Alla guida della WTA: Stacey Allaster e i cambiamenti nel tennis femminile

Al femminile

Alla guida della WTA: Stacey Allaster e i cambiamenti nel tennis femminile

Stacey Allaster ha lasciato la guida della WTA dopo oltre sei anni, durante i quali ha preso importanti decisioni strategiche che hanno influito sul futuro economico e tecnico del tennis femminile

Pubblicato

il

Nel settembre scorso Stacey Allaster, ha rassegnato le dimissioni. La manager canadese era entrata a far parte della WTA nel 2006, chiamata prima come presidente e poi come CEO dell’organizzazione. Era diventata la numero uno della Associazione nel luglio 2009, succedendo a Larry Scott; quindi ha governato il movimento tennistico femminile per oltre sei anni.
Nata nel 1963, prima di lavorare alla WTA aveva diretto gli Open del Canada. Le sue dimissioni sono arrivate a sorpresa, visto che il mandato scadeva nel 2017. Ma ha dichiarato di non voler più continuare con una vita troppo stressante e impegnativa, e di voler rallentare i ritmi di lavoro prima di pagarne le conseguenze sulla salute. Come possiamo valutare il suo operato, e come ha influito sul tennis femminile in questi anni?

1. La crescita del montepremi
L’aspetto che più spesso viene citato della presidenza Allaster è il consistente aumento del montepremi messo a disposizione delle tenniste. Quanto consistente? A leggere gli articoli che circolano in rete, risultano numeri contraddittori e percentuali molto approssimative. Non rimane che andare alla fonte e verificare i dati, confrontando il montepremi del 2008 (ultimo anno intero di presidenza Scott) con quello del 2015.

Secondo gli archivi WTA, nella stagione 2008 il montepremi complessivo era pari a 72 milioni e 925.205 dollari, ripartiti in due voci fondamentali: $35.339.800 tornei WTA, e $37.585.405 quota femminile degli Slam (numeri che comprendono sia il singolare che il doppio).
Nel 2015 la cifra è salita a 129 milioni 309.863 dollari, ripartiti in $57.206.938 (WTA) e $72.102.925 (Slam).
Mi pare una performance apprezzabile, visto che la crescita è avvenuta in anni difficili per le economie delle nazioni di riferimento del tennis (nordamericane ed europee), anche se la parte derivante dagli Slam (gestita dalle Federazioni) ha avuto un aumento superiore rispetto a quella di competenza WTA: +91,84% contro +61,88%.

 

Se poi vogliamo tenere conto del costo della vita negli USA, essendo le cifre espresse in dollari (procedimento molto sommario, considerando le tante nazioni coinvolte), otteniamo questi valori indicizzati: Slam +73,58%, tornei WTA +46,47%. Totale indicizzato: +60,45%

Aumento montepremi cifre assolute e percentuali

2. L’importanza del montepremi per la salute del movimento
Mi rendo conto che tutti questi numeri non siano un argomento molto accattivante per un appassionato di tennis, ma parlare di soldi e di compensi delle tenniste non è un ragionamento fine a se stesso.

Mi spiego: le giocatrici professioniste affrontano spese notevoli, visto che per partecipare ai tornei devono continuamente spostarsi da una nazione all’altra e per prepararsi hanno bisogno di uno staff personale, meglio se sempre al seguito (di solito allenatore e fisioterapista, ma ci sono team più numerosi).
Teniamo presente che ad inizio carriera ben difficilmente una giovanissima, magari minorenne, può viaggiare senza una persona di fiducia che l’accompagni, spesso un genitore (anche per questo sono frequenti i genitori-allenatori).
L’aumento del montepremi a disposizione facilita sul piano economico chi aspira a diventare professionista, e in generale aiuta a mantenere sufficientemente vasto il ventaglio di concorrenti in grado di far parte del movimento senza perdere denaro. In altre parole, significa favorire il ricambio e la salute del tennis professionistico nel suo insieme.

In più, se si riesce ad arrivare ai vertici, i guadagni diventano altissimi. Aggiungo che, a differenza del tennis maschile, il tennis femminile è di gran lunga la disciplina più remunerativa per una atleta donna, come attestano tutte le classifiche annuali.
Ad esempio nel 2014-5 sei delle prime sette sportive più pagate del pianeta erano tenniste (1 Sharapova, 2 Williams, 3 Wozniacki, 5 Ivanovic, 6 Kvitova, 7 Halep).

3. Il contrasto di interessi tra le migliori e le seconde linee: la Road map e i 125 K
Ma lo squilibrio tra le primissime e le giocatrici di rincalzo produce una situazione complessa da gestire, con un contrasto di interessi.
Spesso le migliori giocatrici si lamentano della durata del calendario, della fatica che richiede e del rischio di infortuni che deriva dal giocare troppo. Questi sono i problemi di chi arriva in fondo quasi ad ogni torneo, disputando tante partite in una settimana.

Nel 2009, è stata inaugurata la cosiddetta Road map, una riforma del calendario che ha accorciato la stagione nella parte finale (conclusione nel mese di ottobre invece che in novembre) e contemporaneamente ha collocato i tornei in periodi e ambiti geografici coerenti: inizio anno in Australia, poi indoor europeo e/o tornei nel vicino oriente, quindi cemento statunitense, primavera sulla terra europea etc etc.
Malgrado questo, molte delle migliori preferirebbero un calendario ancora più corto, (non solo per aumentare le vacanze e il riposo, ma magari anche per avere più spazio per ben retribuite esibizioni).

Mentre invece chi vive una stagione difficile, perdendo spesso ai primi turni e racimolando poco, avrebbe bisogno che le occasioni per giocare e guadagnare si protraessero sino ad autunno inoltrato. E infatti molte tenniste negli ultimi mesi dell’anno prendono parte a campionati nazionali (o tornei simili): competizioni a squadre in cui sono retribuite dal team che rappresentano, proprio per cercare di far quadrare il bilancio.
Anche per venire incontro a queste esigenze Stacey Allaster ha introdotto nel 2012 una categoria di tornei intermedia tra i WTA International (quelli di fascia più bassa con montepremi da 280mila dollari) e i tornei del circuito ITF. Sono i sei tornei delle WTA 125K Series (con 125mila dollari di montepremi), ai quali non possono partecipare le prime dieci del ranking. Oggi i tornei WTA classici sono 59, più appunto i sei 125 K. E quattro su sei si disputano in novembre, dopo il Masters.

4. Alla caccia del denaro cinese: i cambiamenti di geografia nel tennis
Dei sei tornei 125 K, quattro sono organizzati in Asia. Ma questo è solo uno degli aspetti di una tendenza che ha riguardato anche i tornei di prima fascia WTA: è tutto il calendario che sotto la guida di Stacey Allaster è stato riformato puntando sull’espansione cinese.

WTA Distribuzione geografica
Se confrontiamo la distribuzione per nazioni nel 2008 (il torneo olimpico non è conteggiato) rispetto a quella del 2015, notiamo che sia Europa sia Nordamerica hanno perso tre tornei, mentre la vera grande crescita si è avuta nell’area cinese, passata da 2 a 8 tornei: 6 in Cina, più il Masters a Singapore e un International a Hong Kong. Perché questo va sottolineato: più che di espansione asiatica, si deve parlare di espansione cinese, visto che i numeri di crescita si concentrano lì.

Tabella Elenco Nazioni

Allaster ha fatto leva su un fenomeno duplice: da una parte la crescita costante e superiore a quella di quasi tutto il resto del mondo dell’economia in Cina, dall’altra le vittorie di Li Na e i buoni risultati di Peng Shuai e Zheng Jie, che hanno fatto esplodere la popolarità del tennis in patria.
Si può dire senza timore di sbagliare che la vittoria di Li Na al Roland Garros 2011 sia stata, sul piano economico, l’avvenimento più importante degli ultimi anni di WTA. Li Na con le sue vittorie e la personalità decisa e originale, aveva raggiunto una enorme popolarità, ed era diventata il personaggio chiave per cercare di rendere di successo l’avventura dei nuovi tornei cinesi.
Il suo ritiro nel 2014 e i gravi problemi fisici di Peng Shuai (semifinalista agli US Open 2014) hanno inferto un duro colpo al progetto di espansione di Stacey Allaster. E così spesso nei nuovi tornei cinesi si vedono spalti desolatamente vuoti: il pubblico ha un interesse troppo recente e tutto da coltivare, e senza il traino delle giocatrici locali fatica ad appassionarsi.
D’altra parte anche le tenniste più forti (tutte europee o americane) mostrano poco entusiasmo nei confronti della lunga stagione asiatica successiva agli US Open: e così fioccano i forfait e i ritiri.
Cito quanto avevo scritto nel dicembre 2013:

“Se pensiamo che Li Na sta per compiere 32 anni, e ha già vissuto momenti di sbandamento e incertezza sul suo futuro (dopo la vittoria al Roland Garros 2011 e prima di Wimbledon 2013), arrivando a pensare seriamente al ritiro, si capisce quanto possa essere fragile l’assetto economico che la WTA sta cercando di raggiungere con la “conquista” dell’Oriente. Stacey Allaster (manager capo della WTA) si è presa un bel rischio; forse dovrebbe far viaggiare Li Na in una teca di cristallo, o meglio ancora in una cassaforte, come i prodotti di inestimabile valore; perché, dopo queste decisioni strategiche, in termini economici la sua presenza nel circuito è più che importante: è fondamentale.”

Che l’espansione cinese sia stata probabilmente eccessiva non è più un semplice parere di osservatori esterni, ma una esplicita convinzione dei nuovi dirigenti. Ha dichiarato Micky Lawler, presidente della WTA: “We know, the Chinese know, the Singaporeans know that this part of the year it’s just too much,
(“Noi sappiamo, i Cinesi sanno, a Singapore sanno, che questa parte dell’anno è davvero eccessiva”).

In questo quadro di rinnovamento geografico va segnalato come positivo l’ingresso del Brasile, anche se in un contesto di calendario non integrato al meglio con la Road map. Ma ricordo anche la scomparsa di alcuni Paesi. Di tutte le nazioni che sono uscite dal circuito in questi anni trovo che ne spicchino due: l’India, che è un bacino di popolazione enorme, con una tradizione tennistica significativa e che può anche contare su una giocatrice vincente nel doppio come Sania Mirza.
E la Svizzera: è quasi incredibile che una nazione così ricca, con due giocatrici tra le primissime del mondo in singolare (Bacsinszky e Bencic) e con Hingis di nuovo in attività che raccoglie vittorie a ripetizione in doppio, si ritrovi senza nemmeno un piccolo WTA in calendario. Ma questo evidentemente non dipende solo dalla Associazione giocatrici, ma anche dalla mancata intraprendenza degli organizzatori locali.

5. Il rischio estinzione di alcune superfici e dei tornei indoor
La crisi della cosiddetta “asian swing” dimostra che non tutto può essere determinato da questioni economiche. E comunque decidere sulla base di ragionamenti di convenienza a breve termine può rivelarsi poco redditizio a medio-lungo termine.

Probabilmente si rimetterà mano alla Road map. In un quadro di riconsiderazioni critiche del calendario, si dovrebbe a mio avviso provare ad invertire alcune tendenze dell’ultimo periodo: la diminuzione dei tornei indoor e il rischio di estinzione di alcune superfici. Il carpet, tipico dei tornei al coperto ha lasciato il posto al cemento. E se l’erba offre un torneo in più con la promozione di Nottingham lo si deve a scelte collegiali, prese insieme ad ATP e ITF, che hanno portato allo slittamento di una settimana del torneo di Wimbledon.

WTA Distribuzione superfici

Personalmente mi preoccupa molto quell’uno alla casella superfici riferito all’Har-Tru: la cosiddetta “terra verde” americana è una superficie che produce un tennis spettacolare e differente, visto che consente un palleggio veloce unito ad alcune soluzioni tecniche (come le scivolate o i drop-shot) tipiche della terra europea. Ormai l’Har-Tru resiste solo a Charleston (con una data nemmeno troppo felice), e quando i numeri sono tanto esigui il rischio della sparizione definitiva è sempre in agguato.

Per la verità se si deve fare una analisi limitata alla gestione Allaster occorre riconoscere che molti tornei indoor sono stati eliminati prima che salisse in carica: il processo è più antico e deriva dalla progressiva internazionalizzazione del circuito che ha sottratto tornei all’Europa e agli USA nei mesi più freddi. Una volta spostati in paesi con il clima più mite sono venute meno le ragioni organizzative del tennis al coperto, riducendo l’offerta. Oggi si può dire siano rimasti solo due tornei indoor davvero importanti: il Masters e Stoccarda, che però a causa della posizione in calendario ha optato per la superficie in terra rossa. Gli altri o sono piccoli International o soffrono per la data infelicissima, come Mosca, spesso disertato dalle migliori.

6. Il rapporto con l’eredità del passato e con l’ITF
Dunque le scelte economiche e geografiche hanno finito per avere una ricaduta tecnica, per lo più negativa; la definisco negativa perché a mio avviso la tendenza all’omologazione delle condizioni di gioco finisce per impoverire lo spettacolo. E poi la varietà di ambienti e superfici è una qualità storica del tennis, una componente culturale importante di questo sport, che credo vada salvaguardata.

Ma non si può dire che Allaster abbia sempre mostrato di non tenere alla tradizione e alle eredità del tennis; c’è stata al contrario molta attenzione per le grandi figure del passato: non manca mai il profondo rispetto per le campionesse ormai ritirate; oppure nel 2013, in occasione dei 40 anni della WTA, sono state a lungo celebrate le fondatrici dell’associazione.
Questa è la chiave di lettura più ottimista; temo però che, almeno in parte, alcuni riconoscimenti lascino anche trasparire un residuo di rancore nei confronti della federazione tennis (ITF), sentita come uno dei “nemici” storici verso il passaggio al professionismo e la definitiva emancipazione del tennis femminile.

Forse questo atteggiamento ha finito per rendere poco produttivi i rapporti tra WTA e ITF per quanto riguarda la Fed Cup (gestita dalla Federazione Internazionale), manifestazione che sotto la gestione Allaster è stata quasi boicottata, con l’introduzione del “Masterino” in concomitanza con la finale di Fed Cup (oggi per fortuna non è più così).
A mio avviso si è trattata di una scelta poco lungimirante, perché una Fed Cup più qualitativa potrebbe trasformarsi in uno strumento promozionale per il tennis femminile nel suo insieme; la specificità della Fed Cup, infatti, sta nella capacità di raccogliere l’interesse di una porzione di pubblico più abituato ad interpretare lo sport come un confronto fra nazioni e che quindi fatica ad appassionarsi, almeno inizialmente, a una disciplina tipicamente individuale come il tennis.

7. Il ruolo delle innovazioni tecnologiche: televisione e informatizzazione
Di recente Stacey Allaster ha mostrato di saper guardare al futuro con due accordi importanti.
Il primo è quello con la piattaforma digitale Perform (società di media inglese) che dovrebbe garantire dal 2017 la copertura delle riprese di tutti i tornei per quanto riguarda il singolare, e di tutte le semifinali e finali di doppio.
Grazie alla maggiore flessibilità dei nuovi strumenti tecnologici dovrebbe essere quindi possibile per un appassionato di tennis seguire tutte le partite di qualsiasi giocatrice gli interessi, sempre che prenda parte ad eventi a livello WTA. Se si pensa a quale era la copertura di alcuni tornei statunitensi sino a qualche anno fa, costituisce indubbiamente un notevole progresso.

Il secondo è un accordo di sponsorizzazione con la SAP (società di software tedesca) per fornire agli allenatori  informazioni ed elaborazioni statistiche sui match, anche durante la partita in corso, utilizzabili durante il coaching.

Di fronte a questa attenzione per le innovazioni tecnologiche colpisce in negativo l’offerta del sito ufficiale WTA. Ricorderete i pasticci compiuti sulle posizioni utili per prendere parte al Masters 2015; a questo aggiungerei anche una generale povertà di contenuti statistici e numerici.
Il sito WTA aggiorna le classifiche solamente una volta alla settimana, costringendo lettori e giornalisti a fare calcoli artigianali o ad affidarsi a siti non ufficiali mai del tutto affidabili. Anche le statistiche sui match e sulle carriere messe a disposizione sono limitatissime, davvero insufficienti se si pensa alle potenzialità di oggi.
Il sito da molti anni soffre anche di problemi di individuazione dei contenuti: in sostanza alcune pagine si trovano soltanto se si sa già che esistono, utilizzando parole chiave nei motori di ricerca, perché dai menu interni non sono rintracciabili.

Paragonati alle decisioni strategiche da milioni di dollari di cui ho parlato prima questi problemi possono sembrare piccole cose, ma in fondo il sito ufficiale di una organizzazione è un po’ il biglietto da visita digitale nei confronti di milioni di persone, per cui stupisce la trascuratezza che comunica.

8. Conclusioni
Come quasi sempre in questi casi, in sede di bilancio si trovano luci ed ombre. Un giudizio più o meno positivo sull’operato di Allaster penso che ciascuno di noi lo potrà dare in base al peso che sentirà di assegnare alle diverse decisioni prese. Ad esempio: conta di più l’aspetto economico o quello tecnico? E bisogna curarsi di più delle tenniste di vertice, le più forti e popolari o viceversa preoccuparsi di più degli interessi di quelle economicamente meno privilegiate?
Oggi si può dire che la WTA che il nuovo CEO Steve Simon ha “ereditato” da Stacey Allaster, sia la più ricca e importante organizzazione di tutto lo sport professionistico femminile; una organizzazione che opera in tutti i continenti, e che proprio per la sua condizione globale non può che essere costantemente in movimento e trasformazione.

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

Pubblicato

il

By

Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

 

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

Continua a leggere

Al femminile

Verso lo US Open più indecifrabile di sempre

Si torna finalmente a giocare uno Slam, ma senza reali certezze tecniche e con molte incognite. Saprà Serena Williams confermare il ruolo da favorita?

Pubblicato

il

By

Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Nella settimana che precede l’inizio di uno Slam questa rubrica è dedicata alla presentazione del grande evento in arrivo. Sarà così anche questa volta, anche se ci troviamo in una situazione anomala, del tutto diversa da un normale vigilia pre-Major.

I motivi sono ormai arcinoti: lo svolgimento del torneo all’interno della “bolla”, la mancanza di pubblico, i pochissimi match di preparazione disputati e l’assoluta incognita sulle condizioni di forma delle tenniste di vertice. Se possibile la sensazione di incertezza è ulteriormente aumentata in queste ore, dato che le prime due teste di serie sono state sconfitte all’esordio nel Premier di preparazione (normalmente svolto a Cincinnati ma quest’anno ospitato nell’impianto di Flushing Meadows). La testa di serie numero 1 Karolina Pliskova è stata infatti eliminata da Veronika Kudermetova per 7-5 6-4, mentre Sofia Kenin è stata estromessa da Alizè Cornet per 6-1, 7-6 (dopo aver rischiato di perdere ancora peggio, visto che ha salvato due match point sul 6-1, 5-2).

Insomma, al momento la situazione in vista dello Slam è questa: le condizioni di forma della giocatrici presenti sono ancora tutte da capire, mentre già sappiamo che ci saranno assenze di rilievo. Il campo di partecipazione delle Top 10 è infatti menomato, tanto che ci si chiede: in una situazione del genere quanto varrà il prossimo US Open? Andrà considerato come uno Slam “vero” oppure no? Per esempio Marion Bartoli lo ha già ridimensionato in partenza. Lo ha fatto ricorrendo a una iperbole (“Mancheranno 20 dei migliori 32 al mondo”), ma se invece che numeri generici avesse citato il dato reale, forse non avrebbe fatto meno impressione: infatti mancheranno sei delle prime otto giocatrici del mondo. Ecco l’elenco delle Top 10 assenti:

 

1 Ashleigh Barty
2 Simona Halep
5 Elina Svitolina
6 Bianca Andreescu
7 Kiki Bertens
8 Belinda Bencic

In pratica se non fosse per la presenza di Pliskova e Kenin (numero 3 e 4 del ranking), avremmo come prime teste di serie le giocatrici che di solito scendono in campo nel “masterino” di Zhuhai, che prevede come partecipanti proprio chi ha la classifica dal numero 9 in poi. In più sappiamo che mancheranno altre tenniste attualmente di classifica inferiore come Wang Qiang, Pavlyuchenkova, Strycova, Kuznetsova, Zheng, Goerges, Ferro, Zhu, Wang Yafan, Potapova, Bogdan, Stosur (che ha vinto lo US Open 2011, mentre Kuznetsova è la campionessa del 2004).

E quindi? Quanto il prestigio intrinseco dello Slam riuscirà a mascherare le assenze? Penso che la risposta dipenderà in parte dalla qualità di gioco offerta. Se molte partite saranno deludenti e si sentirà la mancanza di tante giocatrici di vertice, sarà un ulteriore colpo al torneo. Se invece avremo parecchi match di qualità (le tenniste presenti potrebbero comunque essere in grado di offrirli), sarà un punto a favore della credibilità.

Ma al di là di tutto, indipendentemente dalle singole e personali interpretazioni di ciascuno di noi (commentatori, giornalisti, appassionati), credo che la risposta definitiva ce la darà la storia. Mi spiego: se in futuro si consoliderà l’abitudine di ricordare i risultati di questo US Open citandoli sempre con un virtuale asterisco accanto, sottolineando che il torneo ha avuto un lotto di partecipanti falcidiato, inevitabilmente lo Slam risulterà sminuito.

Se invece prevarrà la tendenza e parlarne senza particolari connotazioni negative, a lungo andare finirà “digerito” all’incirca come uno Slam normale. Ma per scoprire come andranno le cose occorreranno anni, quelli necessari a valutare il tutto con una prospettiva storica. Mentre per il futuro prossimo immagino le diatribe tra tifosi quando si dicuterà della giocatrice che uscirà vincente dallo US Open 2020: “Eh sì, bella forza vincere uno Slam del genere”.

Magari sbaglio, ma forse un solo esito metterebbe subito in secondo piano la questione: se a vincere fosse Serena Williams. Innanzitutto perché in senso assoluto il curriculum di Serena rimarrebbe comunque inattaccabile. Mentre per quanto riguarda il traguardo storico che eguaglierebbe, cioè i 24 Major di Margaret Smith Court, nessuno potrebbe avere granché da obiettare, visto che Smith Court vanta nel proprio palmarès 11 Slam australiani, alcuni dei quali vinti di fronte a una concorrenza non irresistibile.

Guardate per esempio il tabellone degli Australian Championships 1961 (vedi QUI) con meno di 50 tenniste al via, tutte australiane a parte la britannica Cox. O quello del 1964, che per essere vinto richiese a Court appena quattro match. Sono dati come questi che permetterebbero a Williams di assommare il prossimo US Open ai suoi attuali 23 senza particolari discussioni o diminutio; perché, in sostanza, il record con cui si misura Serena non è esente da obiezioni tecniche anche più gravi.

Sicuramente ci sarà occasione di tornare sul tema a torneo concluso. Al momento la speranza è che non si debba rinunciare in extremis ad altre partecipanti, perché ci potrebbero essere altri forfait non causati da scelte prudenziali ma da più usuali infortuni sportivi. Ricordo che la campionessa in carica Bianca Andreescu molto probabilmente non sarebbe stata al via anche in un torneo “normale”, visto che non gioca dell’ottobre 2019, quando si è infortunata al ginocchio al Masters di Shenzhen; da allora è passata di forfait in forfait, senza più affrontare match ufficiali.

Oggi qualche dubbio c’è anche su Muguruza, che ha rinunciato al Premier in corso per problemi a una caviglia. Infine potrebbero esserci assenze che potrebbero dipendere da positività al virus di chi è all’interno della bolla predisposta dagli organizzatori.

a pagina 2: I dati delle prime teste di serie

Continua a leggere

Al femminile

Quattro temi (e mezzo) da Lexington

Da Jennifer Brady a Serena Williams, passando (in parte) per Jil Teichmann: in vista dello US Open il circuito WTA è tornato a giocare sul cemento, proponendo spunti interessanti

Pubblicato

il

By

Jennifer Brady - Brisbane 2020 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

Se consideriamo i due tornei della scorsa settimana (Praga e Lexington) in prospettiva US Open, tutto sommato l’International di Praga ci ha dato meno informazioni utili. Poteva essere interessante scoprire la condizione di Simona Halep, ma la sua rinuncia alla trasferta americana ha reso poco significativo il suo successo. A scanso di equivoci: bene per lei, che da testa di serie numero 1 ha confermato le gerarchie di partenza, ma di questa prestazione si terrà conto semmai quando (e se) si giocherà il Roland Garros. Più spunti interessanti sono invece arrivati dal torneo giocato sul cemento di Lexington.

1. Jennifer Brady
A 25 anni compiuti Jennifer Brady ha finalmente vinto il suo primo torneo WTA, battendo in finale a Lexington Jil Teichmann. Per parlare di Brady prendo le cose un po’ alla lontana. Jennifer si era messa in luce per la prima volta all’inizio del 2017 quando, da numero 118 del ranking, partendo dalle qualificazioni era riuscita ad approdare al quarto turno dell’Australian Open. Era poi stata eliminata da Mirjana Lucic (che sarebbe arrivata fino alla semifinale), ma lungo il suo cammino aveva sconfitto giocatrici come Townsend, Watson e Vesnina. Ricordo che quella Vesnina era una giocatrice in piena forma: dopo un ottimo 2016 (vittoria a Charleston, semifinale a WImbledon), nel marzo 2017 avrebbe addirittura vinto Indian Wells.

 

Le armi che avevano permesso a Brady l’exploit a Melbourne sono quasi le stesse che abbiamo ammirato la settimana scorsa a Lexington: un gran dritto, di potenza quasi maschile, e un servizio efficace e vario, visto che contempla un ottimo kick da alternare alle soluzioni tese. Personalmente ero rimasto piuttosto colpito dalle prestazioni in quello Slam australiano, tanto che alla vigilia di ogni stagione mi domandavo se includerla nella rosa di giocatrici che avrebbero potuto migliorare la propria classifica nei mesi successivi (per capirci: mi riferisco a questo tipo di articolo, che scrivo ormai da alcuni anni).

Nell’articolo di “previsione” sul 2018, al momento di scegliere i nomi definitivi avevo però deciso di escluderla, perché dopo quell’ottimo Major aveva faticato a ripetersi. La scarsa fiducia si era rivelata corretta; non solo quell’anno, ma anche in quelli seguenti, non erano arrivati progressi solidi. E il ranking lo testimoniava: oscillazioni a ridosso del centesimo posto, con una classifica ben lontana dal livello mostrato in quello Slam, che diventava sempre più remoto.

Del resto quando l’avevo vista giocare in altri tornei, avevo avuto l’impressione di seguire la versione “gemella scarsa” di quella ammirata a Melbourne: parecchi gratuiti di dritto, un rovescio insicuro (non è mai stato il suo punto forte, ma non poteva trasformarsi in una zavorra) e una mobilità non all’altezza. Forse il problema principale era proprio quello della mobilità; non che fosse particolarmente lenta, ma lo era in rapporto a quanto aveva in mente di fare.

Cerco di spiegarmi meglio: spesso dava l’impressione di non avere l’anticipo sufficiente per la dose di aggressività che avrebbe voluto scaricare sulla palla. Le conseguenze erano inevitabili: colpi organizzati in extremis, perdendo il controllo del movimento; e questo anche dalla parte del dritto, che avrebbe dovuto essere l’architrave del suo tennis. Va sottolineato che lo swing di dritto che utilizza non è molto consueto (QUI la spiegazione in dettaglio) e richiede tempi di preparazione ed esecuzione adeguati.

Fatto sta che passavano le stagioni e la conferma dello Slam australiano non arrivava mai. Qualcosa però è cambiato alla fine del 2019. Brady ha scelto un nuovo allenatore, Michael Geserer, nella preseason si è trasferita in Germania, si è asciugata fisicamente, e i risultati si sono immediatamente visti. Nel 2020 Jennifer ha esordito a Brisbane con il botto: dopo aver superato le qualificazioni ha sconfitto Maria Sharapova (anche se l’ultima Sharapova aveva mille problemi fisici), e poi la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, prima di perdere nei quarti, al sesto match in pochi giorni, da Kvitova.

Dopo un paio di sorteggi sfortunati, che le sono costati eliminazioni al primo turno (Halep a Melbourne e Kuznetsova a S. Pietrburgo), Brady ha cominciato a vincere con regolarità. Partendo dalle qualificazioni ha raggiunto la semifinale a Dubai: fermata da Halep ma dopo aver eliminato giocatrici importanti come Hsieh, Vondrousova, Svitolina e Muguruza. Mentre a Doha ha superato un’altra Top 20 come Riske prima di perdere 7-6 al terzo da una ispiratissima Jabeur.

Insomma, Brady sembra davvero maturata. Il suo tennis è diventato più concreto: è più attenta nel modo di muoversi in campo, più precisa nella preparazione dei colpi. Tutto questo le ha permesso di ridurre gli errori non forzati, diventando contemporaneamente più incisiva nei suoi colpi migliori.

Dopo Doha e Dubai, non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto nel marzo americano di Indian Wells e Miami; ma Jennifer sembrava davvero in rampa di lancio e ci si è messa la pandemia a stravolgere i suoi piani, oltre che quelli di tutto il tennis. Nel suo caso, però, sembra essere stata in grado di riallacciare i fili del discorso esattamente da dove erano stati interrotti: al primo torneo WTA ufficiale, a Lexington, ha messo in fila cinque vittorie senza perdere nemmeno un set. 6-2, 6-1 a Watson, 6-2, 6-3 a Linette, 6-1, 6-2 a Bouzkova nei quarti (e Bouzkova non è una avversaria facile). Poi in semifinale 6-2, 6-4 a Gauff, per concludere in finale con il 6-3, 6-4 a Teichmann, in un match nel quale non ha mai subito break.

In tutto il torneo ha perso solo tre turni di servizio (una volta contro Gauff, una contro Bouzkova e una contro Linette), a conferma di una superiorità in battuta degna di giocatrici di livello superiore. Ora ha l’occasione di confermarsi nei prossimi tornei americani, ben più importanti (il premier di Cincinnati/New York e lo Slam USA). Tornei nei quali sicuramente sarà messa alla prova anche sul piano mentale, perché aumentando le aspettative aumenterà anche la pressione. Nella finale di domenica contro Teichmann durante il secondo set ha lasciato intravedere un po’ di braccino: ma si trattava del suo primo titolo in carriera a livello WTA. Qualche titubanza è più che comprensibile.

a pagina 2: Jil Teichmann e Serena Williams

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement