Coppa Davis, la finale che sembra un derby tra storia e cambiamenti

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Coppa Davis, la finale che sembra un derby tra storia e cambiamenti

La finale di Coppa Davis di quest’anno tra Belgio e Gran Bretagna richiama ai primi anni della competizione tennistica a squadre. Ma come spiega Chris Bowers, la prospettiva storica serve da spunto per guardare avanti ai possibili imminenti cambiamenti nel format della Coppa Davis

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Ecco una domanda da quiz – qual è stata l’unica squadra ad aver preso parte alla Coppa Davis ogni anno?

La maggior parte risponderebbe gli Stati Uniti; dopotutto Dwight Davis fu campione nazionale quando fondò la competizione a Boston, e la Coppa Davis è rimasta proprietà della US Tennis Association fino al 1979, anno in cui passò alla International Tennis Federation.

Ma chiunque avesse risposto USA avrebbe sbagliato. L’unica nazione ad aver giocato ogni anno è stata la Gran Bretagna, sebbene fino al 1912 i britannici erano conosciuti come British Isles (un termine coniato ai tempi in cui l’Irlanda era governata da Londra). Dopo aver perso contro i britannici nel Challenge Round del 1903, gli USA non furono in grado di affrontare il viaggio a Wimbledon nel 1904. E così gli inglesi chiesero chi volesse prendere il posto degli statunitensi, e ricevette risposte interessate da parte di Francia, Belgio e Austria. Alla fine anche gli austriaci non potettero affrontare il viaggio e così il Belgio e la Francia giocarono la loro prima partita di Davis Cup in terra britannica per contendersi la finale contro la Gran Bretagna, diritto poi conquistato dal Belgio che venne pesantemente sconfitto per 5-0.

 

Vale la pena ricordare tutto questo, perché mentre i britannici hanno resistito ad una nota attesa di 76 anni per abbracciare il primo campione Slam dal 1936, e ad un’attesa di 77 anni per il loro primo campione a Wimbledon dal 1936, e adesso aspettano da 79 anni un titolo in Coppa Davis (anche in questo caso parliamo del 1936), i belgi hanno atteso 111 anni per provare a vendicare la batosta subita dai fratelli Doherty e da Frank Riseley suoi vecchi campi di Wimbledon in Worple Road.

Ed oggi sia la Coppa Davis che il mondo sono dei posti diversi. L’inclusione di nuove nazioni già dalle primissime fasi della competizione evidenziano una veloce crescita, passando da un affair a due fra Anglo-Americani ad una competizione internazionale a squadre. E quella galante convivialità che caratterizzava quei primi anni è scomparsa già da tempo; la maggior parte di questa evaporò negli anni 30, quando i britannici vissero la loro ultima epoca d’oro nel tennis.

La figura principale era quella di Fred Perry, un uomo affabile, ironico e sicuro, proveniente dalla working class del nord dell’Inghilterra, il cui padre fu membro del Parlamento per il partito laburista. Perry era appena tollerato da gran parte delle figure dell’establishment tennistica britannica, quasi infastidita dalla sua determinazione per la vittoria. Prima della sua morte, nel 1995, Perry fu felice di raccontare la storia di come ascoltò per caso un ufficiale dell’All England Club dire a Jack Crawford, che Perry aveva battuto nel 1933 nella finale di Wimbledon, che aveva vinto l’uomo sbagliato. Crawford poteva anche essere un aussie, ma aveva giocato seguendo l’etichetta così come ci si aspettava, mentre l’agonismo di Perry rafforzava il fatto che fosse andato in una scuola statale, e non in una scuola privata.

Quando i critici di oggi affermano che il team britannico è dipendente da Andy Murray, sottovalutano il fatto che la Gran Bretagna degli anni ’30 era pesantemente dipendente da Perry, a dispetto della presenza di un secondo abile singolarista come Bunny Austin. Quando Perry divenne professionista alla fine del 1936, l’era d’oro della Gran Bretagna si concluse, allo stesso modo in cui potrebbe finire quando Murray appenderà la racchetta al chiodo fra qualche anno.

Se i britannici possono essere etichettati come un team con un solo uomo, anche il Belgio può esserlo. David Goffin ha vestito i panni del Murray per tutto l’anno, e il secondo tennista più alto in classifica, Steve Darcis al n. 85, è solo 14 posizioni davanti al secondo tennista britannico Kyle Edmund. È per questo che la vittoria di Murray su Goffin per 6-1, 6-0 al Masters di Parigi di due settimane fa è stata un tale shock per il Belgio. Goffin deve necessariamente vincere la sua partita in singolare, ma con delle così basse opportunità di poter battere Murray, potrebbe anche disputare il doppio che il Belgio dovrebbe necessariamente vincere.

A meno che Murray non soffra per qualche infortunio o per l’adattamento dal cemento di Londra alla terra di Gent, è difficile immaginare qualcosa di diverso dal decimo titolo per la Gran Bretagna, e la fine dell’attesa durata 79 anni. Murray potrebbe quindi resettare l’orologio della Gran Bretagna sotto ogni aspetto, avendo vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi, Wimbledon, lo US Open e quindi la Coppa Davis. Il suo paese non si aspetta nulla di diverso da lui, e tratterebbe il resto delle vittorie nella sua carriera come dei bonus.

La stessa Coppa Davis potrebbe cambiare. L’attuale format del World Group è stato introdotto nel 1981 per ridurre l’impegno dei top players nella competizione alle sole quattro settimane all’anno rispetto alla precedenti sei. Questo ha donato nuova vita alla competizione a squadre, ma durante i suoi 16 anni di regno come presidente della ITF, Francesco Ricci Bitti ha sempre respinto il suggerimento che i tennisti fossero un tantino apatici nei confronti della Coppa Davis. E questo è in qualche modo ingiusto, molti tennisti amano l’onore di poter giocare per il proprio paese, ed uno studio commissionato dalla stessa ITF nel 2009 ha rilevato che la Coppa Davis genera un impatto economico annuale di 184 milioni di dollari in tutto il mondo. Ma con tanti tennisti che scelgono liberamente quando giocare, si è percepito tale problema. Adesso Ricci Bitti ha fatto spazio all’idea di Dave Haggerty, un americano che non ha mai fatto segreto della sua passione per i ‘final four’, un format dove le quattro semifinaliste possano incontrarsi in un’unica città e giocare semifinali e finale in una sola settimana. Haggerty sta sollevando il giusto numero di polemiche riguardo all’importanza di dover rispettare la magia degli incontri in casa e l’importanza dei primi turni per la crescita del tennis in numero sempre maggiore di paesi, ma sta chiaramente spingendo verso un cambiamento della formula di Coppa Davis, che rappresenta il gioiello alla corona dell’ITF. Potrebbe ad ogni modo trovare difficile il passaggio attraverso i molteplici sistemi legislativi della ITF, e tuttavia i primissimi cambiamenti potrebbero vedere luce non prima del 2018, ma i venti del cambiamento sembrerebbero soffiare sopra la 115esima edizione della competizione fondata da Dwight Davis.

Ciò significa che questa potrebbe essere una delle ultime finale che una squadra potrebbe disputare in casa. E con i britannici distanti solo un paio d’ore in treno o in nave dal paese ospitante, la finale del 2015 ha tutta l’aria di essere un rarissimo derby locale.

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Quanto vale davvero la World Cup of Tennis (alias Coppa Davis)?

Un’analisi di business del nuovo formato. Al momento siamo allineati a un ATP 500 top, ma il trend è in crescita

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Dopo un weekend di intense emozioni a seguito del commovente saluto di Federer che non dimenticheremo facilmente, comincia una nuova settimana abbastanza soft, con soltanto tornei ATP 250. Ne approfittiamo allora per guardare avanti e parlare un po’ di questa nuova Davis Cup, che speriamo possa regalarci nel prossimo futuro belle soddisfazioni.

Riavvolgiamo allora il nastro;

ANNO 2018: Il board ITF votò l’OK alla nuova formula della Davis sulla base di una proposta che parlava di un total financial commitment iperbolico di 3 miliardi di euro in 25 anni, ovvero 125 milioni all’anno (col senno di poi sarebbe interessante leggere il report di Deloitte che all’epoca redasse la due diligence per ITF sulla “soundness” della proposta di Kosmos; purtroppo il documento è riservato). Tuttavia già all’epoca la quota “reale” di prize money destinata ai giocatori era ben diversa, nell’ordine dei 15 milioni di euro totali.

 

ANNO 2019: la grande discontinuità comincia nel 2019, con la prima edizione che si tiene a Madrid nella Caja Magica. Tutte le fasi finali con le migliori 16 squadre tutte assieme appassionatamente, nei round robin che hanno determinato poi il quadro a eliminazione diretta dai quarti in poi. Due cose sono rimaste di quell’edizione: un nuovo capitolo della leggenda di Nadal che si caricò lettaralmente sulle spalle la Spagna per portarla alla vittoria finale; e il delirio organizzativo con un numero folle di match compressi in una settimana, col risultato di sessioni mattutine dagli spalti vuoti e session serali che si prolungavano fino a notte fonda.

ANNO 2020: niente da segnalare, le finali di Davis non hanno luogo causa Covid, e causa deficit registrato a seguito della prima edizione del nuovo corso, con gli organizzatori che colgono la palla balzo per evitare guai ulteriori

ANNO 2021: primo aggiustamento della formula, con la distribuzione della fase a gironi presso 4 sedi staccate per ampliare la partecipazione di pubblico e snellire le finals ai match più significativi di semifinali e finali. Esperimento parzialmente riuscito in quanto l’idea delle sedi staccate appare azzeccata per avere in una di quelle sedi un home team che traina la partecipazione di pubblico (meglio se però in città affamate di tennis). Il tallone d’achille fu però una programmazione che rendeva di fatto irrealistico per i fan organizzarsi per andare a seguire alle finali la propria squadra e rendere l’atmosfera speciale, visto che fra quarti e semifinali/finali il lag temporale era di circa 10 giorni.

ANNO 2022: qua siamo arrivati al nadir della storia della Davis con l’opzione di Abu Dhabi che sembrava emergere prepotentemente come sede favorita delle Finals, sull’onda di chissà quanti petrodollari; una decisione che è stata schivata per sollevazione popolare, visto che una fetta consistente degli addetti ai lavori, in modo più o meno rumoroso, espresse la propria disapprovazione per l’ipotesi che avrebbe definitivamente ucciso ogni rimando al vecchio formato. L’altra innovazione al formato introdotta infine è stata quella di spostare i quarti nello stesso slot temporale e nella stessa sede della fase finale, grazie ad un’estensione dello slot a calendario dedicato alla manifestazione.

Nell’attesa insomma di vedere gli sviluppi del braccio di ferro Kosmos – Tennis Australia che dovrebbe portare all’unione fra ATP Cup e Davis Cup, con ogni evidenza la soluzione di maggior buon senso sotto tutti i punti di vista, con l’attuale formula Kosmos e ITF sembrano aver trovato un minimo di equilibrio. Ma è davvero così?

Andiamo allora a vedere come si colloca su queste basi la Davis rispetto ad altri tornei ATP e se i fondamentali economici e sportivi siano sballati o meno. L’analisi che faremo verterà su tre dimensioni:

  • Appeal sportivo
  • Ritorno economico per i giocatori
  • Ritorno economico per gli organizzatori

Su queste 3 dimensioni cercheremo per quanto possibile di fare una comparazione con diverse categorie di tornei ATP e a squadra, come la Laver Cup e l’ATP Cup.

APPEAL SPORTIVO: misure fisiche oggettive ovviamente non ce ne sono, ma proviamo comunque a porci la seguente domanda: quanto è attraente la Davis per un tennista? Lasciamo da parte le nostalgie della vecchia formula, per cui la Davis era sì un traguardo ambito da raggiungere, ma non in maniera seriale. Se da un lato un grande campione nei decenni in genere ha sempre cercato di mettere in bacheca una Davis oltre ai trofei del grande Slam, è anche vero che lo sforzo che veniva richiesto per l’insalatiera era tale che ci si considerava liberati dopo aver iscritto anche solo una volta il proprio nome nell’albo d’oro (come ci confermava anche Albert Costa in una chiacchierata al torneo di Barcelona). A un Roland Garros in più in bacheca invece non si dice mai di no…vero Rafa?

Ma scherzi a parte un modo per vedere se l’interesse dei giocatori è reale o meno possiamo considerare che questi hanno sempre la possibilità di “votare con i piedi”, ovvero di non rispondere alle convocazioni; pertanto andare a vedere ad esempio quale sia il ranking dei migliori 8 giocatori che partecipano alle varie competizioni è un modo per avere un’idea di quanto siano più o meno considerate

Il caso dell’ATP CUP poi evidenzia come ulteriori fattori quali la collocazione in calendario e la disponibilità di punti ATP siano un fattore non irrilevante nel considerare le scelte.

*(classifiche al 26/09/22).

Fra parentesi per ogni torneo almeno le prime 8 teste di serie, se rientranti nei primi 20 del ranking ATP all’atto del torneo.

Il caso dell’ATP CUP poi evidenzia come ulteriori fattori quali la collocazione in calendario e la disponibilità di punti ATP siano un fattore non irrilevante nel considerare le scelte. Inoltre, la formula inclusiva che ai nastri partenza un numero di nazioni ben superiore a quello di fasi finali della Davis rende più facile la presenza di tutti i migliori. Questo era un po’ il ragionamento che era stato adottato anche per l’edizione 2019 della Davis, ma che poi è stato scartato causa calendario troppo compresso. Anche in questo senso, il vantaggio di calendario dell’ATP cup è evidente.

RITORNO ECONOMICO PER I GIOCATORI: Qua le comparazioni son un po’ più complicate in quanto gli schemi sono differenti fra un torneo e l’altro e inoltre un valore assoluto come il prize money non è comparabile fra tornei a squadre e tornei individuali, in quanto gli schemi di remunerazione sono differenti e meno sbilanciati verso un singolo individuo vincitore del torneo.

Per i tornei ATP il dato è di facile lettura. Per i tornei a squadre invece la lettura è un po’ più articolata:

  • Per la Laver Cup è previsto uno schema semplificato per cui ognuno dei 6 membri di ogni team riceve 250k $ in caso di vittoria, e 125k in caso di sconfitta. A queste somme vengono aggiunte delle participation fees variabili in funzione del ranking. Non sono distribuiti punti ATP.
  • Nel caso della Davis Cup nel 2021 il prize money era distribuito fra 16 team composti da 5 membri ognuno, che a partire dai round robin si sono scontrati fino alla fase a eliminazione diretta, dai quarti di finale in poi. Non ci sono differenze di remunerazione in funzione del ranking e di singoli match vinti, conta soltanto il risultato di squadra. Non sono distribuiti punti ATP. Sono inoltre previsti altri 5 milioni da ripartire fra le federazioni
  • Lo schema di remunerazione dell’ATP CUP infine è quello più complessa di tutti, basata su participation fees che variano in funzione del ranking, vittorie individuali e vittorie di squadra. Inoltre, oltre ad una discreta sommetta, i giocatori ricevono fino ad un massimo di 750 punti ATP per il singolare e 250 per il doppio. Le participation fees sono un bel richiamo per attirare i top player, che garantiscano ai top ten un cachet di ingresso di oltre 150k, indipendentemente dalle prestazioni di team o individuali. I team partecipanti sono 24, contro i 16 della Davis.

RITORNO ECONOMICO PER GLI ORGANIZZATORI: Il ritorno economico per gli organizzatori ovviamente dipende da variabili che prescindono dal semplice “sbigliettato”. Tuttavia se un torneo “tira” a livello di pubblico sugli spalti, è ragionevole pensare che l’evento abbia un certo appeal e che questa possa essere una proxy anche dell’appeal televisivo. 

Andando anche in questo caso ad analizzare per i vari tornei l’affluenza di pubblico registrata e i prezzi dei biglietti messi in vendita per diverse tipologie di settore ci possiamo farci un’idea a livello comparativo.

** Dato stimato per il 2022: la fase a gironi di settembre nelle 4 sedi di Valencia, Bologna, Glasgow e Amburgo ha fatto registrare ottimi risultati di pubblico con oltre 110.000 presenza complessive. A metà settembre 2022 inoltre oltre il 20% dei biglietti per le Finals di Malaga risulta già venduto e pertanto, stante una capienza dell’impianto pari a 11.000 spettatori un target di 160.000 biglietti venduti appare raggiungibile

CONCLUSIONI: che la Davis sia ancora in una fase di assestamento è indubbio. Al momento sulla base della nostra analisi diremmo che sotto vari aspetti la manifestazione è un appeal che come minimo è pari a quello di un 500 top come Vienna o Barcellona. Che questo sia sufficiente a far quadrare gli “economics” (come dicono quelli bravi…i conti della serva per chi non ha vezzi da consulente) è tutto da vedere anche perché il dettaglio della proposta fatta da Kosmos ad ITF non è stato reso pubblico. Sicuramente la strada intrapresa è quella giusta, in quanto la formula delle 4 città per i round robin per avere l’effetto traino di una nazione che gioca in casa funziona. e una collocazione in calendario a fine anno che veda quarti semifinali e finali nella stessa settimana e nella stessa location è utile sia ai fan per organizzarsi che per far crescere il pathos dell’evento. Staremo a vedere come andrà a finire, noi ovviamente saremo in prima fila a tifare azzurri contro il team USA.

BONUS TRACK: Abbiamo scelto di non fare comparazioni con Roma e Madrid in quanto combined event, mentre Bercy ha solo il tabellone ATP. In ogni caso nelle nostre ricerche abbiamo dato un occhiata anche ad altri tornei di nostro interesse come Roma e Madrid e ci siamo accorti che il torneo capitolino non ha ancora pubblicato il programma delle partite per l’edizione 2023, a differenza della Villa spagnola: fate attenzione se state pensando di acquistare in anticipo i biglietti per Roma, visto che potrebbe essere adottato lo schema di Madrid, e magari il sabato, anziché le semifinali maschili potrebbe aver luogo la finale femminile, scelta fatta da Madrid e già resa pubblica.

A Roma invece, per quanto riguarda il torneo femminile (categoria WTA 1000), sono ancora in corso colloqui con la WTA per adeguarlo alla lunghezza e alla dimensione di quello maschile, in maniera analoga ai tornei dello stesso livello. Insomma i biglietti sono già in vendita, ma su come verranno i definiti i contenuti delle singole giornate ancora non v’è certezza. Insomma, occhio!

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Matteo Berrettini - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Matteo Berrettini - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La rivoluzione della Coppa Davis andata in scena negli ultimi anni ha proposto una competizione sicuramente molto diversa rispetto a quella che eravamo abituati a conoscere. E ovviamente non sono mancate le critiche, sia per la formula a gironi, sia per la diminuzione dei match (da cinque a tre per ogni incontro), sia per il fatto che spesso i match finiscono a tarda ora (l’ultimo a lamentarsene è stato Andy Murray). La ITF, al fianco del partner Kosmos, ha respinto tutte le critiche – vedi anche l’intervista rilasciata al direttore Ubaldo Scanagatta dal presidente David Haggerty – e sta cercando tuttora di far evolvere in senso positivo la competizione. Ad esempio, quest’anno la fase a gironi è stata anticipata da novembre a settembre, in modo da staccarla da quella a eliminazione diretta, per rendere meno impegnativo il calendario dei giocatori coinvolti.

Da notare c’è che stando ai dati diramati oggi dalla ITF e da Kosmos, la Coppa Davis non ha perso il suo fascino da massima competizione mondiale del tennis per nazioni, e nemmeno il pubblico all’interno dei palazzetti di gara (nella scorsa settimana si è giocato a Casalecchio di Reno, Glasgow, Valencia e Amburgo). Infatti, viene comunicato che un totale di 113.268 persone hanno acquistato un biglietto per la fase appena chiusa, con 26.445 persone presenti nella sola domenica di gare. Un dato che grossomodo equivale a quello fatto registrare nel 2021, per la fase finale che si è giocata tra Torino e Madrid. Insomma, considerando che si deve giocare la fase più calda della competizione (a Malaga dal 21 al 27 novembre), l’affluenza di quest’anno finirà per essere maggiore rispetto a quella della passata edizione.

“I numeri di oggi sono molto simili a quelli visti nelle intere edizioni del 2019 e del 2021 – ha affermato Enric Rojas, il Ceo di Kosmos -. Ci aspettiamo tra le 50mila e le 60mila persone a Malaga. Il miglioramento in termini di affluenza, percentuale di riempimento degli stadi e fan engagement sarà, a nostro giudizio, enorme”. Per ora a Malaga sono stati venduti 20mila biglietti circa e verosimilmente, ora che si sanno le squadre protagoniste, tra cui c’è anche l’Italia, inizia il periodo più caldo per le vendite dei biglietti.

 

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