Angelique Kerber: analisi del gioco della nuova numero uno del mondo

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Angelique Kerber: analisi del gioco della nuova numero uno del mondo

Punti forti, punti deboli, preferenze nel tennis di Angelique Kerber, la giocatrice che ha scalzato dal trono Serena Williams

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Il mio primo preciso ricordo di Angelique Kerber risale a un match disputato a Dallas nell’agosto del 2011, in un torneo che oggi non esiste più: si giocava nella settimana precedente a Flushing Meadows, in contemporanea con New Haven. Ma mentre New Haven era (ed è) un evento Premier, Dallas era un International; vale a dire meno dollari di montepremi, meno punti a disposizione, e una classifica inferiore per essere ammesse: non solo al tabellone principale, ma anche alle qualificazioni. Lo sottolineo perché in quel momento Kerber era la numero 107 del ranking e non aveva i requisiti per entrare direttamente nel main draw.
Fino a quel momento non era mai andata oltre il 47mo posto e non aveva mai sconfitto una top ten. Nell’agosto 2011 non era più giovanissima: essendo nata il 18 gennaio 1988, aveva 23 anni e mezzo, e penso che nessuno (a parte lei, forse) avrebbe creduto che sarebbe diventata la numero uno del mondo, che avrebbe vinto due Slam in una sola stagione e che con le sue imprese avrebbe scalzato Serena Williams dai vertici del tennis femminile.
A Dallas si era fatta strada attraverso le qualificazioni e si era spinta fino alle semifinali. Il mio primo esteso ricordo è proprio quel match di semifinale: perso, contro Aravane Rezai 6-2, 3-6, 7-5. Del resto Rezai era un ex top 15, ed era favorita per i bookmaker.

Quell’impegno da numero 107 della classifica è stato l’ultimo da giocatrice “qualsiasi”, prima delle partite degli US Open 2011 che avrebbero cambiato per sempre il suo status.
Allora Kerber era una tennista in evoluzione. Non era certo una grande attaccante, ma non aveva ancora nemmeno del tutto valorizzato le doti difensive che oggi conosciamo: era piuttosto scattante in campo, ma dopo due-tre colpi in contenimento preferiva tentare di rovesciare le sorti dello scambio attraverso soluzioni molto difficili, sotto forma di vincenti diretti; soluzioni spesso eseguite da posizioni quasi impossibili, ma che a volte le riuscivano. Una cosa appariva abbastanza chiara: amava colpire in corsa, e anzi era più solida ed efficace quando doveva colpire in movimento che da ferma.

Salita al numero 92 dopo la semifinale texana, Kerber nei quindici giorni successivi avrebbe dato la svolta alla propria carriera, sconfiggendo a Flushing Meadows una dopo l’altra Davis, Radwanska, Kudryavtseva, Niculescu, Pennetta. L’avrebbe fermata in semifinale dopo una dura lotta (6-3, 2-6, 6-2) Samantha Stosur, che poi avrebbe vinto il torneo in finale contro Serena Williams.
Subito dopo quell’exploit newyorkese ci si chiese se Angelique avrebbe saputo riconfermarsi, e quale fosse il suo reale valore. Nel giro di sei mesi avrebbe cancellato ogni dubbio: il 21 maggio 2012 entrava per la prima volta in top ten, diventando la leader del gruppo delle giocatrici tedesche. Quella settimana questo era il loro ranking: Kerber 10, Lisicki 12, Petkovic 15, Goerges 27, Barthel 32.

 

Se ripenso alla giocatrice dell’agosto 2011 battuta da Rezai e la confronto con quella dell’anno successivo direi che il grande progresso era dipeso soprattutto da ragioni mentali e tattiche: Angelique aveva iniziato a credere senza incertezze all’applicazione del tennis difensivo, e quell’atteggiamento l’aveva ripagata con i risultati. Si era così innescato un circolo virtuoso: più difendeva, più vinceva; sbagliava sempre meno e in più nei momenti critici era anche in grado di spingere di suo.

La Kerber nuova top ten riusciva a dare vita a scambi in cui l’avversaria nel tentativo di chiudere il punto era obbligata a giocare il classico colpo in più (quando non addirittura due, tre, colpi in più). Alla frustrazione dell’avversaria corrispondeva la sua esaltazione agonistica, che si tramutava in ulteriore applicazione nella corsa e nella difesa.
Non solo. Con il suo tennis di grande tenacia Kerber stava diventando la bestia nera delle giocatrici di casa: aveva vinto il primo torneo in febbraio nell’indoor di Parigi sconfiggendo in finale Marion Bartoli; aveva concesso il bis in aprile aggiudicandosi il torneo di Copenhagen contro l’idolo dei danesi Caroline Wozniacki. In settembre avrebbe vinto un match memorabile agli US Open contro Venus Williams (6-2, 5-7, 7-5). Sola contro tutti, verrebbe da dire, in una sessione notturna in cui il Centrale di New York era compattamente per Venus. Vincente ma senza assumere atteggiamenti antisportivi, ma al contrario capace di applaudire le prodezze dell’avversaria, anche in momenti importanti della partita:

https://youtu.be/jdaD6D4dVKw?t=965

Avevo scritto in un articolo dedicato a lei del 2013: “Il tennis è uno sport che contiene in sé molte componenti, e ogni giocatore finisce per far emergere quella che si avvicina di più alla propria natura: il giocatore molto tecnico farà sembrare il tennis una specie di scherma; quello tattico lo farà sembrare una partita a scacchi. E quello di carattere ci ricorda che il tennis può anche somigliare al pugilato: Angelique Kerber è una vera fighter del tennis, e quando scende in campo il rettangolo di gioco diventa il suo ring.
(…) Quando ha contro le attaccanti che cominciano a martellare a tutto braccio, si esalta nella lotta; e allora nessuna palla per lei è troppo lontana per non provare a raggiungerla; e se riesce ad arrivarle vicino, farà di tutto per rimandarla dall’altra parte, magari perfino cambiando di mano. Per alcuni aspetti la miglior Kerber è la versione femminile che più si avvicina a Nadal: e non lo dico solo per questioni tattiche e caratteriali, ma anche perché, come Rafa, curiosamente è mancina con la racchetta, ma non per altre attività della vita: per esempio firma gli autografi con la destra”:

Questa caratteristica del “falso” mancinismo di Kerber non è mai stata molto sottolineata, e devo dire che lei stessa dedica poco tempo alla questione. Ancora nell’ultimo Wimbledon avevo chiesto a Ubaldo Scanagatta il favore di tornare sul tema in conferenza stampa: Ubaldo ha provato a chiederle qualche notizia in più, ma lei non ha voluto approfondire.
Da quanto ho letto in altre interviste in tedesco, potrebbe essere che abbia cominciato ad impugnare la racchetta con la sinistra per il tipico errore che capita ai bambini piccoli che hanno l’insegnante di fronte, e quindi ripetono i gesti “a specchio”: di conseguenza compiono lo stesso movimento, utilizzando però il braccio opposto rispetto al maestro. Ma non sono sicuro di questa versione, perché non l’ho mai trovata espressa in modo inequivocabile.

Forse a questa stranezza dell’uso della sinistra esclusivamente per il tennis è collegata un’altra anomalia di Kerber: al contrario di quasi tutte le giocatrici, non ha un colpo dominante da fondo (il dritto o il rovescio) quanto piuttosto una direzione di gioco preferita. Ho già avuto occasione di scriverne:
Angelique non è una difensivista pura; se il match diventa combattuto, sull’onda dell’entusiasmo (o della disperazione) può cominciare anche a spingere lei. Contro le giocatrici più deboli può perfino impostare la partita, ma secondo me il suo livello in “versione attaccante”, è inferiore. (…)
Siccome si trova meglio a spingere il rovescio incrociato e il dritto lungolinea, da mancina finisce quasi sempre per cercare il vincente nell’angolo di campo coperto dal dritto delle giocatrici destre. E non è detto che insistere verso quella zona sia produttivo, soprattutto se si gioca contro chi ha nel dritto il colpo migliore. E’ un problema difficile da risolvere per lei, perché l’alternativa che ha è lo sventaglio di dritto, un colpo che in termini di geometria equivale a un rovescio incrociato, e quindi non allarga le sue varianti tattiche; mentre il lungolinea di rovescio è efficace soprattutto nei momenti di massima forma”.
E, aggiungo per completezza, con il dritto incrociato i vincenti che riesce a produrre sono piuttosto rari. Questo perché se prova a chiudere dal lato “innaturale” di gioco (sia con il rovescio lungolinea che con il cross di dritto) difficilmente riesce a far viaggiare la palla alla velocità necessaria per renderla imprendibile.

Da quanto leggo oppure ascolto nelle telecronache che riguardano Kerber, questo tema non viene evidenziato, eppure a me pare inequivocabile.
Per rendere più chiara questa caratteristica ho deciso di sintetizzare graficamente la posizione dei suoi vincenti nelle ultime partite degli US Open, a partire dal terzo turno in poi.

Nello schema di sinistra è riportata la disposizione dei vincenti ottenuti contro Cici Bellis. Una serie di dritti lungolinea sono la componente fondamentale del bottino di Kerber. Direi che nella sua semplicità e ripetitività questo schema mostra indirettamente una certa ingenuità tattica di Bellis che, non dimentichiamolo, ha solo 17 anni. Bellis ha impostato il gioco prevalentemente sulla diagonale sinistra, quella del proprio rovescio (Cici è destra), senza riuscire a modificare la scelta una volta che questa si stava rivelando perdente. Alla prova dei fatti non ha salvaguardato abbastanza l’angolo di campo destro, cioè proprio il target preferito di Angelique, che ne ha approfittato a ripetizione.

KERBER US OPEN 2016 Bellis
Dallo schema di destra (i vincenti ottenuti da Kerber nel turno successivo contro Kvitova) si deduce invece che Petra è riuscita e limitare il punto forte di Angelique. In parte Kvitova è stata sicuramente agevolata dall’avere quasi sempre comandato gli scambi, ma in parte è merito delle sue decisioni difensive nei momenti di difficoltà: al dunque ha scelto la parte giusta da proteggere. Magari a volte non è bastato per evitare di perdere il punto, ma se non altro ha impedito che si trasformasse in un vincente diretto. Per completezza devo ricordare che rispetto alle statistiche ufficiali in questo schema manca un vincente di dritto (che penso mi sia sfuggito), mentre i due punti nei pressi della rete non provengono da smorzate ma da nastri fortunati.

Nella partita con Roberta Vinci si ritrova in modo molto marcato la preponderanza di vincenti nell’angolo di destra. In questo caso si nota però la presenza di molti rovesci incrociati. Questo perché Roberta ha scambiato di più sulla diagonale destra (quella del suo dritto) rispetto a Bellis, e da quella zona Kerber è riuscita ad appoggiarsi per trovare il vincente con il suo rovescio bimane, grazie a improvvise accelerazioni o stringendo la traiettoria del colpo.
I due punti blu che appaiono sulla sinistra del campo e che potrebbero essere interpretati come rovesci lungolinea sono in realtà due risposte vincenti inside-out (giocate da Kerber da sinistra su servizi centrali di Roberta). A dimostrazione che raramente Angelique riesce a chiudere lo scambio da fondo verso quella direzione.
Va anche detto che questa sintesi non restituisce la differenza di rendimento tra primo e secondo set, in cui Kerber ha dilagato risollevando le proprie statistiche, che nel primo set erano invece deficitarie.

KERBER US OPEN 2016 Wozniacki

Wozniacki è riuscita solo in parte a limitare le preferenze di Kerber, rendendo comunque un po’ più simmetrica la distribuzione dei vincenti di Angelique: significa che a volte la consistenza difensiva di Caroline ha obbligato la rivale a uscire dalla propria “comfort zone”. In questa partita spiccano i cinque smash vincenti di Kerber, alcuni esito di scambi con palle corte.

Per la finale contro Pliskova ho preparato lo schema di entrambe le giocatrici:

KERBER US OPEN 2016 Pliskova

Quello a sinistra, con i vincenti ottenuti da Kerber mostra la consueta prevalenza dell’angolo preferito. Una prevalenza molto marcata che forse meriterebbe una riflessione da parte di Pliskova che probabilmente in qualche occasione ha trascurato quale fosse il target prediletto dall’avversaria. Due dei punti ottenuti nella parte inusuale di campo sono stati ottenuti ad inizio secondo set, quando Angelique sull’onda dell’entusiasmo della vittoria del primo set ha giocato prendendo strade per lei normalmente meno sicure. Ma nei momenti di maggiore incertezza molto difficilmente si è concessa variazioni. E così il vincente forse più importante del match (ottenuto sul 3-3, 30-30 del terzo set) è ancora una volta il solito, classico, fedele colpo nell’angolo preferito da Angelique: un dritto lungolinea atterrato proprio all’incrocio delle righe:

https://youtu.be/flNJMoiJ93Y?t=620

Se invece si analizza la posizione dei vincenti di Pliskova la prima cosa che salta all’occhio è la distribuzione molto più ampia dei punti: quasi ogni parte di campo è interessata da vincenti e non c’è una chiara prevalenza di un lato rispetto all’altro.
In questi schemi non è prevista la differenziazione tra vincenti da fondo e volèe (per il tipo di gioco di Kerber è poco rilevante, ma per Pliskova sarebbe più significativa); in realtà la maggior parte dei punti nella parte più a ridosso della rete sono proprio volèe.
Dovessi fare un appunto alla finale di Pliskova, direi che le è mancato, soprattutto nel primo set, il servizio centrale: contro Serena la battuta verso la T le aveva portato diversi quindici importanti e le aveva consentito di essere meno prevedibile per l’avversaria alla risposta. In finale contro Kerber la minore efficacia dei servizi al centro ha finito per rendere più facile la scelta delle direzioni da coprire da parte di Angelique.
Ma, al di là dei dettagli, resta il fatto che complessivamente in finale Kerber ha risposto bene: non ha cercato vincenti diretti, però ha mantenuto una percentuale di palle in gioco molto alta.

E facendo un discorso più generale, penso che proprio l’innalzamento della qualità in risposta sia stata una delle chiavi della sua grande stagione; probabilmente il progresso più solido e duraturo del 2016. Un progresso che ha contribuito a farle vincere entrambi gli Slam sul cemento, ma anche ad arrivare in finale a Wimbledon.
Contro di lei fare il punto nelle fasi di inizio gioco è diventato più difficile; e per una giocatrice che ha tutto da guadagnare nell’allungamento degli scambi è un notevole vantaggio.

Per completare la questione sulla fase di inizio gioco: ricordo che una delle doti “storiche” di Kerber consiste nella capacità di eseguire sia dritto che rovescio piegandosi esasperatamente e colpendo in controbalzo. Una modalità che la accomuna ad Agnieszka Radwanska: ma mentre Aga si basa sull’equilibrio e l’agilità, Angelique riesce ad eseguire un gesto tanto complesso grazie alla superiore potenza di gambe.

Questa capacità le permette di limitare i danni in uscita dal servizio: controlla in questo modo molte risposte aggressive delle avversarie quando provano ad attaccare la sua battuta, obiettivamente un colpo non particolarmente incisivo del suo repertorio.

Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali di Kerber mi fermerei qui. Ricordate il foglio di Andy Murray con alcune indicazioni-base, scoperto durante un suo match contro Simon? Dovessi preparare qualcosa di simile per chi deve giocare contro Angelique scriverei:

– Kerber soffre le palle senza peso e dover assumere l’iniziativa, visto che ama appoggiarsi sulla potenza altrui
– Si trova meglio a colpire in corsa che da ferma
– Da fondo campo (ma anche nei recuperi correndo in avanti) preferisce cercare il vincente con il dritto lungolinea o il rovescio incrociato, quindi sempre verso lo stesso angolo di campo
– Quando si scende a rete sul suo dritto attenzione però al passante incrociato
– Esegue la smorzata praticamente solo nella versione di rovescio lungolinea
– Molto difficilmente cerca la rete. Nelle volèe non è particolarmente dotata ma è piuttosto reattiva nei corpo a corpo
– Il servizio più pericoloso è lo slice a uscire da sinistra

Suppongo che questi sei-sette punti siano nell’agenda di tutte le avversarie che l’hanno affrontata: sotto questo aspetto Angelique è una giocatrice piuttosto prevedibile.

Ma prima di chiudere credo rimanga da affrontare la questione della Kerber di inizio stagione, quella vincente agli Australian Open. Rimando all’articolo scritto su di lei dopo la vittoria australiana, anche se sembrerebbe sottintendere una contraddizione rispetto a quanto sto sostenendo adesso.
Mi spiego: allora avevo ipotizzato che il primo successo nello Slam fosse il frutto di una evoluzione rispetto alla sua impostazione consolidata, l’effetto di una serie di novità che le avevano consentito di cogliere in parte di sorpresa le avversarie. Insieme al suo storico coach, Torben Beltz, Kerber aveva lavorato sul proprio gioco, innovandolo sotto diversi aspetti. Quali erano le novità? Servizio più rischiato, risposte più aggressive, ricerca del vincente anche in zone di campo diverse dal solito, gioco meno difensivo, aumento delle discese a rete.
A distanza di mesi devo dire che non ho cambiato idea: a mio avviso quelle novità a Melbourne c’erano state; ma sono in gran parte rientrate. Provo a dimostrarlo con qualche numero. Ho preparato un confronto tra i match disputati in Australia e quelli vinti negli Stati Uniti:

Kerber confronto Slam vinti

Come si vede in Australia aveva in generale ottenuto più vincenti, ma anche più errori non forzati; quasi il triplo degli ace e il doppio dei doppi falli. Le volèe vincenti a Melbourne erano 10, a New York 2. È vero che nel primo Slam Kerber aveva complessivamente disputato qualche game in più, ma, anche tenendone conto, rimane un divario significativo tra i 172 vincenti del primo Major vinto e i 117 del secondo. A conferma di un atteggiamento più offensivo in Australia, con quel che ne consegue statisticamente, nel bene e nel male.

Quella di Melbourne per me era davvero una Kerber diversa. È stata a mio avviso la miglior versione di tutta la carriera, frutto di un perfezionamento fisico compiuto nella seconda metà del 2015 (maggior tonicità muscolare, eliminazione di qualche chilo di troppo), ma anche di un progresso mentale (maggiore aggressività) e tattico (minore prevedibilità). La dimostrazione di tutto ciò era stato il match contro Azarenka, non solo battuta per la prima volta, ma anche ottenendo più vincenti di lei.
A New York invece Angelique tatticamente è tornata la giocatrice “muro di gomma”, che punta innanzitutto a far sbagliare le avversarie.
Altri dati: in Australia aveva chiuso con un saldo positivo 6 partite su 7. Negli USA solo 4 su 7. In nessun match americano ha ripetuto il +15 ottenuto contro Azarenka e il +12 contro Serena in finale; una partita, la finale di Melbourne, di altissimo livello (anche Serena aveva chiuso in attivo); un livello che a New York non credo Angelique abbia replicato.

In sintesi: verrebbe quasi da dire che per compiere il salto di qualità che l’ha portata a vincere il primo Slam ci sia voluta una Kerber speciale, ma poi per confermarsi ad alti livelli e conquistare il secondo Major sia bastata la Kerber dei vecchi tempi.
Secondo me questo in parte è vero, in parte no. Come dicevo sopra, penso che rispetto agli anni passati abbia migliorato la risposta; e in più credo che la vittoria in Australia abbia fortificato la sua autostima e l’abbia resa più solida sul piano mentale: la sicurezza e la convinzione hanno consentito ad Angelique di vincere i punti importanti, indipendentemente da quale fosse l’impostazione di gioco.

Resta da capire se saprà tenere questi livelli anche l’anno prossimo. Il suo non è certo un tennis rapido e poco dispendioso; al contrario: per essere efficace richiede costante applicazione e grande capacità di resistenza, anche contro avversarie di qualità non straordinaria.
Da quando è entrata per la prima volta in top ten, Kerber ha già vissuto fasi di appannamento, anche se ha sempre saputo recuperare e riproporsi ad alti livelli. Ora però inizia una fase nuova, tutt’altro che facile, visto che ogni giocatrice sogna di battere la numero uno del mondo, e la numero uno del mondo oggi è lei.

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L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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