Nei dintorni di Djokovic: Karlovic, la Coppa Davis e un cerchio che si chiude

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Karlovic, la Coppa Davis e un cerchio che si chiude

Entusiasmo alle stelle in Croazia per il ritorno di Ivo Karlovic in Coppa Davis per la finale contro l’Argentina. Contro i sudamericani 14 anni fa una sconfitta che scatenò polemiche e 4 anni fa l’ultimo match in Davis. Ancora una volta, Karlovic può prendersi una grande rivincita

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Ivo dove sei, quando abbiamo bisogno di te?
Così recitava uno striscione al Palazzetto dello sport di Zara durante la semifinale di Coppa Davis tra Croazia e Francia. Quasi profetico, dato che pochi giorni dopo la conquista della seconda finale della storia del tennis croato, si è saputo che il secondo singolarista Borna Coric avrebbe dovuto sottoporsi ad un intervento chirurgico per rimuovere alcuni frammenti ossei che creavano problemi al tendine del ginocchio destro e che metteva in serio dubbio la sua partecipazione alla finale di Zagabria.
Da quel momento in Croazia, tutti ad invocare a gran voce il ritorno di Ivo Karlovic in nazionale. Proprio come chi aveva scritto quello striscione.

L’ho sempre chiamato in tutte le occasioni e lo farò anche stavolta” ha subito dichiarato il ct Krajan, onde chiarire che non c’erano preclusioni di sorta né sue, né degli altri giocatori, nei confronti dell’eventuale comeback del “Gigante di Salata” (come Ivo viene chiamato in patria, con riferimento al quartiere della capitale croata dov’è nato ed ai suoi 211 cm di altezza).

Perché allora da 4 anni Ivo non gioca in Davis? La ragione è semplice: l’età. Lui l’aveva detto chiaro e tondo a fine 2012: “Tra poco compirò 34 anni e devo concentrare la mia carriera nel circuito se voglio giocare ancora un paio di stagioni senza grossi infortuni. Nell’ultimo periodo non è stato così. L’ho comunicato personalmente al selezionatore Krajan e lui ha accettato. La rappresentativa croata anche senza di me ha le qualità necessaria per ottenere dei buoni risultati nel World Group. Sono stato e sarò il loro più grande tifoso” disse Karlovic, a quel tempo n. 100 al mondo.

 

Non è che la cosa, in quel periodo, sconvolse particolarmente l’opinione pubblica croata. Reduce da un infortunio a metà stagione, Ivo stava uscendo dai top 100 e a metà dell’anno dopo – complice anche una meningite virale – sarebbe sceso oltre la 150esima posizione. Pochi in patria credevano che il quasi 34enne tennista di Zagabria sarebbe stato di nuovo utile alla causa della nazionale.
Pochi credevano ancora in lui. Come, del resto, era spesso era capitato in passato.
Sin da quando, da ragazzino, dato che i genitori non avevano le risorse economiche necessarie per fargli fare delle lezioni private aggiuntive finiva spesso ai margini del gruppo di allievi, poiché i maestri privilegiavano i ragazzi che poi pagavano le lezioni private. Finendo così per girovagare di club in club (qualche volta anche a causa di papà Vlado, che scottato dalle precedenti esperienze talvolta litigava con dirigenti e maestri non appena aveva solo la sensazione che non ci fosse la giusta attenzione verso il figlio). O quando, da adolescente, faceva difficoltà a trovare coetanei con cui allenarsi. Nessuno infatti trovava utile giocare con uno che tendenzialmente sparava cannonate imprendibili di servizio e poco altro. E anche quando passò professionista, dato che – sempre per le non sufficienti capacità economiche – non trovò per diverso tempo un coach che lo seguisse nel circuito.

A dire il vero, la carriera in Davis di Karlovic non è che sia stata un qualcosa di eclatante da giustificare particolari rimpianti: convocato 19 volte, schierato in 14 tie, in singolare ha disputato 17 incontri vincendone 9, in doppio ne ha giocati 8 vincendone esattamente la metà.
L’esordio a 21 anni, nel 2000, nel quarti di finale del Gruppo II contro l’Irlanda. In coppia con Ivanisevic porta il punto del 3-0 in doppio e poi scende in campo anche in singolare battendo Niland. Praticamente la stessa cosa in semifinale, nel 5-0 contro la Costa d’Avorio che porta la Croazia nel Gruppo I: sempre in coppia con Goran vincono il doppio in cinque set e poi supera nell’ultimo match N’Goran.
Viene convocato nuovamente nel 2002, nei quarti di finale contro l’Argentina a Buenos Aires. Dove, a sorpresa, viene schierato come secondo singolarista dal capitano Pilic. Perde in quattro set contro Juan Ignacio Chela e poi nettamente contro Gaston Gaudio il match decisivo sul 2 pari, dopo che la coppia Ivanisevic/Ljubicic in doppio e Ljubicic in singolare avevano riportato le sorti in parità dopo lo 0-2 della prima giornata. Tante le critiche che piovvero addosso a Nikki Pilic per averlo schierato sulla terra rossa, non certamente la superficie ideale per esaltare le doti di eccezionale battitore di Karlovic.
“Il match durò cinque ore e Karlovic mise a segno 43 ace” raccontò tempo dopo Pilic per spiegare il motivo per cui schierò Ivo. Parlava del match di spareggio contro l’altro candidato al posto di singolarista. Chi era l’altro giocatore? Proprio il ct attuale, Zeljko Krajan, all’epoca n. 153 del mondo, mentre Karlovic era n. 189. Sta di fatto che dopo le polemiche scoppiate in quell’occasione, Pilic preferì non convocarlo l’anno dopo.
Torna nel 2004, ma la Croazia è subito eliminata dalla Francia: perde in doppio in coppia con Mario Ancic (contro Escude/Llodra) e poi un match a punteggio acquisito con Escude.
Nel 2005, dai quarti di finale in poi, fa parte della squadra che conquista la Davis, giocando però solo un match, in semifinale contro la Russia a punteggio acquisito (perso contro Tursunov).
Dopo la conquista dell’insalatiera, due anni di assenza: c’è chi dice per una questione relativa al premio per la vittoria, la cui suddivisione non parve equa a Karlovic.

Il ritorno nel 2008: gioca e perde contro Bolelli il primo singolare  della sfida dei quarti di finale del Group I contro l’Italia, che i croati riescono comunque a portare a casa con il punteggio del 3-2.
Si riscatta pochi mesi dopo, quando è il protagonista dei playoff che sanciscono il ritorno della Croazia nel World Group. Nel 4-1 sul Brasile, perde in doppio in coppia con Zovko contro Melo/Sa al quinto, ma batte Alves e Bellucci nei due singolari.
Nel 2009 viene convocato in tutti e tre i match. Al primo turno vince a punteggio acquisito l’incontro contro Podlipnik-Castillo nel 5-0 sul Cile. Vince il primo singolare 7-5 al quinto contro Blake, nel match dei quarti di finale che poi la Croazia vincerà 3-2 sugli Stati Uniti.
Brucia invece la sconfitta in singolare in semifinale, quando la Croazia viene sconfitta in casa per 4-1 dalla Repubblica Ceca: anche stavolta scende in campo nel primo match,  ma perde 16-14 al quinto contro Stepanek dopo 5 ore e 59 minuti, quinto match più lungo della storia della Davis. A parziale consolazione, il record personale di ace in un match al meglio dei cinque, 78, ancora oggi record a livello di Coppa Davis. Che fu anche record assoluto, fino alla pazzesca partita tra Isner e Mahut dell’estate successiva a Wimbledon.
Nel 2010 gioca nel vittorioso primo turno contro l’Ecuador (5-0): batte Lapentti al quinto e poi con Cilic conquistano il punto del 3-0 in doppio.
Torna l’anno dopo, sempre al primo turno,e qui la sconfitta forse più inaspettata: sul veloce indoor del Dom Sportova di Zagabria, con Dodig esce sconfitto in doppio contro la coppia tedesca Kas/Petzschner in cinque set e poi perde in tre set il match decisivo contro lo stesso Petzschner, giocato al posto di uno stremato Dodig reduce da cinque set contro Kohlschreiber in singolare e altrettanti in doppio. Anche in questo caso si consola un po’ grazie al suo servizio: durante il doppio scaglia la battuta più veloce nella storia del tennis, a 251 km/h  (anche questo record verrà battuto l’anno successivo: dall’australiano Samuel Groth nel maggio 2012).
Nel 2012 è l’assoluto protagonista del match di primo turno, portando a casa i 3 punti della vittoria in trasferta contro il Giappone: in singolare batte Nishikori e Soeda in tre set e in doppio (con Dodig) la coppia Uto/Sugita in quattro set.
L’ultimo atto, come detto, i quarti di finale contro l’Argentina, di nuovo sulla terra rossa di Buenos Aires. Perde in tre set il secondo singolare contro del Potro e poi, in coppia con Cilic, 8-6 al quinto contro Nalbandian/Schwank.

L’ultimo atto fino a pochi giorni fa. Perché Karlovic se ne è stato in silenzio alcuni giorni, mentre in patria in molti – giornalisti, tifosi, addetti ai lavori – a gran voce ne reclamavano il ritorno in nazionale. Ma alla fine ha capito che tornare era la cosa più giusta da fare.

Di nuovo contro l’Argentina, ma questa volta sulla sua superficie preferita.
Di nuovo una finale, ma questa volta da protagonista.
Di nuovo per stupire, come spesso è accaduto in passato, i molti che non hanno creduto in lui.
Come da adolescente, quando a 16 anni, batté la grande promessa del tennis mondiale Marat Safin.
Come nel 2003, quando già 24enne, da perfetto sconosciuto n. 203 del mondo, si qualificò per il tabellone principale di Wimbledon e batté al primo turno il campione uscente e n. 2 del mondo Lleyton Hewitt.
Come nel 2014, quando a 34 anni anni suonati –  dopo che la già citata meningite virale lo aveva colpito nella primavera dell’anno prima e lo aveva fatto uscire dai primi 150 giocatori del mondo – torna nuovamente nei top 50, da cui era uscito nel luglio del 2010, dopo un brutto infortunio al tendine di Achille.
E ancora come quest’anno, quando un problema al ginocchio gli ha fatto praticamente perdere i primi quattro mesi della stagione, e poi in estate ha vinto i tornei di Newport e Los Cabos e raggiunto la finale all’ATP 500 di Washington.

Dr. Ivo stupirà tutti per l’ennesima volta?
Non sarebbe poi così sorprendente, a ben vedere. Perché – attenzione – se togliamo i match disputati sulla terra battuta, quel 9/8 in singolare di Karlovic in Coppa Davis diventa un 8/3 sul veloce. Che rende obiettivamente logiche le speranze croate di vittoria. Perchè anche se del Potro fosse in grado di giocare e vincere due singolari, Cilic e Karlovic sono in grado di battere l’altro singolarista argentino (Pella? Mayer? Delbonis?) sul cemento indoor della Zagreb Arena e il doppio Cilic/Dodig, che quest’anno ha già battuto i leggendari fratelli Bryan e la coppia n. 1 la mondo Herbert/Mahut, può conquistare il terzo punto necessario a riportare l’insalatiera in Croazia dopo 11 anni.

Eccomi” è stata sui social la risposta di Karlovic, con il suo consueto humor, a quello striscione di Zara e a tutti gli appelli per il suo ritorno.
Il gigante è tornato. E vuole chiudere alla grande. Ma forse non per stupire – ancora – chi non ha creduto in lui.
Forse, semplicemente, per fare un regalo a se stesso, oltre che alla sua gente: per regalare un’altra soddisfazione a quel ragazzo che nessuno voleva allenare e con cui nessuno voleva allenarsi.
Quel ragazzo che voleva solo giocare a tennis.

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Nei Dintorni di Djokovic: non ci resta che Nole

Djokovic si ferma ad un passo del Grande Slam. Ma a parte lui, nessun tennista proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia è arrivato al terzo turno a New York. E il futuro non promette molto, in particolare in campo maschile

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Novak Djokovic - US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Tutte le luci erano, giustamente, puntate su di lui: Novak Djokovic. Dopo la conquista dei primi tre Slam stagionali, il suo tentativo di realizzare il Grande Slam, 52 anni dopo Rod Laver, e al contempo superare gli eterni rivali Federer e Nadal per numero di Major vinti, ha chiaramente monopolizzato l’attenzione degli addetti ai lavori. Nole si è fermato proprio ad un passo dal traguardo, sconfitto in finale da un grandissimo Daniil Medvedev e dalle tante, troppe, fatiche fisiche, mentali ed emotive di queste due settimane. Forse potremmo dire di questi due ultimi mesi, poiché già dopo la vittoria di Wimbledontutto il mondo del tennis (e non solo) ha cominciato a parlare sempre più insistentemente del suo possibile Grande Slam.

La sconfitta non gli ha permesso di realizzare un’impresa leggendaria a livello sportivo, ma questo non toglie nulla alla grandezza del fuoriclasse belgradese. Anzi, per come è avvenuta ha addirittura aggiunto qualcosa, con quelle lacrime che non è riuscito a trattenere al cambio campo e durante la premiazione (e poi anche nella conferenza stampa con i giornalisti serbi, quando ha parlato della sua famiglia), che hanno fatto capire fino in fondo a tutti quale enorme turbinio di emozioni abbia dovuto gestire internamente nell’ultimo periodo, mentre sul campo doveva affrontare i migliori giocatori al mondo. Soprattutto, ci permettiamo di dire, a coloro che sinora per svariati motivi – più o meno plausibili – ne avevano spesso sminuito le gesta sportive o enfatizzato i difetti e le reazioni talvolta non ineccepibili. Ma un atleta non raggiunge certi risultati se oltre alla tecnica, al fisico ed alla testa non ci mette il cuore e, come Nole suole spesso dire, l’anima. Ecco, forse domenica sera in tanti sono finalmente riusciti a vedere l’anima di Novak Djokovic.

Le eccezionali gesta del fenomeno serbo hanno fatto passare un po’ sotto silenzio, da quelle parti, il fatto che il resto della truppa proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia ha salutato molto presto New York. Ad esclusione del n. 1 del mondo, infatti, nessun tennista di quelle zone è riuscito a raggiungere il terzo turno a Flushing Meadows. Un dato preoccupante, soprattutto se confrontato con il recente passato. Quest’anno, per capirci, Dusan Lajovic e Donna Vekic erano arrivati agli ottavi a Melbourne e Filip Krajinovic (portando Medvedev al quinto set) e Kaja Juvan al terzo turno; Tamara Zidansek in semifinale e Polona Hercog e Laslo Djere al terzo turno a Parigi; a Wimbledon nessuno a parte Nole era approdato alla seconda settimana, ma in tre (Marin Cilic, Aljaz Bedene e Kaja Juvan) al terzo turno.

 
Dusan Lajovic

Se andiamo a vedere com’era andata lo scorso anno a New York, il dato è ancora più sconfortante. In campo maschile, oltre a Nole squalificato negli ottavi, Borna Coric era arrivato sino ai quarti, Marin Cilic e Filip Krajinovic al terzo turno; mentre nel femminile Petra Martic agli ottavi e Donna Vekic al terzo turno. Vediamo nel dettaglio, nazione per nazione, quanto male è andata, per tutti, questa edizione dello US Open.

SLOVENIAAssente Aljaz Bedene, che ha dovuto rinunciare in quanto ancora alla prese con gli strascichi dell’infezione da Covid-19 contratta a luglio, ormai da tempo rimasto l’unico a difendere in maniera continuativa a livello Slam i colori della nazione subalpina in campo maschile, erano invece tre le tenniste slovene impegnate a Flushing Meadows. Subito eliminata Polona Hercog (contro Kvitova), hanno passato un turno Tamara Zidansek e la giovane Kaja Juvan, prima di cedere rispettivamente, in maniera netta, a Sabalenka e Collins.

CROAZIAAncora ai box Borna Coric dopo l’operazione alla spalla destra della scorsa primavera, sono usciti subito sia Marin Cilic che Ivo Karlovic. Il vincitore dell’edizione 2016 è stato costretto al ritiro per la prima volta in carriera a partita in corso, al suo 868esimo match, ennesimo segnale del declino del campione di Medjugorje. Karlovic il suo comunque l’aveva già fatto qualificandosi per il main draw a 42 anni. Potrebbe essere stato l’ultimo Slam per il gigante di Zagabria, che ha detto che deve valutare se proseguire o meno, considerato che la sua classifica lo costringe a giocare a livello Challenger.

In campo femminile, nonostante la sconfitta al primo turno, è arrivato qualche buon segnale da Donna Vekic, che dopo gli ottavi raggiunti a Melbourne si è dovuta operare al ginocchio destro ed è rientrata solo a fine maggio al Roland Garros. Senza l’aiuto della dea bendata, se andiamo a vedere i sorteggi a livello Slam dove ha sempre incontrato prestissimo una delle prime dieci del seeding: a Parigi e a Wimbledon aveva trovato Pliskova, rispettivamente al primo e al secondo turno, a New York ha dovuto affrontare subito Muguruza. A una top 60 (top 40 prima di Parigi) poteva andare decisamente meglio. Di positivo, dicevamo, c’è comunque la prestazione, dato che la spagnola ha avuto bisogno di due tie-break per vincere; di negativo il fatto che Donna ha perso i punti dei quarti di finale 2019 (non aveva giocato lo scorso anno) ed è scivolata ai margini della top 100 (n. 98), dove i sorteggi non possono certo migliorare.

Seconda parte della stagione da dimenticare per Petra Martic, che dopo la semifinale agli Internazionali d’Italia non è più riuscita a vincere due match di fila. Neanche a New York, dove dopo la vittoria sulla qualificata ungherese Galfi è stata fermata dalla ex connazionale, ora australiana, Ajla Tomljanovic (insieme, giovanissime, vinsero il loro primo torneo di doppio ITF a Zagabria, città natale di Ajla). Poco da rimproverare ad Ana Konjuh, che continua il suo percorso di riavvicinamento alle posizioni in classifica che occupava stabilmente prima del lungo stop a causa dei problemi al gomito destro. La tennista di Dubrovnik ha infatti superato con autorità i tre turni delle qualificazioni, prima di incocciare al primo turno in una delle grandi rivelazioni del torneo, la 18enne finalista canadese Leylah Fernandez. E da questa settimana Ana è la seconda croata in classifica (n. 82 WTA), dopo Petra Martic, avendo scavalcato Vekic: sorpasso curiosamente ratificato dalla vittoria nello scontro diretto di lunedì al primo turno del WTA di Portorose.

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Donna Vekic e Ana Konjuh – WTA Portorose (fonte: Twitter)

MONTENEGROAnnata complicata anche per Danka Kovinic, a causa di un infortunio al polpaccio che ha compromesso la stagione sulla terra e le ha fatto saltare quella sull’erba. Rientrata a metà agosto, con due sconfitte al primo turno nei due tornei disputati a Chicago, la 26enne di Cetinje è ben lontana dalla sua forma migliore e quindi non sorprende la sconfitta contro Kristyna Pliskova, proveniente dalle qualificazioni.

SERBIA – Di Djokovic abbiamo già parlato. L’altra testa di serie serba del tabellone maschile, la n. 32 Krajinovic, è uscita subito di scena, sconfitto in quattro set da Pella. Lajovic non ha sfruttato una grossa occasione per bissare gli ottavi di Melbourne. Dopo la vittoria all’esordio con Paire, “Dule” è andato in vantaggio per due set a uno e si è procurato due palle break consecutive nel settimo gioco del quarto contro Gojowczyk, ma poi ha subito la rimonta del giocatore tedesco, che nel turno successivo ha poi superato senza grossi problemi Laaksonen. Non sorprende la sconfitta di Djere contro Kudla, ben più attrezzato di lui sul cemento. In crisi di risultati il giovane del gruppo, Miomir Kecmanovic, che non vince due match di fila dall’ATP di Belgrado di aprile. Il 22enne belgradese chiude con un 0-4 la sua campagna sul cemento americano, fermato da una delle rivelazioni di questa estate, il 26enne francese Rinderknech che lo ha superato al quinto (e che Miomir aveva battuto proprio negli ottavi a Belgrado).

Nel singolare femminile, sorteggio sfortunato per Nina Stojanovic, che si è trova subito di fronte la tds n. 2 e futura semifinalista Sabalenka, alla quale è riuscita a strappare il secondo set al tie-break prima di crollare nel terzo sotto i colpi della bielorussa. Sconfitta che le è costata l’uscita dalla top 100, dove era l’unica serba. Niente da fare anche per Ivana Jorovic, entrata grazie al ranking protetto dopo l’anno di stop tra settembre 2019 e settembre 2020 in seguito all’operazione al gomito e ancora alla ricerca della forma migliore, sconfitta nettamente al primo turno da Osorio Serrano. Sfuma anche il sogno di Olga Danilovic di giocare sull’Arthur Ashe, contro Naomi Osaka (e viste, purtroppo, le difficoltà della campionessa giapponese, chissà come sarebbe andata a finire), fermata da un virus influenzale dopo aver superato le qualificazioni e la wild card statunitense Park al primo turno.

UN FUTURO NON ROSEO, MA UN PO’ ROSA

Considerato che Djokovic dal maggio prossimo sarà un over 35 e non è cosa di poco conto, anche per un atleta integro e che ha sempre curato alla perfezione il suo fisico come lui (anche se, metabolizzata la sconfitta di New York, l’obiettivo di diventare il tennista con il maggior numero di Slam vinti in campo maschile sarà probabilmente la motivazione che lo spingerà, nonostante gli anni che passano, a cercare di continuare a migliorarsi ancora per aggiungerne altri nella sua bacheca di Belgrado), e che l’altro campione Slam di quelle zone, Marin Cilic, ne compie 33 a fine mese ma, come dicevamo, pare sul viale del tramonto già da un po’, la situazione in campo maschile, pensando al futuro, appare preoccupante. Soprattutto perché chi doveva assicurare la successione o almeno non farli rimpiangere troppo (beh, con Nole ovviamente è dura…) non sta mantenendo le promesse.

In Serbia si sperava in Miomir Kemanovic, che sebbene sia ancora giovanissimo (ha appena compiuto 22 anni) da un po’ sembra in una fase di stallo. A Zagabria invece si confidava su quel Borna Coric che tre anni fa, prima di compierne 22,  batteva due volte di fila Federer (una in finale ad Halle), era protagonista del trionfo in Davis e arrivava al n. 12 del ranking mondiale. Oggi Borna non ha ancora 25 anni, ma è tormentato dagli infortuni e il suo best ranking è rimasto quelli di tre anni fa (ora è n. 51, ma con tanti risultati 2019 in scadenza nei prossimi mesi). E non è che ci sia molto all’orizzonte: il miglior under 21 serbo è il ventenne Marko Miladinovic, n. 666 del ranking, seguito dal 18enne Medjedovic, n. 679.

Ai croati va un po’ meglio grazie a Duje Ajdukovic, vent’anni come Miladinovic, ma ben più in alto in classifica (n. 255) che ha già fatto vedere qualcosa di buono, come il secondo turno all’ATP di Umago dove ha impegnato un top 50 esperto come Ramos-Vinolas. Comunque niente di particolarmente esaltante, sia considerato che lo zagabrese è appena 24esimo nella classifica NextGen, sia ricordando che il suo concittadino Borna Coric quando aveva la sua età era lui stesso un top 50. Meglio sorvolare su Slovenia (un 17enne con un punto ATP) e Bosnia-Erzegovina (un 20enne con due punti ATP, un 20enne e un 16 enne con uno), dove bisogna sperare che Bedene e Dzumhur, anche se quest’ultimo sta già facendo fatica a mantenersi a livello di top 100, tirino la carretta ancora per un po’.

In campo femminile le prospettive appaiono, potenzialmente, migliori. Ci sono due belle giovani promesse, come la slovena Kaja Juvan e la serba Olga Danilovic (che insieme hanno vinto il doppio juniores a Wimbledon nel 2017) anche se entrambe stanno stentando un po’ a fare il salto di livello (al momento sono fuori dalla top 100). E se da una parte è vero che hanno appena vent’anni e quindi si può dare loro ancora un po’ di tempo, dall’altra il fatto che praticamente ad ogni Slam spunti fuori una teenager fenomenale (se non due, come Raducanu e Fernandez a New York), qualche perplessità su dove entrambe possano effettivamente arrivare comincia a insinuarsi tra gli addetti ai lavori.

Olga Danilovic – WTA Palermo 2021 (courtesy of tournament)

La Serbia per il resto pare non avere moltissimo su cui contare per sperare di rinverdire i fasti del duo Ivanovic-Jankovic. Vero che Nina Stojanovic ha appena 25 anni ed Ivana Jorovic uno in meno (e due anni fa era arrivata in top 100 prima dei problemi al gomito) ma per entrambe già la top 50 sembra essere un obiettivo, seppur realistico, abbastanza sfidante. E che ci sono addirittura una decina di giocatrici dai 21 anni in giù in classifica, sebbene nessuna oltre la figlia di “Sasha” tra le prime 500 al mondo.

La Slovenia sta indubbiamente meglio, dato che invece contare per il prossimo futuro anche sulla semifinalista di Parigi, Tamara Zidansek, che ha solo 23 anni ed è n. 34 WTA, e nel complesso ha una mezza dozzina di giovani, tra le prime 650 al mondo.

Tralasciando la trentenne Petra Martic (come fatto con la coetanea Polona Hercog per la Slovenia), in campo croato ci sono un paio di nomi che potrebbero dire la loro per qualche anno. Donna Vekic, alla fin fine, ha appena compiuto 25 anni e quest’anno ha pagato lo stop a causa del ginocchio, ma a inizio anno era attorno alla trentesima posizione ed è stata n. 19. Ana Konjuh di anni ne ha solo 23, di fatto ne ha persi due a causa dell’infortunio, e come detto si sta pian piano avvicinando ai suoi livelli di gioco precedenti (e ricordiamoci che anche lei è stata una top 20, seppur per poco). Ma già che ci siamo – mal che vada ci siamo sbagliati, ma speriamo di no, innanzitutto per loro – tra le sei giovani croate in classifica segnaliamo la 15enne Petra Marcinko, che a New York è arrivata ai quarti del tabellone juniores, e la 18enne Tara Wurth, che ha appena vinto un ITF da 25.000$ a Trieste e ha fatto un balzo in classifica di oltre cento posizioni (ora è n. 377). E come sappiamo, Raducanu docet, dalla vittoria di un ITF a quella di uno Slam possono anche passare meno di due anni…

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Nei dintorni di Djokovic: i Sabanov Twins, una favola “jugoslava”

Cresciuti in Serbia, trasferitisi in Croazia a 15 anni (“Non siamo serbi o croati, ma un mix”), dall’anno scorso si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. Dove in aprile, da wild card, i gemelli Matej e Ivan Sabanov hanno vinto il loro primo titolo ATP in doppio. A 28 anni, dopo tanto impegno e tanti sacrifici. “Ma questa vittoria ci ripaga di tutto”

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Ivan e Matej Sabanov - ATP Belgrado (foto: Marko Djokovic/Starsport©)

Sebbene la disciplina del doppio non riscuota ormai da tempo l’attenzione e l’interesse che gli appassionati e gli addetti ai lavori riservano al singolare, lo scorso aprile ha comunque destato grande sorpresa e curiosità la vittoria nel torneo ATP di Belgrado dei fratelli Matej e Ivan Sabanov. Nomi pressoché sconosciuti a tutti coloro che non hanno una particolare predilezione per i doppi a livello Challenger o il tennis balcanico, i 28enni gemelli Matej e Ivan – ad inizio torneo appaiati al n. 169 e fino ad allora con un best ranking di n. 154 della classifica ATP di doppio – erano entrati nel tabellone principale del Serbia Open grazie la wild card ottenuta per intercessione di Novak Djokovic, in considerazione del fatto che dallo scorso anno i due si allenano presso l’Accademia del n. 1 del mondo a Belgrado. Ovvero proprio su quei campi dove hanno trionfato alla loro quinta partecipazione in un torneo del circuito maggiore, battendo in finale per 6-3 7-6 la coppia uruguaiano-ecuadoregna composta da Ariel Behar e Gonzalo Escobar, top 50 nella classifica ATP e attualmente al settimo posto nella Race di doppio.

E così, tra quello che sapevamo di loro prima e quello che abbiamo scoperto grazie alle loro risposte nella conferenza stampa post-finale, in primis alle domande del Direttore Scanagatta, è venuta fuori una bella storia da raccontare. Una storia di passione, impegno e sacrifici. Passione per il tennis, impegno e sacrifici per raggiungere il loro obiettivo: diventare dei tennisti professionisti. “Questa vittoria ci ripaga di tutto“ hanno ribadito più volte Matej e Ivan, quasi increduli, durante la conferenza stampa. Raccontiamo un po’ di questo “tutto”, partendo dall’inizio.

DA SUBOTICA AD OSIJEK E LA RINUNCIA AL SOGNO AMERICANO

Matej e Ivan iniziano a giocare da piccoli a Subotica, la cittadina di circa 100.000 abitanti della provincia autonoma serba della Vojvodina, a pochi chilometri dall’Ungheria, dove sono nati. Merito del nonno, che nel giardino della casa di famiglia realizza un campo da tennis dove Matej e Ivan, insieme agli altri due fratelli Aleksandar e Nikola, passano le ore a sfidarsi. A quindici anni per i gemelli Sabanov arriva un grande cambiamento: devono trasferirsi (“Era un periodo economicamente difficile” ricordano) e dalla Serbia si spostano in Croazia, ad Osijek, dove la mamma, professoressa di latino e greco, insegnava alle superiori.

Se dal punto di vista personale sarà stato verosimilmente difficile lasciare la città dove sono cresciuti e gli amici di infanzia, dal punto di vista tennistico il trasferimento rappresenta invece un bel passo in avanti, dato che le condizioni per allenarsi ad Osijek sono indubbiamente migliori. Basta evidenziare il fatto che mentre a Subotica non c’erano campi coperti, nel capoluogo della regione della Slavonia – dove è stato plasmato il talento di una top 40 WTA come Donna Vekic – i gemellini possono allenarsi ogni giorno, anche d’inverno.

Hrvatska braća Bryan pokorila Beograd za prvi ATP naslov! | 24sata
Matej e Ivan al Tennis Club Osijek nel 2019 (foto: Dubravka Petric/PIXSELL)

Qualche anno dopo, terminate le superiori, Matej e Ivan si trovano a dover prendere delle decisioni importanti. Hanno già iniziato da un paio d’anni a giocare nei Futures, ma considerato che la famiglia non naviga certo nell’oro, l’unica strada per continuare a giocare e a migliorare pare quella di trasferirsi negli Stati Uniti, dove grazie ad una borsa di studio potrebbero far conciliare lo studio universitario ed il tennis. Una decisione che sembra ormai definitiva: gli accordi erano stati trovati, i documenti erano a posto, avevano già i biglietti per l’aereo. Ma… C’era un ma. Anzi più d’uno.

A partire dal fatto che per la prima volta nella vita i gemelli avrebbero dovuto separarsi, dato che erano stati accettati in due college diversi, uno in California e l’altro in Mississipi. E che le loro borse di studio non erano “Full Ride”, con costi cioè totalmente a carico delle Università, ma erano parziali, e quindi la permanenza negli Stati Uniti avrebbe comportato comunque un impegno economico da parte dei loro genitori. Ma soprattutto perché il loro sogno era diventare dei tennisti professionisti. “Passavamo le notti a guardare i video, a vedere le partite dei grandi campioni come Novak, Roger e Rafa. Volevamo diventare come loro, diventare dei professionisti. E così abbiamo rinunciato il giorno prima di partire”.

 

CHE L’AVVENTURA ABBIA INIZIO

Inizia così il percorso nel tennis professionistico dei gemelli Sabanov – difficilmente riconoscibili fuori dal campo, se non perché Matej è alto un centimetro in più, mentre in campo è più facile distinguerli perché Matej gioca il rovescio a due mani e invece Ivan con una sola – e come potrete immaginare, considerato che non si tratta di due predestinati (i primi punti ATP, in singolare, arriveranno a 19 anni suonati), non è certo uno dei percorsi più semplici. A confermarlo, i tantissimi aneddoti che li hanno visti protagonisti. A partire da quello per finanziare una tournée in Sudamerica. “Non avevamo i soldi per affrontare la trasferta. Chiedemmo un prestito in banca, ma non avendo un lavoro non ci fu concesso. Ci aiutò una zia, sorella di nostra madre, che lavorando lo ottenne e ci diede i soldi”.

Un investimento che però nel breve periodo non si rivela fruttuoso, dato che i gemelli nel bel mezzo della tournée, dopo una sconfitta al secondo turno in un torneo a Rio De Janeiro, si ritrovano senza nemmeno i soldi necessari per tornare a casa. “In quel momento ci sembrò la fine del mondo, credevamo saremmo morti lì”. Invece tutto finisce per il meglio e i due riescono a rientrare in Europa, continuando a inseguire i loro sogni. Per riuscire ad auto-finanziarsi i due fratelli le escogitano proprio tutte: dalle più ovvie, come il dormire insieme in camera condividendo il letto (“Siamo nati insieme, per noi è naturale”), a quelle meno scontate, come il dormire in auto quando i soldi per quella camera non c’erano proprio (“Abbiamo sofferto anche il freddo, ma non ci siamo arresi”).

O come il girare per tornei con la macchina incordatrice per incordare le racchette degli altri giocatori (“Chiedevamo cinque euro invece del prezzo standard di dieci euro, quindi tutti venivano da noi”) e partecipare ai campionati a squadre in giro per l’Europa che pagavano il gettone di presenza (“Andavamo a giocare dovunque, in Germania, Francia, Italia e Ungheria, viaggiavamo di notte e dormivamo in macchina pur di guadagnare qualcosa”). Riuscendo così anche a restituire i soldi alla zia, come hanno confermato su esplicita domanda del Direttore. “Sì, ci abbiamo messo un paio d’anni, ma il prestito l’abbiamo ripagato”.

I fratelli Sabanov al Challenger di Ortisei nel 2015 (fonte: tennis-valgardena.com)

SI FA SUL SERIO. MA CON IL “PEZZO DI CARTA” IN MANO

I fratelloni cominciano a farsi notare in doppio a livello ITF tra il 2013 ed il 2014, arrivando tantissime volte in finale e in semifinale. Anche qui, spulciando tra i loro risultati sul sito ATP, saltano fuori diverse curiosità. Come quella che il primo torneo ITF di doppio non lo vinsero in coppia, ma Matej lo conquistò nel 2012 insieme al tennista serbo Ivan Bjelica, che dallo scorso anno è diventato loro allenatore (insieme al loro fratello maggiore Aleksandar), da quando cioè si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. E che lo stesso Matej nel 2013 perse in finale in due tornei ITF di fila in Serbia, il primo insieme a Bjelica e il secondo con Ivan (inteso come suo fratello: certo che ci mancava solo il compagno di doppio con lo stesso nome di battesimo del gemello in questa storia, ndr), sconfitto dall’inglese Matthew Shore che nel primo torneo fece coppia con Marko Djokovic e nel secondo con Djordje Djokovic, i due fratelli di Novak, quest’ultimo direttore del Serbia Open (e il primo autore della foto iniziale dell’articolo, ndr).

La prima vittoria firmata Sabanov/Sabanov giunge nel luglio 2014 alla settima finale ITF insieme, sempre in Serbia, ma il primo vero salto di livello arriva circa quattro anni dopo, con l’approdo in pianta stabile nel circuito Challenger. A onor del vero i primi risultati nei Challenger erano già arrivati nel 2015, con tre semifinali in Italia (Cortina, Como, Ortisei), ma a partire dalla seconda metà del 2016 (dopo altre due semifinali) i due non erano stati in grado di confermarsi a quel livello, anche perché in quel periodo avevano deciso di focalizzarsi anche su qualcos’altro oltre al tennis.

Perché i gemelli volevano continuare ad inseguire il loro sogno, supportati in ogni modo possibile dai genitori – cosa non mancheranno di ricordare, ringraziandoli, nelle dichiarazioni subito dopo la vittoria belgradese – ma avevano comunque la testa sulle spalle e capivano che c’era da pensare anche al futuro. Tanto che tra un torneo e l’altro (in prevalenza nuovamente a livello ITF, che comportavano trasferte meno lunghe) riuscivano a completare ii ciclo di studi e a conseguire la laurea triennale alla Facoltà di Economia di Subotica, dove nel frattempo erano tornati a vivere. Ma a fine 2017, ottenuto il “pezzo di carta” e dopo che i sette tornei vinti nel corso della stagione – tra i quali quello a Lagos, in Nigeria, battendo un’altra coppia di gemelli, gli indiani Chandril e Lakshit Sood – avevano confermato che ormai il circuito Future stava loro stretto, arriva la prima finale Challenger a Bangalore, in India.

Ivan e Matej Sabanov com Chandril e Lakshit Sood | Raquetc
Con i gemelli Sood al Future di Lagos nel 2017 (fonte: Internet)

È un momento di svolta, anche economica. “Diciamo che da quel momento non abbiamo più perso soldi, dato che nei Challenger l’albergo è pagato dal torneo e quindi quello che guadagniamo possiamo investirlo per il torneo successivo”. Insomma, niente più notti passate a viaggiare e dormire in auto. Sebbene anche la vita dei doppisti Challenger riservi le sue sorprese, sia chiaro. Come quando in Brasile, a causa di un temporale, il loro match fu spostato in un tennis club vicino ad una foresta e sul campo arrivò ogni tipo di animale, comprese delle scimmie che si misero a rubare le palline!

Quello è anche il periodo in cui decidono di dedicarsi pressoché esclusivamente al doppio, considerato il fatto che la classifica di doppio consentiva loro di accedere ai tornei Challenger, mentre quella in singolare li relegava ancora a livello Future. E questo nonostante il fatto che qualche soddisfazione erano stati in grado di togliersela anche scendendo in campo da soli. Matej, ad esempio, nel 2014 vinse un Future in Serbia battendo in semifinale un 19enne Laslo Djere e ancora nel 2017, in un Future in Ungheria, si arrese solo al terzo ad Attila Balasz, ai tempi già in zona top 200 e due anni dopo finalista all’ATP di Umago. Ma allenandosi spesso con giocatori come Krajinovic e Lajovic, i gemelli di Subotica confermano quella che spesso viene indicata come la differenza principale tra un professionista tra i primi 100-200 del mondo e un giocatore relegato nelle retrovie della classifica: non le qualità tecniche in sé, ma la capacità di esprimerle in maniera continuativa giocando costantemente ad un certo livello. Cosa che invece a loro in singolare riusciva solo in saltuariamente.

DAI BAGEL “SLAM” AL TRIONFO DI BELGRADO. CON L’AIUTO DI MIKE E NOLE

Dopo la finale in India i Sabanov devono però attendere un anno e mezzo abbondante e ben ventuno tornei, in giro tra Asia ed Europa, per imporsi per la prima volta in un torneo del circuito cadetto, a San Benedetto del Tronto nel luglio 2019 (la settimana dopo, vincendo a Pontedera, arriveranno a quota 23 a livello Future). E chissà se per riuscirci un’ulteriore spinta motivazionale, magari inconscia, non sia arrivata da quello che avevano visto accadere al Roland Garros poche settimane prima, dove ad imporsi era stata la coppia tedesca Krawietz/Mies, che i gemelli di Subotica avevano clamorosamente sconfitto per 6-0 6-0 appena nove mesi prima, nei quarti del Challenger di Banja Luka.

In un’intervista di qualche tempo fa, infatti, pur sottolineando con grande onestà che si trattò di un evento del tutto fortuito e fortunoso (“A noi quel giorno in campo riusciva veramente tutto, mentre loro si innervosirono subito per alcuni errori, e così è andata come è andata. Ma la settimana prima avevano vinto un Challenger molto forte a Genova e la settimana dopo ne vinsero subito un altro in Romania), Matej ed Ivan avevano ammesso che la cosa non gli era stata indifferente (“Dopo averli visti vincere a Parigi, quella notte non dormimmo, ci ritrovammo a passeggiare e a farci tante domande, a chiederci se eravamo normali…”).

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La vittoria al Challenger di San Benedetto nel 2019 (fonte: Twitter)

Sta di fatto prima della fine dell’anno conquistano altre due finali Challenger e ancora un’altra ad inizio 2020, poco prima che la pandemia congeli il tennis e le vite di tutti. Risultati che permettono a Matej e Ivan di entrare definitivamente tra i top 200 in doppio, livello che avevano raggiunto solo per qualche settimana un paio d’anni prima, dopo la finale di Bangalore.

Ed ecco che i primi sogni cominciano a realizzarsi. Come quello di incontrare i propri idoli, i leggendari fratelli Bryan, ai quali i fratelli di Subotica devono il loro soprannome, i “Bryan croati”, coniato dai soci del Tennis Club Osijek che vedevano giocare tutti i giorni questi due promettenti gemelli adolescenti. O quantomeno incontrarne uno, Mike, il recordman assoluto di titoli Slam in doppio, diciotto, dato che ai sedici vinti con il gemello Bob tra il 2003 ed il 2014 ne ha aggiunti due in coppia con Jack Sock nel 2018, quando Bob dovette fermarsi per l’infortunio all’anca.

Da quando abbiamo iniziato a giocare il doppio assieme, i Bryan sono stati il nostro punto di riferimento, i nostri idoli. E abbiamo sempre avuto il desiderio di conoscerli. Ci siamo riusciti lo scorso anno con Mike. La moglie di Mike è slovacca ed il manager dei Bryan ci ha organizzato uno stage in Slovacchia, dove abbiamo avuto l’opportunità di allenarci con lui per una settimana. Ci ha dato moltissimi consigli e ha detto che abbiamo un buon potenziale. Che dovevamo continuare a lavorare sodo e avremmo avuto la nostra occasione. Ed è accaduto qui a Belgrado”.

O quello di venir invitati ad allenarsi alla sua Accademia proprio da uno di quei campioni di cui da ragazzini cercavano di rubare i segreti guardando ore e ore di video, Novak Djokovic. “Abbiamo conosciuto Djokovic lo scorso anno al torneo di Vienna, e ci ha invitato a venire ad allenarci qui, nel suo club a Belgrado, dove le condizioni sono fantastiche e abbiamo potuto allenarci intensamente tutto l’inverno. Siamo veramente grati a Nole”.

PER SEMPRE FRATELLI. CHE SOGNANO INSIEME

Certo di strada da fare ce n’è ancora, se consideriamo che i due non solo non hanno uno sponsor per l’abbigliamento tecnico, come hanno spiegato al Direttore che aveva fatto una domanda al riguardo (“Abbiamo un po’ di materiale tecnico della Fila solo perché ce li manda un manager dalla Germania, ma a titolo personale”), ma addirittura neanche per le racchette (“In Croazia ed in Serbia non è facile ottenere un contratto di sponsorizzazione”), tanto che giocano uno con le vecchie racchette di Krajinovic, l’altro con quelle di Djere, di cui sono buoni amici oltre che compagni di allenamento a Belgrado.

Alla scherzosa considerazione di Ubaldo che magari potevano chiedere a Djokovic anche qualche racchetta, dato che molto probabilmente ne ha a disposizione un numero maggiore rispetto ai suoi due connazionali, Matej ed Ivan hanno risposto sorridendo che non era il caso, poiché quasi sicuramente erano troppo pesanti per loro. In effetti, difficile dare loro torto: le Speed Pro di Nole, 350 grammi abbondanti incordate, risulterebbero verosimilmente poco maneggevoli per due doppisti, oltretutto non particolarmente potenti dal punto di vista fisico (1,80 per 74 kg).

Non poteva ovviamente mancare una domanda sul fatto che la loro vita e la loro carriera sono caratterizzate anche dall’aver fatto la spola tra Serbia e Croazia. La loro risposta sembra un tuffo in un passato non tanto remoto, quando popoli che poi una guerra sanguinosa avrebbe diviso si ritenevano fratelli. “Siamo nati in Serbia, abbiamo vissuto in Croazia ed ora siamo tornati in Serbia. Nostro padre è croato, nostra madre è serba. Noi siamo un mix e ci piace che sia così. Non ci piace essere identificati specificatamente come croati o come serbi. Siamo tutti uno stesso popolo, non vediamo delle differenze.”

Ma Matej e Ivan fratelli lo sono e lo saranno per sempre. Uniti non solo dal profondo e speciale legame che si instaura tra due gemelli, ma anche da quegli obiettivi che vogliono raggiungere insieme su un campo da tennis. Di tempo ce n’è, come ha fatto notare loro il Direttore nella sua ultima domanda, dato che la carriera dei doppisti di alto livello al giorno d’oggi può durare fino ai quarant’anni ed anche oltre. E la sensazione è che la vittoria al Serbia Open sia solo l’inizio della favola dei Sabanov Twins.

Ivan Sabanov, Matej Sabanov
La gioia dopo la vittoria a Belgrado (foto: Starsport©)

I “Bryan croati” – che forse a questo punto sarebbe più giusto chiamare serbo-croati o, con un termine proveniente da quel passato che non esiste più, jugoslavi – hanno ancora tanti sogni da realizzare su quel campo da gioco che hanno iniziato a calpestare più di vent’anni fa, nel giardino della loro casa di Subotica. “A parte il montepremi e i punti” – rispettivamente quasi 35.000 euro, cifra pari più o meno a quella che avevano vinto complessivamente nel loro miglior biennio finora (2018-2019), e 250 punti, grazie ai quali sono arrivati tra i primi 150 doppisti al mondo e al best ranking di n. 122 – “la vittoria di Belgrado ci dimostra che abbiamo raggiunto un buon livello di gioco. Avevamo già ottenuto delle belle vittorie contro coppie di alto livello, come quella contro Krawietz e Mies, e contro altre coppie vincitrici di tornei ATP. Dovevamo essere pazienti ed aspettare il nostro momento. Ora che è arrivato, dobbiamo continuare a lavorare duro, a migliorarci. Vogliamo giocare i tornei del Grande Slam: il nostro obiettivo è quello di giocare sul campo centrale dei più grandi tornei del mondo. È quello che abbiamo sognato tutta la vita e non ci fermeremo adesso. Questa vittoria è la dimostrazione che il lavoro duro paga.”

Continuate a sognare, Matej e Ivan. Non saremo di certo noi a svegliarvi. Soprattutto ora, che non dovete più dormire più in macchina…

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: mille giorni dopo, il ritorno di Ana Konjuh

Grazie agli ottavi a Miami, da lunedì scorso Ana Konjuh è tornata tra le top 250, dopo quasi tre anni. E gestendo con accortezza il gomito (“Non tornerà normale, devo trattarlo ogni giorno”) è convinta di poter ancora dire la sua ai massimi livelli (“Con il tempo potranno arrivare cose belle”)

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Ana Konjuh - WTA Miami 2021

Mille giorni. Cioè quasi tre anni. Erano trascorsi all’incirca mille giorni dall’ultima volta in cui Ana Konjuh era classificata tra le prime 250 giocatrici del pianeta. Il ranking WTA della settimana che iniziava lunedì 9 luglio 2018 vedeva la tennista di Dubrovnik al n. 137. La settimana dopo, il 16 Luglio 2018, sarebbe scivolata in 255esima posizione, sparendo dai radar del tennis che conta, considerando tale quello che consente l’accesso ai tabelloni di qualificazione dei tornei del Grande Slam. Esattamente un anno prima, il 17 Luglio 2017, era salita al n. 22 grazie agli ottavi di Wimbledon, per poi raggiungere il best ranking – la posizione n. 20 – due settimane dopo. Ma poco dopo, in agosto, sarebbero iniziati i problemi al gomito destro, con le due operazioni, a settembre e nel marzo successivo, che di fatto l’avrebbero tenuta fuori dalle competizioni – inizialmente – dal settembre 2017 fino all’estate 2018. A nostro avviso non sono infatti da considerare i due match a Brisbane a gennaio, che avevano purtroppo solo evidenziato che l’operazione di settembre non era stata risolutiva, né l’atto di semplice presenza al Roland Garros con la secca sconfitta contro Suarez Navarro; sappiamo che giocare un primo turno in uno Slam, anche se non si è in condizione, conta molto dal punto di  vista economico. Specie se non giochi da mesi, come Ana ai tempi.

Purtroppo anche il successivo tentativo di ritorno in campo in funzione di Wimbledon si era rivelato effimero: sconfitta al secondo turno delle qualificazioni a Eastbourne e poi al primo turno dei Championship, con la conseguente uscita dalle top 250 WTA di cui avevamo parlato. Purtroppo però, quello era il problema minore, perché il calvario di Ana non era finito: il dolore al gomito era tornato a farsi sentire. Ancora uno stop di sei mesi, fatto di terapie conservative, prima di un nuovo tentativo di rientro tra gennaio e febbraio 2019, anche questo purtroppo rivelatosi infruttuoso, Con conseguente nuova operazione – la quarta, perché c’è da ricordare che quel benedetto gomito era stato già operato una prima volta nel 2014 – in marzo, per la ricostruzione del legamento collaterale ulnare, e la successiva lunga riabilitazione. Fino al rientro finalmente definitivo, dopo più di un anno e mezzo dall’ultima volta che era scesa in campo, nel settembre 2020. Un rientro iniziato nel migliore dei modi, dato che aveva subito vinto il primo torneo a cui ha partecipato, l’ITF W25 di Zagabria.

Quel n. 137 è rimasto pertanto la sua ultima volta nella top 250 fino allo scorso 12 aprile. Fino a circa mille giorni dopo, per l’appunto, quando la 23enne tennista croata vi è rientrata in virtù del balzo di 98 posizioni realizzato grazie ai risultati al torneo di Miami. Dove Ana ha sfruttato alla grande la wild card concessale degli organizzatori battendo tre giocatrici tra la prime cento al mondo. Ma soprattutto due tra le prime venti: dopo la n. 70 Katerina Siniakova, ha infatti superato la n. 19 Madison Keys e poi la n. 16 e campionessa del Roland Garros in carica Iga Swiatek. Fermata solo negli ottavi di finale da Anastasija Sevastova (e dalla fatica di quattro match in sei giorni a quei livelli, alla quale non era di certo più abituata).

 

Sono veramente felice, è stata una settimana fantastica a Miami. Sono un passo più vicina alla “vecchia Ana” e al vecchio gioco. Ci sono ancora alcune cose da sistemare, ma allenandomi bene sono molta fiduciosa per il futuro“ ha dichiarato Ana, al rientro in patria da Miami, in un’intervista al portale croato Totalinfo.hr. Curioso come il comeback sia avvenuto in un torneo in cui non aveva mai brillato ai tempi della sua esplosione nel circuito. Nelle tre precedenti partecipazioni, infatti, per due volte (2015 e 2016) non si era qualificata e nell’unica presenza nel main draw, nel 2017 da tds n. 29, era uscita subito. Sebbene il cemento all’aperto sia una delle superfici preferite, come dimostrano i quarti di finale allo US Open 2016 e la finale ad Auckland nel 2017. Insieme ovviamente all’erba, sulla quale ha ottenuto l’unica vittoria in un torneo WTA a Nottingham nel 2015, che la rivelò ancora sedicenne al gran pubblico con l’exploit del terzo turno raggiunto a Wimbledon nel 2014 provenendo dalle qualificazioni e battendo due top 70. Exploit che bissò solo due settimane dopo – proprio sul cemento outdoor di cui parlavamo – con la semifinale a Istanbul, fermata da Roberta Vinci dopo aver eliminato quattro top 100, tra main draw e tabellone di qualificazione.

Ana Konjuh bacia il trofeo dopo la vittoria al torneo di Nottingham (2015)

Sapevo che le cose stavano andando per il meglio, ma non credevo di poter giocare di nuovo a questo livello, in particolare così bene per più match di fila… È indice del fatto che ci sono, che ci credo, che lavoro bene e che con il tempo potranno arrivare cose belle” ha aggiunto Ana, che dopo la vittoria contro Iga Swiatek aveva rivelato di lavorare con il suo team con l’obiettivo di migliorare mentalmente e sviluppare un gioco più tattico. Quindi con l’obiettivo che la “nuova” Ana non solo si avvicini, ma sia anche migliore di quella “vecchia”. Assolutamente condivisibile, se consideriamo che sono passati quattro anni da quel fugace ingresso in top 20 e le sue avversarie si sono fatte più agguerrite. Sia quelle che c’erano già allora che quelle che sono arrivate dopo, come la stessa Iga Swiatek, Bianca Andreescu e Sonia Kenin, limitandoci a citare tra le attuali prime venti giocatrici al mondo nate dal 1998 in poi – più giovani cioè della tennista croata – le tre vincitrici Slam. Al riguardo, per il momento, possiamo dire che guardando dal divano di casa quello che si è notato è una piccola modifica tecnica sul dritto, forse con l’obiettivo di preservare il gomito, come evidenziato da AGF nella sua analisi sulle protagoniste del torneo Miami.

A proposito del gomito, non poteva certo mancare una domanda sulle condizioni dell’articolazione che di fatto l’ha fermata per più di tre anni e mezzo. “Con tutto quello che ha passato, il mio gomito non potrà mai essere normale e senza dolori. Questa è la mia nuova realtà. Ma è una cosa che ho accettato. Per adesso va tutto abbastanza bene, dipende dai giorni e da quanto ho “stressato” il gomito. La cosa importante è trattarlo ogni giorno e cercare di fare in modo che possa reggere tutto questo senza grossi problemi“.

La prossima cosa che dovrà reggere sarà la stagione sul rosso. ”Inizia la stagione sulla terra, non è la mia superficie preferita, ma cercheremo di garantirci la partecipazione alle qualificazioni per il Roland Garros. Abbiamo ancora qualche settimana per prendere ancora qualche punto, per essere sicuri. Spero di continuare a giocare bene” si è limitata a dire la giocatrice croata, che intanto è partita col piede giusto, eliminando al primo turno del torneo WTA di Istanbul una specialista del rosso come Sara Errani e vendicando così la sconfitta nelle qualificazioni dell’Australian Open di inizio anno. I risultati ottenuti confermano che sulla terra battuta il suo rendimento non è mai stato, ai tempi, paragonabile a quello sulle predilette superfici veloci. Nello Slam parigino non è mai andata oltre al secondo turno e come miglior risultato sul mattone tritato nel circuito maggiore può vantare una semifinale nel torneo di casa, il 125K di Bol, nel 2016, ed i quarti nel 250K di Praga l’anno successivo.

Attenzione però: il comeback della tennista dalmata è iniziato a settembre, come ricordato, con la vittoria all’ITF di Zagabria. Proprio sulla terra. Chissà, forse era il primo segnale che la “nuova” Ana è destinata a fare meglio della “vecchia”. Con tutto quello che la giovane croata ha passato – non solo in termini di infortuni, ma anche di drammatici eventi familiari, ne avevamo scritto nel primo articolo dei “Dintorni” a lei dedicato – è il minimo che possiamo augurarle. E senza che passino altri mille giorni.

Dobrodošla nazad Ana. Bentornata Ana.

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