US Open 2015, Serena Williams alla caccia del Grande Slam

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US Open 2015, Serena Williams alla caccia del Grande Slam

La situazione delle prime teste di serie, delle outsider e delle giocatrici italiane in vista dell’ultimo Slam stagionale

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Williams contro tutti. Serena contro il resto del mondo. La definizione può variare nella forma, ma la sostanza è sempre la stessa: i prossimi US Open si presentano con una prospettiva particolare, visto che non capita tutti i giorni che una giocatrice possa raggiungere il Grande Slam.
Serena parte strafavorita, non solo perché ha vinto tutti e tre i Major del 2015, ma anche perché nelle ultime stagioni gli US Open sono stati lo Slam in cui ha saputo raccogliere i risultati migliori; tanto è vero che vincendo l’edizione che sta per cominciare potrebbe arrivare a detenere da sola il record di titoli newyorkesi nell’era open, sette (e sarebbero 4 negli ultimi 4 anni), distanziando Chris Evert, ferma a quota sei.
Stando così le cose, direi che si possono immaginare due scenari. Il primo è quello della clamorosa eliminazione di Serena prima dell’atto finale, magari per un crollo nervoso; e allora ragionamenti e  previsioni della vigilia risulterebbero sconvolti. Se invece tutto va secondo i piani della numero uno del mondo, ci troveremmo di fronte al secondo scenario, quello che si limita a ragionare su chi potrebbe arrivare in finale contro Serena, per poi probabilmente perdere.
Non conoscendo ancora il tabellone, al momento l’unica sicura di non dover incontrare Serena prima della finale è la testa di serie numero 2, Halep. Per le altre dipenderà dal sorteggio.

Come si presentano al via le principali protagoniste? Tenendo presente che il torneo di New Haven potrebbe ancora modificare qualche giudizio, ecco un quadro sintetico della situazione delle prime sedici teste di serie.

1. Serena Williams
Risultato US Open 2014: vittoria
Miglior risultato in carriera agli US Open: 6 vittorie (1999, 2002, 2008, 2012, 2013, 2014)
Su Serena ho già scritto sopra. Aggiungo un aspetto economico: Williams ha concluso al secondo posto le US Open Series e quindi in caso di successo a Flushing Meadows si aggiudicherebbe un ulteriore bonus di mezzo milione di dollari, previsto dalla competizione. Cifra molto consistente, anche se dubito possa essere uno stimolo significativo se paragonato al traguardo storico in palio.

 

2. Simona Halep
US Open 2014: 3T
Miglior risultato in carriera: 4T (2013)
Dopo le rapide eliminazioni negli Slam europei, Halep ha recuperato la condizione. A questo punto della stagione la doppia delusione dei mesi scorsi potrebbe rivelare risvolti positivi; rispetto ad altre giocatrici che sembrano cominciare ad avere la spia della riserva accesa, infatti, le sconfitte premature potrebbero aver consentito a Simona di trovarsi con più energie nel finale di stagione. Vanta due finali nelle US Open Series: a Toronto (sconfitta da Bencic) e Cincinnati (battuta da Williams),

3. Maria Sharapova
US Open 2014: 4T
Miglior risultato: vittoria (2006)
Negli ultimi anni Sharapova ha spesso dato l’impressione di arrivare con poche energie all’appuntamento americano. E, considerando tutta la carriera, gli US Open sono lo Slam in cui ha raccolto i risultati meno buoni.
A questo bisogna aggiungere i guai fisici degli ultimi tempi: nel 2015 non si può certo dire che abbia giocato tanto, ma un conto è fermarsi per logiche di programmazione, un conto per infortuni. In sostanza gli ultimi due tornei giocati sono stati Roland Garros e Wimbledon; aggiungendo ora la partecipazione a New York, si capisce che Sharapova ha dovuto affrontare il cambio di superficie tra uno Slam e l’altro (dalla terra all’erba, dall’erba al cemento) senza alcun match di preparazione. Con queste premesse il suo ruolo nel prossimo Major è tutto da scoprire.

4. Caroline Wozniacki
US Open 2014: Fin
Miglior risultato: Fin (2009, 2014)
Come Sharapova, anche Wozniacki non attraversa un buon momento: dopo Wimbledon si è dovuta fermare per un problema alla gamba; è rientrata contro voglia a Stanford e nelle tre partecipazioni ai tornei di preparazione ha messo assieme un record pessimo: tre sconfitte immediate, tutte per due set a zero. La condizione brillante del 2014 sembra davvero un lontano ricordo. Ha chiesto una wild card a New Haven, dove in passato ha avuto grandi soddisfazioni (4 vittorie), nella speranza di recuperare un po’ dello smalto perduto.
Quando era numero uno era stata spesso criticata per la decisione di prendere parte al torneo che si disputa nella settimana prima di New York: lo vinceva regolarmente, ma le più forti nel frattempo si riposavano. Forse questa volta la scelta di giocare in Connecticut sembra avere più senso, considerati i pochi match alle spalle.

5. Petra Kvitova
US Open 2014: 3T
Miglior risultato: 4T (2009, 2012)
I risultati raccolti nel passato da Kvitova a New York credo parlino da soli: Petra al massimo ha raggiunto il quarto turno. Se a questo aggiungiamo la mononucleosi contratta durante la stagione, pare difficile ipotizzare un ruolo da protagonista. In un quadro di insieme negativo, forse l’unico elemento positivo è che nessuno si aspetta qualcosa da lei; magari potrebbe giocare con più serenità rispetto a chi parte più accreditata per arrivare in fondo.

6. Lucie Safarova
US Open 2014: 4T
Miglior risultato: 4T (2014)
Il 2015 per Safarova è stato l’anno dell’ingresso in top ten: finalmente ha dato soddisfazione a chi vedeva in lei molto talento, però non completamente messo a frutto. A ventotto anni sta vivendo la stagione della piena maturità, ma dopo il picco di forma raggiunto con la finale al Roland Garros il suo gioco è apparso leggermente appannato.
Ha già dimostrato (Wimbledon 2014, Roland Garros 2015) che può arrivare in fondo ai grandi tornei, ma per riuscirci occorre sia al massimo della condizione psicofisica.

7. Ana Ivanovic
US Open 2014: 2T
Miglior risultato: QF (2012)
Dopo la finale nel primo torneo dell’anno, a Brisbane, la semifinale al Roland Garros (persa contro Safarova) è stato il miglior risultato stagionale di Ivanovic. Per il resto poche soddisfazioni, con un regresso rispetto al 2014 nei tornei WTA. Nemmeno quelli delle US Open Series sono stati particolarmente felici, anche se Ivanovic può se non altro rivendicare di aver perso solo dalle future vincitrici: Bencic a Toronto, Williams in tre set a Cincinnati. In Ohio secondo me ha giocato meglio che in Canada, quindi la tendenza è positiva; ma credo che per fare strada a New York, a meno che non trovi un tabellone particolarmente agevole, occorra un ulteriore progresso nel gioco.

8. Karolina Pliskova
US Open 2014: 3T
Miglior risultato: 3T (2014)
Pliskova è entrata da poche settimane tra le prime dieci in classifica: un risultato frutto dell’alto rendimento nei tornei WTA (cinque finali, una vinta nel 2015). Al contrario, sino ad oggi negli Slam non ha mantenuto le aspettative: il terzo turno raggiunto l’anno scorso a New York non rappresenta solo il miglior risultato americano, ma in assoluto il limite oltre il quale non è mai riuscita ad andare nei Major. A questo punto se vuole rimanere in linea con il nuovo status da top ten è quasi obbligatorio che cominci a raggiungere come minimo la seconda settimana dei grandi tornei. I mezzi fisico-tecnici ci sono, ora deve dimostrare che anche mentalmente è pronta per un ulteriore salto di qualità.

9. Garbiñe Muguruza
US Open 2014: 1T
Miglior risultato: 1T (2012, 2014)
Incredibile ma vero: la fresca top ten Muguruza non ha mai vinto un match a Flushing Meadows. In realtà il dato appare molto meno sorprendente se si tiene presente che sino ad oggi ha preso parte soltanto a due edizioni (2012 e 2014) avendo saltato per una operazione quella del 2013.
Impossibile per lei fare peggio, e forse questo potrebbe aiutarla a superare i sintomi di sbandamento che sono emersi dopo la finale di Wimbledon. Sino ad ora sul cemento delle US Open series ha perso due match su due; ma forse il tabellone a 128 con 32 teste di serie potrebbe consentirle un avvio morbido, e recuperare convinzione progressivamente.

10. Carla Suarez Navarro
US Open 2014: 3T
Miglior risultato: QF (2013)
Anche Suarez Navarro è entrata per la prima volta in top ten nel 2015, come Makarova, Safarova, Muguruza e Pliskova. Carla è stata la seconda a riuscire a fare parte delle dieci migliori (6 aprile), ma sembra che lo sforzo compiuto nei primi mesi con le tante partite disputate si stia facendo sentire ora. Il gioco efficace e più aggressivo della prima parte di stagione è andato via via calando: la posizione in campo è meno avanzata, gli errori gratuiti più frequenti e anche la grande tenacia mentale che le aveva consentito di recuperare molti match al terzo set è da un po’ che non si vede.
Per riuscire ad ottenere un risultato che rispecchi almeno la sua testa di serie occorrerebbe un recupero di brillantezza che non mi pare tanto probabile.

11. Angelique Kerber
US Open 2014: 3T
Miglior risultato: SF (2011)
Gli US Open sono stati il torneo che l’hanno fatta conoscere al mondo, quando nel 2011 era riuscita a raggiungere la semifinale da numero 92 del ranking. Nelle edizioni successive è leggermente regredita, ma è reduce da ottimi risultati nei tornei Premier degli ultimi mesi. Dopo la vittoria a Stanford (battendo Radwanska, Svitolina e Pliskova) ha perso da due delle giocatrici più in forma, Bencic e Halep.
Non sono sicuro che sia tuttora nella fase di picco della condizione; se invece è riuscita a mantenerla, allora ha possibilità di far bene.

12. Belinda Bencic
US Open 2014: QF
Miglior risultato: QF (2014)
Agli Us Open vanta già un quarto di finale pur avendo preso parte solo all’edizione del 2014: arrivare tanto avanti da esordiente eliminando due avversarie toste come Kerber e Jankovic non è cosa da poco.
Ha vinto a Toronto, battendo non solo Serena Williams (alla seconda sconfitta in stagione), ma complessivamente quattro giocatrici comprese tra le prime sei del ranking (Wozniacki, Ivanovic, Williams, Halep). Per un fastidio al polso si è ritirata dopo il primo set perso contro Safarova a Cincinnati. Si spera che sia stato uno stop precauzionale, perché Belinda è la tennista del momento, e sarebbe un peccato se non potesse giocare al meglio le sue carte nel prossimo Slam.

13. Ekaterina Makarova
US Open 2014 SF
Miglior risultato: SF (2014)
Makarova ha ottenuto il miglior risultato di tutta la carriera in uno Slam proprio nell’ultima edizione di Flushing Meadows. In quel momento era in una fase di grande ascesa, sia in singolare che in doppio.
Quest’anno le cose sembrano andare un po’ meno bene: dopo l’ingresso per la prima volta in top ten (gennaio 2015), Ekaterina ha faticato a confermare i successi del 2014, anche a causa di qualche problema fisico. A Washington si è ritirata contro Pavlyuchenkova prima di iniziare il terzo set per un problema al polpaccio destro
Devo confessare che non la vedo giocare da Wimbledon, per cui mi è impossibile valutare con precisione la sua situazione attuale.

14. Timea Bacsinszky
US Open 2014: 2T
Miglior risultato: 3T (2008)
Bacsinszky ha raggiunto un posto nelle prime venti del mondo grazie alla straordinaria prima parte di stagione, in cui ha giocato tantissime partite, la maggior parte vinte.
Tornei piccoli o grandi, non ha fatto differenza: successi in Messico negli International, ma anche semifinale al Roland Garros e quarti di finale a Wimbledon. Sembrava che niente (o quasi) potesse fermarla; nemmeno i cambi di superficie sono stati un ostacolo. Ad un certo punto della stagione mi è sembrato impossibile che potesse continuare a ottenere tutte quelle vittorie senza che ci fosse mai una autentica flessione, un momento in cui rifiatare. Come se, dopo il periodo di interruzione di carriera e le difficoltà del rientro, Timea avesse accumulato una fame arretrata di risultati insaziabile.
Ma nelle ultime settimane è risultata umana anche lei: dopo Wimbledon ha perso al primo turno da Riske, Keys e Garcia (rispettivamente a Toronto, Cincinnati e New Haven). A Flushing Meadows si capirà se Bacsinszky ha finito le energie, o se questi tre stop le hanno consentito di rifiatare recuperando lo slancio necessario per riprendere a dare il meglio di sé dopo l’enorme sforzo nella prima parte di stagione.

15. Agnieszka Radwanska
US Open 2014: 2T
Miglior risultato: 4T (2013, 2012, 2008, 2007)
Curiosa statistica per Radwanska: in nove partecipazioni a Flushing Meadows ha ottenuto solo due tipi di risultati: per cinque volte il secondo turno e per quattro volte il quarto turno. Considerando che stiamo parlando di una ex numero due del mondo, si capisce che a New York Agnieszka ha spesso deluso, tanto che questo risulta lo Slam in cui ha raggiunto i peggiori risultati (a Parigi vanta un quarto di finale).
In vista della prossima edizione si possono evidenziare due trend contrastanti, a seconda della durata presa in considerazione. Il primo trend, su una arco di tempo più esteso, ci dice che complessivamente Aga sta vivendo il peggiore periodo di carriera da molto tempo a questa parte, tanto è vero che ha perso il posto tra le prime dieci. Ma il trend più breve ci dice che nella stagione su erba si sono visti segnali di recupero interessanti, culminati con la semifinale di Wimbledon. L’ultimo Major di stagione potrebbe diventare determinante per stabilire se l’inversione di tendenza si è consolidata o se invece la crisi non è ancora risolta.

16. Sara Errani
US Open 2014: QF
Miglior risultato: SF (2012)
L’anno scorso Sara Errani era stata capace di approdare per la seconda volta alla seconda settimana degli US Open, grazie alle vittorie su Venus Williams e Mirjana Lucic (che aveva eliminato Simona Halep). Sino a qualche tempo fa sembrava molto lontana dai livelli di gioco sul cemento raggiunti l’anno passato, a causa di un tennis troppo falloso e poco incisivo.
Ma poi a Toronto si sono visti significativi progressi, sia nella solidità del palleggio che nella profondità dello scambio. Giocando come in Canada penso che non sarebbe più fuori portata un risultato simile a quello del 2014.

Possibili outsider
Secondo i bookmaker la seconda favorita del torneo è Victoria Azarenka. Se da una parte questo probabilmente è anche il frutto delle due grandi partite disputate in finale nel 2012 e 2013, dall’altra conferma che al momento le gerarchie del ranking non restituiscono le condizioni di forma delle giocatrici. Escluse le prime due (Serena e Halep) chi segue sembra ben lontano dalle migliori condizioni: Sharapova e Kvitova stanno vivendo problemi fisici che ne hanno compromesso la programmazione, e anche Wozniacki ha dovuto fermarsi di recente per un infortunio alla gamba.
Per questo penso che se le prime due del tabellone non dovessero arrivare in fondo, potrebbero emergere come protagoniste giocatrici anche fuori dalla top ten.
Del resto la stessa Azarenka in questo momento è numero 20 del mondo. Va anche detto però che Vika è reduce da un ritiro contro Pavlyuchenkova a Cincinnati: probabilmente è stata una scelta precauzionale, ma a mio avviso conferma la difficoltà a recuperare la condizione fisica ottimale. In più l’attuale peso in eccesso non agevola di sicuro una giocatrice che anche in periodi in cui era senza chili di troppo aveva mostrato una certa fragilità, con frequenti stop e ritiri nei tornei.
Oltre alla ex numero uno Azarenka, si stanno facendo largo le giovani generazioni: Elina Svitolina continua a confermare la costanza di rendimento a livelli medio alti, che l’ha portata a sfiorare l’ingresso nelle prime 16 teste di serie (è 17ma).

Poi c’è tutta la pattuglia delle americane, con Madison Keys, Sloane Stephens, come leader (saranno teste di serie) di un gruppo di giovani; qualcuna di loro che potrebbe trovare a New York il momento in cui emergere, grazie anche all’appoggio del pubblico. Che sicuramente sosterrà anche Venus Williams, vincitrice a New York ormai quindici anni fa, nel 2000 e 2001. Va detto però che Venus non riesce a raggiungere la seconda settimana dal 2010.
A loro aggiungerei le tedesche Petkovic e Lisicki oltre a due veterane come Stosur e Jankovic.

Le Italiane
Flavia Pennetta (numero 26 del mondo) in carriera ha raccolto i migliori risultati negli Slam proprio a New York (semifinale nel 2013). L’anno scorso aveva leggermente peggiorato (quarto di finale), ma anche perché era stata sorteggiata nel settore di Serena Williams. Dal 2008 in poi è sempre arrivata almeno ai quarti di finale, a parte il 2010 (terzo turno). Nel 2012 non aveva partecipato per infortunio. Significa che sino ad oggi è sempre riuscita a ritrovare il meglio della condizione a Flushing Meadows. Vedremo se a 33 anni saprà ancora una volta recitare un ruolo da protagonista.

Giorgi e Knapp hanno avuto un destino simile: sono andate vicinissime a conquistare una testa di serie, ma l’hanno mancata per un soffio (Knapp numero 33, Giorgi numero 35), quindi rischiano sin dai primi turni sorteggi difficili.
Karin Knapp potrebbe ancora usufruire di un forfait dell’ultimo minuto per entrare nelle prime 32; in caso contrario deve sperare in un po’ di fortuna, anche per cercare di interrompere la serie negativa degli ultimi Slam (esce al primo turno da Roland Garros 2014).
Camila Giorgi aveva stupito i newyorkesi nel 2013 quando aveva sconfitto la ex numero uno del mondo Wozniacki, approdando sino alla seconda settimana. Come sempre, molto dipende da lei: avrà bisogno di brillantezza fisica e di tranquillità per trovare i delicati equilibri necessari per rendere efficace il suo tennis ad alto rischio.

La giocatrice più in forma, al momento ancora in corsa a New Haven, sembra essere Roberta Vinci, in una fase di recupero di rendimento dopo un inizio anno difficile. Da numero 47 del mondo rischia anche lei accoppiamenti durissimi, ma se non pesca l’avversaria terribile ha mostrato di poter fare davvero strada.

Francesca Schiavone a causa della classifica troppo bassa (attualmente è 94ma) ha preferito prendere parte ad un torneo ITF a Vancouver, dove però ha subito perso da Ons Jabeur. E’ alla caccia del record di partecipazioni consecutive negli Slam (62). Giocando a New York arriverebbe a 61, ad un solo passo dal primato detenuto da Ai Sugiyama.

In chiusura ricordo che l’anno scorso una delle quattro semifinaliste fu Peng Shuai. Quella semifinale, conclusa con uno sfortunato ritiro dovuto al caldo e ai crampi contro Wozniacki era stato il miglior risultato in carriera della allora numero due di Cina; un segnale sorprendentemente positivo per un movimento che doveva attrezzarsi per cercare di colmare il vuoto lasciato dal ritiro di Li Na e dal calo di Zheng Jie.

Purtroppo però il 2015 si è rivelato un calvario per Peng, alle prese con continui problemi alla schiena, che non le hanno nemmeno consentito di giocare a Wimbledon; subito dopo è arrivata la decisione di ricorrere ad una operazione. La aspetta ora la convalescenza e il lento recupero agonistico, presumibilmente per i primi mesi del prossimo anno, se tutto andrà bene.

P.S. Come in occasione dei precedenti Slam, questa rubrica si ferma durante i quindici giorni degli US Open. Ritornerà fra tre settimane, al termine di Flushing Meadows.
Buon torneo a tutti.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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Al femminile

WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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