo allenatore. All’epoca era n. 250, non era conosciuto e poi è diventato n. 36.

Se avessi la possibilità di diventare il capitano di Coppa Davis o di Fed Cup, come imposteresti il tuo lavoro e quale sarebbe il tuo marchio di fabbrica?

Inserirei gli appuntamenti della nazionale nel programma dei ragazzi e non viceversa. Punterei alla massima trasparenza e apertura verso i giocatori e i loro coach, abolendo qualsiasi punizione diretta o indiretta se un giocatore decide di non parteciparvi, perché se non vogliono venire è inutile forzarli. Cercherei di parlare con i loro coach, con i ragazzi e i loro manager per fare gioco di squadra, per realizzare un progetto insieme, su cui ci si possa mettere d’accordo insieme. La cosa che mi piacerebbe di più sarebbe che i ragazzi che eventualmente convocherei venissero perché mossi dal piacere di giocare in nazionale, contenti di partecipare. Il mio messaggio sarebbe che noi siamo qui, siamo a loro disposizione e che, se partecipano, ovviamente siamo molto contenti. Ma se non vengono, non succede assolutamente nulla, per noi rappresenterebbero comunque sempre l’Italia e avrebbero sempre il nostro tifo. Se poi i ragazzi riescono anche ad organizzarsi per fare insieme il doppio nei tornei come stanno facendo ora Bolelli e Fognini, tanto di guadagnato, è una cosa molto positiva. Ecco, questo sarebbe il mio atteggiamento: tranquillo, aperto, propositivo, di supporto e, soprattutto, non invadente. Ovviamente tutto questo vale anche per la squadra femminile.

In che cosa consiste, nello specifico, il tuo ruolo di coach oggi nella realtà del tennis in Florida?

Io sono in partnerships come coach con la JTCC (Junior Tennis Champions Center) che ha una serie di scuole, la cui sede principale, College Park, si trova a Washington. È uno dei centri migliori che ha fatto emergere, ad esempio, giovani talenti come Francis Tiafoe e Denis Kudla e che ha tantissimi ragazzi molto forti dai 13 ai 18 anni. Si tratta di una vera e propria fucina di talenti. Però ha anche una scuola all’interno della Bolles School, qui in Florida, a Jacksonville, un centro d’allenamento diretto da Brian Gottfried con il quale sono in partneships. Quando i ragazzi hanno bisogno del bel tempo per giocare outdoor e devono spostarsi in Florida, vengono ad allenarsi qui da noi e noi, a livello indoor, andiamo a Washington, il centro si trova a circa mezz’ora dalla Casa Bianca. Il liceo di Bolles è molto famoso negli Stati Uniti a livello accademico e culturale (qui ha studiato il primo americano che è andato nello spazio) e ci sono stati molti premi Nobel, tant’è che chi esce da questo liceo, ha la possibilità di entrare a College prestigiosissimi come Harvard o Yale. Ma, anche per quanto riguarda lo sport, grazie all’eccezionale sensibilità e cultura sportive negli Stati Uniti, le strutture sportive sono fenomenali e molto belle. Qui c’è la pista d’atletica con il campo da calcio e da football americano; abbiamo 8 campi da tennis, il campo da basket coperto, la mensa e gli alloggi per i ragazzi. C’è veramente tutto. Si ha la possibilità di imparare l’inglese e gli studenti stranieri, durante le settimane qui da noi, possono imparare come funziona il College, l’Admission. L’accesso al College infatti non è una cosa così automatica, non basta solo giocare bene a tennis. Bisogna studiare e ottenere la Maturità con voti abbastanza alti per essere ammessi. Andiamo anche direttamente in visita ai College per chi pensa al College come un’opportunità futura. Oppure c’è semplicemente la possibilità di allenarsi qui. Ci sono tantissimi tornei in Florida. Quindi, ci sono davvero tante opportunità perché c’è la visita ai College, si possono disputare i tornei e ci si può allenare con me che, come ho detto, sono in partnerships con Brian Gottfried, che è l’head coach di questa scuola. Brian è una delle persone più amate in assoluto nel mondo del tennis; non è stato solo un grande campione (n. 3 in singolare e n. 2 in doppio) e un grande coach (ha infatti allenato Michael Chang, MaliVai Washington, Todd Martin), svolgendo un grande lavoro come coach per l’Atp allenando tantissimi ragazzi. Ma è, soprattutto, una persona eccezionale, gli vogliono tutti bene. Pochi lo sanno, ma lui è stato il primo allievo di Nick Bollettieri e gli è quindi molto affezionato.

Si respira tennis in Florida. Come dicevo, ci sono tantissimi tornei, non solo il Masters 1000 di Miami. Qui siamo a nord della Florida, a Jacksonville, quindi si va facilmente a Cherleston, dove c’è un Family Circus femminile; poi ci sono tanti tornei junior, tanti da 10.000 e 15.000 $ e numerosi Challenger. Quindi, chi viene qui, ha una base operativa eccezionale e anche molto economica perché qui costa tutto poco ed è anche tutto vicino; ci si può recare ai tornei anche con la macchina spendendo poco poiché la benzina costa cifre molto modiche. Inoltre, ci sono molti campi pubblici e, molto spesso, in questi campi, si possono fare delle sessioni di allenamento gratuitamente o, al massimo, pagando circa 2 dollari a sessione ma, spesso, ci si può allenare diverse ore liberamente. La Contea infatti deve provvedere all’attività pubblica dei cittadini e, quindi, deve mettere a loro disposizione le strutture. Insieme ai campi da tennis c’è il campo da basket, da baseball, da calcio, ci sono le piscine pubbliche. Insomma, qui ci sono davvero tanti vantaggi e ci si può concentrare sul tennis. Per esempio, non ci sono i circoli. Il concetto di Circolo Tennis, con cui bisogna essere tesserati per giocare, qui non esiste. Per esempio, se io volessi partecipare a un torneo Over 45, potrei farlo semplicemente come tesserato della Federazione americana, pagando una semplice quota d’iscrizione. Non devo appartenere a un circolo che a sua volta deve essere affiliato alla Federazione. Qui ci sono poi i Country Club, molto spesso associati al golf e molto esclusivi, ma costituiscono una realtà particolare. Altrimenti ci sono moltissimi “Park”, i celebri campi pubblici appunto. E poi ci sono le strutture delle scuole pubbliche, delle high school e dei college pubblici, in cui chiunque può andare a giocare. Insomma, qui lo sport è di tutti e il tennis è di tutti.

Qual è per te la qualità essenziale che deve possedere un coach?

Per me è molto molto importante il ruolo del coach inteso come educatore e come insegnante. In molti paesi come gli Stati Uniti, l’Australia, la Germania e la Francia, la figura dell’insegnante viene molto valorizzata, cosa che accade sempre meno in Italia. Ricordo perfino che in Giappone l’unica categoria esentata dall’inchinarsi davani all’Imperatore è quella degli insegnanti. In Italia invece la situazione degli insegnanti sta vivendo un vero e proprio dramma che si ripercuote anche sul tennis perché l’importanza degli insegnanti, e quindi dei coach, oggi viene sminuita. Infatti, il maestro di tennis del circolo deve seguire gli ordini che vengono dalla dirigenza. La condizione necessaria per fare il lavoro di insegnante, coach, maestro, allenatore – qualunque sia la denominazione – è l’autonomia, che deve essere assolutamente totale. Autonomia con cui si lavora, per poi prendersi ovviamente le responsabilità di quello che si fa; ma è la condizione essenziale e imprescindibile per svolgere questo mestiere. E, purtroppo, in Italia non è così, sia nelle scuole che in ambito sportivo.

Tre giorni fa era il compleanno di un grande campione, Mats Wilander, che tu hai battuto nel 1988 al torneo di Montecarlo…

Credo che Mats, guarda caso, sia il Presidente onorario del centro di allenamento di Washington perché c’è la sua foto. Infatti, per modestia, ho smesso di dire che l’ho battuto (ride). Wilander è una persona eccezionale. Insomma, è capitato che io facessi la partita della vita contro di lui, a Montecarlo. Mi piace molto tutto quello che sta facendo, mi piacciono i suoi commenti, la sua rubrica “Game, set & Mats”, molto carina. È un personaggio molto positivo, simpatico, molto umile, sorride sempre. È uno che andava in “guerra” sempre con la forchetta di plastica, non aveva un’arma particolare che facesse male agli avversari ma, alla fine, riusciva comunque a vincere. Aveva un grande senso tattico e la capacità di fare le scelte giuste; è da prendere come esempio. Certo, la vittoria con lui è quella che mi è rimasta più addosso e che tutti ricordano e, anche se ce ne sono state altre con altri giocatori, è certamente quella più importante per me.

Se diventassi commentatore tecnico e avessi anche tu una rubrica televisiva, come svolgeresti questo ruolo? Quale sarebbe la tua caratteristica?

Innanzitutto mando un abbraccio affettuoso a Lucia Blini e a Giampaolo Gherarducci, con cui su Italia 1, per ben 5 anni, ho commentato le semifinali e finali maschili e femminili del Foro Italico in diretta, in diretta, in chiaro, quindi abbiamo fatto il commento davanti a milioni di persone. Credo che, per la famosa finale tra Federer e Nadal del 2006, abbiamo ottenuto circa 3,5 milioni di ascolti. Quindi è un’esperienza che ho già vissuto e la mia caratteristica era e sarebbe quella di far “entrare” i telespettatori in campo, nel senso che spiegherei loro il self talking del giocatore, che è qualcosa di molto interessante che penso di poter interpretare e leggere molto bene. Vista anche la mia esperienza di coach, cercherei di “entrare” nella testa dei due antagonisti, sottolineando i punti importanti, portando l’attenzione su cosa potrebbe pensare il tennista prima di giocare il punto e sulla sua tattica; cercherei di capire e spiegare cosa pensa durante il gioco e al cambio campo. Insomma, tenterei di “portare in campo” le persone che assistono alla partita, mi piacerebbe dar loro l’impressione di disputare loro stessi il match e coinvolgerli attraverso la lettura del self talking dei giocatori e la spiegazione tecnica e tattica di quello che stanno vedendo. Ad esempio, è importantissimo, tra le altre cose, far notare sempre la posizione che un giocatore adotta in campo, dove si piazza con i piedi. Credo di aver svolto molto bene quel lavoro e ricevetti molti complimenti anche da giornalisti illustri. Mi ero anche imposto di dare una regolata al mio forte accento romano, tant’è che i miei parenti quasi non mi riconoscevano in televisione perché cercavo di parlare con un accento più “milanese”, per scandire meglio le parole. Credo di essermi organizzato molto bene ed è un peccato che la cosa sia finita. Lucia Blini e Giampaolo Gherarducci – con cui commentai anche la finale Coria-Nadal – sono due persone accezionali che saluto e a cui mando un abbraccio carissimo.

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Sei giovani da tenere d’occhio nel 2021

Si sono fatti notare in questa stagione. E sembrano pronti per fare il salto di qualità. Chi ci riuscirà? Gli Under 21 più interessanti fuori dalla Top 100, incluso Musetti

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Lorenzo Musetti - ATP Challenger Forlì 2020 (foto Felice Calabrò)

Comincia davvero a soffiare il vento del cambiamento sul circuito ATP. A Flushing Meadows, Dominic Thiem ha spezzato finalmente spezzato un monopolio del triumvirato Federer-Nadal-Djokovic sui tornei dello Slam che durava da quattro anni. L’austriaco è stato inoltre il primo tennista nato negli anni Novanta, la “generazione nera” del tennis maschile, schiacciata dai fenomeni del decennio precedente e che tanti talenti ha perso per strada, a raggiungere questo traguardo. Dopo l’exploit nel 2019, il 23enne Daniil Medvedev ha confermato di essere un tennista formidabile, vincendo le ATP Finals in una finale su lo stesso Thiem. Da notare come i due abbiano sconfitto proprio Nadal e Djokovic nelle rispettive semifinali a Londra. 

Un altro russo, il classe 1997 Andrey Rublev, è stato il tennista che ha vinto più partite quest’anno, guadagnandosi l’ingresso nella Top 10. In cui peraltro sono ancora presenti altri due under 23, Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas. È stato anche, fortunatamente per noi, l’anno di Jannik Sinner, che a Parigi è stato capace di centrare i suoi primi quarti di finale in carriera e che ha persino conquistato il suo primo titolo a Sofia. Ma potrebbe non essere finita qua. Sì, perché ci sono altri tennisti giovani che nel 2021, in una stagione in cui si potrebbe tornare almeno ad una parziale normalità, potrebbero irrompere nella Top 100 e contribuire alla rivoluzione in atto. E trasformare questo vento in una bufera. 

Thiago Seyboth Wild, classe 2000, n.115 

Il brasiliano, campione junior agli US Open del 2018, ha stabilito un record notevole e di sicuro imbattibile. Quello del primo tennista nato negli anni 2000 a vincere un torneo ATP. Ci è riuscito a Santiago del Cile, nella ronda sudamericana che è terminata prima della interruzione del circuito a causa del Coronavirus, battendo in finale Casper Ruud, che sulla terra è un osso duro per tutti. Prima di quel torneo, aveva vinto una sola partita a livello ATP, la settimana precedente a San Paolo. È stato anche il primo tennista di un certo rilievo ad essere risultato positivo al Covid. Che chissà non abbia lasciato qualche scoria visto che nel post-lockdown non ha vinto nemmeno un match. Insomma, una stagione movimentata quella di Wild, che ha comunque “il pacchetto completo” per fare il salto di qualità. A partire da una struttura fisica molto ben sviluppata rispetto ai coetanei, che gli permette di generare grande potenza sia al servizio che con il dritto. La grinta è pure quella giusta. 

 
Thiago Seyboth Wild – Santiago 2020 (via Twitter, @chile_open)

Sebastian Korda, classe 2000, n.117

Un cognome che pesa quello dell’americano. Ma da papà Petr, Sebastian, vincitore degli Australian Open junior nel 2018, non ha ereditato solo quello, i capelli biondi e un fisico slanciato. Ha ereditato anche un bel talento. Un talento sicuramente più contemporaneo tuttavia. Lo statunitense è il prototipo di quello che deve essere un tennista di successo nel 2020: colpi pesanti, buon equilibrio tra dritto e rovescio, servizio solido, capacità di anticipare e non perdere campo. La sua scorsa stagione era stata di transizione. E sembrava che le cose dovessero andare così anche quest’anno prima della pausa. Poi, un po’ d’improvviso, sono arrivati gli ottavi al Roland Garros, Slam non proprio fortunato per i tennisti a stelle e strisce di solito, partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Isner e il nostro Andreas Seppi. Korda ha poi confermato di essere sulla strada giusta e di non soffrire i cambi di superficie, vincendo il suo primo Challenger a Eckental, sul cemento indoor. E chissà che gli Stati Uniti, resisi già conto che i vari Fritz, Tiafoe ed Opelka non sono proprio destinati all’olimpo del tennis mondiale, non abbiano trovato in lui una nuova speranza. 

Sebastian Korda – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Lorenzo Musetti, classe 2002, n.127

“Per certi aspetti è più forte lui di me”. Questo ha detto Sinner di Musetti, più giovane di lui un anno. Ed è abbastanza chiaro a cosa si riferisse. I due non potrebbero essere più diversamente talentuosi, lo yin e yang del futuro del tennis azzurro. L’altoatesino è pulizia tecnica, geometria, compostezza, potenza che cerca sempre un equilibrio con il controllo. Il toscano è puro talento, imprevedibilità, esplosività, capacità di accendersi (e accendere chi lo segue) come un fuoco. E proprio considerato questo suo essere un giocatore “naif”, un’esteta della racchetta, colpisce quanto in fretta sia riuscito a progredire in questa sua stagione, in fondo la prima a tempo pieno sul circuito da professionista. 31 vittorie e 16 sconfitte. Un bilancio di 7 successi e quattro sconfitte contro i Top 100, su cui spiccano le due affermazioni consecutive su Wawrinka e Nishikori al Foro Italico. La semifinale al Sardinia Open, con il rammarico per un infortunio che lo ha costretto al ritiro. Insomma, per quanto completamente diverso da Sinner, Musetti con lui ha dimostrato di condividere carattere, determinazione e voglia di migliorarsi. Oltre a quella bandierina tricolore di fianco al nome naturalmente. 

Carlos Alcaraz, classe 2003, n.140

Il nuovo Nadal. È il fardello pesante che ogni nuovo talento del tennis spagnolo si dovrà portare addosso. Ma la schiena di Carlos Alcaraz Garfia sembra di quelle belle solide, nonostante abbia solo 17 anni. A tenerlo ulteriormente con i piedi per terra e farlo lavorare sodo ci pensa Juan Carlos Ferrero, il suo allenatore. E già il fatto che un ex campione Slam si dedichi ad un teenager dice tanto di quanto prometta bene il ragazzino di Murcia. In questo 2020, Alcaraz ha dimostrato di poterle in realtà già mantenere le sue promesse. Battesimo nel circuito ATP a Rio e subito successo contro il connazionale Albert Ramos-Vinolas. Dopo la pausa, primo titolo nel circuito Challenger a Trieste, con una vittoria in semifinale proprio sul nostro Musetti. Bis a Barcellona, battendo in finale Dzumuhr. Tris addirittura ad Alicante. In totale fanno quasi 39 vittorie nel 2020 a fronte di 7 sconfitte. Ed è proprio la capacità di trovare sempre la vittoria che colpisce di Alcaraz. Nonostante un servizio ancora inadeguato per gli standard ATP e un gioco abbastanza basilare. Immaginiamo quindi quante altre partite possa conquistare se riuscirà a colmare le sue lacune, normalissime vista l’età. Potrebbe perfino diventare un nuovo Nadal. 

Carlos Alcaraz – Challenger Alicante 2020 (via Twitter, @ATPchallenger)

Hugo Gaston, classe 2000, n.161

Il 20enne Hugo Gaston è stato capace di esaltare il poco pubblico francese presente sugli spalti del Roland Garros come nessun altro partecipante al torneo. Da wild card, ha sconfitto niente di meno che Wawrinka, vincitore a Parigi nel 2015, e trascinato al quinto set Thiem, due volte finalista. Ma è il come lo ha fatto che ha galvanizzato i transalpini. A suon di palle corte, variazioni di gioco, colpi anticipati. Gaston, dal suo metro e settanta e poco più, che gli impedisce di demolire gli avversari con la forza, gioca un tennis tutto suo, ordinatamente variopinto e lucidamente folle. Un tennis che più francese non si può. Tornato nella sua dimensione dei Challenger, il folletto di Tolosa non ha poi raccolto moltissimo. Ma la discontinuità potrebbe persino diventare un suo marchio di fabbrica, con quelle caratteristiche tecniche e fisiche. Piccoli Santoro crescono per fare ammattire piccoli Hewitt.

Hugo Gaston – Roland Garros 2020

Brandon Nakashima, classe 2001, n.166

Korda è anche fortunato perché potrà condividere l’attenzione dei tifosi USA con un tennista che è più giovane di lui di un solo anno, Brandon Nakashima. Di lui si è cominciato a parlare alla fine dell’anno scorso, grazie ad un bel bottino di vittorie nei Challenger americani. E quest’anno Nakashima, nonostante la lunga pausa per Covid, è riuscito a riprendere il filo del discorso da dove lo aveva interrotto, conquistando la prima vittoria in un torneo ATP a Delray Beach e il primo successo in uno Slam agli US Open contro il nostro Lorenzi. Proprio la scorsa settimana ha ottenuto il primo successo Challenger in carriera ad Orlando. Dotato forse di meno forza rispetto al connazionale Korda, il californiano, seguito da niente di meno che da Pat Cash, compensa con completezza di gioco e varietà di soluzioni. Lo abbiamo anche intervistato in esclusiva e il ragazzo sembra avere la testa sulle spalle e ben chiari gli obiettivi da raggiungere. Ha tutto per bruciare le tappe molto in fretta nel 2021. 

Brandon Nakashima – US Open 2020 (courtesy of USTA)

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Kaiser Thiem imperatore a Londra… o no?

Le ATP Finals 2020 sono state vinte da Daniil Medvedev. Ma diverse partite si sono decise su pochi punti. E se fossero andati in un altro modo?

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Che cos’è l’ucronia? Wikipedia la definisce così: “Genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale”. In campo letterario abbiamo celebri esempi di narrativa ucronica, ne citiamo solo due: “La svastica sul sole” di Philip K. Dick e “Complotto contro l’America di Philip Roth.

Il giornalismo ha per obiettivo quello di raccontare il più fedelmente possibile i fatti come si sono svolti ed è quindi impermeabile a scenari ucronici. Spesso però leggendo le cronache di incontri di tennis particolarmente combattuti e conclusisi sul filo di lana, abbiamo la sensazione che – se non proprio l’ucronia – quanto meno la fantascienza fosse sempre lì lì per fare capolino tra le righe dell’articolo. Quante volte gli autori degli articoli dedicati a queste partite fanno esplicito riferimento a ciò che avrebbe potuto capitare (e non è capitato) se in un dato momento dell’incontro il punto vinto da Tizio fosse stato vinto da Caio. I commenti dei nostri lettori sono spesso a loro volta dei brevi racconti ucronici in cui – forse spinti dalla preferenza per l’uno o l’altro dei protagonisti in campo – viene descritta una realtà potenziale alternativa a quella che si è effettivamente verificata.

Un po’ per celia e un po’ per non morir… di noia in queste lunghe giornate di isolamento sociale, abbiamo scelto un punto che – se avesse avuto esito diverso – avrebbe potuto determinare un ribaltamento del risultato finale delle semifinali e della finale appena disputate a Londra. Lo abbiamo battezzato (ci perdoneranno gli anglofobi) “sliding point”.

Andiamo in ordine cronologico: Thiem batte Djokovic 7-5 6-7 7-6.

 

SCENARIO

Siamo nel secondo set e Thiem è alla battuta sul punteggio di 5-6 15-40; si trova quindi a fronteggiare due set point consecutivi, il primo dei quali costituisce il nostro…

… SLIDING POINT

Thiem serve una prima a 196 km orari che Djokovic ribatte ottenendo una risposta sufficientemente profonda; Thiem con il diritto cerca nuovamente il rovescio di Djokovic. È un buon diritto ma non sembra tale da indurre in errore l’uomo con il miglior rovescio bimane del circuito e forse di tutti i tempi, eppure …. Eppure in quel preciso istante gli spiriti di Jack Sock e Steve Johnson (rispettivamente il rovescio peggiore del west e dell’est) s’impossessano del corpo di Djokovic e gli fanno tirare abbondantemente in corridoio uno sgangherato rovescio incrociato. Il non verbale del serbo ripreso in primo piano è inequivocabile: “Ragazzi, ma come si fa… questa la teneva in campo anche Marian… oggi non è cosa”.

CONCLUSIONE

Djokovic in quell’istante ebbe una premonizione corretta e la storia lo confermerà da lì a poco. Ma se il punto che abbiamo descritto lo avesse vinto lui? Sicuramente avrebbe tolto molto al fascino dell’incontro, perché quello che è successo nel gioco decisivo del secondo parziale rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati, ma crediamo che Nole avrebbe volentieri rinunciato all’epica pur di evitare la fatica fisica e mentale rappresentata dai 20 minuti del primo tie break per arrivare poi più lucido e fresco a quello successivo.

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Seconda semifinale: Medvedev batte Nadal 3-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Siamo nel tie-break del secondo set; Medvedev è alla battuta sul punteggio di 4 a 3 in suo favore e al nostro…

… SLIDING POINT

Il russo mette in rete la prima palla; sulla seconda Nadal prende in mano lo scambio mettendosi in condizione di tirare un diritto a colpo sicuro a due passi dalla rete; la violenta traiettoria della pallina scagliata dallo spagnolo incontra il telaio della racchetta di Medvedev che mette così a segno un beffardo pallonetto vincente. La Gialappa’s Band lo avrebbe probabilmente definito “il puntolo della settimana”. Nadal – i cui lineamenti sempre più ci ricordano quelli dell’attore Wes Study nel film “Geronimo” – con ammirevole compostezza si limita a tornare al suo posto alzando gli occhi al cielo, forse per chiedere aiuto a Manitù. Che non glielo darà.

CONCLUSIONE

Scopriamo l’acqua calda affermando che in un tie-break un conto è essere sotto 3 a 5 e ben altro essere in parità 4 a 4. Però lo facciamo confidando nella vostra comprensione aggiungendo che il fattore psicologico quando un tennista si sente incolpevole vittima dalla sorte può risultare decisivo, anche se il tennista in questione è una roccia come Nadal. Il primo a esserne consapevole ci sembra sia proprio lui quando nella conferenza stampa post-partita afferma: “Ho perso una grande occasione”.

Rafael Nadal si mette la fascia – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Dulcis in fundo la finale: Medvedev batte Thiem 4-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Thiem ha vinto il primo parziale chiudendolo con un nastro a suo favore che ha lasciato in molti osservatori – e forse anche in lui – la sensazione che gli dei del tennis in questa partita siano schierati al suo fianco. Il secondo set segue l’alternanza dei servizi e i due contendenti si trovano sul punteggio di 3 a 3, 30-40 con Medvedev alla battuta che deve annullare un break point che ha il profumo di un match point e che costituisce il nostro ultimo…

… SLIDING POINT

La prima di Medvedev è fuori; la seconda è una battuta fiacca e centrale che viaggia a 133 km orari, dietro alla quale il nostro novello Enrico Toti si lancia a rete offrendo lo scarno petto alla risposta di diritto di Thiem; l’austriaco non si fa pregare e tira un colpo violentissimo che costringe Medvedev a effettuare una volée di diritto in tuffo puramente difensiva che ha però il decisivo pregio di ributtare la pallina poco oltre la rete con un insidioso quanto casuale effetto a rientrare. Thiem ha però iniziato a correre verso la palla non appena questa è uscita dalla racchetta di Medvedev e la raggiunge con il tempo sufficiente per piazzare un colpo apparentemente non complicato anche per chi – come lui –non è dotato di grande tocco; il destino di Medvdedev sembra segnato ma Thiem appoggia in corridoio il diritto e poi rimane pietrificato nei pressi della rete con lo sguardo rivolto al suo coach non meno pietrificato di lui. Un errore che ci ha fatto tornare alla mente per associazione di idee quello celeberrimo commesso da Nadal nel quinto set della finale dell’Australian Open 2012 contro Djokovic.

CONCLUSIONE

Se Thiem avesse conquistato quel punto si sarebbe trovato potenzialmente a due turni di servizio dalla vittoria. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo in seguito, ma il dubbio che questa partita l’abbia più persa lui che non vinta Medvedev ci accompagnerà a lungo.

Affidiamo la conclusione dell’articolo alle parole scritte da Vittorio Sereni. Il grande poeta lombardo amava lo sport a cui dedicò saggi e articoli che sono stati recentemente raccolti in un’antologia intitolata “Il verde è sommesso in nerazzurri”. In un articolo dedicato al calcio scrisse: “Non credo esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesci e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia…”.Mutatis mutandis crediamo che questa riflessione possa applicarsi altrettanto bene al tennis. E voi?

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Flash

Murray, prospettiva 2021: “Non ho dimenticato come si gioca a tennis”

Lo scozzese si sta allenando in vista del prossimo Australian Open, sulla cui data d’inizio non ci sono certezze. Negli ultimi tre anni Murray ha giocato appena 40 partite, ma sente di poterne giocare ancora di importanti

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C’è anche Andy Murray tra i tanti che hanno messo nel mirino il prossimo Australian Open come punto di ripartenza. Non lo vediamo in campo da metà ottobre a Colonia, quando ha perso al primo turno con Fernando Verdasco per poi assecondare una fastidiosa pubalgia che gli ha suggerito di fermarsi. Ho ripreso ad allenarmi al centro federale di Roehampton due settimane fa – ha raccontato a The Guardian – puntando molto sul lavoro di forza in palestra per compensare la velocità, che non è ancora quella di prima”. Dopo l’operazione per installare una protesi all’anca, successiva all’Australian Open del 2019, il tre volte campione Slam è apparso nel circuito a intermittenza. A ottobre dello scorso anno il punto più alto della nuova scalata, con il successo ad Anversa. Poi nel 2020 – stagione tormentata già di suo – solo la bolla di Flushing Meadows (dove ha battuto Zverev, al secondo turno di Cincinnati), il Roland Garros e, come detto, Colonia. Sette partite giocate, che diventano appena 40 (con 23 vittorie) se si allarga l’analisi alle ultime tre stagioni (2018-2020); sono meno di quelle vinte da Djokovic e Rublev, 41, nel solo 2020.

IPOTESI RINVIO – Nell’agenda di Sir Andy c’è adesso l’atterraggio in Australia, non appena gli sarà consentito, in attesa di conoscere le disposizioni definitive sul periodo di quarantena obbligatoria e sulla possibilità o meno di allenarsi (e di giocare, perché no, qualche torneo). “Lo scenario migliore, al momento – è il suo punto di vista – sarebbe rinviare l’Australian Open di un paio di settimane, ciò consentirebbe ai giocatori di arrivare lì a inizio gennaio. Ma non si può andare oltre, perché altrimenti verrebbero toccati Indian Wells e Miami in programma marzo”. In realtà, le ultime notizie dicono che l’ipotesi più probabile sembra essere quella del rinvio a febbraio, ma è tutto ancora avvolto nella nebbia.

Sull’ipotesi di clausura pre-torneo, una voce critica ma realista. Non di totale opposizione: “Sarebbe complicato – spiega -, ci sono giocatori che provengono da climi molto freddi. Chiedere loro di giocare a 35, 36 gradi senza preparazione per la partita aumenterebbe solo il rischio di infortuni e forse la qualità del tennis non sarebbe così alta. In ogni caso, non sarebbe un problema per me. Renderebbe solo tutto un po’ più duro“. Nessun dubbio invece sull’opportunità, guardando al medio-lungo termine, di subordinare al vaccino la possibilità di girare per il mondo nei tornei.

OBIETTIVI – La spinta che Murray ha alle spalle è quella di chiudere il cerchio, attraversando una stagione quasi “normale”, con tutto ciò che si è messo alle spalle. Pur nella consapevolezza di quanto possa essere controproducente guardare indietro. “Non ho dimenticato come si gioca a tennis – dichiara – so che potrò interpretare ancora grandi partite se riuscirò a mantenermi in salute e in forma“. Attualmente al numero 122 del ranking, lo scozzese – che ha rinunciato alla trasferta australiana nello scorso gennaio – può entrare nel tabellone principale di Melbourne con una wild card sulla quale non dovrebbero esserci dubbi. Ritroverebbe così quei campi su cui – dopo l’ultima dolorosa apparizione, gennaio 2019 – aveva annunciato un ritiro che per fortuna non è mai arrivato.

Il ritardo con cui si avvierà la spedizione gli consentirà di passare il Natale in famiglia – prendendo le dovute accortezze – e guardare con fiducia ai prossimi mesi. Per un due volte campione olimpico, Tokyo non potrà che essere una priorità. “Non posso negare di pensarci – ammette – nel 2021 voglio giocare l’Australian Open e tornare a Wimbledon, poi, se dovessi essere in forma, andrei all’Olimpiade con l’obiettivo di vincere un’altra medaglia“.

 

CASO OLYA – L’ultimo spunto è politico. Murray rivolge all’ATP l’invito a prendere “estremamente sul serio” i casi di violenza domestica, quella di cui è accusato Alexander Zverev (il quale però ha smentito ogni addebito). “Non so quanto tempo sia passato, ma di certo non è stata una reazione immediata“, ha commentato in relazione alla cauta (in assenza di azioni legali) presa di posizione dell’ATP dello scorso 13 novembre. Arrivata quando erano passate due settimane dalla pubblicazione delle dichiarazioni di Olya Sharipova sui media russi. “Il tennis oggi non ha una policy in materia – ha concluso -, penso che invece l’ATP dovrebbe sapere già cosa fare in questo tipo di situazioni, invece che dover pensare e poi reagire. Possono essere maggiormente proattivi in una situazione simile, che va presa molto sul serio aspettando di capire cosa uscirà fuori nei prossimi mesi“.

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