Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza è in continua crescita: in questo periodo si gioca la leadership nazionale con Carla Suarez Navarro, ma anche la top ten sembra alla sua portata

Sarà inevitabile per chi scrive di tennis femminile: bisognerà imparare i comandi per digitare rapidamente la tilde, evitando ogni volta la ricerca nella sezione “caratteri speciali” dove si trova la enne con l’ondina sopra. La tilde è necessaria per scrivere correttamente Garbiñe Muguruza.
Ventuno anni, nata l’8 ottobre 1993 a Caracas ma cresciuta tennisticamente a Barcellona, è la più concreta speranza per il movimento spagnolo di ritrovare finalmente una giocatrice di primo livello, che manca dai tempi di Arantxa Sánchez e Conchita Martinez.
Dopo di loro ci sono state buone giocatrici, come Anabel Medina Garrigues (abbonata alla vittoria a Palermo e Strasburgo) o come Maria Josè Martinez Sanchez (una delle tenniste più anomale degli ultimi anni, capace di una settimana da sogno a Roma 2010); e oggi sarebbe ingiusto sottovalutare il bel gioco classico di Carla Suarez Navarro. Ma direi che Muguruza sembra poter ambire a qualcosa in più: quanto meno ad entrare nella top ten, un risultato che, se non sbaglio, manca al tennis spagnolo da quasi quindici anni

Forse qualcuno ricorderà l’esordio eccezionale di Garbiñe nel circuito maggiore, nel marzo 2012. Allora era ancora oltre il duecentesimo posto e dopo aver preso parte senza successo ad un paio di qualificazioni WTA, aveva ricevuto una wild card per giocare a Miami. Era stato possibile grazie all’appoggio della IMG, che curava anche l’organizzazione del torneo in Florida e che evidentemente credeva molto nelle sue possibilità.

 

Eccola dunque a Miami: prima partita in un tabellone principale WTA, e in uno dei tornei più prestigiosi del calendario. L’inizio contro Ayumi Morita (73 del ranking) è vincente, ma è nulla in confronto al turno che la aspetta: la numero 9 del mondo Vera Zvonareva.
La partita non è ripresa dalle telecamere (i primi giorni non erano coperti dalla tv), per cui solo gli spettatori sul posto sono testimoni della sorpresa: la numero 208 del mondo liquida la numero 9 in due set: 6-4, 6-3.
Nemmeno il match successivo è coperto dalla tv, e così mancano le immagini anche della terza vittoria da esordiente: 6-2, 1-6, 7-6 a Flavia Pennetta. Per fermarla ci vuole la futura vincitrice del torneo Agnieszka Radwanska, in uno dei migliori momenti di forma della carriera (sconfiggerà Sharapova in finale).

Da quel momento Muguruza non è più una giovane qualsiasi che si è affacciata tra le professioniste; diventa immediatamente qualcuna che merita di essere tenuta d’occhio, corteggiata dalle federazioni di due nazioni.
Però l’impresa in Florida forse è prematura; a diciotto anni, dopo i quarti di finale raggiunti quasi sullo slancio a Fes, non riesce a confermarsi: nel resto della stagione perde sempre nella qualificazioni o al primo turno dei tabelloni principali.
Ma la carriera di Garbiñe va incontro ad una difficoltà ancora più seria a metà del 2013, quando è costretta a fermarsi per un intervento chirurgico alla caviglia destra. Durante la pausa forzata si opera anche al setto nasale per risolvere problemi di respirazione.

Non racconterò nel dettaglio tutte le stagioni successive di Muguruza: per quello basta andare nel sito WTA e scorrere la pagina dei risultati. Mi limito a questo: con il tempo i picchi di gioco si sono fatti più frequenti e il ranking è logicamente migliorato.

Gli ingegneri della Formula 1 sostengono che è meglio progettare una macchina veloce ma poco affidabile piuttosto che una che non si rompe mai, ma più lenta; perché nel tempo è più facile acquisire la solidità piuttosto che migliorare le prestazioni. Facendone una metafora tennistica, direi che la penso allo stesso modo: tendo a dare più credito alle giovani discontinue, ma capaci di picchi molto alti, rispetto alle “formichine”, che salgono in classifica grazie a tanti discreti risultati, ma senza particolari exploit.
Muguruza ha iniziato con il botto, a Miami, e poi ha avuto bisogno di un po’ di tempo per ripetersi. Ma evidentemente quello era il segnale che la stoffa superiore c’era.

Numero 104 a fine 2012, numero 64 a fine 2013 (anno giocato solo fino a Wimbledon, e lì concluso per l’operazione).
Numero 21 a fine 2014, grazie a una stagione iniziata subito bene: al rientro dallo stop medico, vince  in gennaio a Hobart (primo torneo in carriera), e poi diventa protagonista assoluta al Roland Garros. A conferma che per lei ogni superficie va bene, dato che sostiene di amare l’erba e poi il cemento, mettendo come ultima la terra rossa.
Fatto sta che a Parigi sconfigge con un perentorio 6-2, 6-2 la campionessa in carica Serena Williams e perde nei quarti al terzo set (6-1, 5-7, 1-6) contro Sharapova (che poi avrebbe vinto il torneo) arrivando a due soli punti dalla vittoria, nel finale di secondo set.

E proprio a Sharapova direi che la si può avvicinare per il tipo di gioco. Anche se non mi piacciono molto i paragoni, mi pare che in questo caso i punti di contatto siano reali

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=aPiAaPcKXIM
Come Maria, è una tennista alta, solida fisicamente, particolarmente sicura nei tre colpi base (servizio potente, dritto e rovescio in topspin); e che punta sullo scambio da fondo in pressione costante, cercando sistematicamente il vincente. Anche il grunting (seppur non ugualmente forte) un po’ le accomuna: aspetto curioso, visto che quando ha esordito tra le pro Garbiñe era una giocatrice quasi del tutto silenziosa.
Se prende il comando del palleggio diventa davvero difficile resisterle: ogni palla può diventare definitiva, e la pressione che mette nello scambio non è sostenibile a lungo. In sostanza Muguruza propone un tennis non ricchissimo di variazioni, ma estremamente efficace.

Ma limitarsi a questo per descrivere i suoi pregi sarebbe a mio avviso farle un torto. Credo vada spiegato meglio in cosa è superiore: e secondo me la sua miglior dote consiste nel sapere spingere palle davvero difficili.
Nel circuito le giocatrici in grado di tirare forte sono parecchie, ma non tutte sono in cima al ranking; questo perché un conto è essere capaci di attaccare su palle comode, un conto saperlo fare su parabole insidiose. E’ inevitabile: più sale la difficoltà della palla proposta dall’avversaria, più si riducono le tenniste che sanno replicare all’altezza.
E quando per molte giocatrici la palla è così difficile da dover ripiegare su una soluzione di contenimento, Muguruza invece riesce ancora ad aggredirla; se ha il tempo di raggiungere la traiettoria, si può stare certi che riuscirà a gestire anche colpi pesantissimi, ribattendo ancora in grande spinta.

Questo grazie alla notevole potenza (di gambe innanzitutto, ma non solo) e alla compattezza del movimento. Il suo swing infatti non è molto ampio, ma riesce comunque a far viaggiare la palla: non ha bisogno di grandi aperture (una leva lunga) per generare velocità perché dispone di una forza superiore.
Mi verrebbe da dire: quasi un peso massimo, ma molto coordinata, e rapida nella preparazione; e la preparazione contenuta la agevola anche in risposta, dove mostra una reattività sorprendente, che contrasta con la flemma con cui si muove tra un punto e l’altro.
E’ una delle poche giocatrici che non concede troppo a Serena sul piano della forza muscolare. E che sia davvero un’avversaria pericolosa, dopo il Roland Garros lo deve pensare anche la numero uno del mondo; tanto che agli ultimi Australian Open l’ha affrontata con evidente rispetto: Serena è scesa in campo subito concentrata, eppure  ha comunque perso il primo set; e in quello decisivo ha rischiato di finire sotto di un break (2-6, 6-3, 6-2).

Naturalmente Muguruza ha anche punti deboli. A mio avviso sono soprattutto due: la fase difensiva (perché prima o poi la palla impossibile da attaccare arriva, e in quel caso le soluzioni di contenimento non sono il suo forte) e il gioco di volo.
Senza troppi giri di parole: a rete la ritengo una delle peggiori del circuito; un po’ meglio negli schiaffi, ma disastrosa sulle volèe classiche. Qualcuno replicherà che sta raccogliendo ottimi risultati in doppio insieme a Carla Suarez Navarro; ma in realtà le qualità che occorrono per volleare in singolare non sono le stesse del doppio.
Per tenniste con un gioco differente non sarebbe una grave mancanza; ma per Garbiñe è un po’ diverso; infatti, per come imposta lo scambio, molto spesso conquista campo progressivamente, al punto da ritrovarsi, quasi senza volerlo, così avanti da dovere colpire di volo. E a quel punto arriva il pasticcio.
Troppo spesso ha perso punti importanti con errori davvero evitabili; ad esempio contro Serena agli ultimi Australian Open ha mancato una volèe elementare che grida ancora vendetta, su un break point del terzo set.
Penso che a questo problema dovrà trovare rimedio: o con la rinuncia della conquista della rete oppure cercando di colmare la lacuna. In fondo è ancora giovanissima ed è possibile crescere su questi colpi; ad esempio Caroline Wozniacki era una pessima volleatrice (smash escluso, che ha sempre eseguito bene) mentre oggi è senz’altro migliorata.

Dove potrà arrivare? Di sicuro ci sono stati incontri in cui ha già dimostrato di potersela giocare ad altissimi livelli; e poi storicamente le attaccanti fanno meglio delle difensiviste negli Slam, se questo è il traguardo di cui, più o meno esplicitamente, vogliamo parlare.
Fare previsioni è come avventurarsi in un territorio minato, in cui gli errori sono possibili ad ogni passo; e in più c’è il rischio di farsi influenzare dai propri gusti di gioco, nella speranza che possano coincidere con i risultati futuri. Sotto questo aspetto devo ammettere che preferisco altre giocatrici, magari meno solide, ma capaci di sorprendermi con soluzioni e colpi meno prevedibili.
Credo però che tra le nuove leve (Pliskova, Keys, Bouchard etc) che si sono fatte notare ultimamente, Muguruza un vantaggio ce l’abbia: è già andata incontro alle prime delusioni e ai momenti di seria difficoltà che si possono presentare dopo la prima fase di euforia: l’avere sperimentato sei mesi fuori dal circuito per problemi fisici in un momento in cui era in ascesa potrebbe averle fortificato l’approccio verso il tennis, rendendola più equilibrata e concreta verso la professione. Non resta che aspettare i prossimi grandi tornei per scoprire fino a che punto saprà spingersi.

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Wimbledon 2020 virtuale: fuori la numero 1 Barty, resistono Serena, Halep e Andreescu

Prima settimana dei Championships virtuali. Serena Williams, Bianca Andreescu o ancora Simona Halep. O forse una outsider: chi sarà la regina di Wimbledon?

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una delle particolarità del torneo di Wimbledon è che, anno dopo anno, è sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Ogni stagione il tabellone è differente, le partite cambiano, e cambiano anche vincitori e vinti. Ma il quadro di insieme che li accoglie, le regole e i costumi che governano la manifestazione, sono quasi immutabili; e si conformano a una idea di tradizione che forse solo gli inglesi riescono ad applicare così profondamente, al limite della maniacalità.

Questo atteggiamento non è un semplice segno di rispetto verso il passato: è molto di più. È l’idea che passato, presente e futuro debbano scorrere mantenendosi uguali per tutto ciò che è possibile. In poche parole, la tradizione a Wimbledon è coltivata con tale puntiglio e ambizione da sfidare il concetto di eternità.

Questo non significa che gli organizzatori rimangano immobili. Nel tempo sono stati presi provvedimenti per adeguare le strutture: per esempio le coperture del Centre Court e del Court 1, oppure il prossimo allargamento dell’area dedicata ai campi. Ma si tratta di provvedimenti adottati per fare in modo che la sostanza non cambi. Che Wimbledon, cioè, continui a essere il tempio del tennis.

 

Come in ogni tempio, le regole di comportamento vanno seguite nei minimi dettagli, e questo trasforma il torneo in una liturgia sportiva. E quando per caso si esce dal canone prestabilito, lo si ricorda come una avvenimento eccezionale:

Di fronte a una liturgia, c’è chi segue l’evento con assoluta dedizione e chi prova un certo disincanto, a volte con punte di fastidio e irritazione. Sta di fatto che quest’anno il “rito” non si è potuto svolgere, a causa delle miserie terrene e della imperfezione umana: ai tornei non disputati durante le guerre mondiali, si è aggiunta l’edizione del 2020, cancellata della pandemia.

In mancanza di tennis vero, dobbiamo accontentarci di soluzioni alternative. In questi giorni, per esempio, il sito ufficiale (Wimbledon.com) offre la possibilità di rivedere integralmente grandi match del passato. Qui invece proviamo a svolgere il torneo virtualmente, secondo regole che eleggeranno una vincitrice che, forse, avrebbe potuto essere la reale trionfatrice di quest’anno. Se solo si fosse potuto giocare.

Rispetto a qualsiasi altro torneo virtuale, sicuramente Wimbledon offre un vantaggio: dato che tutto è così preciso e prestabilito, secondo regole scritte (ma anche non scritte), è più semplice definire il contesto, e immaginare aspetti di contorno che aiuteranno a descrivere le vicende e i match che seguiremo turno dopo turno.

Il torneo virtuale
Qualche indicazione su come è concepito il torneo virtuale. Quando leggerete le cronache tenete presente che prima vengono i risultati e poi il commento. In pratica lo svolgimento di Wimbledon 2020 sarà così: primo turno giocato, primo commento (e senza sapere cosa succederà al secondo turno). Secondo turno giocato, secondo commento (senza sapere cosa succederà più avanti). Proprio come avviene a un normale inviato sul posto.

Per questo non ho assolutamente voluto adeguare i risultati a desideri “letterari”. Una volta definiti gli input, accadrà quello che dovrà accadere. Tanto che al momento ancora non so chi vincerà i Championships, visto che si è appena conclusa la prima settimana e i match decisivi devono ancora arrivare. E attendo di scoprire se il vero meteo dei prossimi giorni a Londra (pioggia, caldo, etc.) potrà incidere sui risultati.

Cominciamo con il tabellone. Per approfondire come è stato costruito rimando a queste spiegazioni. Ecco il nostro punto di partenza:

Per quanto riguarda invece i criteri che indirizzano la sorte e influiscono sui risultati, rimando alla Appendice di questo articolo (pagine 5 e 6), che spiega nel dettaglio la procedura utilizzata.

a pagina 2: Day One e oltre, cadono le prime teste di serie

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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