Frederico Gil in esclusiva: "Io come Mardy Fish, parlo del mio disturbo bipolare"

Interviste

Frederico Gil in esclusiva: “Io come Mardy Fish, parlo del mio disturbo bipolare”

Dopo la lettera di addio di Mardy Fish, che ha commosso il mondo del tennis e dello sport, un altro tennista del circuito maggiore parla in esclusiva con Ubitennis delle difficoltà nell’affrontare il suo disturbo bipolare, del dovervi convivere e allo stesso tempo continuare a fare il lavoro che ama

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L’intervista originale di Adam Addicott su Ubitennis.com/eng

Giocare a tennis in giro per il mondo per il 90% dell’anno richiede un grande sforzo fisico ai giocatori dell’ATP e della WTA. Per diventare i migliori del mondo, i tennisti sacrificano la loro vita personale, rimandano gli impegni familiari e passano la maggior parte dell’anno vivendo negli hotel. La ricompensa è potenzialmente enorme dal punto di vista del prize money e delle sponsorizzazioni. D’altra parte, le faticose esigenze dello sport possono avere un costo sul benessere emotivo di un giocatore e a volte richiedono troppo, anche ad alcuni professionisti.

Un tennista che ha sperimentato questo problema è stato il portoghese Frederico Gil. Gil ha raggiunto il suo best ranking nel 2011 diventando il numero 62 del mondo e guadagnandosi i quarti di finale del Masters 1000 di Montecarlo da qualificato. Ha fino ad oggi raggiunto un’unica finale ATP, al Portugal Open del 2010. Le conquiste di Gil sono qualcosa che tanti tennisti dei Futures invidierebbero, ma nel 2013, nel periodo più difficile della sua vita, ha deciso di prendersi una pausa dal tennis.

 

Ubitennis ha parlato in esclusiva con Gil al telefono, riguardo al periodo immediatamente precedente a alla decisione di abbandonare temporaneamente il tennis.
“Decisi di prendermi una pausa perché non ero più felice. Mi sentivo un po’ depresso. Iniziavo a sentirmi stanco del tennis e della mia vita personale, e quindi decisi di fermarmi.”

Nel periodo precedente lo stop, Gil ha detto di aver voluto una vita personale migliore, dopo aver affrontato un lungo periodo nel tour che era stato molto intenso. C’erano grandi aspettative su Gil dopo aveva raggiunto molti traguardi per la prima volta nel tennis portoghese. Nel 2010 è diventato il primo tennista portoghese della storia a raggiungere una finale ATP e nel 2012 è stato il primo a raggiungere un terzo turno di un Grande Slam. Gli alti standard di Gil avevano iniziato a pesare.

Subito dopo l’inizio dei 7 mesi di pausa, venne fuori che il periodo di assenza gli era servito per trattare un problema mentale. La cura cui si sottoponeva nel 2013 non stava funzionando e quindi chiese aiuto. Gil soffre di un Disturbo Bipolare della Personalità. Il Disturbo Bipolare è una condizione mentale segnata dall’alternanza di periodi di euforia e depressione. Secondo i media portoghesi, Gil ha iniziato a mostrare i primi sintomi del bipolarismo nei suoi primi 20 anni e si tratta di una condizione genetica.
Durante la pausa, Gil ha detto di aver avuto scarso supporto da parte dell’ATP, dal momento che gli hanno inviato un libro ed una lettere di sostegno.

“Mi hanno inviato una lettera e un libro per augurarmi il meglio”, ci racconta. “Il sostegno è stato davvero scarso, quello vero mi è arrivato dagli amici, dalla famiglia e dalla mia fidanzata. Dall’International Federation è stato molto poco.”
Ma nonostante l’ammissione di aver ricevuto poco supporto, Gil è scettico nel credere che avrebbero potuto supportarlo maggiormente. “Non so se avrebbero potuto fare di più, non più di quello che hanno fatto. L’ATP fa il proprio lavoro, che è quello di concentrarsi sul tour e non su di me.”

È tornato nel tour nel Febbraio del 2014 e si è confermato in due tornei Futures nel proprio paese d’origine (uno nel 2014, un altro nel 2015). Ha inoltre conquistato 7 tornei in doppio sempre nel circuito Futures. Due anni dopo quella pausa, all’età di 30 anni continua a fare i conti con il suo disturbo bipolare, ma rimane impegnato nello sport che ama.
“ A volte sento di avere molta più stabilità, sento di poter essere perfetto. In altri momenti sento le difficoltà di dover andare avanti e sorge in me il dubbio se continuare o fermarmi. A volte ce la faccio, altre no, ma va bene perché questa per me è normalità”, ci racconta Gil, che aggiunge, “Ci sono delle volte in cui mi sento stanco e deluso perché non sento nulla da parte delle persone che mi circondano, mi sento solo e triste, ma continuo ad andare avanti per i momenti in cui invece mi sento alla grande e sento di vivere la mia vita, di lavorare per raggiungere i miei sogni”.

Il dibattito sulle malattie mentali nel tennis è sempre stato un tema raramente trattato. Recentemente è stato portato alla luce dopo che Mardy Fish ha apertamente parlato dei suoi disturbi d’ansia in una lettera con cui diceva addio al tennis giocato. Gli studi sottolineano come una persona su quattro nella sua vita sperimenterà una qualche forma di disturbo mentale, che sia questo minore o più importante. Questo potrebbe significare che potenzialmente potrebbero esserci molti più tennisti nel circuito a dover affrontare questi problemi. E la ragione per cui non conosciamo queste storie potrebbe essere dovuto allo stigma che ancora circonda i problemi di natura mentale.

Riguardo ad altri tennisti che potrebbero soffrire dei suoi stessi problemi, Gil ha detto a Ubitennis che la chiave per tutti i tennisti nel circuito è “la felicità”, che un tennista ha bisogno di essere felice come persona e con quello che fa.

“È il segreto, è difficile a causa della pressione cui sono sottoposti i tennisti, è molto importante bilanciare tutti gli aspetti della propria vita ed essere felici di quello che si fa”.

Gil si trova attualmente al numero 435 del mondo. Giocherà in un torneo Challenger a Casablanca la prossima settimana, seguito poi da 4-5 tornei Challenger in Sud America. Il 30enne ci ha raccontato che spera di poter raggiungere la top 300 verso la fine di quest’anno in modo da poter partecipare al torneo di qualificazione all’Australian Open il prossimo Gennaio. Il tennista portoghese ha anche rivelato il desiderio di voler raggiungere l’obiettivo che ha sempre avuto sin da bambino.

“Il mio obiettivo principale è quello di entrare a far parte dei primi 50 del mondo, lo è sempre stato sin da quando ero un bambino, ma non ci sono mai riuscito essendomi fermato al n. 62. Mi piacerebbe raggiungere la top50 in singolare e la top100 in doppio.”

La storia dei problemi personali di Federico Gil è una di quelle che spesso non vengono alla ribalta. La collaborazione tra Ubitennis e Federico Gil è nata in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale. La speranza è quella che la storia di Federico possa aiutare altri tennisti che potrebbero trovarsi nella stessa situazione.

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Interviste

Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

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Interviste

L’investitura di Federer: “Nadal può diventare il migliore di tutti i tempi”

Direttamente dal Sudamerica, lo svizzero ha commentato il successo della Spagna in Davis esaltando il suo rivale di sempre. E intanto si lancia in un investimento in un brand di scarpe

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @LaverCup)

L’eccellente 2019 di Rafael Nadal gli è valso un’investitura di prestigio, da parte del suo miglior nemico: “Rafa può diventare il più grande di sempre“. Così ha commentato dall’altra parte dell’oceano Roger Federer, che ha seguito soltanto di riflesso la settimana di Davis, essendo impegnato nel tour sudamericano insieme a Sascha Zverev. Tra un bagno di folla e l’altro, è stata la tv argentina a recapitare al trascinatore della Spagna alla Caja Magica parole al miele.

Rafa è una grande persona oltre che un grande atleta – il commento di Federer, riportato da La Gazzetta dello Sport -, è riuscito a chiudere l’anno al numero uno del mondo undici anni dopo la prima volta. Hanno detto che sarebbe stato sempre infortunato e che non avrebbe potuto avere una lunga carriera, ma ha trovato il modo per reagire e costruirsene una fantastica“.

LA STORIA INFINITA – Due sono stati gli incroci tra i due fenomeni nella stagione appena conclusa. Il netto successo di Nadal nella semifinale del Roland Garros è stato pareggiato a Wimbledon, dove lo svizzero ha conquistato in quattro set il pass per la finale. Lo storico di una serie che – in attesa delle nuove puntate nel 2020 – vede il mancino avanti 24-16 nel testa a testa. Nel conto degli Slam, Federer è ancora avanti di misura (20 a 19) ma ormai vede l’avversario negli specchietti. “La stagione di Rafa è stata fenomenale – ha proseguito lo svizzero -, ha vinto Roland Garros e US Open. Ho imparato molto da lui, è un grande esempio per tutto il mondo dello sport. Sono felice di aver condiviso con lui grandi battaglie, probabilmente finirà per diventare il miglior tennista di tutti i tempi“.

Roger Federer e Rafa Nadal – Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

NUOVI INTERESSI – Una considerazione certamente basata – oltre che sulla grande stima che li lega – anche sul fattore anagrafico che certamente rema a favore del maiorchino. I 33 anni di Nadal sono un fattore da tener presente, al confronto con i 38 del fuoriclasse di Basilea. Che però è stato chiaro: non ha intenzione di smettere, almeno nell’immediato. Per quanto i suoi interessi siano ormai molteplici, al punto da rendergli l’agenda già piena – in proiezione – quando deciderà di lasciare il campo. Al già noto impegno della sua fondazione, che sostiene (tra le altre cose) la scolarizzazione in Africa, Federer ha aggiunto nei giorni scorsi un vero e proprio investimento imprenditoriale che ha attirato l’attenzione della stampa economica.

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ONward, this will be a fun run 🏃‍♂️ 😃‼️

 

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SCARPE SVIZZERE – Di ritorno dalla campagna sudamericana, si è concesso infatti lo scalo a New York per sottoscrivere l’accordo con il marchio “On”, brand svizzero di sneakers (scarpe sportive) che sta guadagnando significative quote di mercato al cospetto di competitor importanti come Nike e Adidas. L’azienda produce utili dal 2014 e i tre fondatori di Zurigo – tra cui l’ex campione di duathlon Olivier Bernhard – hanno deciso di tentare il grande passo, convincendo Federer non solo a diventare testimonial del brand, ma anche a investire.

Una linea di scarpe “On” legata espressamente al fuoriclasse di Basilea dovrebbe vedere la luce nel prossimo anno, stando a quanto rivela Il Sole 24 Ore. Il portale Blick – che ha raccolto una lunga intervista di Federer proprio su questo investimento e sulle ricadute per l’economia svizzera – ipotizza che la cifra stanziata possa variare in un range compreso tra i 50 e i 100 milioni di franchi svizzeri. In Euro, tra i 45 e i 90 milioni.

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Interviste

Piqué e Haggerty: “Non c’è spazio per due competizioni così simili”

Il centrale del Barcellona e il presidente ITF tirano le somme della prima edizione della nuova Coppa Davis. E non le mandano a dire a Federer e Chris Kermode

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David Haggerty - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Con il successo in finale della Spagna padrona di casa sulla giovane Canada, calano i sipari sulla prima edizione della nuova Coppa Davis. Se n’è parlato tanto di questo nuovo formato, con le migliori 18 squadre chiamate a contendersi l’insalatiera in un torneo ad eliminazione, in una sola città, a fine novembre. Se ne è parlato soprattutto prima, e per lo più in maniera critica. Se ne è parlato durante, mettendo in luce possibili migliorie, alcune facilmente attuabili e altre meno. Ma non tutto è stato da buttare. Il livello della competizione è stato indubbiamente alto, con un campo partecipanti di tutto rispetto. L’atmosfera, forse anche grazie alle brillanti performance dell’armata iberica, è stata degna della storia e tradizione secolare della Davis.

A tirare le somme, in conferenza stampa, sono stati i due artefici di questa competizione: David Haggerty, il presidente della ITF, e Gerard Piqué, difensore centrale del Barcellona, nonché leader del fondo di investimento Kosmos, che ha scommesso sul rinnovamento di una storica competizione in evidente declino. In fondo è stata la loro Davis, ancora che di Nadal e Bautista Agut. Ci hanno messo la faccia dall’inizio alla fine, difendendosi da ogni accusa e rimarcando ogni obiettivo raggiunto. È andata così anche di fronte ai giornalisti al termine della competizione. Il primo spiovente in mezzo all’area non poteva che riguardare gli spalti semi deserti durante tante sfide. A scacciare via la palla ci pensa Piqué. “Questa è stata la prima edizione con il nuovo formato. Un sacco di persone non sapevano cosa aspettarsi. Non sapevano come sarebbe andata. Quindi ce ne aspettiamo di più il prossimo anno. È vero che alcuni campi non erano pieni. Ma è anche vero che tifosi da tutti paesi erano presenti. C’erano persino dei tifosi dal Kazakistan”, afferma il calciatore e businessman spagnolo. 

Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Manuel Queimadelos / Kosmos Tennis)

E il suo ragionamento fila. È possibile che il discreto successo della nuova formula stile campionato del mondo convinca più persone a raggiungere Madrid nel 2020. La matassa si fa più difficile da sbrogliare quando si parla della collocazione in calendario, che ha causato diverse defezioni e la partecipazione di giocatori stanchi o in precarie condizioni fisiche, come nel caso dell’Italia. “Non nascondiamocelo. Uno dei più grossi problemi nel tennis oggigiorno è il calendario. La ITF e Kosmos sono molto aperti a parlarne con la ATP. Soprattutto ora che c’è una nuova guida”, spiega Haggerty. 

ATP che però è nel frattempo è andata in contropiede, lanciando una nuova competizione a squadre, con un formato simile, ovvero la ATP Cup. La prima edizione avrà luogo questo gennaio in Australia, con una collocazione in calendario molto favorevole per i tennisti che vogliono preparare lo Slam inaugurale. Piqué non ci sta e continua a sottolineare che il suo obbiettivo finale è arrivare ad un’unica competizione. Che ovviamente deve essere la sua Davis. “L’anno scorso ci siamo seduti al tavolo con la ATP. Con il vecchio presidente (Chris Kermode, ndr) il clima non era ideale. Ma ci abbiamo provato. Ora ci sono dei cambiamenti per loro e ci aspettiamo di sederci di nuovo al tavolo. Ribadisco che noi vogliamo arrivare ad un accordo per avere in futuro una singola competizione, un grande evento di due settimane nella collocazione migliore possibile nel calendario. Novak e Rafa hanno detto che lo vogliono pure loro. E lo vorrebbero a settembre. Noi è dall’inizio che diciamo che questa soluzione è la migliore. Penso che sia la cosa migliore per il tennis. Non ha senso avere due competizioni diverse ma così simili. Insomma, le intenzioni sono chiare. Ora la palla passa nel campo della ATP. 

David Haggerty e Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Ma la strana coppia Haggerty-Piqué intanto continua a pensare a come migliorare il proprio di evento. Una delle idee è fare una fase finale combinata, Davis e Fed Cup. “Sarebbe una cosa molto logica”, spiega il boss della ITF. Abbiamo annunciato di recente che le Finals per i prossimi tre anni si svolgeranno a Budapest. Nel lungo periodo puntiamo ad avere una competizione che metta insieme Davis e Fed Cup”. Nella lista delle cose da fare, c’è anche da decidere dove si sposterà la fase finale della Davis dal 2021, quando sarà scaduto l’accordo con Madrid. “Abbiamo un sacco di opzioni. Madrid ha espresso l’interesse di ospitare l’evento per un anno in più. Inoltre, abbiamo offerte dall’Asia, dal Nord America, dal Sud America. Decideremo nei prossimi mesi. C’è una procedura da rispettare”, sostiene Piqué. Come a sottolineare che questo nuovo format è molto ambito. 

All’ultimo minuto, il centrale del Barcellona si getta nell’area di rigore avversaria sul tema Federer. La stoccata è di quelle che lasciano il segno. “Fin dall’inizio abbiamo provato a sederci con lui. Ho avuto un sacco di conversazioni con il suo agente, Tony Godsick, e abbiamo instaurato un bel rapporto. Una volta mi ha detto di inviare un invito formale a Federer. E lo abbiamo fatto. All’improvviso, non so cosa sia successo, hanno cambiato completamente la loro posizione. E la trattativa si è arenata. Preferisce non giocare la Davis. E nemmeno potrebbe farlo dato che la Svizzera non si è qualificata. La situazione è la seguente. Loro hanno la Laver Cup che è il loro progetto. Ci sta che la tutelino. Noi abbiamo il compito di migliorare una competizione che ha 119 anni di storia. Non penso che si possano comparare i due eventi da questo punto di vista”.

Una incornata di testa, dritta dritta all’angolino della porta difesa dal fuoriclasse svizzero. La sfida è lanciata. Davis contro ATP Cup contro Laver Cup. Haggerty e Piqué contro Gaudenzi contro Federer. Ne rimarrà solo una?

 

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