Angelique Kerber: analisi del gioco della nuova numero uno del mondo

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Angelique Kerber: analisi del gioco della nuova numero uno del mondo

Punti forti, punti deboli, preferenze nel tennis di Angelique Kerber, la giocatrice che ha scalzato dal trono Serena Williams

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Il mio primo preciso ricordo di Angelique Kerber risale a un match disputato a Dallas nell’agosto del 2011, in un torneo che oggi non esiste più: si giocava nella settimana precedente a Flushing Meadows, in contemporanea con New Haven. Ma mentre New Haven era (ed è) un evento Premier, Dallas era un International; vale a dire meno dollari di montepremi, meno punti a disposizione, e una classifica inferiore per essere ammesse: non solo al tabellone principale, ma anche alle qualificazioni. Lo sottolineo perché in quel momento Kerber era la numero 107 del ranking e non aveva i requisiti per entrare direttamente nel main draw.
Fino a quel momento non era mai andata oltre il 47mo posto e non aveva mai sconfitto una top ten. Nell’agosto 2011 non era più giovanissima: essendo nata il 18 gennaio 1988, aveva 23 anni e mezzo, e penso che nessuno (a parte lei, forse) avrebbe creduto che sarebbe diventata la numero uno del mondo, che avrebbe vinto due Slam in una sola stagione e che con le sue imprese avrebbe scalzato Serena Williams dai vertici del tennis femminile.
A Dallas si era fatta strada attraverso le qualificazioni e si era spinta fino alle semifinali. Il mio primo esteso ricordo è proprio quel match di semifinale: perso, contro Aravane Rezai 6-2, 3-6, 7-5. Del resto Rezai era un ex top 15, ed era favorita per i bookmaker.

Quell’impegno da numero 107 della classifica è stato l’ultimo da giocatrice “qualsiasi”, prima delle partite degli US Open 2011 che avrebbero cambiato per sempre il suo status.
Allora Kerber era una tennista in evoluzione. Non era certo una grande attaccante, ma non aveva ancora nemmeno del tutto valorizzato le doti difensive che oggi conosciamo: era piuttosto scattante in campo, ma dopo due-tre colpi in contenimento preferiva tentare di rovesciare le sorti dello scambio attraverso soluzioni molto difficili, sotto forma di vincenti diretti; soluzioni spesso eseguite da posizioni quasi impossibili, ma che a volte le riuscivano. Una cosa appariva abbastanza chiara: amava colpire in corsa, e anzi era più solida ed efficace quando doveva colpire in movimento che da ferma.

Salita al numero 92 dopo la semifinale texana, Kerber nei quindici giorni successivi avrebbe dato la svolta alla propria carriera, sconfiggendo a Flushing Meadows una dopo l’altra Davis, Radwanska, Kudryavtseva, Niculescu, Pennetta. L’avrebbe fermata in semifinale dopo una dura lotta (6-3, 2-6, 6-2) Samantha Stosur, che poi avrebbe vinto il torneo in finale contro Serena Williams.
Subito dopo quell’exploit newyorkese ci si chiese se Angelique avrebbe saputo riconfermarsi, e quale fosse il suo reale valore. Nel giro di sei mesi avrebbe cancellato ogni dubbio: il 21 maggio 2012 entrava per la prima volta in top ten, diventando la leader del gruppo delle giocatrici tedesche. Quella settimana questo era il loro ranking: Kerber 10, Lisicki 12, Petkovic 15, Goerges 27, Barthel 32.

 

Se ripenso alla giocatrice dell’agosto 2011 battuta da Rezai e la confronto con quella dell’anno successivo direi che il grande progresso era dipeso soprattutto da ragioni mentali e tattiche: Angelique aveva iniziato a credere senza incertezze all’applicazione del tennis difensivo, e quell’atteggiamento l’aveva ripagata con i risultati. Si era così innescato un circolo virtuoso: più difendeva, più vinceva; sbagliava sempre meno e in più nei momenti critici era anche in grado di spingere di suo.

La Kerber nuova top ten riusciva a dare vita a scambi in cui l’avversaria nel tentativo di chiudere il punto era obbligata a giocare il classico colpo in più (quando non addirittura due, tre, colpi in più). Alla frustrazione dell’avversaria corrispondeva la sua esaltazione agonistica, che si tramutava in ulteriore applicazione nella corsa e nella difesa.
Non solo. Con il suo tennis di grande tenacia Kerber stava diventando la bestia nera delle giocatrici di casa: aveva vinto il primo torneo in febbraio nell’indoor di Parigi sconfiggendo in finale Marion Bartoli; aveva concesso il bis in aprile aggiudicandosi il torneo di Copenhagen contro l’idolo dei danesi Caroline Wozniacki. In settembre avrebbe vinto un match memorabile agli US Open contro Venus Williams (6-2, 5-7, 7-5). Sola contro tutti, verrebbe da dire, in una sessione notturna in cui il Centrale di New York era compattamente per Venus. Vincente ma senza assumere atteggiamenti antisportivi, ma al contrario capace di applaudire le prodezze dell’avversaria, anche in momenti importanti della partita:

https://youtu.be/jdaD6D4dVKw?t=965

Avevo scritto in un articolo dedicato a lei del 2013: “Il tennis è uno sport che contiene in sé molte componenti, e ogni giocatore finisce per far emergere quella che si avvicina di più alla propria natura: il giocatore molto tecnico farà sembrare il tennis una specie di scherma; quello tattico lo farà sembrare una partita a scacchi. E quello di carattere ci ricorda che il tennis può anche somigliare al pugilato: Angelique Kerber è una vera fighter del tennis, e quando scende in campo il rettangolo di gioco diventa il suo ring.
(…) Quando ha contro le attaccanti che cominciano a martellare a tutto braccio, si esalta nella lotta; e allora nessuna palla per lei è troppo lontana per non provare a raggiungerla; e se riesce ad arrivarle vicino, farà di tutto per rimandarla dall’altra parte, magari perfino cambiando di mano. Per alcuni aspetti la miglior Kerber è la versione femminile che più si avvicina a Nadal: e non lo dico solo per questioni tattiche e caratteriali, ma anche perché, come Rafa, curiosamente è mancina con la racchetta, ma non per altre attività della vita: per esempio firma gli autografi con la destra”:

Questa caratteristica del “falso” mancinismo di Kerber non è mai stata molto sottolineata, e devo dire che lei stessa dedica poco tempo alla questione. Ancora nell’ultimo Wimbledon avevo chiesto a Ubaldo Scanagatta il favore di tornare sul tema in conferenza stampa: Ubaldo ha provato a chiederle qualche notizia in più, ma lei non ha voluto approfondire.
Da quanto ho letto in altre interviste in tedesco, potrebbe essere che abbia cominciato ad impugnare la racchetta con la sinistra per il tipico errore che capita ai bambini piccoli che hanno l’insegnante di fronte, e quindi ripetono i gesti “a specchio”: di conseguenza compiono lo stesso movimento, utilizzando però il braccio opposto rispetto al maestro. Ma non sono sicuro di questa versione, perché non l’ho mai trovata espressa in modo inequivocabile.

Forse a questa stranezza dell’uso della sinistra esclusivamente per il tennis è collegata un’altra anomalia di Kerber: al contrario di quasi tutte le giocatrici, non ha un colpo dominante da fondo (il dritto o il rovescio) quanto piuttosto una direzione di gioco preferita. Ho già avuto occasione di scriverne:
Angelique non è una difensivista pura; se il match diventa combattuto, sull’onda dell’entusiasmo (o della disperazione) può cominciare anche a spingere lei. Contro le giocatrici più deboli può perfino impostare la partita, ma secondo me il suo livello in “versione attaccante”, è inferiore. (…)
Siccome si trova meglio a spingere il rovescio incrociato e il dritto lungolinea, da mancina finisce quasi sempre per cercare il vincente nell’angolo di campo coperto dal dritto delle giocatrici destre. E non è detto che insistere verso quella zona sia produttivo, soprattutto se si gioca contro chi ha nel dritto il colpo migliore. E’ un problema difficile da risolvere per lei, perché l’alternativa che ha è lo sventaglio di dritto, un colpo che in termini di geometria equivale a un rovescio incrociato, e quindi non allarga le sue varianti tattiche; mentre il lungolinea di rovescio è efficace soprattutto nei momenti di massima forma”.
E, aggiungo per completezza, con il dritto incrociato i vincenti che riesce a produrre sono piuttosto rari. Questo perché se prova a chiudere dal lato “innaturale” di gioco (sia con il rovescio lungolinea che con il cross di dritto) difficilmente riesce a far viaggiare la palla alla velocità necessaria per renderla imprendibile.

Da quanto leggo oppure ascolto nelle telecronache che riguardano Kerber, questo tema non viene evidenziato, eppure a me pare inequivocabile.
Per rendere più chiara questa caratteristica ho deciso di sintetizzare graficamente la posizione dei suoi vincenti nelle ultime partite degli US Open, a partire dal terzo turno in poi.

Nello schema di sinistra è riportata la disposizione dei vincenti ottenuti contro Cici Bellis. Una serie di dritti lungolinea sono la componente fondamentale del bottino di Kerber. Direi che nella sua semplicità e ripetitività questo schema mostra indirettamente una certa ingenuità tattica di Bellis che, non dimentichiamolo, ha solo 17 anni. Bellis ha impostato il gioco prevalentemente sulla diagonale sinistra, quella del proprio rovescio (Cici è destra), senza riuscire a modificare la scelta una volta che questa si stava rivelando perdente. Alla prova dei fatti non ha salvaguardato abbastanza l’angolo di campo destro, cioè proprio il target preferito di Angelique, che ne ha approfittato a ripetizione.

KERBER US OPEN 2016 Bellis
Dallo schema di destra (i vincenti ottenuti da Kerber nel turno successivo contro Kvitova) si deduce invece che Petra è riuscita e limitare il punto forte di Angelique. In parte Kvitova è stata sicuramente agevolata dall’avere quasi sempre comandato gli scambi, ma in parte è merito delle sue decisioni difensive nei momenti di difficoltà: al dunque ha scelto la parte giusta da proteggere. Magari a volte non è bastato per evitare di perdere il punto, ma se non altro ha impedito che si trasformasse in un vincente diretto. Per completezza devo ricordare che rispetto alle statistiche ufficiali in questo schema manca un vincente di dritto (che penso mi sia sfuggito), mentre i due punti nei pressi della rete non provengono da smorzate ma da nastri fortunati.

Nella partita con Roberta Vinci si ritrova in modo molto marcato la preponderanza di vincenti nell’angolo di destra. In questo caso si nota però la presenza di molti rovesci incrociati. Questo perché Roberta ha scambiato di più sulla diagonale destra (quella del suo dritto) rispetto a Bellis, e da quella zona Kerber è riuscita ad appoggiarsi per trovare il vincente con il suo rovescio bimane, grazie a improvvise accelerazioni o stringendo la traiettoria del colpo.
I due punti blu che appaiono sulla sinistra del campo e che potrebbero essere interpretati come rovesci lungolinea sono in realtà due risposte vincenti inside-out (giocate da Kerber da sinistra su servizi centrali di Roberta). A dimostrazione che raramente Angelique riesce a chiudere lo scambio da fondo verso quella direzione.
Va anche detto che questa sintesi non restituisce la differenza di rendimento tra primo e secondo set, in cui Kerber ha dilagato risollevando le proprie statistiche, che nel primo set erano invece deficitarie.

KERBER US OPEN 2016 Wozniacki

Wozniacki è riuscita solo in parte a limitare le preferenze di Kerber, rendendo comunque un po’ più simmetrica la distribuzione dei vincenti di Angelique: significa che a volte la consistenza difensiva di Caroline ha obbligato la rivale a uscire dalla propria “comfort zone”. In questa partita spiccano i cinque smash vincenti di Kerber, alcuni esito di scambi con palle corte.

Per la finale contro Pliskova ho preparato lo schema di entrambe le giocatrici:

KERBER US OPEN 2016 Pliskova

Quello a sinistra, con i vincenti ottenuti da Kerber mostra la consueta prevalenza dell’angolo preferito. Una prevalenza molto marcata che forse meriterebbe una riflessione da parte di Pliskova che probabilmente in qualche occasione ha trascurato quale fosse il target prediletto dall’avversaria. Due dei punti ottenuti nella parte inusuale di campo sono stati ottenuti ad inizio secondo set, quando Angelique sull’onda dell’entusiasmo della vittoria del primo set ha giocato prendendo strade per lei normalmente meno sicure. Ma nei momenti di maggiore incertezza molto difficilmente si è concessa variazioni. E così il vincente forse più importante del match (ottenuto sul 3-3, 30-30 del terzo set) è ancora una volta il solito, classico, fedele colpo nell’angolo preferito da Angelique: un dritto lungolinea atterrato proprio all’incrocio delle righe:

https://youtu.be/flNJMoiJ93Y?t=620

Se invece si analizza la posizione dei vincenti di Pliskova la prima cosa che salta all’occhio è la distribuzione molto più ampia dei punti: quasi ogni parte di campo è interessata da vincenti e non c’è una chiara prevalenza di un lato rispetto all’altro.
In questi schemi non è prevista la differenziazione tra vincenti da fondo e volèe (per il tipo di gioco di Kerber è poco rilevante, ma per Pliskova sarebbe più significativa); in realtà la maggior parte dei punti nella parte più a ridosso della rete sono proprio volèe.
Dovessi fare un appunto alla finale di Pliskova, direi che le è mancato, soprattutto nel primo set, il servizio centrale: contro Serena la battuta verso la T le aveva portato diversi quindici importanti e le aveva consentito di essere meno prevedibile per l’avversaria alla risposta. In finale contro Kerber la minore efficacia dei servizi al centro ha finito per rendere più facile la scelta delle direzioni da coprire da parte di Angelique.
Ma, al di là dei dettagli, resta il fatto che complessivamente in finale Kerber ha risposto bene: non ha cercato vincenti diretti, però ha mantenuto una percentuale di palle in gioco molto alta.

E facendo un discorso più generale, penso che proprio l’innalzamento della qualità in risposta sia stata una delle chiavi della sua grande stagione; probabilmente il progresso più solido e duraturo del 2016. Un progresso che ha contribuito a farle vincere entrambi gli Slam sul cemento, ma anche ad arrivare in finale a Wimbledon.
Contro di lei fare il punto nelle fasi di inizio gioco è diventato più difficile; e per una giocatrice che ha tutto da guadagnare nell’allungamento degli scambi è un notevole vantaggio.

Per completare la questione sulla fase di inizio gioco: ricordo che una delle doti “storiche” di Kerber consiste nella capacità di eseguire sia dritto che rovescio piegandosi esasperatamente e colpendo in controbalzo. Una modalità che la accomuna ad Agnieszka Radwanska: ma mentre Aga si basa sull’equilibrio e l’agilità, Angelique riesce ad eseguire un gesto tanto complesso grazie alla superiore potenza di gambe.

Questa capacità le permette di limitare i danni in uscita dal servizio: controlla in questo modo molte risposte aggressive delle avversarie quando provano ad attaccare la sua battuta, obiettivamente un colpo non particolarmente incisivo del suo repertorio.

Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali di Kerber mi fermerei qui. Ricordate il foglio di Andy Murray con alcune indicazioni-base, scoperto durante un suo match contro Simon? Dovessi preparare qualcosa di simile per chi deve giocare contro Angelique scriverei:

– Kerber soffre le palle senza peso e dover assumere l’iniziativa, visto che ama appoggiarsi sulla potenza altrui
– Si trova meglio a colpire in corsa che da ferma
– Da fondo campo (ma anche nei recuperi correndo in avanti) preferisce cercare il vincente con il dritto lungolinea o il rovescio incrociato, quindi sempre verso lo stesso angolo di campo
– Quando si scende a rete sul suo dritto attenzione però al passante incrociato
– Esegue la smorzata praticamente solo nella versione di rovescio lungolinea
– Molto difficilmente cerca la rete. Nelle volèe non è particolarmente dotata ma è piuttosto reattiva nei corpo a corpo
– Il servizio più pericoloso è lo slice a uscire da sinistra

Suppongo che questi sei-sette punti siano nell’agenda di tutte le avversarie che l’hanno affrontata: sotto questo aspetto Angelique è una giocatrice piuttosto prevedibile.

Ma prima di chiudere credo rimanga da affrontare la questione della Kerber di inizio stagione, quella vincente agli Australian Open. Rimando all’articolo scritto su di lei dopo la vittoria australiana, anche se sembrerebbe sottintendere una contraddizione rispetto a quanto sto sostenendo adesso.
Mi spiego: allora avevo ipotizzato che il primo successo nello Slam fosse il frutto di una evoluzione rispetto alla sua impostazione consolidata, l’effetto di una serie di novità che le avevano consentito di cogliere in parte di sorpresa le avversarie. Insieme al suo storico coach, Torben Beltz, Kerber aveva lavorato sul proprio gioco, innovandolo sotto diversi aspetti. Quali erano le novità? Servizio più rischiato, risposte più aggressive, ricerca del vincente anche in zone di campo diverse dal solito, gioco meno difensivo, aumento delle discese a rete.
A distanza di mesi devo dire che non ho cambiato idea: a mio avviso quelle novità a Melbourne c’erano state; ma sono in gran parte rientrate. Provo a dimostrarlo con qualche numero. Ho preparato un confronto tra i match disputati in Australia e quelli vinti negli Stati Uniti:

Kerber confronto Slam vinti

Come si vede in Australia aveva in generale ottenuto più vincenti, ma anche più errori non forzati; quasi il triplo degli ace e il doppio dei doppi falli. Le volèe vincenti a Melbourne erano 10, a New York 2. È vero che nel primo Slam Kerber aveva complessivamente disputato qualche game in più, ma, anche tenendone conto, rimane un divario significativo tra i 172 vincenti del primo Major vinto e i 117 del secondo. A conferma di un atteggiamento più offensivo in Australia, con quel che ne consegue statisticamente, nel bene e nel male.

Quella di Melbourne per me era davvero una Kerber diversa. È stata a mio avviso la miglior versione di tutta la carriera, frutto di un perfezionamento fisico compiuto nella seconda metà del 2015 (maggior tonicità muscolare, eliminazione di qualche chilo di troppo), ma anche di un progresso mentale (maggiore aggressività) e tattico (minore prevedibilità). La dimostrazione di tutto ciò era stato il match contro Azarenka, non solo battuta per la prima volta, ma anche ottenendo più vincenti di lei.
A New York invece Angelique tatticamente è tornata la giocatrice “muro di gomma”, che punta innanzitutto a far sbagliare le avversarie.
Altri dati: in Australia aveva chiuso con un saldo positivo 6 partite su 7. Negli USA solo 4 su 7. In nessun match americano ha ripetuto il +15 ottenuto contro Azarenka e il +12 contro Serena in finale; una partita, la finale di Melbourne, di altissimo livello (anche Serena aveva chiuso in attivo); un livello che a New York non credo Angelique abbia replicato.

In sintesi: verrebbe quasi da dire che per compiere il salto di qualità che l’ha portata a vincere il primo Slam ci sia voluta una Kerber speciale, ma poi per confermarsi ad alti livelli e conquistare il secondo Major sia bastata la Kerber dei vecchi tempi.
Secondo me questo in parte è vero, in parte no. Come dicevo sopra, penso che rispetto agli anni passati abbia migliorato la risposta; e in più credo che la vittoria in Australia abbia fortificato la sua autostima e l’abbia resa più solida sul piano mentale: la sicurezza e la convinzione hanno consentito ad Angelique di vincere i punti importanti, indipendentemente da quale fosse l’impostazione di gioco.

Resta da capire se saprà tenere questi livelli anche l’anno prossimo. Il suo non è certo un tennis rapido e poco dispendioso; al contrario: per essere efficace richiede costante applicazione e grande capacità di resistenza, anche contro avversarie di qualità non straordinaria.
Da quando è entrata per la prima volta in top ten, Kerber ha già vissuto fasi di appannamento, anche se ha sempre saputo recuperare e riproporsi ad alti livelli. Ora però inizia una fase nuova, tutt’altro che facile, visto che ogni giocatrice sogna di battere la numero uno del mondo, e la numero uno del mondo oggi è lei.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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