Settimana degli italiani: un lampo nel buio

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Settimana degli italiani: un lampo nel buio

La vittoria di Fognini contro Murray non rende meno amaro il bilancio degli azzurri agli Internazionali BNL d’Italia

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Appena una, ma per fortuna ottima: ​escludendo dalle analisi ​finali ​il derby di primo turno tra ​Fabio ​Fognini e​ Matteo​ Berrettini, si può così si può sintetizzare il bilancio complessivo vittorie-sconfitte dei tennisti azzurri nei tabelloni di singolare maschile e femminile dell’edizione 2017 degli Internazionali d’Italia. Alla grandissima vittoria ​del numero 1 azzurro su Murray, hanno fatto purtroppo da contraltare sette sconfitte amare, anche per la maniera in cui sono giunte, spesso in maniera netta: aumenta la delusione osservare il computo totale dei parziali vinti e persi dai nostri tennisti, 3-14. Nonostante l’aiuto del passionale e numeroso pubblico romano, il nostro movimento non ha potuto mai gioire, se non per l’estemporanea e dirompente esibizione di talento del ligure contro il numero 1 del mondo. Una fotografia amara, ma perfetta del convalescente stato di salute del tennis italiano nell’unico ed attesissimo appuntamento annuale nel nostro Paese col meglio della racchetta mondiale. Mancavano solo Paolo Lorenzi (infortunio) e Camila Giorgi (annosa controversia con la Federtennis) tra i nostri tennisti abituati attualmente a competere a questi livelli, ma difficilmente, anche con la loro presenza, sarebbe cambiato qualcosa nel commento finale di un bilancio che, considerando anche il tabellone delle qualificazioni, vede una bocciatura netta del nostro tennis. Nel tabellone cadetto i ragazzi, infatti, hanno raccolto appena una vittoria (con Arnaboldi) a fronte di sei sconfitte, mentre le donne hanno fatto ancora peggio, perdendo tutte e quattro al primo turno.

Se non si parla di tragici risultati sportivi, il nostro tennis lo deve dunque al freschissimo padre​​ Fabio Fognini, solitamente non a proprio agio sulla terra del Foro Italico​, sulla quale ​in nove partecipazioni ​nel tabellone principale, una sola volta era giunto agli ottavi, nel 2015, quando​ perse da Berdych, allora 5 ATP​. Il taggiasco​ ha qui ottenuto una prestigiosissima vittoria battendo il numero 1 del mondo, impresa che ad un tennista italiano non riusciva dal 2007, con Filippo Volandri che, proprio a Roma, eliminò agli ottavi Roger Federer, per poi giungere sino alle semifinali dopo aver battuto anche Berdych. Per ​arrivare ad affrontare Murray, Fabio aveva precedentemente sconfitto al primo turno, in una sorta di derby generazionale italiano, il 21enne romano Matteo Berrettini, 249 ATP, che godeva di una wild card guadagnata attraverso le pre-quali. Fabio ha avuto facilmente la meglio sul giovane connazionale, visibilmente emozionato, specie nel primo set, per l’esordio sul Centrale e in un Masters 1000. L’allievo di Franco Davin ha infatti vinto nettamente con il punteggio di 6-1 6-3 in 1 ora e 10 minuti, al termine di un match in cui ha vinto l’82% dei punti giocati sui propri turni di battuta. Al secondo turno, quando già era conscio di essere rimasto l’ultimo italiano in gara, Fabio ha affrontato il numero 1 del ranking e detentore del titolo degli Internazionali, Andy Murray. Nonostante il gran nome dello scozzese, Fognini è sceso in campo consapevole ​d​elle sue possibilità di vittoria, ​sicuramente ​memore di come lo avesse battuto 2 ​d​elle 5 volte in cui si erano già affrontati e che, nell’ultimo confronto dello scorso agosto​ a Rio, avesse per un set e mezzo messo alle corde ​Andy.​ ​

Fabio, sebbene vada anche detto che Murray abbia confermato a Roma di vivere un pessimo momento di forma​ ​(deficitario il rendimento del servizio​ dello scozzese​: solo il 48% di prime in campo, 38% di punti vinti con la seconda) ha giocato una partita praticamente perfetta sino a pochi minuti dalla conclusione del match, quando probabilmente si è reso conto dell’impresa che stava compiendo​ e si è fatto prendere dalla tensione​. Grazie ad un tennis di grandissimo livello, Fognini ha portato a casa quella che anche a suo dire è stata una delle ​tre vittorie più importanti della sua carriera, sconfiggendo Murray con un nettissimo 6-2 6-4 in 1 ora e 33 minuti di gioco. Purtroppo Fabio ha poi mancato ​una sorta di ​prova d​el nove che aveva negli ottavi con il leader della Race to Milan, ​Alexander Zverev: è vero, il ventenne tedesco, 17 ATP, si isserà poi alla vittoria del titolo romano, ma dal nostro tennista ci si poteva quantomeno attendere una prova ben migliore di quella offerta al Foro Italico contro il tennista di Amburgo, nella quale, almeno sino al 3-6 0-4, non ha quasi mai giocato nei turni di servizio dell’avversario – che ha vinto il 70% dei punti giocati sul suo servizio – soffrendo inoltre troppo nel conservare i suoi. Inevitabile, è arrivata una sconfitta con un duplice 6-3 in 1 ora e 18 minuti, che non intacca però il giudizio positivo sul torneo del ligure, distratto anche dall’imminente nascita del primogenito, avvenuta l’indomani.

 

A Roma è invece continuato il momento nero di Andreas Seppi: non vince due partite di seguito addirittura dagli Australian Open e sulla terra quest’anno nei tabelloni di singolare ha battuto il solo Mikael Ymer, 409 ATP . Avendo ricevuto una wild card dagli organizzatori, al Foro Italico tornava per la 12esima volta in un torneo nel quale, a parte l’expolit del 2012 – nel quale aveva sconfitto Wawrinka ed il top 10 Isner prima di cedere a Federer nei quarti – non ha mai fatto bene, non raggiungendo in nessuna circostanza gli ottavi. Opposto al 31enne spagnolo Nico Almagro, 73 ATP, che aveva sconfitto in due delle tre occasioni nel quale lo aveva affrontato (perdendo però l’unico precedente sulla terra), ha fatto, seppur salvando 11 palle break, partita pari sino al tie-break, nel quale è stato in vantaggio 5-2, prima di crollare e consentire ad Almagro l’accesso al secondo turno, dopo 1 ora e 56 minuti, col punteggio di 7-6(6) 6-3. Non è andata meglio ad un’altra wild card, dopo quella di Berrettini, del quale abbiamo raccontato la netta sconfitta contro Fognini, concessa dalla federazione ai vincitori delle pre-quali: il 22enne di Biella, Stefano Napolitano, 181 ATP, è stato almeno autore di un buon primo set nel match che l’ha visto contrapposto al 31enne serbo Viktor Troicki, 36 ATP. L’azzurro, issatosi a due set point quando il suo avversario serviva per rimanere nel set su 5-6, una volta non essere riuscito a convertirli, si è sciolto come neve al sole, finendo per cedere 7-6(1) 6-2 dopo 1 ora e 28 minuti di partita nella quale non è mai entrato in partita sul servizio del serbo, che ha portato a casa il 75% dei punti giocati quando era al servizio.

Chi ha fatto decisamente bene, pagando però l’emozione e la desuetudine nel giocare ad alti livelli, è stato Gianluca Mager, il quale, contro il naturalizzato britannico Aljaz Bedene, 55 ATP, si è trovato avanti nel punteggio 7-6(3) 4-3 e servizio prima di calare e poi cedere ai crampi all’inizio del decimo gioco del secondo parziale, rendendo inutili e scontati gli ultimi giochi. Il 22eenne di Sanremo da quel momento in poi non ne ha avuto più ed è arrivato il suo ritiro, al termine di una prova che ci si augura gli dia fiducia e stimoli nel lavorare sempre più e meglio: al secondo turno è andato però Bedene, con lo score di 6-7(3) 6-4 3-0 dopo 2 ore e 10 minuti di partita. Come accennato, ai nostri colori non è andata meglio nelle quali, dove il solo Andrea Arnaboldi, beneficiario di una wild card per il tabellone cadetto, ha vinto una partita: il 29enne mancino canturino Andrea Arnaboldi, 242 ATP, ha infatti battuto 6-0 5-7 7-6 (2) in 2 ore e 19 minuti di partita il portoricano classe 81 Victor Estrella Burgos, 85 ATP, prima di cedere però nel turno decisivo ad un altro veterano del circuito, Carlos Berlocq, 68 ATP, che in 97 minuti gli ha rifilato un netto 6-1 7-5. Degli altri italiani usufruitori di un invito della federazione ed impegnati nelle quali, due giovani hanno vinto un set ed offerto buone prove che li hanno fatti uscire tra gli applausi del pubblico del Foro: il primo è Lorenzo Sonego, 22enne di Torino al 328°posto del ranking ATP, l’anno scorso autore di un gran match nel primo turno del tabellone di singolare contro Joao Sousa. Il piemontese è andato a servire per il match sul 6-5 del terzo, prima di cedere ad Almagro, vincitore dopo 2 ore e 18 minuti col punteggio di 6-3 3-6 7-6(3). Il secondo è Salvatore Caruso, 198 ATP: il tennista di Avola è stato sconfitto 4-6 6-4 7-5 in 2 ore e 34 minuti di battaglia tennistica da Adrian Mannarino, 47 ATP, dopo essere stato in vantaggio 3-1 nel terzo. Subito disco rosso, infine, per la wc Andrea Pellegrino, 511 ATP, eliminato da Denis Istomin, 82 ATP, in 103 minuti di partita con lo score di 6-4 7-5; per Luca Vanni, battuto da Kevin Anderson, 63 ATP, 4-6 6-1 6-2 dopo 1 ora e 39 minuti di match e per Alessandro Giannessi, fermato da Ernesto Escobedo con un netto 6-3 6-4 in 74 minuti di partita.

Segue a pagina 2: la settimana al Foro delle azzurre

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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