Montecarlo: i segreti di Nadal? Scambi più brevi e rovescio irrobustito

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Montecarlo: i segreti di Nadal? Scambi più brevi e rovescio irrobustito

Ecco come il maiorchino ha conquistato per la decima volta il Principato

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Ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le stramaledette bugie e le statistiche” (Benjamin Disraeli, Primo Ministro inglese, ca. 1850).

Seconda puntata dello spazio, inaugurato con la finale di Miami, dedicato all’analisi statistica delle finali dei principali tornei del circuito.

Sempre memori dell’ammonimento del Primo Ministro Inglese riportato in alto, ci occuperemo oggi della finale del Montecarlo Rolex Master, giocata da Rafa Nadal e Albert Ramos-Vinolas, seppure apportando alcune modifiche rispetto alla prima puntata. Considerato il modo in cui Nadal ha dominato l’incontro, il rischio di scrivere delle ovvietà era infatti decisamente alto (e non è detto che si sia riusciti ad evitarlo, anzi!). Non c’è un solo dato – fatto salvo uno sul quale ci soffermeremo – in cui Spagna 1 non sia stata nettamente superiore a Spagna 2. Quindi, adottare il metodo usato per commentare la finale di Miami – statistiche dei singoli set e poi sintesi finale – rischierebbe di rivelarsi un mero esercizio di stile. Pertanto, abbiamo deciso di andare subito alla sostanza dell’incontro prendendo in considerazioni le statistiche ufficiali ATP relative al match nel suo complesso.

 

In questa circostanza, anche in considerazione di alcuni commenti fatti dai nostri lettori, non sono stati inseriti tra i dati analizzati quelli riguardanti i punti vincenti e gli errori non forzati, poiché privi di oggettività.

In rosso sono evidenziate le variabili che abbiamo ritenuto più significative.

Il rendimento al servizio da parte di Ramos-Vinolas rispetto a Nadal è nel complesso deficitario; buon per lui che nel secondo set sia riuscito a migliorare la performance al servizio salendo dal 50 al 59 per cento di prime palle in campo e vincendo il 60% dei punti con questo fondamentale, altrimenti il risultato finale sarebbe stato probabilmente ancora più netto. Nadal nel primo set ha realizzato un sontuoso 19/22 di prime palle in campo, pari all’88% -vicino al 100% messo a segno da Wilander nel primo set della finale del Roland Garros del 1988 – e un più umano 12/19 nel secondo, pari al 63%; numeri sufficienti a non permettere mai a Ramos-Vinolas di arrivare a conquistare un solo break point. In compenso, Rafa nel primo set non è riuscito a trasformare tre break point consecutivi nel corso del secondo game; lasciamo al lettore dedurre quale sarebbe stato il risultato del primo parziale se in tale circostanza il diritto non lo avesse tradito altrettante volte.

Il rendimento alla risposta dei due contendenti è così disuguale da non avere bisogno di particolari commenti, bastano i numeri contenuti nella tabella. Ramos-Vinolas non è mai riuscito ad andare ai vantaggi sul servizio del suo avversario e nel secondo set, nonostante il calo percentuale di prime palle messe in campo da Nadal, è riuscito a conquistare solo tre punti, contro i sei del primo parziale.

Per fortuna, ad aiutarci a rendere meno noiosa e scontata la nostra analisi, arrivano in nostro soccorso le statistiche relative ai punti conquistati in relazione alla durata degli scambi. Nell’immaginario collettivo degli appassionati non addetti ai lavori, il maiorchino è considerato un ineguagliabile podista con la racchetta, imbattibile negli scambi lunghi, tanto che su internet sino a qualche tempo fa girava la seguente battuta: “Il tennis è quello sport in cui si deve buttare la pallina al di là della rete una volta in più dell’avversario e alla fine… vince Nadal!”. Ebbene, proprio negli scambi lunghi, ovvero oltre i nove colpi, Ramos-Vinolas è risultato superiore a Nadal. In quelli di media e, soprattutto, di breve durata è stato letteralmente spazzato via: 23 a 50! Cosa possiamo dedurne?

Nello specifico, che Nadal, così come il suo grande rivale svizzero, ha saputo con grande merito apportare delle modifiche sostanziali al suo modo di giocare. Gli anni pesano anche per lui e riuscire ad accorciare gli scambi è una priorità. Per riuscire nello scopo, Rafa ha notevolmente irrobustito il suo rovescio rendendolo un colpo spesso letale e non solamente di sbarramento; ha migliorato i colpi di volo e dato maggior incisività al servizio con il quale è ora in grado di conquistare punti “facili”: 5 ace in otto turni di battuta sono pochi per un giocatore come Karlovic , ma non per lui.

Più in generale, riteniamo si possa dedurre che il modo di giocare a tennis sulla terra rossa da parte degli attuali migliori specialisti – Nadal, Thiem, Wawrinka, Djokovic – sia diverso rispetto a quello giocato dai grandi specialisti del passato, quali Borg, Vilas, Wilander , Muster. In misura più o meno maggiore, i giocatori moderni tendono a praticare un tennis molto più di pressione, seppur da fondocampo e meno difensivo rispetto ai loro illustri predecessori, con la conseguenza di avere ridotto il numero di colpi mediamente necessari per aggiudicarsi un punto. Se avete 2’25” di tempo libero, guardate su youtube lo scambio di 86 colpi tra Borg e Vilas nella finale del Roland Garros del 1978 e ne avrete un indizio. È evidente la volontà in entrambi i giocatori di attendere esclusivamente l’errore altrui e fortuna che Borg alla fine, forse sull’orlo del colpo di sonno, decida di attaccare, altrimenti i due sarebbero probabilmente ancora oggi intenti a ributtare la palla da una parte all’altra della rete. Se di tempo libero ne avete tanto e volete un altro indizio, gustatevi (eufemismo) la finale del 1982 tra Vilas e Wilander: 4 ore e 43 minuti per disputare quattro set, di cui uno concluso con il punteggio di 6-0 ed un altro 6-1! Infine, se oltre ad avere molto tempo libero siete anche masochisti, guardate uno scambio tra Higueras e Barazzutti e tutti i vostri residui dubbi svaniranno “come lacrime (le vostre nda) nella pioggia”.

Per ora è tutto. Appuntamento a Madrid. Olé!

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Gail Falkenberg a 75 anni per la storia, quando l’età è solo un’illusione

Gail Falkenberg ci riprova nel W25 di Orlando in cerca dell’accesso al suo primo main-draw Pro

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Gail Falkenberg (foto Twitter @jdd_tennis)

Mai dire mai, perché i limiti, come le paure sono spesso soltanto un’illusione”. Springfield, Massachusetts, Hall of Fame NBA 2009. Tra i premiati c’è lui, il più forte cestista di tutti i tempi, Michael Jordan. Il quale nel suo discorso alla platea afferma che se un giorno a cinquant’anni dovesse ritornare in campo non dovrebbero sorprendersi. A quel punto scatta una risata generale, ma la stella dei Bulls risponde con quella massima, ormai divenuta cult. Essa sembra proprio calzare a pennello, come il vestito delle grandi occasioni, alla protagonista di questo articolo, tale Gail Falkenberg impegnata in questa giornata di Pasquetta di fine aprile, nel primo turno di qualificazione per accedere al main-draw del torneo ITF W25 di Orlando. Detta così non sembrerebbe questa grande notizia, tutt’al più riferendosi al circuito minore. Ma dunque perché abbiamo scomodato il leggendario giocatore di basket e la sua celeberrima frase? L’arcano si risolve andando a sbirciare la carta d’identità della tennista statunitense, 75 anni. Ebbene sì, la nostra Gail scorrazza ancora per il circuito Pro, infischiandosene dell’età che avanza e rifiutandosi di abdicare alla sua voglia di competizione in favore del circuito senior – che lascia volentieri ai “vecchierelli” che decidono di arrendersi a differenza sua.

LA LONGEVITA’ FATTA PERSONA, CON UN ULTIMO GRANDE SOGNO – E’ pensare che ha raggiunto il suo best ranking ben 35 anni fa (quindi quando aveva 40 anni), issandosi al n. 360 del classifica WTA. Inoltre vinse la sua prima partita da professionista 10 anni dopo aver ottenuto il miglior posizionamento della carriera, nel 1997. Falkenberg ha anche un passato da coach alla University of Central Florida. Ci riprova a distanza di sei anni, dopo che nel 2016 subì un doppio bagel dall’ormai ex promessa del tennis a stelle strisce Taylor Townsend nel tabellone cadetto di un Future in Alabama. La sua avversaria, odierna, sarà la 34enne bulgara Dia Evtimova, attuale numero 701 delle classifiche con un career-high in termini di posizionamento nel ranking fatto registrare il 31 ottobre 2011, al numero 145. Vedremo se i 41 anni che dividono le due giocatrici saranno determinanti nell’esito della sfida, oppure se ha prevalere sarà l’esperienza. Quest’ultimo finale dello scontro, garantirebbe a Gail Falkenberg la possibilità di giocarsi la qualificazione al primo tabellone principale della sua carriera da agonista, il suo ultimo grande sogno. Per concludere non possiamo esimerci dall’augurare le migliori fortune alla nostra Gail, invitandola a non mollare e a continuare così poiché rappresenta un eccezionale esempio per tutti, dimostrando come l’età sia solo un’illusione.

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I segreti di un campione: Stan Wawrinka

Quello che i numeri raccontano del gioco dell’eterno numero due svizzero

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Stan Wawrinka - Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

Dal 2004 al 2020, cinquantaquattro dei sessantaquattro tornei Slam disputati sono stati vinti da Federer, Nadal o Djokovic. Solo altri sei giocatori riescono a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di uno dei quattro tornei più prestigiosi. Per tre volte Murray, forse il meno fab dei Fab Four, ma pur sempre un giocatore capace, nel 2016, di diventare numero uno del mondo. Per tre volte, trionfa anche Stanislas Wawrinka, e in tre tornei diversi: nel 2014 in Australia, nel 2015 a Parigi, nel 2016 a Flushing Meadows. Manca soltanto Wimbledon, e Wawrinka potrebbe addirittura fregiarsi del Career Grand Slam, risultato eccezionale in genere, e che avrebbe addirittura dell’incredibile nell’epoca dei Big Three.

Comprensibile comunque, che sia proprio Wimbledon a mancare all’appello: il rovescio a una mano di Stan, di rara potenza, necessita di una preparazione difficilmente compatibile con una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Detto questo: non soltanto tre Slam, ma anche una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, sedici titoli ATP, e la vittoria della Coppa Davis (va detto, in coppia con Federer, ma Stan fu decisivo) nel 2014.

Quali sono dunque le armi che hanno permesso a Wawrinka di essere all’altezza di avversari straordinari, lungo tutta la propria carriera? Ce lo chiederemo analizzando i dati relativi ai suoi match di Grande Slam, nel periodo 2011-2021. Prima di procedere però, diamo uno sguardo più da vicino alla carriera dello svizzero.

 

Palmarès

Già a livello junior, Stan Wawrinka si fa notare, aggiudicandosi l’Open di Francia e conquistando la settima posizione nel ranking. Nel 2004 diventa professionista e esordisce in Coppa Davis, perdendo il suo primo match, sconfitto da Victor Hănescu. Nel 2006, vince il suo primo titolo, sconfiggendo in finale a Umag un giovane serbo che farà molto parlare di sé: un certo Novak Djokovic. Nel 2008, per la prima volta, a Roma, Stan raggiunge la finale di un torneo Master 1000. Ancora una volta è Djokovic il suo avversario: in questa occasione però, Wawrinka si aggiudica il primo set, ma viene poi rimontato e sconfitto.

A fine stagione 2008, entrerà per la prima volta in top 10. Alle Olimpiadi di Pechino, vince (insieme a Federer) la medaglia d’oro nel doppio. Dal 2009 al 2012, Stan sviluppa una carriera solida, ma senza particolari acuti. Nel 2013 invece, cambia qualcosa. Probabilmente c’è un match che lo dimostra più di ogni altro, proprio a inizio stagione. Ancora una volta, in un momento decisivo della propria carriera, Wawrinka affronta Djokovic, negli ottavi di finale dell’Australian Open. Il pronostico sembra scontato, ma Stan gioca un match straordinario, mettendo a segno vincenti spettacolari, soprattutto col rovescio.

Non è abbastanza per vincere: la partita è di Djokovic, che se la aggiudica al quinto set. È abbastanza però per convincere definitivamente Stan che può giocarsela davvero con tutti. Rientra in top 10 e, a Flushing Meadows, raggiunge la sua prima semifinale Slam, sconfitto (ancora una volta) da Djokovic.

L’anno successivo, il 2014, è quello della definitiva consacrazione. In Australia, Stan conquista il suo primo Slam, sconfiggendo Nadal in finale. A Monte-Carlo, sconfigge Federer in finale e si aggiudica il suo primo Master 1000. A fine anno, è protagonista insieme a Federer della vittoria della Coppa Davis da parte della Svizzera. Chiude il 2014 come numero 3 del mondo, che resterà il suo best ranking. Nel 2015, Wawrinka si prende una rivincita con Djokovic, battendolo, un po’ a sorpresa, nella finale del Roland Garros, negando (temporaneamente) a Nole il Career Grand Slam. Supera il round robin del Masters di Londra di fine anno, ma viene sconfitto da Federer in semifinale.

L’anno successivo, un altro acuto: ancora una volta, Stan sconfigge Djokovic in una finale Slam, stavolta a Flushing Meadows. Si tratta dell’unico match di tutto il 2016 in cui Nole perde la partita dopo essersi aggiudicato il primo set: testimonianza della grinta e del carattere di Wawrinka. Nel 2017 arriva ancora una volta alla finale del Roland Garros, ma viene sconfitto da Nadal (prima sconfitta per Wawrinka in una finale Slam). Poi, purtroppo arriva l’infortunio al ginocchio. Per il resto del 2017 e sostanzialmente tutto il 2018, il campione svizzero non riesce a trovare continuità.

Nel 2019, raggiunge i quarti di finale degli US Open, e viene sconfitto da Medvedev. La condizione fisica sembra essere migliorata ma, raggiunti i trentaquattro anni, Stan sembra avviarsi alla conclusione di una grande carriera. Dopo la stagione funestata dal COVID nel 2020 e un infortunio al piede nel 2021, Stan decide comunque di rientrare in campo nel 2022, alla ricerca di un difficile ma, considerato il talento e la determinazione, non impossibile riscatto.

Uno sguardo d’insieme

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Wawrinka degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Non sorprende la grande capacità di Wawrinka di mettere a segno vincenti (oltre quaranta in media, su tutte le superfici) mentre, forse, desta qualche stupore in più il fatto che il saldo tra vincenti ed errori non forzati raggiunga il suo miglior valore sull’erba, l’unica superficie su cui Stan non ha mai vinto uno Slam. Riflettendo meglio però, possiamo provare a dedurre che non sia tanto il rapporto tra vincenti ed errori non forzati a fare la differenza per Wawrinka rispetto alle altre superfici quanto, più in generale, la dinamica di gioco.

Stan non commette cioè molti errori gratuiti e mette comunque a segno molti vincenti, anche su erba, ma spesso, su tale superficie commette errori forzati. In particolare, ciò può accadere dal lato del rovescio, se l’avversario pressa Wawrinka, riducendo il tempo a disposizione per la preparazione del colpo.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo grafico, emerge sì una buona completezza (70% di rendimento a rete, ad esempio, su tutte le superfici), ma fa capolino anche quello che potremmo definire un piccolo tallone d’Achille di Wawrinka: il dislivello tra prima e seconda palla di servizio.

Se con la prima infatti Stan porta a casa un notevole numero di punti, non solo e non tanto diretti (ace), ma con lo schema servizio-dritto o anche servizio-rovescio, la seconda palla è non soltanto più lenta, ma, rispetto a giocatori di tale livello, anche meno imprevedibile. In particolare nelle sfide con Federer, forse è stato proprio questo uno degli elementi che, spesso, hanno fatto pendere la bilancia a favore di Roger, che è invece dotato di una seconda palla ricca di variazioni, e molto difficile da attaccare.

Cercando conferme di tale osservazione, possiamo notare anche che, sul veloce, la capacità di Wawrinka di annullare palle break cala nettamente rispetto alla terra (pur attestandosi su un ottimo 70%), a testimonianza del fatto che, specialmente quando la superficie lo consente, gli avversari hanno qualche occasione di strappare la battuta a Stan aggredendolo fin dalla risposta.

I pattern più significativi, gli elementi-chiave del gioco di Wawrinka

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Wawrinka alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. Se Wawrinka ha un rendimento sulla prima palla di servizio migliore di quello del proprio avversario e l’avversario non si presenta più di 33 volte a rete, allora lo svizzero vince la partita”. Il pattern si è verificato in sessantatré occasioni e, in sessantadue di esse, Wawrinka ha vinto il match.
  2. Se Wawrinka mette a segno almeno 1.6 ace più dell’avversario in media per set e trasforma le palle break con una percentuale di almeno il 4.5% superiore, si aggiudica la partita”. Il pattern è meno generale, ma estremamente preciso: si è verificato trentadue volte, e in tutti questi match Wawrinka si è aggiudicato la vittoria.
  3. Se Wawrinka non si procura almeno dieci palle break in una partita composta da più di 39 game e, ha un rendimento sulla prima di non oltre il 5.1% migliore rispetto all’avversario, viene sconfitto”. Il pattern si è verificato quindici volte, e si tratta di quindici sconfitte per Stan.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione svizzero. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si sono rivelati decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Wawrinka, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Non stupisce come, in prima e quarta posizione, si trovino due elementi legati alla prima palla di servizio, e in particolare la differenza di rendimento rispetto all’avversario (feature più significativa) e la differenza in termini di ace (quarta feature più significativa).

A prima vista, colpisce di più la natura della seconda e della terza feature, legate al gioco a rete: si tratta, rispettivamente, della differenza nella percentuale di discese a rete trasformate in punti e del numero assoluto di discese a rete trasformate in punto dall’avversario. Possiamo però forse interpretare il dato in questi termini: se Stan, che non è un giocatore di rete (pur avendo una discreta mano) riesce a superare o a contenere l’avversario anche da questo punto di vista, significa che sta controllando il match, e probabilmente riuscirà ad aggiudicarselo.

In conclusione, la quinta feature più significativa è la differenza media in termini di errori non forzati per set, che ci ricorda come anche un giocatore del talento di Wawrinka non possa permettersi di forzare troppo il gioco, e di commettere un numero eccessivo di errori non forzati. Dopo essersi tolto la soddisfazione di veder uscire il suo primo film come produttore, e dopo otto mesi dall’ultima operazione al piede, Stan torna al tennis e dichiara di aver ancora voglia di vincere. Un’ottima notizia per tutti gli appassionati, che avranno ancora occasione di vederlo all’opera anche se l’esordio nel challenger di Marbella non è stato dei migliori.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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I segreti di un campione: Juan Martin Del Potro

Quello che i numeri raccontano del gioco di un campione sfortunato

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Juan Martin del Potro - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 14 settembre 2009, Roger Federer scende in campo a Flushing Meadows con i favori del pronostico, e non soltanto perché disputa la sesta finale consecutiva in quel Major, avendo vinto le precedenti cinque.

Federer, nel 2009, si è rialzato, dopo aver ceduto la vetta della classifica ATP all’eterno rivale Nadal: dopo aver perso proprio con Nadal in Australia in finale, ha conquistato non soltanto la vittoria a Wimbledon ma anche, per la prima (e tuttora unica) volta, si è aggiudicato il Roland Garros.

Per completare il quadro. lo sfidante è un ragazzo di vent’anni, alla sua prima finale in un Major. È un gigante di quasi due metri, argentino: si chiama Juan Martin Del Potro. Inesperto a quei livelli, sì, ma quando tocca la palla di dritto, questo ragazzo fa davvero paura, forse anche a Sua Maestà Federer. E infatti, dopo essersi portato in vantaggio per due set a uno, l’elvetico perde il tie-break del quarto set. Sulle ali dell’entusiasmo, Delpo dilaga nel set decisivo, che si aggiudica per 6-2, sconfiggendo il suo idolo.

 

Sembra l’alba di una grande carriera e, invece, purtroppo, rimarrà l’unica vittoria Slam dell’argentino, che ha recentemente annunciato il proprio ritiro. Una lunga serie di imprevisti, cominciata nel 2010 con un grave infortunio al polso e conclusasi con l’infortunio al ginocchio del 2018, che tuttora fa sentire i suoi strascichi, ha probabilmente impedito a Delpo di realizzare pienamente il proprio potenziale. Ciò nonostante, la sua carriera, che pure si sviluppa nell’era dei Big Three (Federer, Nadal, Djokovic), è chiara testimonianza non solo di qualità di gioco, ma anche di determinazione.

Cercheremo, attraverso l’analisi statistica dei match disputati in tornei del Grande Slam a partire dal 2011 da Del Potro, di intuire quali elementi, quali pattern abbiano portato l’argentino al successo, nei momenti di maggiore forma. Prima però proviamo a ripercorrere brevemente la sua carriera, a partire dai primi passi.

Palmarès

Delpo esordisce a livello ATP nel 2006, a Viña del Mar, battendo Albert Portas, prima di essere sconfitto al secondo turno da Fernando González, in un match tra veri e propri pesi massimi del dritto. Già l’anno successivo, qualificandosi al terzo turno sia agli US Open che al Masters 1000 di Madrid, l’argentino raggiunge la top 50.

Nel 2008, la stella di Delpo comincia a brillare nel tennis mondiale, arrivano i primi titoli ATP e, un po’ a sorpresa, l’argentino li conquista entrambi sulla terra battuta: a Stoccarda e a Kitzbühel. Nonostante qualche problema alla schiena, Del Potro chiude l’anno in top 10, e scalda i motori per un grande 2009.

Dell’anno successivo, si ricorda soprattutto l’exploit con il titolo agli US Open, superando Federer in finale (da sottolineare come, in semifinale, Delpo avesse sconfitto anche Nadal): in generale, si tratta di una grande stagione, che porta l’argentino in top 5, e a raggiungere anche la finale del Master di fine anno, in cui viene sconfitto da Davydenko.

Il 2010 è l’anno del primo grave infortunio al polso: perde praticamente tutta la stagione, scivolando fuori dalla top 250. Anche l’anno successivo, complice una posizione in classifica da ricostruire, è molto travagliato, e regala a Delpo soltanto la soddisfazione di portare l’Argentina in finale di Coppa Davis, che verrà vinta dalla Spagna.

Il 2012 è l’anno delle Olimpiadi di Londra, il torneo si gioca sull’erba di Wimbledon. Delpo viene sconfitto da Federer in semifinale e si aggiudicherà una medaglia di bronzo che sa di riscatto. Il match di semifinale con Federer, una partita da antologia, è la più lunga mai giocata al meglio dei tre set. A fine anno, Delpo è di nuovo in top 10.

Nel 2013 la crescita continua, fino a portarlo in semifinale a Wimbledon e, nuovamente nella top 5 mondiale. Purtroppo però, un secondo infortunio al polso interrompe la rincorsa dell’argentino, e lo costringe di fatto a saltare due intere stagioni, 2014 e 2015.

Il 2016, l’anno del rientro, è anche quello delle Olimpiadi di Rio. E l’atmosfera delle Olimpiadi sembra fare un gran bene a Delpo, che conquista una grande medaglia d’argento. Nello stesso anno, porta la sua Argentina a vincere la coppa Davis.

Sembra la volta buona: l’anno successivo, incontra una volta Federer, di cui peraltro Delpo è un grande fan, sempre agli US Open, ai quarti di finale. Ancora una volta, lo sconfigge, per arrendersi poi a Nadal in semifinale. Complice anche altri buoni risultati, come la vittoria a Stoccolma (ventesimo titolo ATP, nonostante i continui infortuni) e la finale a Basilea, l’argentino rientra in top 10, e si qualifica per il Master di fine anno.

Nel 2018, Delpo raggiunge addirittura la terza posizione del ranking mondiale: sempre a Flushing Meadows, incontra ancora una volta Nadal in semifinale. Il maiorchino è costretto a ritirarsi a causa di un infortunio al ginocchio, e Del Potro raggiunge una finale Slam. Sarà sconfitto da Djokovic, in tre set.

Purtroppo però, durante il Master 1000 di Shanghai, Del Potro subisce un nuovo infortunio, e chiude anticipatamente la stagione. Da allora, si può dire che l’argentino non sia mai veramente rientrato a pieno regime tanto che, recentemente, ha annunciato la propria intenzione di ritirarsi.

Uno sguardo d’insieme

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Del Potro degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Del Potro, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Il numero di vincenti e di ace, specialmente sul veloce, è davvero notevole ma forse, considerate le caratteristiche fisiche e lo stile di gioco di Delpo, colpisce ancora di più la sua capacità di procurarsi palle break, in particolare sulla terra battuta. Questo a testimonianza del fatto che, per quanto Del Potro faccia della violenza dei propri colpi, in particolare del dritto, un’arma vincente, si tratta di un giocatore completo, che sa procurarsi diverse chance anche nei game di risposta, su una superficie che porta a scambi più lunghi.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Del Potro, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo plot, emerge forse un piccolo punto debole di Del Potro. La prima di servizio, eventualmente seguita dal dritto, è eccezionale, e porta a una percentuale di punti vinti con la prima superiore al 70% su tutte le superfici, che addirittura si avvicina all’80% sul veloce. La seconda palla però, a differenza ad esempio di ciò che accade nel caso di un altro big server con capacità di fare gioco come Berrettini, è molto più aggredibile, e procura a Delpo un rendimento tra il 50% e il 60%.

I pattern più significativi, gli elementi-chiave del gioco di Del Potro

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Del Potro alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. Se Del Potro concede meno di sei palle break e si presenta meno di quarantacinque volte a rete, allora l’argentino vince la partita”. Il pattern si è verificato in cinquantaquattro occasioni e, in tutte e cinquantaquattro, Del Potro ha vinto il match.
  2. Se Del Potro ha una percentuale di trasformazione delle palle break di almeno il 13.9% maggiore dell’avversario, si aggiudica la partita”. Il pattern è meno generale, ma altrettanto preciso: si è verificato ventitré volte, e per ventitré volte Del Potro si è aggiudicato la vittoria.
  3. Se Del Potro concede più di sette palle break, se ne procura meno di quindici e mette a segno meno di quarantanove vincenti, viene sconfitto”. Il pattern è piuttosto generale, anche se meno preciso: si verifica venti volte, e in diciassette occasioni l’argentino viene sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione argentino.

Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si sono rivelati decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Del Potro, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

L’elemento più significativo sembra essere la pressione che Delpo è in grado di mettere al proprio avversario con i propri turni di servizio. La prima chiave verso la vittoria, in altre parole, è concedere poche palle break. Soltanto dopo (terza e quarta feature) vengono la percentuale di trasformazione delle palle break rispetto a quella dell’avversario, e il numero di palle break che Delpo si procura nei suoi game di risposta. Ancor meno rilevante (quinta feature in ordine di importanza), la percentuale di trasformazione delle palle break di Delpo, considerata da sola e non in relazione a quella dell’avversario.

In altre parole, i numeri sembrano dirci questo: se nei suoi game di servizio Del Potro riesce a imporsi, senza lasciare spazio all’avversario e creando difficoltà anche nel trovare ritmo, avrà, presto o tardi, le occasioni giuste in qualche game di risposta, così portando a casa il match. A confermare tale sintesi, osserviamo che la seconda feature più significativa in ordine di importanza è il numero di vincenti messi a segno dall’argentino, e sappiamo che, una quota significativa di questi vincenti sono dritti violentissimi dopo una buona prima di servizio. In sintesi: se questo schema funziona, per l’avversario la partita sarà molto complicata. Hanno dovuto accorgersene vere e proprie leggende del tennis come Federer e Nadal, anche nei loro anni migliori. Nondimeno, Delpo si avvia a chiudere la propria carriera con in bacheca un solo trionfo Slam, una finale e quattro semifinali. Risultati ragguardevoli, in sé, ma senz’altro riduttivi rispetto al potenziale dell’argentino.

Ciò nonostante, con la sua voglia di lottare e di rialzarsi, oltre che col suo stile aggressivo, ha saputo accendere l’entusiasmo dei tifosi. E d’altronde, come ricordava John Steinbeck in una lettera indirizzata al figlio Thom: “Non avere paura di perdere. Se deve accadere, accadrà. L’importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via”. E il trionfo del 2009, la vittoria in Coppa Davis del 2016, le due medaglie olimpiche a sorpresa, entrambe segno di riscatto, resteranno, sempre, nel cuore degli appassionati.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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