Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza è in continua crescita: in questo periodo si gioca la leadership nazionale con Carla Suarez Navarro, ma anche la top ten sembra alla sua portata

Sarà inevitabile per chi scrive di tennis femminile: bisognerà imparare i comandi per digitare rapidamente la tilde, evitando ogni volta la ricerca nella sezione “caratteri speciali” dove si trova la enne con l’ondina sopra. La tilde è necessaria per scrivere correttamente Garbiñe Muguruza.
Ventuno anni, nata l’8 ottobre 1993 a Caracas ma cresciuta tennisticamente a Barcellona, è la più concreta speranza per il movimento spagnolo di ritrovare finalmente una giocatrice di primo livello, che manca dai tempi di Arantxa Sánchez e Conchita Martinez.
Dopo di loro ci sono state buone giocatrici, come Anabel Medina Garrigues (abbonata alla vittoria a Palermo e Strasburgo) o come Maria Josè Martinez Sanchez (una delle tenniste più anomale degli ultimi anni, capace di una settimana da sogno a Roma 2010); e oggi sarebbe ingiusto sottovalutare il bel gioco classico di Carla Suarez Navarro. Ma direi che Muguruza sembra poter ambire a qualcosa in più: quanto meno ad entrare nella top ten, un risultato che, se non sbaglio, manca al tennis spagnolo da quasi quindici anni

Forse qualcuno ricorderà l’esordio eccezionale di Garbiñe nel circuito maggiore, nel marzo 2012. Allora era ancora oltre il duecentesimo posto e dopo aver preso parte senza successo ad un paio di qualificazioni WTA, aveva ricevuto una wild card per giocare a Miami. Era stato possibile grazie all’appoggio della IMG, che curava anche l’organizzazione del torneo in Florida e che evidentemente credeva molto nelle sue possibilità.

 

Eccola dunque a Miami: prima partita in un tabellone principale WTA, e in uno dei tornei più prestigiosi del calendario. L’inizio contro Ayumi Morita (73 del ranking) è vincente, ma è nulla in confronto al turno che la aspetta: la numero 9 del mondo Vera Zvonareva.
La partita non è ripresa dalle telecamere (i primi giorni non erano coperti dalla tv), per cui solo gli spettatori sul posto sono testimoni della sorpresa: la numero 208 del mondo liquida la numero 9 in due set: 6-4, 6-3.
Nemmeno il match successivo è coperto dalla tv, e così mancano le immagini anche della terza vittoria da esordiente: 6-2, 1-6, 7-6 a Flavia Pennetta. Per fermarla ci vuole la futura vincitrice del torneo Agnieszka Radwanska, in uno dei migliori momenti di forma della carriera (sconfiggerà Sharapova in finale).

Da quel momento Muguruza non è più una giovane qualsiasi che si è affacciata tra le professioniste; diventa immediatamente qualcuna che merita di essere tenuta d’occhio, corteggiata dalle federazioni di due nazioni.
Però l’impresa in Florida forse è prematura; a diciotto anni, dopo i quarti di finale raggiunti quasi sullo slancio a Fes, non riesce a confermarsi: nel resto della stagione perde sempre nella qualificazioni o al primo turno dei tabelloni principali.
Ma la carriera di Garbiñe va incontro ad una difficoltà ancora più seria a metà del 2013, quando è costretta a fermarsi per un intervento chirurgico alla caviglia destra. Durante la pausa forzata si opera anche al setto nasale per risolvere problemi di respirazione.

Non racconterò nel dettaglio tutte le stagioni successive di Muguruza: per quello basta andare nel sito WTA e scorrere la pagina dei risultati. Mi limito a questo: con il tempo i picchi di gioco si sono fatti più frequenti e il ranking è logicamente migliorato.

Gli ingegneri della Formula 1 sostengono che è meglio progettare una macchina veloce ma poco affidabile piuttosto che una che non si rompe mai, ma più lenta; perché nel tempo è più facile acquisire la solidità piuttosto che migliorare le prestazioni. Facendone una metafora tennistica, direi che la penso allo stesso modo: tendo a dare più credito alle giovani discontinue, ma capaci di picchi molto alti, rispetto alle “formichine”, che salgono in classifica grazie a tanti discreti risultati, ma senza particolari exploit.
Muguruza ha iniziato con il botto, a Miami, e poi ha avuto bisogno di un po’ di tempo per ripetersi. Ma evidentemente quello era il segnale che la stoffa superiore c’era.

Numero 104 a fine 2012, numero 64 a fine 2013 (anno giocato solo fino a Wimbledon, e lì concluso per l’operazione).
Numero 21 a fine 2014, grazie a una stagione iniziata subito bene: al rientro dallo stop medico, vince  in gennaio a Hobart (primo torneo in carriera), e poi diventa protagonista assoluta al Roland Garros. A conferma che per lei ogni superficie va bene, dato che sostiene di amare l’erba e poi il cemento, mettendo come ultima la terra rossa.
Fatto sta che a Parigi sconfigge con un perentorio 6-2, 6-2 la campionessa in carica Serena Williams e perde nei quarti al terzo set (6-1, 5-7, 1-6) contro Sharapova (che poi avrebbe vinto il torneo) arrivando a due soli punti dalla vittoria, nel finale di secondo set.

E proprio a Sharapova direi che la si può avvicinare per il tipo di gioco. Anche se non mi piacciono molto i paragoni, mi pare che in questo caso i punti di contatto siano reali

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=aPiAaPcKXIM
Come Maria, è una tennista alta, solida fisicamente, particolarmente sicura nei tre colpi base (servizio potente, dritto e rovescio in topspin); e che punta sullo scambio da fondo in pressione costante, cercando sistematicamente il vincente. Anche il grunting (seppur non ugualmente forte) un po’ le accomuna: aspetto curioso, visto che quando ha esordito tra le pro Garbiñe era una giocatrice quasi del tutto silenziosa.
Se prende il comando del palleggio diventa davvero difficile resisterle: ogni palla può diventare definitiva, e la pressione che mette nello scambio non è sostenibile a lungo. In sostanza Muguruza propone un tennis non ricchissimo di variazioni, ma estremamente efficace.

Ma limitarsi a questo per descrivere i suoi pregi sarebbe a mio avviso farle un torto. Credo vada spiegato meglio in cosa è superiore: e secondo me la sua miglior dote consiste nel sapere spingere palle davvero difficili.
Nel circuito le giocatrici in grado di tirare forte sono parecchie, ma non tutte sono in cima al ranking; questo perché un conto è essere capaci di attaccare su palle comode, un conto saperlo fare su parabole insidiose. E’ inevitabile: più sale la difficoltà della palla proposta dall’avversaria, più si riducono le tenniste che sanno replicare all’altezza.
E quando per molte giocatrici la palla è così difficile da dover ripiegare su una soluzione di contenimento, Muguruza invece riesce ancora ad aggredirla; se ha il tempo di raggiungere la traiettoria, si può stare certi che riuscirà a gestire anche colpi pesantissimi, ribattendo ancora in grande spinta.

Questo grazie alla notevole potenza (di gambe innanzitutto, ma non solo) e alla compattezza del movimento. Il suo swing infatti non è molto ampio, ma riesce comunque a far viaggiare la palla: non ha bisogno di grandi aperture (una leva lunga) per generare velocità perché dispone di una forza superiore.
Mi verrebbe da dire: quasi un peso massimo, ma molto coordinata, e rapida nella preparazione; e la preparazione contenuta la agevola anche in risposta, dove mostra una reattività sorprendente, che contrasta con la flemma con cui si muove tra un punto e l’altro.
E’ una delle poche giocatrici che non concede troppo a Serena sul piano della forza muscolare. E che sia davvero un’avversaria pericolosa, dopo il Roland Garros lo deve pensare anche la numero uno del mondo; tanto che agli ultimi Australian Open l’ha affrontata con evidente rispetto: Serena è scesa in campo subito concentrata, eppure  ha comunque perso il primo set; e in quello decisivo ha rischiato di finire sotto di un break (2-6, 6-3, 6-2).

Naturalmente Muguruza ha anche punti deboli. A mio avviso sono soprattutto due: la fase difensiva (perché prima o poi la palla impossibile da attaccare arriva, e in quel caso le soluzioni di contenimento non sono il suo forte) e il gioco di volo.
Senza troppi giri di parole: a rete la ritengo una delle peggiori del circuito; un po’ meglio negli schiaffi, ma disastrosa sulle volèe classiche. Qualcuno replicherà che sta raccogliendo ottimi risultati in doppio insieme a Carla Suarez Navarro; ma in realtà le qualità che occorrono per volleare in singolare non sono le stesse del doppio.
Per tenniste con un gioco differente non sarebbe una grave mancanza; ma per Garbiñe è un po’ diverso; infatti, per come imposta lo scambio, molto spesso conquista campo progressivamente, al punto da ritrovarsi, quasi senza volerlo, così avanti da dovere colpire di volo. E a quel punto arriva il pasticcio.
Troppo spesso ha perso punti importanti con errori davvero evitabili; ad esempio contro Serena agli ultimi Australian Open ha mancato una volèe elementare che grida ancora vendetta, su un break point del terzo set.
Penso che a questo problema dovrà trovare rimedio: o con la rinuncia della conquista della rete oppure cercando di colmare la lacuna. In fondo è ancora giovanissima ed è possibile crescere su questi colpi; ad esempio Caroline Wozniacki era una pessima volleatrice (smash escluso, che ha sempre eseguito bene) mentre oggi è senz’altro migliorata.

Dove potrà arrivare? Di sicuro ci sono stati incontri in cui ha già dimostrato di potersela giocare ad altissimi livelli; e poi storicamente le attaccanti fanno meglio delle difensiviste negli Slam, se questo è il traguardo di cui, più o meno esplicitamente, vogliamo parlare.
Fare previsioni è come avventurarsi in un territorio minato, in cui gli errori sono possibili ad ogni passo; e in più c’è il rischio di farsi influenzare dai propri gusti di gioco, nella speranza che possano coincidere con i risultati futuri. Sotto questo aspetto devo ammettere che preferisco altre giocatrici, magari meno solide, ma capaci di sorprendermi con soluzioni e colpi meno prevedibili.
Credo però che tra le nuove leve (Pliskova, Keys, Bouchard etc) che si sono fatte notare ultimamente, Muguruza un vantaggio ce l’abbia: è già andata incontro alle prime delusioni e ai momenti di seria difficoltà che si possono presentare dopo la prima fase di euforia: l’avere sperimentato sei mesi fuori dal circuito per problemi fisici in un momento in cui era in ascesa potrebbe averle fortificato l’approccio verso il tennis, rendendola più equilibrata e concreta verso la professione. Non resta che aspettare i prossimi grandi tornei per scoprire fino a che punto saprà spingersi.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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