Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza, il futuro del tennis spagnolo

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Garbiñe Muguruza è in continua crescita: in questo periodo si gioca la leadership nazionale con Carla Suarez Navarro, ma anche la top ten sembra alla sua portata

Sarà inevitabile per chi scrive di tennis femminile: bisognerà imparare i comandi per digitare rapidamente la tilde, evitando ogni volta la ricerca nella sezione “caratteri speciali” dove si trova la enne con l’ondina sopra. La tilde è necessaria per scrivere correttamente Garbiñe Muguruza.
Ventuno anni, nata l’8 ottobre 1993 a Caracas ma cresciuta tennisticamente a Barcellona, è la più concreta speranza per il movimento spagnolo di ritrovare finalmente una giocatrice di primo livello, che manca dai tempi di Arantxa Sánchez e Conchita Martinez.
Dopo di loro ci sono state buone giocatrici, come Anabel Medina Garrigues (abbonata alla vittoria a Palermo e Strasburgo) o come Maria Josè Martinez Sanchez (una delle tenniste più anomale degli ultimi anni, capace di una settimana da sogno a Roma 2010); e oggi sarebbe ingiusto sottovalutare il bel gioco classico di Carla Suarez Navarro. Ma direi che Muguruza sembra poter ambire a qualcosa in più: quanto meno ad entrare nella top ten, un risultato che, se non sbaglio, manca al tennis spagnolo da quasi quindici anni

 

Forse qualcuno ricorderà l’esordio eccezionale di Garbiñe nel circuito maggiore, nel marzo 2012. Allora era ancora oltre il duecentesimo posto e dopo aver preso parte senza successo ad un paio di qualificazioni WTA, aveva ricevuto una wild card per giocare a Miami. Era stato possibile grazie all’appoggio della IMG, che curava anche l’organizzazione del torneo in Florida e che evidentemente credeva molto nelle sue possibilità.

Eccola dunque a Miami: prima partita in un tabellone principale WTA, e in uno dei tornei più prestigiosi del calendario. L’inizio contro Ayumi Morita (73 del ranking) è vincente, ma è nulla in confronto al turno che la aspetta: la numero 9 del mondo Vera Zvonareva.
La partita non è ripresa dalle telecamere (i primi giorni non erano coperti dalla tv), per cui solo gli spettatori sul posto sono testimoni della sorpresa: la numero 208 del mondo liquida la numero 9 in due set: 6-4, 6-3.
Nemmeno il match successivo è coperto dalla tv, e così mancano le immagini anche della terza vittoria da esordiente: 6-2, 1-6, 7-6 a Flavia Pennetta. Per fermarla ci vuole la futura vincitrice del torneo Agnieszka Radwanska, in uno dei migliori momenti di forma della carriera (sconfiggerà Sharapova in finale).

Da quel momento Muguruza non è più una giovane qualsiasi che si è affacciata tra le professioniste; diventa immediatamente qualcuna che merita di essere tenuta d’occhio, corteggiata dalle federazioni di due nazioni.
Però l’impresa in Florida forse è prematura; a diciotto anni, dopo i quarti di finale raggiunti quasi sullo slancio a Fes, non riesce a confermarsi: nel resto della stagione perde sempre nella qualificazioni o al primo turno dei tabelloni principali.
Ma la carriera di Garbiñe va incontro ad una difficoltà ancora più seria a metà del 2013, quando è costretta a fermarsi per un intervento chirurgico alla caviglia destra. Durante la pausa forzata si opera anche al setto nasale per risolvere problemi di respirazione.

Non racconterò nel dettaglio tutte le stagioni successive di Muguruza: per quello basta andare nel sito WTA e scorrere la pagina dei risultati. Mi limito a questo: con il tempo i picchi di gioco si sono fatti più frequenti e il ranking è logicamente migliorato.

Gli ingegneri della Formula 1 sostengono che è meglio progettare una macchina veloce ma poco affidabile piuttosto che una che non si rompe mai, ma più lenta; perché nel tempo è più facile acquisire la solidità piuttosto che migliorare le prestazioni. Facendone una metafora tennistica, direi che la penso allo stesso modo: tendo a dare più credito alle giovani discontinue, ma capaci di picchi molto alti, rispetto alle “formichine”, che salgono in classifica grazie a tanti discreti risultati, ma senza particolari exploit.
Muguruza ha iniziato con il botto, a Miami, e poi ha avuto bisogno di un po’ di tempo per ripetersi. Ma evidentemente quello era il segnale che la stoffa superiore c’era.

Numero 104 a fine 2012, numero 64 a fine 2013 (anno giocato solo fino a Wimbledon, e lì concluso per l’operazione).
Numero 21 a fine 2014, grazie a una stagione iniziata subito bene: al rientro dallo stop medico, vince  in gennaio a Hobart (primo torneo in carriera), e poi diventa protagonista assoluta al Roland Garros. A conferma che per lei ogni superficie va bene, dato che sostiene di amare l’erba e poi il cemento, mettendo come ultima la terra rossa.
Fatto sta che a Parigi sconfigge con un perentorio 6-2, 6-2 la campionessa in carica Serena Williams e perde nei quarti al terzo set (6-1, 5-7, 1-6) contro Sharapova (che poi avrebbe vinto il torneo) arrivando a due soli punti dalla vittoria, nel finale di secondo set.

E proprio a Sharapova direi che la si può avvicinare per il tipo di gioco. Anche se non mi piacciono molto i paragoni, mi pare che in questo caso i punti di contatto siano reali

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=aPiAaPcKXIM
Come Maria, è una tennista alta, solida fisicamente, particolarmente sicura nei tre colpi base (servizio potente, dritto e rovescio in topspin); e che punta sullo scambio da fondo in pressione costante, cercando sistematicamente il vincente. Anche il grunting (seppur non ugualmente forte) un po’ le accomuna: aspetto curioso, visto che quando ha esordito tra le pro Garbiñe era una giocatrice quasi del tutto silenziosa.
Se prende il comando del palleggio diventa davvero difficile resisterle: ogni palla può diventare definitiva, e la pressione che mette nello scambio non è sostenibile a lungo. In sostanza Muguruza propone un tennis non ricchissimo di variazioni, ma estremamente efficace.

Ma limitarsi a questo per descrivere i suoi pregi sarebbe a mio avviso farle un torto. Credo vada spiegato meglio in cosa è superiore: e secondo me la sua miglior dote consiste nel sapere spingere palle davvero difficili.
Nel circuito le giocatrici in grado di tirare forte sono parecchie, ma non tutte sono in cima al ranking; questo perché un conto è essere capaci di attaccare su palle comode, un conto saperlo fare su parabole insidiose. E’ inevitabile: più sale la difficoltà della palla proposta dall’avversaria, più si riducono le tenniste che sanno replicare all’altezza.
E quando per molte giocatrici la palla è così difficile da dover ripiegare su una soluzione di contenimento, Muguruza invece riesce ancora ad aggredirla; se ha il tempo di raggiungere la traiettoria, si può stare certi che riuscirà a gestire anche colpi pesantissimi, ribattendo ancora in grande spinta.

Questo grazie alla notevole potenza (di gambe innanzitutto, ma non solo) e alla compattezza del movimento. Il suo swing infatti non è molto ampio, ma riesce comunque a far viaggiare la palla: non ha bisogno di grandi aperture (una leva lunga) per generare velocità perché dispone di una forza superiore.
Mi verrebbe da dire: quasi un peso massimo, ma molto coordinata, e rapida nella preparazione; e la preparazione contenuta la agevola anche in risposta, dove mostra una reattività sorprendente, che contrasta con la flemma con cui si muove tra un punto e l’altro.
E’ una delle poche giocatrici che non concede troppo a Serena sul piano della forza muscolare. E che sia davvero un’avversaria pericolosa, dopo il Roland Garros lo deve pensare anche la numero uno del mondo; tanto che agli ultimi Australian Open l’ha affrontata con evidente rispetto: Serena è scesa in campo subito concentrata, eppure  ha comunque perso il primo set; e in quello decisivo ha rischiato di finire sotto di un break (2-6, 6-3, 6-2).

Naturalmente Muguruza ha anche punti deboli. A mio avviso sono soprattutto due: la fase difensiva (perché prima o poi la palla impossibile da attaccare arriva, e in quel caso le soluzioni di contenimento non sono il suo forte) e il gioco di volo.
Senza troppi giri di parole: a rete la ritengo una delle peggiori del circuito; un po’ meglio negli schiaffi, ma disastrosa sulle volèe classiche. Qualcuno replicherà che sta raccogliendo ottimi risultati in doppio insieme a Carla Suarez Navarro; ma in realtà le qualità che occorrono per volleare in singolare non sono le stesse del doppio.
Per tenniste con un gioco differente non sarebbe una grave mancanza; ma per Garbiñe è un po’ diverso; infatti, per come imposta lo scambio, molto spesso conquista campo progressivamente, al punto da ritrovarsi, quasi senza volerlo, così avanti da dovere colpire di volo. E a quel punto arriva il pasticcio.
Troppo spesso ha perso punti importanti con errori davvero evitabili; ad esempio contro Serena agli ultimi Australian Open ha mancato una volèe elementare che grida ancora vendetta, su un break point del terzo set.
Penso che a questo problema dovrà trovare rimedio: o con la rinuncia della conquista della rete oppure cercando di colmare la lacuna. In fondo è ancora giovanissima ed è possibile crescere su questi colpi; ad esempio Caroline Wozniacki era una pessima volleatrice (smash escluso, che ha sempre eseguito bene) mentre oggi è senz’altro migliorata.

Dove potrà arrivare? Di sicuro ci sono stati incontri in cui ha già dimostrato di potersela giocare ad altissimi livelli; e poi storicamente le attaccanti fanno meglio delle difensiviste negli Slam, se questo è il traguardo di cui, più o meno esplicitamente, vogliamo parlare.
Fare previsioni è come avventurarsi in un territorio minato, in cui gli errori sono possibili ad ogni passo; e in più c’è il rischio di farsi influenzare dai propri gusti di gioco, nella speranza che possano coincidere con i risultati futuri. Sotto questo aspetto devo ammettere che preferisco altre giocatrici, magari meno solide, ma capaci di sorprendermi con soluzioni e colpi meno prevedibili.
Credo però che tra le nuove leve (Pliskova, Keys, Bouchard etc) che si sono fatte notare ultimamente, Muguruza un vantaggio ce l’abbia: è già andata incontro alle prime delusioni e ai momenti di seria difficoltà che si possono presentare dopo la prima fase di euforia: l’avere sperimentato sei mesi fuori dal circuito per problemi fisici in un momento in cui era in ascesa potrebbe averle fortificato l’approccio verso il tennis, rendendola più equilibrata e concreta verso la professione. Non resta che aspettare i prossimi grandi tornei per scoprire fino a che punto saprà spingersi.

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La generazione 2001 di nuovo protagonista

Dopo Mosca 2018, a Bogotà e Lugano due diciassettenni come Anisimova e Swiatek sono state di nuovo capaci di raggiungere la finale di un International WTA

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Amanda Anisimova - Bogotà 2019

Questa è una rubrica settimanale, e quindi ogni sette giorni devo affrontare la scelta dell’argomento da trattare. A volte sono in difficoltà su che cosa privilegiare, ma altre volte il tema si impone da solo, come se i fatti andassero in modo da non lasciare alternative. Tra Sud America ed Europa, tra la Colombia e la Svizzera, domenica scorsa c’è stata una costante fondamentale: la presenza in finale di due diciassettenni, entrambe nate nel 2001, Amanda Anisimova e Iga Swiatek.

Al momento potrebbe sembrare prematuro, e forse lo è, ma dopo il 1997 (anno di nascita di Osaka, Ostapenko, Bencic & Co.) se c’è una nuovo numero da individuare nel calendario delle nascite, il più accreditato del nuovo millennio sembra essere proprio il 2001. Se ne era parlato dopo il torneo di Mosca 2018 vinto da Olga Danilovic in finale su Anastasia Potapova (entrambe del 2001), ma non trascurerei in prospettiva nemmeno le due cinesi Wang.

 

Ma prima di ragionare su Swiatek e Anisimova, è obbligatorio ricordare almeno brevemente le prestazioni a Lugano di due veterane. La ventottenne Polona Hercog ha vinto un torneo WTA a distanza di quasi sette anni: l’ultimo titolo risale infatti al luglio 2012, sulla terra svedese di Båstad. Hercog si può considerare quasi una specialista del rosso, visto che in carriera a livello WTA ha disputato 7 finali tutte su terra. Ma se ha dovuto attendere così tanto per tornare al successo è soprattutto a causa dei guai fisici subiti nelle ultime stagioni.

E un serio infortunio è stata anche la causa delle difficoltà di Svetlana Kuznetsova, che a Lugano è tornata ad essere, se non al meglio, quanto meno competitiva dopo altri mesi di pausa forzata. Campionessa degli US Open 2004 e del Roland Garros 2009, negli ultimi due anni il polso sinistro ha trasformato in una calvario una carriera che stava vivendo una nuova giovinezza. Ricordo che al momento del suo primo stop (con successiva operazione), nel finale di 2017 Kuznetsova era in Top 10 in piena lotta per un posto al Masters. Vedremo se a quasi 34 anni sarà ancora una volta in grado di tornare ad alti livelli. Difficile ma non impossibile per una bicampionessa Slam.

Iga Swiatek
A distanza di due anni l’International di aprile che si disputa in Svizzera ha avuto di nuovo protagonista una giovanissima. Nel 2017 si giocava indoor a Biel/Bienne, e a vincere era stata Marketa Vondrousova in finale su Anett Kontaveit. Vondrousova in quel momento aveva 17 anni, visto che è nata il 28 giugno 1999; ottima tennista a livello junior, doveva ancora far parlare di sé tre le professioniste, tanto è vero che allora era ancora numero 233 del ranking WTA.

Il torneo si è poi spostato a Lugano (dal 2018), e in finale quest’anno è ancora riuscita ad arrivare una diciassettenne: Iga Swiatek. Come Vondrousova, anche Swiatek è reduce da una importante carriera da junior: numero 5 del mondo, campionessa di Wimbledon 2018, semifinalista al Roland Garros, finalista al Trofeo Bonfiglio 2017. Iga ha una sorella maggiore di tre anni, Agata, ed entrambe sono state avviate al tennis dal padre, convinto che per le sue figlie fosse necessario praticare uno sport sin da piccole.

Swiatek è di Varsavia, e dopo il ritiro di Agnieszka Radwanska si è ritrovata con uno scomodo ruolo: in Polonia pubblico e media, rimasti orfani della “maga”, hanno designato Iga come l’erede a cui affidarsi nella speranza di non far sparire il loro tennis dai piani alti del Tour. Fino alla scorsa settimana a livello nazionale la numero 1 era Magda Linette, ma grazie alla finale raggiunta in Svizzera per la prima volta Swiatek ha conquistato la leadership: le separano appena tre punti (698 a 695): numero 88 e numero 89 della classifica.

L’ultimo dato significativo che va sottolineato è l’impressionante ascesa che Swiatek ha compiuto nel ranking WTA: numero 899 nel febbraio 2018, oggi è entrata in top 100 scalando oltre ottocento posizioni nel giro di quattordici mesi. In pratica in poco più di un anno è stata capace di risalire l’intera classifica del tennis professionistico, visto che stare attorno al 900mo posto equivale ad avere meno di 10 punti WTA.

Per quanto mi riguarda non posso dire di avere una conoscenza approfondita del suo tennis: non credo di aver visto più di una decina di match, alcuni solo parziali, quindi non me la sento di provare una descrizione dettagliata. Però ho avuto la fortuna di averla seguita sia dalla TV che dal vivo, e questo consente di farsi un quadro più articolato dei giocatori. Anzi, le prime due volte sono state proprio dal vivo, nelle partite decisive del torneo di Wimbledon junior dello scorso anno : semifinale e finale (che poi Iga avrebbe vinto).

Dunque il mio primo contatto con Swiatek è stata la semifinale vinta contro la cinese Wang Xinyu (la Wang nata nel 2001 che gioca con la destra, a differenza della mancina Wang Xiyu). A differenza degli anni precedenti, nel 2018 gli organizzatori di Wimbledon avevano deciso di non far disputare le semifinali junior in uno Show Court, ma nel semplice Court 8. Può sembrare un dettaglio, ma non è così: le partite invece che in uno stadio con vere e proprie tribune (alte e panoramiche sopra le protagoniste), si erano tenute su un campo delimitato da poche sedute alla stessa altezza dei giocatori, con tutti i pro e i contro che questa posizione significa. Vale a dire: poter valutare con più difficoltà le geometrie di gioco, ma in compenso poter vedere da vicinissimo il puro gesto tecnico-atletico, soprattutto se si riesce a trovare un posto in corrispondenza delle linee di fondo (come nel mio caso).

a pagina 2: Da Wimbledon junior ai tornei WTA

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Azarenka è tornata?

Dopo alcune stagioni piene di difficoltà, in Messico Vika è stata di nuovo protagonista di un torneo sino all’ultimo match

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Victoria Azarenka - Monterrey 2019 (foto via Facebook, @AbiertoGNPSeguros)

Dopo più di tre anni, domenica scorsa Victoria Azarenka è tornata a raggiungere la finale di un torneo WTA. È accaduto a Monterrey, evento che a dispetto della bassa categoria di appartenenza (livello International), aveva al via protagoniste di prestigio: vincitrici Slam ed ex numero 1 del mondo come Kerber, Muguruza e, appunto, Azarenka. E per una volta il prestigio ha coinciso con il rendimento, visto che tutte e tre sono arrivate in fondo: Azarenka ha sconfitto Kerber in una ottima partita di semifinale, prima di doversi però ritirare contro Muguruza nell’ultimo match a causa di un problema al polpaccio.

Finale di Miami (marzo 2016), finale di Monterrey (aprile 2019): tre anni non sono pochi, ancora di più se misurati sull’arco della vita sportiva di un’atleta. Per Azarenka è stato un lungo percorso sulla strada del recupero, che non si può dire sia ancora del tutto compiuto, ma che potrebbe finalmente aver trovato la giusta direzione.

 

Le ultime stagioni difficili di Vika sono legate alla nascita del figlio Leo, ma in realtà i maggiori problemi non sono stati causati dalla maternità, quanto dalla successiva diatriba legale con il padre per l’affidamento del bambino. E lo si può affermare con certezza non sulla base del gossip, ma dei risultati. Per ripercorrere sinteticamente quanto accaduto occorre risalire a tre anni fa.

Nel 2016 Azarenka vive un inizio d’anno strepitoso. Vince all’esordio il torneo di Brisbane senza perdere un set, e soprattutto ottiene la prestigiosa doppietta Indian Wells-Miami. Come a Brisbane, anche nel Sunshine Double è irresistibile, visto che perde due soli set a Indian Wells e nessuno a Miami. A conti fatti, il grande rammarico è il match perso agli Australian Open contro Angelique Kerber (che poi avrebbe vinto il torneo in finale su Serena Williams). Quello di Melbourne è l’unico stop dei primi mesi sul cemento, che Azarenka chiude con un bilancio eccezionale: 22 vittorie e 1 sconfitta.

Quando arriva la stagione sul rosso (la superficie più indigesta per Vika), le cose cominciano a peggiorare. Si ritira da Madrid per un problema alla schiena, e poi all’esordio del Roland Garros non conclude la partita contro Karin Knapp per un infortunio al ginocchio. Il guaio la obbliga a rinunciare a Wimbledon: ci si interroga sul suo rientro, ma tutto passa in secondo piano quando il 15 luglio annuncia di essere incinta. E così i tempi di recupero per il ginocchio sono allungati dalla gravidanza: per Azarenka il ritorno sui campi è rimandato all’anno successivo.

Nel 2017 Vika rientra per la stagione su erba. Gioca sui prati di Mallorca per preparare Wimbledon, dove entra in tabellone grazie al ranking protetto. A Londra vince tre match superando Bellis, Watson e la semifinalista dei Championships dell’anno precedente, Vesnina (testa di serie numero 16). Dunque nello Slam risulta subito piuttosto competitiva; fisicamente non ci sono tracce della gravidanza, visto che si presenta perfino più magra rispetto al periodo precedente lo stop; la perdita di peso forse ha comportato una diminuzione di potenza, ma di sicuro non di mobilità.

Probabilmente quello che sembra essere più difficile da recuperare è l’antico killer instinct, un limite che si fa sentire nella sconfitta contro la numero 2 del ranking Simona Halep (7-6(3), 6-2). Nel primo set due volte Azarenka va in vantaggio di un break, ma entrambe le volte si fa immediatamente controbrekkare. La sensazione è che rispetto alla prima fase di carriera, Vika fatichi a giocare bene nei momenti topici, ma complessivamente il recupero sembra molto ben avviato.

Invece, in modo del tutto inatteso, Wimbledon 2017 rimane l’ultimo impegno dell’anno: Azarenka deve rinunciare al resto della stagione per la causa legale con il padre sull’affidamento del figlio, che la tiene bloccata in California.

I tempi dei tribunali e quelli dello sport seguono logiche e ritmi differenti: i mesi passano senza che Vika possa tornare al tennis. A conti fatti, quando inizia nuovamente a competere, sono passati quasi due anni rispetto alla sua ultima, vera stagione. Ventidue mesi tra il maggio 2016 del Roland Garros e il marzo 2018 del match di rientro a Indian Wells, con il fugace intermezzo sull’erba del 2017.

a pagina 2: Il rientro del 2018

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La maturità di Ashleigh Barty

A Miami la giovane tennista australiana ha raggiunto un doppio traguardo: la vittoria nel torneo e l’ingresso in Top 10

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Ashleigh Barty - Miami 2019 (foto via Twitter, @WTA)

A Miami si è chiusa la prima parte di stagione sul cemento; anche se questa settimana si disputa ancora sul duro l’International di Monterrey, il Premier di Charleston (appena iniziato) sancisce il passaggio alla terra battuta: prima quella verde nordamericana, poi quella rossa europea. Si può quindi tracciare il primo bilancio parziale del 2019: a conti fatti si è risolto in un en plein per la generazione più giovane.
Finora stati quattro gli eventi più importanti disputati, e a conquistarli sono state una diciottenne, due ventunenni e una ventiduenne: Australian Open vinti da Naomi Osaka (nata nel 1997), Premier 5 di Dubai da Belinda Bencic (ugualmente del 1997), Premier Mandatory di Indian Wells da Bianca Andreescu (nata nel 2000), Premier Mandatory di Miami da Ashleigh Barty (1996).

Dunque la più “anziana” delle quattro è proprio la ventiduenne Barty, che compirà 23 anni fra un mese (il 24 aprile). Il successo di Miami non è solo il più importante della carriera di Ashleigh, ma le ha anche permesso di entrare finalmente in Top 10, dopo che due settimane fa a Indian Wells aveva mancato il traguardo per una manciata di punti. Ora i mille punti conquistati a Miami le hanno addirittura permesso di salire fino al nono posto.

 

1. L’enfant prodige
Barty è nata in Australia, una nazione che nel tennis ha una tradizione antica e luminosa, con una federazione particolarmente ricca grazie agli incassi derivati dalla organizzazione dello Slam. Malgrado questo, c’è stato un periodo in cui il movimento femminile sembrava in difficoltà nel trovare nomi all’altezza del suo glorioso passato; nomi capaci di raccogliere l’eredità, se non di fuoriclasse come Smith Court e Goolagong, quanto meno di una ottima giocatrice come Samantha Stosur, campionessa Slam agli US Open 2011.

Perse per strada due australiane di nascita come Konta e Robson (nate a Sydney e a Melbourne) perché diventate sportivamente britanniche, la federazione aussie a un certo punto ha cominciato a seguire la politica delle naturalizzazioni, “adottando” giocatrici di formazione tennistica europea come Rodionova, Gajdosova, Tomljanovic, Gavrilova. Però, a conti fatti (in attesa di scoprire se riusciranno a sfondare le più giovani Hon, Birrel, Aiava)  al momento la giocatrice di maggior successo è risultata proprio Ashleigh Barty, l’unica di scuola tecnica completamente australiana.

Che Ashleigh fosse una ragazzina di notevoli prospettive era apparso chiaro alla federazione già diversi anni fa, tanto da decidere di lanciarla a livello WTA sin dal gennaio 2012, ancora quindicenne, attraverso una serie di wild card nei tornei locali: Brisbane, Hobart, e perfino gli Australian Open. Gli esordi di Barty avevano suscitato molto interesse perché, al di là della giovane età, erano accompagnati da valutazioni dei tecnici particolarmente ottimistiche. In poche parole: si parlava di lei come di una autentica enfant prodige.

Ricordo abbastanza bene la sua prima partita a livello di tabellone principale WTA: a Hobart 2012, contro Bethanie Mattek-Sands. In quel momento Mattek era numero 56 del ranking, mentre Barty numero 674. Mattek vinse 6-2, 6-2. Un punteggio netto e inequivocabile, in cui però lo scarto era stato determinato soprattutto dalla differenza di “cilindrata” fisica: Ashleigh non era ancora strutturata a sufficienza per replicare a Bethanie con una adeguata pesantezza di palla; in compenso però aveva già chiaramente fatto vedere molte qualità.

Qualità non solo tecniche ma anche atletiche: completezza di repertorio tecnico, unita a una estrema facilità nel colpire e nel muoversi durante lo scambio, In lei tutti i movimenti (quelli di spostamento in campo, ma anche quelli specifici di approccio alla palla) risultavano estremamente fluidi, e diventavano un tutt’uno con la meccanica dei colpi. In sintesi: si capiva chiaramente che fosse dotata di un controllo atletico superiore, e che l’insieme del “gioco del tennis” le risultasse molto facile, naturale. E poi, soprattutto dalla parte del dritto, sembrava in grado di gestire la palla con estrema sicurezza, come se avesse sempre tempo a disposizione prima di colpire: segno della capacità di trovare la coordinazione all’istante.

Di recente WTA ha preparato un breve speciale video dedicato a Barty, in cui sono ripercorsi i suoi inizi (che sono raccontati più estesamente QUI). Ad appena 5 anni aveva chiesto in famiglia di poter imparare il tennis e allora era stata accompagnata nel centro sportivo più vicino a casa, a Ipswich (cittadina a circa 40 km da Brisbane). Lì insegnava uno dei tecnici più stimati della nazione per quanto riguarda i giovanissimi, Jim Joyce. Solo che Ashleigh era troppo giovane per gli standard di Joyce, che di solito accoglieva bambini dai 6-7 anni in su. Ma lei aveva così insistito da riuscire alla fine ad avere una chance, e provare a colpire. Giudizio: subito ammessa. All’insegnante era apparso chiaro che avesse un talento superiore: “Non ho mai trovato nessuno con una coordinazione occhio-mano come quella di Ashleigh” spiega oggi il suo primo maestro. Ma non era da meno “nell’attenzione che metteva durante le spiegazioni tecniche. Malgrado fosse la più piccola, e nel corso ci fossero ragazzi con il doppio della sua età, spiccava perché non mi staccava mai gli occhi di dosso mentre parlavo”.

Come quasi sempre per i campioni in erba, è l’inizio di una storia in cui si uniscono talento e applicazione: con il classico muro da consumare a furia di dritti e rovesci, poi i primi successi, i primi viaggi in giro per tornei. Barty diventa una delle più forti junior del mondo, numero 2 del ranking e campionessa di Wimbledon 2011 a soli 15 anni. Fra il 2012 e il 2013 segue il tipico iter di passaggio verso il professionismo alternando impegni junior, ITF e i primi WTA. La sua classifica cresce fino al 129mo posto WTA.
Ma prima che in singolare si afferma in doppio: in coppia con Casey Dellacqua nel 2013 raggiunge tre finali Slam, anche se perdendole tutte (Australian Open, WImbledon, US Open).

a pagina 2: Il ritiro e il ritorno

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