La WTA delle nazioni

Al femminile

La WTA delle nazioni

Nel 2015 si sono affermate più giocatrici dello stesso paese: Timea Bacsinszky e Belinda Bencic, Carla Suarez Navarro e Garbiñe Muguruza, Lucie Safarova e Karolina Pliskova. Come mai?

Pubblicato

il

 
 

Questa settimana Timea Bacsinszky è entrata per la prima volta in top ten: va ad aggiungersi a Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova e Pliskova, capaci dello stesso exploit nel 2015.
Come scrivevo nellarticolo di due settimane fa, negli ultimi venticinque anni non si era mai verificato un ricambio tanto veloce. Per trovare sei nuovi ingressi nelle prime dieci in una sola stagione occorre risalire al 1989, quando si arrivò addirittura a sette (Kat. Maleeva, Sanchez Vicario, Martinez, Rehe, Fernandez, Seles, Novotna).
In realtà quando avevo ventilato questa possibilità, pensavo che la sesta candidata sarebbe stata Belinda Bencic. Invece a riuscirci è stata Bacsinszky, la tennista svizzera più esperta. Diversa giocatrice, ma stesso paese; un aspetto che penso meriti di essere sottolineato: la crescita per nazioni che spesso si è verificata nelle recenti stagioni della WTA.

Nel 2015 non è solo la Svizzera che ha visto la scalata ai vertici di più di una tennista. Quest’anno sono entrate tra le prime dieci, dopo quindici anni di assenza, due spagnole. Anche loro nel giro di pochi mesi, a ricordare le imprese di un’altra coppia famosa, Arantxa Sanchez e Conchita Martinez.
In questa stagione per le spagnole è successo qualcosa di simile a quello che è accaduto alle svizzere: personalmente avevo puntato su Muguruza, che però è stata battuta sul tempo dalla più anziana Suarez Navarro. Colpisce che una esperta del circuito come Carla abbia compiuto il salto di qualità proprio nel periodo di grande crescita di una giovane connazionale.
E quest’anno in coppia non sono entrate solo le spagnole, è accaduto anche alle ceche: prima Safarova e dopo poche settimane Pliskova, che hanno raggiunto ai piani alti Petra Kvitova.

Questa modalità di crescita non è stata infrequente nelle ultime stagioni. Pensiamo ad esempio all’Italia: nell’agosto 2009 Pennetta entra, prima italiana, in top ten. Nel giugno 2010 ci riesce Francesca Schiavone: ciò che al tennis italiano non era mai riuscito in tutta la sua storia, si verifica due volte nel giro di pochi mesi.

 

Malgrado il tennis WTA sia oggi uno sport profondamente individuale, in cui ogni atleta ha il proprio team, si programma, si allena e si amministra singolarmente, sembrano dunque resistere alcuni aspetti che lo riconducono alla radice nazionale.
Questo legame per alcuni potrà risultare anacronistico, visto il contesto iperprofessionistico del circuito odierno: ma a mio avviso emerge come un dato difficile da negare. Lo rilevo senza pretendere di fare l’elogio del patriottismo, concetto che a volte si presta a strumentalizzazioni, ma come un elemento che permette di spiegare alcuni fenomeni.

Dopo periodi di crisi, o addirittura senza che ci fossero precedenti molto significativi, è accaduto nel recente passato che si siano affermate più giocatrici dello stesso paese.
E’ inevitabile pensare, ad esempio, alla Serbia, di Jankovic e Ivanovic: entrate in top ten nel 2007 (Jankovic in gennaio, Ivanovic in maggio) e poi numero uno del mondo nel giro di qualche settimana, tra il giugno 2008 (Ivanovic) e l’agosto dello stesso anno (Jankovic); malgrado i quasi tre anni di età di differenza, la loro affermazione è stata sostanzialmente contemporanea.
Ma anche le russe si sono affermate come gruppo: nel 2004 in quattro sono entrate per la prima volta in top ten (Petrova, Kuznetsova, Sharapova, Zvonareva) e in quella stessa stagione hanno vinto tre Slam su quattro (Myskina Roland Garros, Sharapova Wimbledon, Kuznetsova US Open).

E non si può dimenticare il caso forse più importante: la coppia belga Henin e Clijsters, che hanno portato ai vertici del mondo una nazione di pochi milioni di abitanti e con una tradizione relativamente limitata.
Nate ad un anno di distanza una dall’altra (Justine nel giugno ’82, Kim nel giugno ’83), ma entrate in top ten addirittura lo stesso giorno (11 giugno 2001), tutte e due numero uno per la prima volta nel 2003: Clijsters in agosto, Henin in ottobre. Poi Kim si ritira, e Justine segue a ruota; ed entrambe tornano un paio di anni dopo. Clijsters ed Henin sono arrivate a guidare il movimento tennistico femminile, disputando una contro l’altra tre finali Slam fra il 2003 e il 2004.

Sorprendentemente qualche settimana fa, a Flushing Meadows, anche l’Italia (con Vinci e Pennetta), si è aggiunta alla Russia (con Myskina, Kuznetsova, Dementieva, Safina), agli USA (con Venus, Serena, Davenport, Capriati) e appunto al Belgio come nazione capace in questo secolo di portare due giocatrici contemporaneamente in una finale di Major.
Ma non sono solo le italiane ad essere maturate come gruppo; pensiamo alla Germania che dopo gli anni difficili post Graf ha ritrovato un nucleo di tenniste di valore: Petkovic, Lisicki, Georges e Kerber. E oggi si affacciano Beck, Witthoeft e Friedsam.

Perché accade questo? La prima spiegazione che si potrebbe avanzare è molto semplice: perché le tenniste giocando una accanto all’altra possono crescere e migliorarsi reciprocamente. Perché alla base ci sono ancora le Federazioni e le scuole tennistiche.
Ad esempio Kvitova e Safarova si allenano nello stesso club, a Prostejov; e prima di seguire Petra Kvitova, David Kotyza aveva affinato la tecnica di Safarova.
Muguruza e Suarez Navarro vivono a stretto contatto durante i mesi dei tornei, e sono compagne di doppio. Un po’ come è accaduto per lungo tempo a Vinci ed Errani. In Russia, nella scuola dello Spartak Mosca si sono formate Dementieva, Myskina, Safina (e non solo).

Ma bisogna fare attenzione a non generalizzare: Sharapova è cresciuta negli Stati Uniti, Kuznetsova si è affinata in Spagna, così come Flavia Pennetta. Pennetta e Schiavone si allenavano in due nazioni differenti quando sono entrate in top ten.
Quindi la crescita di una nazione non deriva sempre da una guida tecnica comune; non è obbligatoria la vicinanza quotidiana, la relazione di chi matura nello stesso circolo (o academy, o club, che dir si voglia). Non è sempre così, e sarebbe superficiale voler spiegare tutti i fenomeni in un solo modo. Eppure si verificano comunque. Perché?

Secondo me è qualcosa che ha a che fare con legami meno evidenti, ma a volte anche più profondi.
Può essere una rapporto che deriva dal periodo giovanile, nato nei tornei locali, o nei raduni federali delle future promesse; una relazione magari quasi dissolta, ma che ha segnato la formazione di una giocatrice e può riaffiorare a distanza di anni in termini di confronto.
Oppure il rapporto deriva dalla convivenza nei turni di Fed Cup, quando ci si ritrova insieme, a lavorare e misurarsi con una guida e un obiettivo comuni. O dalla frequentazione, anche solo per ragioni di lingua, durante le peregrinazioni a cui obbliga il circuito. Oppure, semplicemente, dall’essere abitualmente trattate come un gruppo dai media della propria nazione, e spesso anche dai tifosi.

E così, per uno o più di questi motivi, le altre tenniste dello stesso paese finiscono per diventare il primo termine di paragone di ogni giocatrice: un paragone che agisce come stimolo.
Lo stimolo può nascere da sentimenti positivi, come la stima e l’amicizia, ma anche negativi, come l’antipatia o perfino l’invidia. E’ impossibile entrare nella testa di ogni tennista per sapere che cosa le spinge nel profondo. Semplicisticamente, potremmo dire che ciò che conta è che si finisca per pensare all’incirca: “Se ce l’ha fatta lei, allora posso farlo anch’io”.
E’ il punto di partenza determinante, rafforzato dal fatto che l’obiettivo raggiunto dalla propria connazionale non è più astratto, è diventato reale. E se poi, oltre a questo, si instaura un meccanismo di superamento reciproco dei limiti, allora il progresso è ancora maggiore.

Ivanovic e Jankovic hanno spesso vissuto momenti di attrito e polemica; ma alla fine sono cresciute insieme. E spingendosi in alto l’una con l’altra, hanno portato il tennis serbo davanti a quello di molte altre nazioni, sino ai vertici mondiali.
Francesca Schiavone è stata la seconda italiana ad entrare in top ten, ma la prima a vincere uno Slam. E dopo di lei altre giocatrici l’hanno seguita nella finale dei Major (Errani, Vinci) e Pennetta è riuscita alla fine a vincerlo. Ma anche Roberta Vinci al momento di scendere in campo contro Serena a Flushing Meadows potrebbe avere ricevuto una iniezione di fiducia dalla vittoria di Flavia Pennetta contro la numero due del mondo, Simona Halep.

Certo, per arrivare tanto in alto non basta lo spirito di emulazione, ci vuole alla base un talento fuori dal comune. Per questo invito a non fermarsi ai casi più famosi, ma ricordo anche situazioni meno eclatanti.
Ad esempio l’Inghilterra: i migliori risultati degli ultimi anni Robson e Watson li hanno ottenuti negli stessi mesi, alla fine del 2012. In settembre Laura Robson, diciotto anni, sconfigge Clijsters e Li Na agli US Open e poi raggiunge la finale a Guangzhou, prima inglese a riuscirci dal 1990; tre settimane dopo Heather Watson, venti anni, vince il torneo di Osaka. Una inglese non vinceva un torneo WTA dal 1988.
Dichiara Heather dopo la vittoria: “Laura ed io siamo salite insieme nel ranking. Siamo tutte e due molto competitive, per questo vedere l’altra fare bene ci spinge reciprocamente. Sapere che Laura l’altra settimana ha giocato bene in Cina mi ha assolutamente motivata. Penso che sia una grande cosa, anche perchè siamo buone amiche fuori dal campo”.

Segnalo due casi recentissimi. Romania: Irina Camelia Begu, venticinque anni, ha ottenuto proprio questa settimana il best ranking in carriera (numero 25), e non è insensato pensare che l’esplosione di Simona Halep possa essere stata uno stimolo.
Ucraina: Lesia Tsurenko, ventisei anni, ha anche lei raggiunto il proprio best ranking quest’anno (numero 37, settembre 2015), quando da poco si è affacciata tra le prime la giovane Svitolina.

Naturalmente è impossibile avere la certezza che tutti gli esempi che ho citato (ma se ne potrebbero ricordare altri) siano da leggere in questa chiave. Anzi, pretendere di spiegarli solo in questo modo è sicuramente eccessivo. Però appare altrettanto difficile pensare che possano essere tutti solamente il frutto del caso, e che la nazionalità non sia stato un fattore di cui tenere conto.

Anche per questo mi aspetto che Bencic finirà presto per raggiungere Bacsinszky tra le migliori dieci del mondo. Mi sembra un fatto ineluttabile, e solo qualche problema fisico potrebbe negare a Belinda l’ingresso tra le migliori. Il suo tennis è troppo solido e costante per impedirle di riuscirci. E anche la Svizzera avrebbe due nuove top ten nel giro di pochi mesi.

Ma non è solo la Svizzera ad essere in rampa di lancio, altre nazioni potrebbero salire alla ribalta, misurandosi con scuole, come quella ceca, che hanno tanti rincalzi e ottime junior in prospettiva.
Ci sono gli Stati Uniti, che dopo il periodo di vuoto alle spalle delle sorelle Williams, possono sperare di affermarsi con un nuovo gruppo di giovani (Keys, Stephens, Vandeweghe, McHale, Davis).
Situazione promettente anche per la Francia con Mladenovic, Garcia, Cornet e poi Dodin.
Ma anche il Canada potrebbe sorprendere, se Bouchard ritrovasse la vena dei giorni migliori, stimolando una giovane promessa come Françoise Abanda.
E chissà che l’impulso di Joanna Konta non aiuti a fare ripartire il tennis inglese, magari grazie anche al ritorno della sfortunatissima Laura Robson.

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

Pubblicato

il

Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

Continua a leggere

Al femminile

Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

Pubblicato

il

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

Continua a leggere

Al femminile

La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

Pubblicato

il

By

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement