La WTA delle nazioni

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La WTA delle nazioni

Nel 2015 si sono affermate più giocatrici dello stesso paese: Timea Bacsinszky e Belinda Bencic, Carla Suarez Navarro e Garbiñe Muguruza, Lucie Safarova e Karolina Pliskova. Come mai?

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Questa settimana Timea Bacsinszky è entrata per la prima volta in top ten: va ad aggiungersi a Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova e Pliskova, capaci dello stesso exploit nel 2015.
Come scrivevo nellarticolo di due settimane fa, negli ultimi venticinque anni non si era mai verificato un ricambio tanto veloce. Per trovare sei nuovi ingressi nelle prime dieci in una sola stagione occorre risalire al 1989, quando si arrivò addirittura a sette (Kat. Maleeva, Sanchez Vicario, Martinez, Rehe, Fernandez, Seles, Novotna).
In realtà quando avevo ventilato questa possibilità, pensavo che la sesta candidata sarebbe stata Belinda Bencic. Invece a riuscirci è stata Bacsinszky, la tennista svizzera più esperta. Diversa giocatrice, ma stesso paese; un aspetto che penso meriti di essere sottolineato: la crescita per nazioni che spesso si è verificata nelle recenti stagioni della WTA.

Nel 2015 non è solo la Svizzera che ha visto la scalata ai vertici di più di una tennista. Quest’anno sono entrate tra le prime dieci, dopo quindici anni di assenza, due spagnole. Anche loro nel giro di pochi mesi, a ricordare le imprese di un’altra coppia famosa, Arantxa Sanchez e Conchita Martinez.
In questa stagione per le spagnole è successo qualcosa di simile a quello che è accaduto alle svizzere: personalmente avevo puntato su Muguruza, che però è stata battuta sul tempo dalla più anziana Suarez Navarro. Colpisce che una esperta del circuito come Carla abbia compiuto il salto di qualità proprio nel periodo di grande crescita di una giovane connazionale.
E quest’anno in coppia non sono entrate solo le spagnole, è accaduto anche alle ceche: prima Safarova e dopo poche settimane Pliskova, che hanno raggiunto ai piani alti Petra Kvitova.

Questa modalità di crescita non è stata infrequente nelle ultime stagioni. Pensiamo ad esempio all’Italia: nell’agosto 2009 Pennetta entra, prima italiana, in top ten. Nel giugno 2010 ci riesce Francesca Schiavone: ciò che al tennis italiano non era mai riuscito in tutta la sua storia, si verifica due volte nel giro di pochi mesi.

 

Malgrado il tennis WTA sia oggi uno sport profondamente individuale, in cui ogni atleta ha il proprio team, si programma, si allena e si amministra singolarmente, sembrano dunque resistere alcuni aspetti che lo riconducono alla radice nazionale.
Questo legame per alcuni potrà risultare anacronistico, visto il contesto iperprofessionistico del circuito odierno: ma a mio avviso emerge come un dato difficile da negare. Lo rilevo senza pretendere di fare l’elogio del patriottismo, concetto che a volte si presta a strumentalizzazioni, ma come un elemento che permette di spiegare alcuni fenomeni.

Dopo periodi di crisi, o addirittura senza che ci fossero precedenti molto significativi, è accaduto nel recente passato che si siano affermate più giocatrici dello stesso paese.
E’ inevitabile pensare, ad esempio, alla Serbia, di Jankovic e Ivanovic: entrate in top ten nel 2007 (Jankovic in gennaio, Ivanovic in maggio) e poi numero uno del mondo nel giro di qualche settimana, tra il giugno 2008 (Ivanovic) e l’agosto dello stesso anno (Jankovic); malgrado i quasi tre anni di età di differenza, la loro affermazione è stata sostanzialmente contemporanea.
Ma anche le russe si sono affermate come gruppo: nel 2004 in quattro sono entrate per la prima volta in top ten (Petrova, Kuznetsova, Sharapova, Zvonareva) e in quella stessa stagione hanno vinto tre Slam su quattro (Myskina Roland Garros, Sharapova Wimbledon, Kuznetsova US Open).

E non si può dimenticare il caso forse più importante: la coppia belga Henin e Clijsters, che hanno portato ai vertici del mondo una nazione di pochi milioni di abitanti e con una tradizione relativamente limitata.
Nate ad un anno di distanza una dall’altra (Justine nel giugno ’82, Kim nel giugno ’83), ma entrate in top ten addirittura lo stesso giorno (11 giugno 2001), tutte e due numero uno per la prima volta nel 2003: Clijsters in agosto, Henin in ottobre. Poi Kim si ritira, e Justine segue a ruota; ed entrambe tornano un paio di anni dopo. Clijsters ed Henin sono arrivate a guidare il movimento tennistico femminile, disputando una contro l’altra tre finali Slam fra il 2003 e il 2004.

Sorprendentemente qualche settimana fa, a Flushing Meadows, anche l’Italia (con Vinci e Pennetta), si è aggiunta alla Russia (con Myskina, Kuznetsova, Dementieva, Safina), agli USA (con Venus, Serena, Davenport, Capriati) e appunto al Belgio come nazione capace in questo secolo di portare due giocatrici contemporaneamente in una finale di Major.
Ma non sono solo le italiane ad essere maturate come gruppo; pensiamo alla Germania che dopo gli anni difficili post Graf ha ritrovato un nucleo di tenniste di valore: Petkovic, Lisicki, Georges e Kerber. E oggi si affacciano Beck, Witthoeft e Friedsam.

Perché accade questo? La prima spiegazione che si potrebbe avanzare è molto semplice: perché le tenniste giocando una accanto all’altra possono crescere e migliorarsi reciprocamente. Perché alla base ci sono ancora le Federazioni e le scuole tennistiche.
Ad esempio Kvitova e Safarova si allenano nello stesso club, a Prostejov; e prima di seguire Petra Kvitova, David Kotyza aveva affinato la tecnica di Safarova.
Muguruza e Suarez Navarro vivono a stretto contatto durante i mesi dei tornei, e sono compagne di doppio. Un po’ come è accaduto per lungo tempo a Vinci ed Errani. In Russia, nella scuola dello Spartak Mosca si sono formate Dementieva, Myskina, Safina (e non solo).

Ma bisogna fare attenzione a non generalizzare: Sharapova è cresciuta negli Stati Uniti, Kuznetsova si è affinata in Spagna, così come Flavia Pennetta. Pennetta e Schiavone si allenavano in due nazioni differenti quando sono entrate in top ten.
Quindi la crescita di una nazione non deriva sempre da una guida tecnica comune; non è obbligatoria la vicinanza quotidiana, la relazione di chi matura nello stesso circolo (o academy, o club, che dir si voglia). Non è sempre così, e sarebbe superficiale voler spiegare tutti i fenomeni in un solo modo. Eppure si verificano comunque. Perché?

Secondo me è qualcosa che ha a che fare con legami meno evidenti, ma a volte anche più profondi.
Può essere una rapporto che deriva dal periodo giovanile, nato nei tornei locali, o nei raduni federali delle future promesse; una relazione magari quasi dissolta, ma che ha segnato la formazione di una giocatrice e può riaffiorare a distanza di anni in termini di confronto.
Oppure il rapporto deriva dalla convivenza nei turni di Fed Cup, quando ci si ritrova insieme, a lavorare e misurarsi con una guida e un obiettivo comuni. O dalla frequentazione, anche solo per ragioni di lingua, durante le peregrinazioni a cui obbliga il circuito. Oppure, semplicemente, dall’essere abitualmente trattate come un gruppo dai media della propria nazione, e spesso anche dai tifosi.

E così, per uno o più di questi motivi, le altre tenniste dello stesso paese finiscono per diventare il primo termine di paragone di ogni giocatrice: un paragone che agisce come stimolo.
Lo stimolo può nascere da sentimenti positivi, come la stima e l’amicizia, ma anche negativi, come l’antipatia o perfino l’invidia. E’ impossibile entrare nella testa di ogni tennista per sapere che cosa le spinge nel profondo. Semplicisticamente, potremmo dire che ciò che conta è che si finisca per pensare all’incirca: “Se ce l’ha fatta lei, allora posso farlo anch’io”.
E’ il punto di partenza determinante, rafforzato dal fatto che l’obiettivo raggiunto dalla propria connazionale non è più astratto, è diventato reale. E se poi, oltre a questo, si instaura un meccanismo di superamento reciproco dei limiti, allora il progresso è ancora maggiore.

Ivanovic e Jankovic hanno spesso vissuto momenti di attrito e polemica; ma alla fine sono cresciute insieme. E spingendosi in alto l’una con l’altra, hanno portato il tennis serbo davanti a quello di molte altre nazioni, sino ai vertici mondiali.
Francesca Schiavone è stata la seconda italiana ad entrare in top ten, ma la prima a vincere uno Slam. E dopo di lei altre giocatrici l’hanno seguita nella finale dei Major (Errani, Vinci) e Pennetta è riuscita alla fine a vincerlo. Ma anche Roberta Vinci al momento di scendere in campo contro Serena a Flushing Meadows potrebbe avere ricevuto una iniezione di fiducia dalla vittoria di Flavia Pennetta contro la numero due del mondo, Simona Halep.

Certo, per arrivare tanto in alto non basta lo spirito di emulazione, ci vuole alla base un talento fuori dal comune. Per questo invito a non fermarsi ai casi più famosi, ma ricordo anche situazioni meno eclatanti.
Ad esempio l’Inghilterra: i migliori risultati degli ultimi anni Robson e Watson li hanno ottenuti negli stessi mesi, alla fine del 2012. In settembre Laura Robson, diciotto anni, sconfigge Clijsters e Li Na agli US Open e poi raggiunge la finale a Guangzhou, prima inglese a riuscirci dal 1990; tre settimane dopo Heather Watson, venti anni, vince il torneo di Osaka. Una inglese non vinceva un torneo WTA dal 1988.
Dichiara Heather dopo la vittoria: “Laura ed io siamo salite insieme nel ranking. Siamo tutte e due molto competitive, per questo vedere l’altra fare bene ci spinge reciprocamente. Sapere che Laura l’altra settimana ha giocato bene in Cina mi ha assolutamente motivata. Penso che sia una grande cosa, anche perchè siamo buone amiche fuori dal campo”.

Segnalo due casi recentissimi. Romania: Irina Camelia Begu, venticinque anni, ha ottenuto proprio questa settimana il best ranking in carriera (numero 25), e non è insensato pensare che l’esplosione di Simona Halep possa essere stata uno stimolo.
Ucraina: Lesia Tsurenko, ventisei anni, ha anche lei raggiunto il proprio best ranking quest’anno (numero 37, settembre 2015), quando da poco si è affacciata tra le prime la giovane Svitolina.

Naturalmente è impossibile avere la certezza che tutti gli esempi che ho citato (ma se ne potrebbero ricordare altri) siano da leggere in questa chiave. Anzi, pretendere di spiegarli solo in questo modo è sicuramente eccessivo. Però appare altrettanto difficile pensare che possano essere tutti solamente il frutto del caso, e che la nazionalità non sia stato un fattore di cui tenere conto.

Anche per questo mi aspetto che Bencic finirà presto per raggiungere Bacsinszky tra le migliori dieci del mondo. Mi sembra un fatto ineluttabile, e solo qualche problema fisico potrebbe negare a Belinda l’ingresso tra le migliori. Il suo tennis è troppo solido e costante per impedirle di riuscirci. E anche la Svizzera avrebbe due nuove top ten nel giro di pochi mesi.

Ma non è solo la Svizzera ad essere in rampa di lancio, altre nazioni potrebbero salire alla ribalta, misurandosi con scuole, come quella ceca, che hanno tanti rincalzi e ottime junior in prospettiva.
Ci sono gli Stati Uniti, che dopo il periodo di vuoto alle spalle delle sorelle Williams, possono sperare di affermarsi con un nuovo gruppo di giovani (Keys, Stephens, Vandeweghe, McHale, Davis).
Situazione promettente anche per la Francia con Mladenovic, Garcia, Cornet e poi Dodin.
Ma anche il Canada potrebbe sorprendere, se Bouchard ritrovasse la vena dei giorni migliori, stimolando una giovane promessa come Françoise Abanda.
E chissà che l’impulso di Joanna Konta non aiuti a fare ripartire il tennis inglese, magari grazie anche al ritorno della sfortunatissima Laura Robson.

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Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

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Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

 

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia sinistra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto mostrato in passato sul cemento, dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potemo verificarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

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Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

 

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

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Verso lo US Open più indecifrabile di sempre

Si torna finalmente a giocare uno Slam, ma senza reali certezze tecniche e con molte incognite. Saprà Serena Williams confermare il ruolo da favorita?

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Nella settimana che precede l’inizio di uno Slam questa rubrica è dedicata alla presentazione del grande evento in arrivo. Sarà così anche questa volta, anche se ci troviamo in una situazione anomala, del tutto diversa da un normale vigilia pre-Major.

I motivi sono ormai arcinoti: lo svolgimento del torneo all’interno della “bolla”, la mancanza di pubblico, i pochissimi match di preparazione disputati e l’assoluta incognita sulle condizioni di forma delle tenniste di vertice. Se possibile la sensazione di incertezza è ulteriormente aumentata in queste ore, dato che le prime due teste di serie sono state sconfitte all’esordio nel Premier di preparazione (normalmente svolto a Cincinnati ma quest’anno ospitato nell’impianto di Flushing Meadows). La testa di serie numero 1 Karolina Pliskova è stata infatti eliminata da Veronika Kudermetova per 7-5 6-4, mentre Sofia Kenin è stata estromessa da Alizè Cornet per 6-1, 7-6 (dopo aver rischiato di perdere ancora peggio, visto che ha salvato due match point sul 6-1, 5-2).

Insomma, al momento la situazione in vista dello Slam è questa: le condizioni di forma della giocatrici presenti sono ancora tutte da capire, mentre già sappiamo che ci saranno assenze di rilievo. Il campo di partecipazione delle Top 10 è infatti menomato, tanto che ci si chiede: in una situazione del genere quanto varrà il prossimo US Open? Andrà considerato come uno Slam “vero” oppure no? Per esempio Marion Bartoli lo ha già ridimensionato in partenza. Lo ha fatto ricorrendo a una iperbole (“Mancheranno 20 dei migliori 32 al mondo”), ma se invece che numeri generici avesse citato il dato reale, forse non avrebbe fatto meno impressione: infatti mancheranno sei delle prime otto giocatrici del mondo. Ecco l’elenco delle Top 10 assenti:

 

1 Ashleigh Barty
2 Simona Halep
5 Elina Svitolina
6 Bianca Andreescu
7 Kiki Bertens
8 Belinda Bencic

In pratica se non fosse per la presenza di Pliskova e Kenin (numero 3 e 4 del ranking), avremmo come prime teste di serie le giocatrici che di solito scendono in campo nel “masterino” di Zhuhai, che prevede come partecipanti proprio chi ha la classifica dal numero 9 in poi. In più sappiamo che mancheranno altre tenniste attualmente di classifica inferiore come Wang Qiang, Pavlyuchenkova, Strycova, Kuznetsova, Zheng, Goerges, Ferro, Zhu, Wang Yafan, Potapova, Bogdan, Stosur (che ha vinto lo US Open 2011, mentre Kuznetsova è la campionessa del 2004).

E quindi? Quanto il prestigio intrinseco dello Slam riuscirà a mascherare le assenze? Penso che la risposta dipenderà in parte dalla qualità di gioco offerta. Se molte partite saranno deludenti e si sentirà la mancanza di tante giocatrici di vertice, sarà un ulteriore colpo al torneo. Se invece avremo parecchi match di qualità (le tenniste presenti potrebbero comunque essere in grado di offrirli), sarà un punto a favore della credibilità.

Ma al di là di tutto, indipendentemente dalle singole e personali interpretazioni di ciascuno di noi (commentatori, giornalisti, appassionati), credo che la risposta definitiva ce la darà la storia. Mi spiego: se in futuro si consoliderà l’abitudine di ricordare i risultati di questo US Open citandoli sempre con un virtuale asterisco accanto, sottolineando che il torneo ha avuto un lotto di partecipanti falcidiato, inevitabilmente lo Slam risulterà sminuito.

Se invece prevarrà la tendenza e parlarne senza particolari connotazioni negative, a lungo andare finirà “digerito” all’incirca come uno Slam normale. Ma per scoprire come andranno le cose occorreranno anni, quelli necessari a valutare il tutto con una prospettiva storica. Mentre per il futuro prossimo immagino le diatribe tra tifosi quando si dicuterà della giocatrice che uscirà vincente dallo US Open 2020: “Eh sì, bella forza vincere uno Slam del genere”.

Magari sbaglio, ma forse un solo esito metterebbe subito in secondo piano la questione: se a vincere fosse Serena Williams. Innanzitutto perché in senso assoluto il curriculum di Serena rimarrebbe comunque inattaccabile. Mentre per quanto riguarda il traguardo storico che eguaglierebbe, cioè i 24 Major di Margaret Smith Court, nessuno potrebbe avere granché da obiettare, visto che Smith Court vanta nel proprio palmarès 11 Slam australiani, alcuni dei quali vinti di fronte a una concorrenza non irresistibile.

Guardate per esempio il tabellone degli Australian Championships 1961 (vedi QUI) con meno di 50 tenniste al via, tutte australiane a parte la britannica Cox. O quello del 1964, che per essere vinto richiese a Court appena quattro match. Sono dati come questi che permetterebbero a Williams di assommare il prossimo US Open ai suoi attuali 23 senza particolari discussioni o diminutio; perché, in sostanza, il record con cui si misura Serena non è esente da obiezioni tecniche anche più gravi.

Sicuramente ci sarà occasione di tornare sul tema a torneo concluso. Al momento la speranza è che non si debba rinunciare in extremis ad altre partecipanti, perché ci potrebbero essere altri forfait non causati da scelte prudenziali ma da più usuali infortuni sportivi. Ricordo che la campionessa in carica Bianca Andreescu molto probabilmente non sarebbe stata al via anche in un torneo “normale”, visto che non gioca dell’ottobre 2019, quando si è infortunata al ginocchio al Masters di Shenzhen; da allora è passata di forfait in forfait, senza più affrontare match ufficiali.

Oggi qualche dubbio c’è anche su Muguruza, che ha rinunciato al Premier in corso per problemi a una caviglia. Infine potrebbero esserci assenze che potrebbero dipendere da positività al virus di chi è all’interno della bolla predisposta dagli organizzatori.

a pagina 2: I dati delle prime teste di serie

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