Open, l’autobiografia di Andre Agassi: un (falso) capolavoro – Ubitennis

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Open, l’autobiografia di Andre Agassi: un (falso) capolavoro

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TENNIS LIBRERIA – La piccola biblioteca del tennis si arricchisce di un nuovo numero: questa settimana abbiamo recensito per voi “Open”, l’autobiografia di Andre Agassi

A. Agassi, Open, Einaudi, 2011.

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro riscriverà il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo. Il dramma che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro.

 

Dei pregi ho detto. Non riesci a staccare gli occhi dal libro e i personaggi sono davvero fantastici. In ordine sparso: il padre orco pieno di amore autistico e violenza esistenziale; la macchina sparapalle chiamata drago; il ragazzino invincibile che diventa ribelle (e calvo); il maresciallo Nik Bollettieri e la sua caserma; un primo matrimonio da sogno con la donna che è stata nei sogni di una generazione (Brooke Shields); un altro con Steffi Graf che non fosse per il retroterra comune (padre orco e odio per il tennis) e che è successo davvero, sembrerebbe un’invenzione drammaturgica; aggiungeteci aneddoti su Sampras, Courier, Federer e il gioco è fatto. Però forse è proprio l’ambizione del libro di collocarsi vicino all’universo romanzo ad aprire crepe invisibili. Alla fine leggere Open è come mangiare un superpanino da McDonald’s, stupendo mentre lo mastichi ma poi non ti rimane niente se non forse proprio la fame. L’anello debole del libro è proprio il tennis, quello giocato intendo. Tranne le descrizioni sensoriali di alcune partite, i vari tennisti incontrati sono molto bidimensionali. Come un quadro impressionista dilettantesco di matrice pop, è tutto filtrato dagli occhi di Agassi e in qualche maniera curvato rispetto all’obiettivo drammaturgico del libro. Tolte le prime 100 pagine, in cui i veri protagonisti sono il padre e il drago, e si corteggia davvero il capolavoro, da quando Agassi diventa professionista fino a quando gioca la sua ultima partita c’è una vera evaporazione della qualità drammaturgica nonostante il passo della scrittura continui ad essere incalzante e a modo suo perfetto. I famosi episodi della droga, del parrucchino anche se assolutamente veri sono troppo confezionati. Si salvano da questo punto di vista poche cose. Il rapporto con Gil Reyes, il suo preparatore atletico, le visioni tennistiche di Brad Gilbert, alcune considerazioni su Sampras, l’incontro\scontro tra i due padri orchi e il primo rapporto sessuale con Steffi Graf (p. 367-368). Quell’episodio, che poi è solo un palleggio in un campo di tennis, è fantastico, si percepisce quanto senza dover dire parole, colpire una palla sia un atto totale. Assaggiare il dritto di Steffi e mandare di là un bel rovescio incrociato e aspettare palpitante il suo famoso back scoprendo il sapore della felicità è forse la sintesi dell’intero libro. Il mondo del tennis purtroppo è una cosa che ha poco a che fare con colpire una pallina in maniera perfetta. Solo quell’impatto può dare la serenità e la felicita. Anche se dura lo spazio di un secondo c’è condensata una vita intera, anzi almeno due. Per chi è diventato un campione trascorrendo un’infanzia autistica giocando contro un drago meccanico è la vera rivelazione.

P.S. Chi avesse voglia di leggere un’autobiografia-capolavoro che suda verità e rock and roll, impastati con pillole sociologiche che restituiscono il sapore di un’intera epoca, consiglio vivamente Life, di Keith Richard (il chitarrista dei Rolling Stones). A differenza di Open, lì la musica non è la colonna sonora ma l’assoluta protagonista.

Prossimo libro: Wallace D. W., Il tennis come esperienza religiosa, Einaudi, 2012.

Puntate precedenti: Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

Pier Paolo Zampieri

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

 

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

Ritorna la Piccola Biblioteca con un volume speciale che riscrive la storia del Tennis

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Bottazzi L., Tennis. 100 anni di storie, Giunti Editore, 2018.

Il tennis andrebbe scorporato in tre linee essenziali: l’arte, la scienza e la storia. L’arte è il patrimonio misterioso incorporato nei grandi campioni. Un mix di colpo d’occhio, tecnica, sensibilità, visione di gioco e percezione drammaturgica dell’importanza del momento. Fondamentalmente una roba intrasmissibile. Nessuno al mondo può insegnare la risposta telepatica di Nole, la frustata liquida di Roger o l’uncinata da cinque quintali di Rafa. Loro meno di tutti. È una specie di dono che si rinnova come l’araba fenice in ogni campione. Magia più che sport. O meglio la magia dello sport.

La scienza del tennis è invece la conoscenza scientifica del gioco. Uno studio inaugurato da Bill Tilden, il “Leonardo del tennis”. Uno che non si accontentò di essere un campione immenso, forse il più grande di tutti, ma che ha lasciato studi, libri e visioni che hanno proiettato un semplice gioco in una dimensione superiore [1]. La scienza del tennis dovrebbe essere la base di ogni insegnante o allenatore. Trasmetterla dovrebbe essere un dovere. Dico dovrebbe perché è proprio nell’epoca di giocatori iperspecializzati in una sola zona del campo che dovrebbe essere necessario una visione più ampia del gioco del tennis e inevitabilmente una percezione più profonda della sua essenza. Questa questione porta inevitabilmente alla terza linea: la Storia del Tennis. Genere letterario innalzato da Clerici a semiotica dell’animo umano, o microstoria, al quale Luca Bottazzi aggiunge un prezioso tassello. Con una pubblicazione elegante, un superbo corredo fotografico e un’estesa bibliografia “Tennis. 100 anni di storie” fornisce gli strumenti necessari per allontanarsi dalla dittatura del presente e mettere il gioco dei Re, o il Re dei giochi in una prospettiva più ampia e, udite udite, unitaria. Se i 500 anni di Clerici sono un’irripetibile enciclopedia in prosa [2], i 100 anni di Bottazzi sono un romanzo da leggere tutto di un fiato. Dal Medioevo fino a Roger Federer con una preziosa porta aperta sul futuro che suona come una preghiera, o una sentenza: la chiave del futuro è radicata nel (la conoscenza del) passato.

 

Che il tennis non sia uno sport come gli altri è cosa abbastanza risaputa ma è quasi fantastico assistere a come questo emerga negli scritti di Erasmo da Rotterdam (1522), di Leonardo da Vinci o che sia stato il perimetro fisico che ha generato la Rivoluzione Francese. Una semplice palla colpita da due contendenti diventa rapidamente una cosa in grado di sintetizzare la condizione dell’essere umano nel mondo stretto tra competizione, regole e caos. Una metafora in movimento che ha attratto prima i Re, e i principi, poi gli spettatori, le televisioni fino a diventare un linguaggio universale.

Nella prima sezione del libro, Bottazzi ci restituisce la preistoria del tennis tra il primo tentativo di codifica del gioco (della pallacorda) di Antonio Scaino nel 1555 e il brevetto anglosassone del Lawn tennis che incorpora il gioco del Real tennis plasmando così il futuro. Credo però che il merito più grosso del libro sia la prospettiva adottata. Filologicamente devoto alla Storia del Tennis ma così irriducibilmente dentro il suo gioco da tradirla. Mi spiego, dal primo Wimbledon (1887) fino all’ultimo (2018) tutti campioni vengono posti sullo stesso piano con buona pace della grande diaspora tra dilettanti e professionisti. Nonostante il libro avanzi per capitoli che periodizzano le varie Ere, Bottazzi bypassa, direi finalmente, la questione delle questioni che ha falsato irreversibilmente la possibilità di comparare i campioni con parametri simili. Problemone irrisolvibile che tra le tante implicazioni ha sbilanciato la storia del tennis in avanti, quasi fosse incominciato nel 1968 con Rod Laver. Nella prospettiva di Bottazzi è il gesto tennistico a essere l’indiscusso protagonista e a scandire le varie epoche. Così facendo il circuito professionistico viene sovrapposto a quello ufficiale restituendo una Storia del Tennis probabilmente più incerta ma infinitamente più equilibrata. Una Storia che se ne infischia dell’eventuale GOAT ma che ha il merito di mettere sullo stesso piano Federer, Nadal, Laver e Borg con Donald Budge, Ken Rosewall, Bill Tilden, René Lacoste e Pacho Gonzales. Solo per fare alcuni nomi.

A impreziosire il volume ci sono le appendici finali dove accanto alle classifiche canoniche sul numero di Grande Slam vinti (1. Federer 20, 2. Nadal 17, 3. Sampras, Djokovic 14), ci sono quelle che integrano l’equivalente professionistico di quei tornei. La nuova classifica integrata suona così:

1) Ken Rosewall 23
2) Roger Federer 20
3) Rod Laver 19

Insomma si può discutere a lungo se i tornei Pro possono essere equiparati agli Slam, però escludere dal podio della storia del Tennis uno come Rosewall che dopo l’integrazione dei professionisti (Rosewall ha saltato la bellezza di 40 Slam, dal 1957 al 1967), ritorna in finale a Wimbledon a 39 anni suonati, che ha vinto tornei per 25 anni consecutivi e che nell’head to head con Laver ha vinto 62 incontri (su 149) è forse tecnicamente corretto ma sostanzialmente assurdo.

Una storia che così riscritta ha l’infinito merito di reintegrare campioni pazzeschi negli albi d’oro e a ben vedere suggerisce una strana, ma logica, linea di continuità. Gli immortali, non a caso quasi tutta gente che ha giocato e vinto quasi fino ai quaranta anni, sono stati, nelle rispettive epoche e all’interno delle varie evoluzioni dei gesti, interpreti di un gioco a tutto campo che dovrebbe essere l’essenza del tennis e la cosa più logica del mondo se non fossimo all’interno di un’epoca che con l’iperspecializzazione in una zona del campo la nega. Insomma, grazie a libri come questi, il futuro (e il passato) è ancora aperto.

[1] Per un approfondimento vedi qua
[2] 500 anni di tennis: “la bibbia” che tutti dovrebbero avere

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. L’Almanacco del Tennis 2018

Un anno tennistico compresso in 834 pagine. Recensiamo oggi l’“Almanacco del tennis 2018”. Uno strumento irrinunciabile per chi scrive, e per chi ama, il tennis

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Lumia M., Almanacco del Tennis 2018, p. 834

Il più grande problema dell’uomo contemporaneo è il potenziale accesso a un numero infinito di dati. Sembrerebbe che l’infinito database rappresentato da Internet abbia reso obsoleti i libri di statistiche come l’“Almanacco del tennis 2018” di Matteo Lumia. Un pazientissimo lavoro che mette assieme praticamente tutto il tennis giocato nel 2017. Volete sapere chi ha incontrato Paolo Lorenzi nel primo turno del torneo di Budapest? (Kukushkin 6-5 7-5), oppure volete ripercorrere turno per turno (e risultato per risultato) qualsiasi giocatore in qualsiasi torneo? L’Almanacco è quello che fa per voi. Non solo i tornei ATP, WTA, Davis, Slam ma anche i Challenger, gli albi d’oro e, ma solo per i più viziosi, quanti punti e soldi danno i tornei turno per turno (il secondo turno di Barcellona? 15.955 euro e 20 punti. Il primo di Roma? 15.210 euro e 10 punti. Il finalista con il piatto in mano? 402.080 euro e 600 punti).

Sfogliare l’Almanacco è più o meno come farsi una passeggiata nel cervello del grande Rino Tommasi [1] l’uomo che ha anticipato i computer e che ha dato parola ai numeri. Come il Capitale di Marx, o il Kamasutra, l’Almanacco non è un libro da leggere ma da frequentare. Una miniera d’informazioni compresse in un tomo da 834 pagine, che riposano placide accanto alla vostra scrivania con il non trascurabile lusso di poter essere sfogliate in ogni momento. Come si diceva una volta (prima di internet) uno strumento formidabile per chi scrive di tennis o per chi vuole farsi una strana passeggiata mnemonica nel 2017 tennistico o nella storia del tennis (sapete quanti sono stati i giocatori italiani che hanno giocato in coppa Davis? 75. Panatta, per dire, ne ha vinte 64 e perse 36. Il mai celebrato abbastanza Gianluca Pozzi 2 ne ha vinte e 2 ne ha perse e Sergio Tacchini, sì quel Sergio Tacchini, ha esordito nel 1959 vincendo 6 partite contro 9 sconfitte). Insomma attraverso la sintesi al fulmicotone di tabelle e risultati, una semplice pagina dell’Almanacco diventa un film o un trampolino per riflessioni da trasformare in potenziali articoli, commenti o altro. Il tutto dando l’impressione di sapere tutto (ehm Kokkinakis è alto 1,96 cm per 79 chili, mentre a Brisbane Francesca Schiavone è uscita al terzo turno delle qualificazioni per il tabellone principale perdendo 6-1 6-2 con Krunic).

 

I dati sono lì nella vostra scrivania che aspettano solo di essere incrociati e usati. Ad ingentilire il flusso di numeri interviene la struttura a capitoli di volta in volta introdotti dalle migliori penne italiane del tennis con la prefazione dell’instancabile Direttore Scanagatta. Insomma non rimane che ringraziare Matteo Lumia che ha fatto per noi un lavoro così poderoso, che verrebbe da dire, ha reso obsoleto, o forse solo intelligente, quel mostro gorgonico chiamato internet.

[1] A dire il vero l’Almanacco è un incrocio tra Rino Tommasi e Matrix.

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