Tennis e mental coaching: tu chiamali se vuoi, obiettivi

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Tennis e mental coaching: tu chiamali se vuoi, obiettivi

Questo mese parliamo degli obiettivi. Come devono essere correttamente definiti perché siano veramente efficaci, influenzando positivamente la motivazione dell’atleta e consentendogli così di esprimere il suo massimo potenziale. E di realizzare i propri sogni

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Dal grande professionista ai vertici da anni nel suo sport all’amatore che ha appena fatto la sua prima visita medico-sportiva agonistica: tutti gli sportivi agonisti (e spesso anche i non agonisti) si pongono degli obiettivi da raggiungere nell’ambito della propria disciplina. Logico che sia così per chi della passione per uno sport ne ha fatto la sua professione e vi ha dedicato gran parte della propria vita sino a quel momento. Ma logico anche per chi paga le bollette e mantiene la famiglia facendo altro nella vita e per cui lo sport è rimasto una grande passione. Perché il porsi degli obiettivi alimenta quella passione, fornisce la spinta necessaria ad impegnarsi maggiormente, ad allenarsi più duramente, ad essere determinati nel fare quei piccoli o grandi sacrifici necessari per prepararsi al meglio. A qualsiasi livello.

Vista questa premessa, sembrerebbe quindi ovvio che la corretta definizione degli obiettivi sia ormai una prassi consolidata in ambito sportivo. Ma è proprio così? Si sa veramente come definire i propri obiettivi? In realtà, spesso quello che viene fatto non è definire gli obiettivi, ma esplicitarli. Ritenendo che questo significhi automaticamente averli formulati correttamente e che sia sufficiente per far canalizzare correttamente le proprie energie e rendere al massimo, prima in allenamento e poi in gara, al fine di raggiungerli.

“Il mio obiettivo quest’anno è entrare nei top 100.”
“Voglio diventare 3.1 e se gira bene potrei anche riuscire ad essere un seconda categoria.”
“Sono sicuro, quest’anno mi alleno con costanza e divento minimo minimo 4.2.”
“Nei prossimi sei mesi mi voglio costruire un rovescio finalmente decente.”
“La stagione sarà incentrata sul raggiungimento del minimo per la qualificazione alle Olimpiadi.”
“Ho deciso: quest’anno farò una maratona.”
“Quest’anno siamo proprio forti, puntiamo alla promozione.”

 

Ecco alcuni esempi di frasi – a vari livelli in ambito tennistico ed in altri sport – con le quali si ritiene di aver definito i propri obiettivi. Mentre in realtà quello che è stato fatto è esplicitarli, in maniera più o meno generica.

Premessa: è già importante aver fatto questo primo passo, dato che non è così raro – magari non ad alto livello, ma a livelli più bassi sicuramente – che non ci sia nemmeno una esplicitazione degli obiettivi a inizio stagione. “Vedremo come andranno i primi tornei (o le prime partite) e poi capiremo dove possiamo arrivare quest’anno” è una frase non infrequente, purtroppo. Dopo averla sentita, la domanda che sorge spontanea è: quanto sarà motivato, quanto sarà concentrato, quanto sarà determinato l’atleta (o il gruppo di atleti che compongono una squadra) che affronterà questi tornei o queste partite, e tutti gli allenamenti di quel periodo, senza avere chiaro in mente dove vuole arrivare? Una nave esce dal porto senza che l’equipaggio abbia tracciato una rotta? Può togliere l’ancora e salpare senza sapere quale sarà la destinazione? La stessa cosa vale per le persone: per potersi muovere con efficacia devono avere una direzione dove puntare, altrimenti rischiano di fare inutilmente più strada del dovuto o addirittura di girare in tondo e rimanere nello stesso punto. L’obiettivo ci fornisce la direzione.

Le frasi citate in precedenza hanno perciò almeno il merito di dare una direzione. Condizione necessaria, ma non sufficiente. Affinché gli obiettivi siano veramente efficaci, affinché rappresentino un fondamentale supporto per l’atleta (o per la squadra) ad esprimere il proprio massimo potenziale, devono essere degli obiettivi ben formati, come si dice in PNL. Cosa significa? Significa che gli obiettivi devono avere determinate caratteristiche. E per capire se hanno queste caratteristiche è necessario scavare un po’ più a fondo dentro di sé rispetto a quanto serve per enunciarli soltanto. Ecco perché il goal setting, il processo di definizione degli obiettivi, è uno dei principali ambiti di intervento di un mental coach. Si tratta infatti di un processo meno semplice di quanto si creda. In una sessione di coaching sugli obiettivi – in qualsiasi ambito: personale, professionale o sportivo – la loro definizione avverrà rispondendo a tutta una serie di domande che il coach porrà al coachee, per supportarlo a diventare pienamente consapevole di cosa vuole veramente, di cosa significa per lui raggiungere (o non raggiungere) un determinato obiettivo, di cosa comporta in termini di impegno dedicarsi al suo raggiungimento. Un processo appunto non facile, che può portare talvolta ad esiti sorprendenti. Perché può accadere, ad esempio, che la persona scopra come l’obiettivo che si era posta ha ben poco a che fare con quelle che sono le sue reali aspirazioni e che in realtà si tratta di un obiettivo che insegue non per sé, ma per soddisfare altre persone: i genitori, il partner… In ambito tennistico ne è una dimostrazione la storia di Andre Agassi, raccontata da lui stesso nell’autobiografia “Open“, il quale ad un certo punto della sua vita si rese chiaramente conto che diventare un grande tennista in realtà non era stato il suo obiettivo, ma bensì quello del padre, che sin dalla nascita pianificò la vita del figlio con il fermo intento di farglielo raggiungere. Facendo chiarezza sui propri obiettivi, si ottiene perciò molto spesso anche un altro, importante, risultato: si impara a conoscersi meglio. Perché per capire cosa si vuole veramente e cosa si è veramente disposti a fare per ottenerlo, si è andati a leggere un po’ di più dentro se stessi.

Nel coaching vengono utilizzati diversi modelli per definire correttamente gli obiettivi. Qualche lettore avrà sentito parlare del modello SMART, delle sue evoluzioni SMARTER e SMARTED o del modello EXACT, tutti acronimi che fanno riferimento alle specifiche caratteristiche che deve avere l’obiettivo per essere considerato ben formato nell’ambito di quel determinato modello. Le caratteristiche perciò differiscono leggermente da modello a modello, ma sostanzialmente il discorso non cambia: bisogna definire chiaramente i nostri obiettivi.

Il modello che descriviamo in questo articolo prevede che un obiettivo ben formato abbia le seguenti caratteristiche.

Espresso in forma positiva
Ne avevamo già parlato nell’articolo del mese scorso: ciò su cui si pone l’attenzione accade. Perciò l’attenzione deve essere focalizzata su quello che si vuole che accada, non su quello che si vuole evitare, di conseguenza l’obiettivo deve venir espresso in forma positiva.

Specifico e misurabile
Per essere motivati e determinati, per avere la forza mentale di puntare con tutte le proprie forze ad un obiettivo, bisogna essere chiari e precisi nel formularlo, non si può essere generici. L’obiettivo inoltre deve essere misurabile perché solo così si potrà verificare di averlo effettivamente raggiunto.

Acquisito e mantenuto sotto la propria responsabilità
L’obiettivo deve essere raggiungibile attraverso le azioni e le iniziative della persona, non deve dipendere dall’esterno o quantomeno il meno possibile.

Ecologico
L’obiettivo deve essere coerente con la vita della persona, bisogna valutare l’impatto che il suo raggiungimento avrà in tutte gli ambiti della sua vita. Un esempio di obiettivo non ecologico lo ha fornito Roger Federer nei giorni scorsi a Miami, quando ha spiegato il motivo per cui la prima posizione del ranking non è uno dei suoi obiettivi. Perché puntare al n. 1 ATP significherebbe dover giocare molti, troppi, tornei e rischiare di compromettere la sua integrità fisica, fondamentale per potersi esprimere ai massimi livelli a 35 anni suonati, dopo essersi fermato sei mesi proprio per recuperarla.

Avere una data di scadenza
Un obiettivo deve avere una scadenza. Stabilire un termine innesca un “timer” a livello mentale, che aiuterà a dettare i tempi delle azioni finalizzate a raggiungere quell’obiettivo.

Fattibile e motivante
Un obiettivo, una volta definito, di fatto diventa mentalmente un tetto, un limite. Ecco perché è importante sia ambizioso, ma allo stesso tempo fattibile.

Se andiamo a rileggere le frasi riportate all’inizio dell’articolo, vediamo come nessuna di esse soddisfa tutte le condizioni richieste affinché l’obiettivo sia ben formato. Prendiamo la prima, “L’obiettivo quest’anno è entrare nei top 100.” Obiettivo espresso in forma positiva, specifico e misurabile, ha una data di scadenza. Non è però sotto la diretta responsabilità dell’atleta, dato che per diventare un top 100 ci sono tante variabili “esterne” in gioco. Ne citiamo una per tutte: il sorteggio. Se in tutti i tornei al primo turno si troverà ad affrontare un top 30 al massimo della forma, sarà difficile che a fine anno il ranking sia quello desiderato. Ciò non significa che l’atleta non si può porre un obiettivo di questo genere, ma è importante che sia consapevole che non dipenderà esclusivamente da lui. Da lui dipenderà il fare tutto quello che è nelle sue possibilità per sfruttare tutte le opportunità per diventare top 100. Se sia fattibile e motivante ovviamente dipenderà da chi è il tennista che se lo è posto. Ad esempio, sarà una frase che non sentiremo sicuramente dire dal già citato Roger Federer, in primis perché è nei primi 100 dallo scorso secolo (per la precisione dal settembre 1999) e quindi i suoi obiettivi sono logicamente molto più ambiziosi. Per il suo 20enne connazionale Johan Nikles, da pochi mesi approdato tra i primi settecento giocatori del mondo e fresco n. 648 ATP, appare al momento eccessivamente ambizioso. Sembra invece adeguato per un altro tennista rossocrociato, il 25enne di origini finlandesi Henri Laaksonen, che ha appena raggiunto il suo best ranking al n. 116, limandolo un pochino alla volta in questi tre mesi dopo aver iniziato la stagione in 136esima posizione. Infine, la frase non dice nulla sulla ecologia dell’obiettivo.

Nella prossima puntata approfondiremo le sei caratteristiche elencate, in modo da saperne ancora di più su come formulare correttamente i nostri obiettivi.

Chiariamo, questo non significa che da domani non si potrà continuare a chiacchierare con amici ed amiche convincendoli che “Quest’anno cambia tutto: mi rimetto in forma, perdo 5 kg, torno ad allenarmi 3 volte a settimana e vedi che come minimo arrivo in finale in un torneo di quarta.” Nonostante lo si stia dicendo con il mano in terzo aperitivo leggermente alcolico, è già aprile e dall’ultima finale in un torneo di quarta son passati sette-otto anni. O addirittura non ci si è mai arrivati in finale, ma dieci anni fa si è battuto un 3.5. Liberissimi di farlo, sapendo però che non si sta definendo un obiettivo: si sta solo sognando. Se invece quel sogno lo si vuole realizzare, lo si dovrà far diventare un obiettivo. E per farlo, bisognerà porsi o – ancor meglio – affidarsi a qualcuno che sappia porre le domande giuste per consentire di definirlo in maniera chiara. Solo allora inizierà veramente il percorso per far diventare quel sogno realtà. In fondo, come diceva il grande jazzista Duke Ellington, “un obiettivo è un sogno con un punto d’arrivo”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri

Lo Slam sulla terra rossa ha proposto quattro semifinaliste esordienti e una vincitrice a sorpresa. Ma anche tanti problemi fisici delle giocatrici di vertice

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 femminile si è concluso da alcuni giorni, la finale è stata disputata sabato scorso, eppure sono ancora intatte le mie perplessità sul torneo. Che Slam è stato? Come mettere in ordine di importanza gli eventi accaduti? Come ricorderemo la vittoria di Barbora Krejcikova? Come l’avvento di una giocatrice dalla maturazione tardiva, ma poi capace di mantenersi stabilmente ai piani del tennis? O invece come una impresa irripetibile, favorita da una serie di circostanze del tutto particolari?

Probabilmente solo i tempi della storia ci consentiranno di capire con certezza quali aspetti vadano considerati più rilevanti, e come inquadrarli. Ma credo che un discorso sulla qualità generale offerta dal torneo vada affrontato già oggi. Per questo tema rimando all’ultima pagina dell’articolo. Intanto cominciamo a parlare di chi ha vinto.

Barbora Krejcikova
E così, a Roland Garros terminato, gli albi d’oro ci dicono che Barbora Krejcikova non è solo la campionessa del singolare, ma anche la regina del torneo di doppio. Una impresa straordinaria: la accoppiata nei due tornei parigini non riusciva da 21 anni, dai tempi di Mary Pierce (edizione del 2000). E prima di lei, nell’era Open, ci sono riuscite solo Navratilova (1982, 1984), Ruzici (1978), Evert (1974, 1975), Court Smith (1973) e King (1972). E con il titolo di doppio, conquistato insieme alla storica compagna Siniakova, Barbora è tornata numero 1 delle classifiche di coppia.

 

In pratica nel giro di qualche mese Krejcikova si è trasformata da giocatrice specialista del doppio a protagonista assoluta, capace di risultati eccezionali in singolare. Come è stato possibile? Nata nel dicembre 1995, Barbora ha sviluppato una carriera inusuale, con una accelerazione di risultati in parte dovuta alla anomalia della stagione 2020, quella della pandemia.

Nella sua storia si possono identificare una serie di passaggi cruciali, che l’hanno portata fino alla situazione di oggi. Il primo momento chiave risale al 2013. Barbora, allora teenager, dopo essere stata una ottima junior (numero 3 del ranking), deve decidere se tuffarsi nel mare aperto del professionismo o se optare per soluzioni meno ambiziose ma più sicure, come per esempio l’attività nei tornei NCAA (il circuito delle università americane). Ne parla con i genitori, e d’accordo con la mamma prova a rivolgersi a Jana Novotna per avere un consiglio. Sia Krejcikova che Novotna sono nate e abitano a Brno, perché non approfittarne e sentire il parere di una campionessa così esperta?

Krejcikova si presenta a casa di Novotna con una lettera, e la risposta di Jana è sorprendente: non solo le consiglia di abbracciare senza tentennamenti l’attività professionistica, ma si offre di farle da coach per affrontare il complicato mondo dei tornei ITF, il passaggio obbligato che precede il ben più ricco Tour WTA.

Anche se non arrivano risultati immediati, le stagioni con Novotna la formano sul piano tecnico e mentale, e costituiscono la base della sua esperienza di giocatrice professionistica. Barbora in seguito dovrà per forza proseguire con altri coach quando Jana è costretta a smettere di allenarla per l’aggravarsi delle condizioni di salute.

Un secondo momento fondamentale nella carriera di Krejcikova va datato 2018, quando torna a formare un team stabile di doppio insieme a Katerina Siniakova. Barbora e Katerina sono quasi coetanee (Siniakova è più giovane di sei-sette mesi), e hanno giocato insieme già in diverse occasioni. Ma soprattutto la loro coppia ha conquistato tre junior Slam (Roland Garros, Wimbledon, US Open) nel 2013, prima che le loro strade si separassero alla fine della attività giovanile. Dal 2018 affrontano di nuovo insieme i tornei a livello WTA, e i risultati arrivano molto in fretta, risvegliando l’antica alchimia: semifinale a Doha, finale a Miami, vittoria al Roland Garros, vittoria a Wimbledon. La semifinale allo US Open e la finale al Masters valgono anche la posizione numero 1 delle classifiche di specialità.

I successi nel doppio significano non solo la tranquillità economica per proseguire la attività in singolare, ma permettono a Krejcikova di affrontare stadi e pubblici in occasioni importanti, che da singolarista non avrebbe la possibilità di sperimentare.

Un terzo momento fondamentale della carriera di Krejcikova arriva nel 2020, con la pandemia. Al contrario di quasi tutte le altre giocatrici, per lei lo stop del circuito internazionale si trasforma in una insperata fase di crescita. Lo ha raccontato lei stessa diverse volte. Qui mi rifaccio alla conferenza stampa di qualche giorno fa a Parigi, dopo la vittoria su Sloane Stephens. Domanda: “Durante il torneo di Strasburgo hai raccontato che per te sono state fondamentali alcuni tornei giocati nel periodo della pandemia in Repubblica Ceca. Hai detto che ti hanno fatto sentire più pronta ad affrontare la sfida del singolare”.

Risposta: “Sì, penso siano stati davvero importanti. Ho avuto l’opportunità di giocare contro tutte le migliori ragazze della Repubblica Ceca, che ha tante buone giocatrici. Non ho avuto solo l’occasione di misurarmi con loro, ma anche di osservare come si allenano, come si preparano per le partite, etc. etc. Tutto questo mi ha davvero aiutato perché io ero fuori dalla top 100, ma in quei giorni mi sono resa conto di potermela giocare con tutte. Solo la mia classifica non era all’altezza, e non mi permetteva di partecipare ai loro stessi tornei. Ho capito che dovevo progredire nel ranking per dimostrarlo”.

Al primo impegno dopo lo stop per pandemia, Krejcikova partecipa al WTA di Praga grazie a una wild card (in quel momento è numero 118 del ranking) e perde al secondo turno da Simona Halep per 3-6, 7-5, 6-2. Ha di fronte una Halep in ottima condizione, che avrebbe vinto non solo quel torneo, ma anche i successivi Internazionali di Italia, eppure Barbora nei primi due set gioca benissimo, impegnando molto seriamente la numero 2 del mondo. Il salto di qualità è evidente, e mancano solo le occasioni per confermarlo.

Arriva il Roland Garros 2020, lo Slam autunnale. Grazie ai forfait di diverse giocatrici, Krejcikova entra per la prima volta direttamente nel tabellone principale di un Major. Di fatto è la sua terza volta in assoluto in uno Slam, visto che in precedenza, su 17 tentativi, 15 volte non aveva superato le qualificazioni: solo in due occasioni era riuscita entrare nel main draw (Roland Garros 2018 e Australian Open 2020) . Ma quella che scende in campo a Parigi è ormai una giocatrice matura, molto più sicura di sé e delle proprie possibilità. E infatti raggiunge il quarto turno (sconfitta da Podoroska in tre set) dopo avere battuto Strycova e Pironkova.

La crescita si consolida ulteriormente nel 2021, con altri due passaggi fondamentali: la finale a Doha, torneo WTA 1000, persa contro Muguruza; e infine il primo successo in carriera, nel WTA 250 di Strasburgo. La vittoria nella finale alsaziana contro Sorana Cirstea è l’ultimo gradino che le serve per scendere in campo a Parigi senza porsi limiti.

a pagina 2: Krejcikova al Roland Garros 2021

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Focus

Steve Flink: “Il terzo set di Djokovic-Nadal al Roland Garros è stato il più bello della loro rivalità”

Ultimo video con il Direttore Scanagatta: Djokovic può fare il Grande Slam? La doppietta di Krejcikova e i difetti caratteriali di Zverev

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)

Quella del 2021 è stata un’edizione del Roland Garros con tanti spunti e altrettanti momenti da ricordare, non c’è dubbio. Ubaldo Scanagatta e Steve Flink hanno provato a fare il punto, spaziando dalle grandi rimonte di Djokovic all’interruzione del regno di Rafa Nadal, con uno sguardo anche a Wimbledon già imminente. Di seguito il video:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

1:14 – Su Djokovic-Nadal. Ubaldo: “Il terzo set è stato uno dei migliori set che abbia mai visto e anche Djokovic lo ha evidenziato come uno dei suoi migliori match giocati al Roland Garros”. Flink: “Nel primo set erano entrambi nervosi, non è stato un grande set, il secondo è stato giocato molto bene, il terzo è stato il miglior set che abbiano giocato l’uno contro l’altro, nel quarto Djokovic ha giocato benissimo mentre Nadal era esausto. È stata una grande performance da parte di Djokovic, una fantastica rimonta e un terzo set che tutti noi ricorderemo”. Ubaldo: “Nel terzo set ci sono stati sette game ai vantaggi, entrambi hanno avuto break point. Per quanto concerne le emozioni non potevamo chiedere di meglio, un ritmo e una intensità incredibili”.

 

4:40 – Flink: “Chiunque avesse vinto il terzo set avrebbe portato a casa il match”. Ubaldo: “Quando hanno iniziato il tie-break del terzo set la sensazione è stata la stessa. L’inizio del quarto set stava per smentirci, ma poi Djokovic ha vinto sei game di fila”. Flink: “Rafa sembrava una po’ scoraggiato, non sembrava avere la stessa fiducia in sé stesso che di solito lo contraddistingue”.

08:40 – Flink: “Djokovic ha fatto un gran lavoro sia agli Australian Open che a Parigi. L’anno scorso la sua priorità era il record di settimane da numero 1 e lo ha ottenuto, quest’anno il suo obiettivo era di vincere tutti e quattro gli Slam e ha conquistato i primi due dell’anno”.

09:40 – Sulla finale con Tsitsipas. Flink: “La partita è cambiata nel momento in cui ha fatto il break del 3-1 nel terzo set in quel game molto combattuto, da lì in avanti non hai più avuto problemi nei suoi turni di servizio”. Ubaldo: “A volte Tsitsipas gioca bene all’inizio e poi perde un po’ la concentrazione, ma da quel momento Djokovic non ha concesso più nulla”.

11:50 – Ubaldo: “Ci sono stati due Djokovic. Quello contro Nadal è stato molto emozionante, le urla, le grida, l’incoraggiarsi. In finale invece è stato un po’ piatto all’inizio, come se fosse stanco e volesse conservare le energie. Anche dopo la vittoria è stato molto calmo”.

17:00 – Flink: “Djokovic ricorderà questo torneo principalmente per il match contro Nadal, ma anche per aver trovato il modo di vincere questa finale dopo essersi trovato due set in svantaggio, anche se non era ispirato come lo era contro Nadal”.

18:50 – Ubaldo: “Djokovic è stato criticato per il suo modo di comportarsi contro Berrettini, quando ha urlato prima e dopo il match point. Nadal e Federer non si sarebbero mai comportati in quel modo”. Flink: “Aveva un sacco di emozioni represse nel match contro Berrettini. È una questione di personalità, esprime le sue emozioni ma è anche una persona cortese. Penso che i media e i fan lo prendano di mira. Non gli danno abbastanza credito per le sue qualità”.

24:45 – Su Tsitsipas-Zverev: Ubaldo: “Quando Zverev si avvicina alla rete e non sta troppo a fondocampo è il miglior atleta tra i giovani, insieme a Tsitsipas. È molto pericoloso sia con il dritto che con il rovescio”. Flink: “Concordo, e se Zverev avesse fatto il break nel primo game del quinto set avrebbe affrontato lui Djokovic in finale invece di Tsitsipas”.

26:00 – Sulla performance di Zverev: “Non puoi giocare in quel modo e poi lamentarti, non puoi permettere che uno come Tsitsipas vada due set sopra. Non credo lui abbia il giusto temperamento, perché si trova spesso in situazioni simili”.

28:20 – Sulle possibilità del Grande Slam. Ubaldo: “Adesso tutti parlano della possibilità di Djokovic di vincere tutti e quattro gli Slam, e per me è il favorito a Wimbledon, dove ha già vinto cinque volte, e probabilmente lo sarà anche allo US Open. Zverev forse è l’unico vero avversario di Novak a Wimbledon”. Flink: “Concordo con te, ma ricordiamoci del 2016, quando era nella stessa situazione di oggi e perse al terzo turno contro Querrey per eccesso di confidenza. Sarei molto sorpreso se una cosa del genere si ripetesse. Non sentirà la pressione a Wimbledon, mentre potrebbe avvertirla allo US Open”.

34:45 – Sul torneo femminile. Flink: “Speravo vincesse Sakkari, perché è dinamica sul campo, si muove bene ed è divertente da vedere in campo. Krejcikova e Pavlyuchekova hanno giocato una finale di buona qualità”. Ubaldo: “Principalmente il terzo set, perché nei primi due set non hanno mai giocato bene nello stesso momento”. Flink: “Krejcikova dovrebbe essere orgogliosa di quello che ha fatto, ha sconfitto Stephens, Gauff e salvato match point contro Sakkari”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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ATP

ATP Queen’s: Sinner subito eliminato da Draper

Jannik serve per il set in entrambi i parziali che poi cede al tie-break al coetaneo n. 309 della classifica

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[WC] J. Draper b. [3] J. Sinner 7-6(6) 7-6(2)

Inizia con una sconfitta l’avventura sui prati di Jannik Sinner, sconfitto in due tie-break dal coetaneo Jack Draper nonostante le tante occasioni che ha saputo crearsi. L’azzurro ha infatti avuto sei palle per il 5-0, ha servito per chiudere in entrambi i parziali e mancato due set point nel primo. Draper, però, non ha mai smesso di crederci, a partire da quel quinto gioco – e soprattutto una volta vinto – che a conti fatti ha fatto la differenza.

È stato in assoluto il sesto incontro sull’erba per Jannik, il secondo in un tabellone principale, ovviamente tutti risalenti al 2019, sia per lo stop forzato dei circuiti di dodici mesi fa, sia per la scelta (se di scelta si può parlare) di rimanere sulla terra dei Futures italiani nella sua prima stagione da professionista. Si trattava invece della seconda apparizione nel Tour per Jack, meglio attrezzato dal punto di vista muscolare, dopo lo sfortunato esordio a Miami, quando, visibilmente stremato già da diversi punti, si accasciò a terra in preda alle vertigini alla fine del primo set.

 

IL MATCH – I giochi sono quasi tutti lottati, ma Jannik spinge bene con entrambi i fondamentali, si esibisce in un paio di ricami a chiudere le discese a rete in controtempo e vola avanti di due break, salvo poi restituirne uno dopo non essere riuscito a concretizzare le sei occasioni nel lunghissimo quinto game. Draper, al quale la scala discreta, arrotondata e probabilmente non aggiornata dell’ATP dà tre centimetri in più di Jannik in altezza, riesce finalmente a far valere le sue curve mancine – ottimo lo slice interno sull’erba ancora immacolata del Queen’s– e rimane in scia. Alla battuta per far suo il parziale, due brutti dritti in uscita dal servizio aprono uno spiraglio all’avversario che non si fa pregare e, piazzato un drittone vincente, approfitta di un altro gratuito altoatesino. Deluso e arrabbiato, Sinner non gioca al meglio neanche il successivo turno di risposta e viene agguantato sul 5 pari da un Draper ormai completamente in fiducia.

In un momento in cui gli scambi sono favorevoli al n. 309 ATP, Jannik estrae tre ace nulla meno che provvidenziali per giocarsi il tie-break. Di nuovo, il nostro ha l’occasione di chiudere con il vantaggio del servizio sul secondo set point consecutivo, ma perde gli appoggi finendo a terra e, benché sia felino nel rialzarsi, fallisce il colpo successivo. Il doppio fallo manda per la prima volta avanti Draper che cinico si prende il set, mentre l’azzurro mostra la sua stizza verso il proprio angolo. Sei ace per Jannik ma 57% di prime in campo trasformate solo nel 61% dei casi sono numeri non certo entusiasmanti sull’erba, per quanto di poco inferiori a quelli britannici.

Numeri che cambiano radicalmente in positivo per entrambi nella seconda partita che diventa molto più “da erba” e per sei giochi la risposta raccoglie davvero pochissimo. Poi, la prima di servizio abbandona la wild card, c’è anche un doppio fallo e Sinner ne approfitta immediatamente per passare in vantaggio. Di nuovo chiamato a chiudere con la battuta, Jannik manca ancora l’appuntamento, a dispetto di un bel regalo dell’altro e pagando con un errore uno scambio in controllo in cui avrebbe forse dovuto osare di più.

È ancora tie-break, dunque, e il diciannovenne di Sutton mette subito spazio tra sé e il nostro con un perfetto anticipo di rovescio lungolinea. È stato estremamente solido per tutto l’incontro, Draper, soprattutto in questo parziale e continua a tirare dritto come un treno fino alla chiusura con l’ace numero 11. Nel secondo set, Jannik ha finito con il pagare un prezzo pesante per quelle sole nove seconde di servizio a cui è dovuto ricorrere vincendo però appena due punti, ma in generale è mancata la freddezza nei momenti di vantaggio.

LE PAROLE DI JANNIK – La sfida inedita tra classe 2001 si è chiusa con un risultato inaspettato vista la notevole differenza di classifica e di esperienza a livello ATP tra i due e un tale livello da parte di Draper potrebbe aver sorpreso l’azzurro. “È un buon giocatore, l’avevo visto a Miami. Non so se abbia giocato il torneo junior a Wimbledon e fatto dei buoni risultati [è arrivato in finale nel 2018, gli fanno notare, ed è a suo agio sull’erba], ma ho cercato di concentrarmi su quello che dovevo fare io. All’inizio ha funzionato piuttosto bene, poi lui ha capito il mio gioco. Ha giocato i punti importanti meglio di me, mentre io non ho servito bene, cosa che mi capita già da un po’. ‘Sorpreso’ è una parola grossa, devi essere sempre preparato, ma credo che oggi lui abbia meritato la vittoria. Giornate così capitano. Si è allenato di più e ha maggiore esperienza di me sull’erba. Gli auguro buona fortuna, sperando che non abbia più infortuni – ne ha avuti un paio negli ultimi anni [frattura di un dito, tendinite al polso, ndr]. Nessun cambio di piani dopo l’uscita prematura al Queen’s, dove peraltro è iscritto anche al doppio insieme a Feliciano Lopez: “Abbiamo già il programma di allenamento per la prossima settimana, quindi giocherò solo a Wimbledon”.

Il tabellone completo

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