Il bicchiere mezzo pieno: generazione scarsa o sfortunata?

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Il bicchiere mezzo pieno: generazione scarsa o sfortunata?

Sarà stata colpa dei Fab Four, se i vari Dimitrov, Goffin, Tomic non sono esplosi? Adesso arriva Zverev, una generazione è andata persa? Ne parlano i nostri Ted e Bill

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Ted: È vero che il tennis non è più uno sport per giovani. Dei giocatori in attività, Cilic, a 28 anni e mezzo, è il più giovane ad avere uno Slam in bacheca.

Bill: Djokovic e Murray hanno 30 anni. Del Potro, fuori per mille infortuni, ne ha 28. Così come Cilic. Questi sono i più giovani giocatori in attività ad avere vinto almeno uno Slam. Mentre tra i vincitori di Masters 1000 il giocatore in attività più giovane ad averne uno in bacheca, fino a settimana scorsa, era…

 

Ted: Ancora Cilic.

Bill: Ma adesso è Zverev.

Ted: Vent’anni.

Bill: E quindi Zverev si candida come campione del futuro.

Ted: Va bene, su questo siamo tutti d’accordo. Ma tra Cilic e Zverev ci sono otto anni di differenza. Che cosa hanno combinato quelli più giovani di Cilic ma non giovani come Zverev? Dove si sono persi? Erano una generazione di scarsoni?

Bill: A chi ti riferisci?

Ted: Mi riferisco ai giocatori che oggi sono tra i 27 e i 24 anni. La mia definizione di generazione tennistica, coniata seduta stante, è di quattro anni. Tra i 31 e i 28 ci sono Nadal, Djokovic, Murray, del Potro e Cilic. Tra i 27 e i 24…

Bill: Jack Sock? Diego Schwartzman?

Ted: No! Sto parlando di quei giocatori della generazione successiva a Murray e Djokovic e che tutti davano come futuri vincitori di Slam e Masters 1000.

Bill: Ah, quindi Klizan, Paire e Carreno Busta. Giusto?

Ted: Spiritoso. Davvero. Non loro. Poi magari la storia mi smentirà, ma di certo in passato non si parlava di questi come di potenziali campioni.

Bill: Quindi di chi stiamo parlando?

Ted: Stiamo parlando di Nishikori (27 anni), Raonic, Dimitrov, Goffin (26 anni) e anche Harrison (25 anni) e Tomic (24). Quella che alcuni stanno iniziando a chiamare la ‘lost generation’.

Bill: E Janowicz? Anche lui ha 26 anni.

Ted: Il polacco, come pure Donald Young, lo possiamo dare perso per sempre come potenziale campione.

Bill: Ok, allora abbiamo la tua lista di nomi. Qual è la domanda?

Ted: Sono scarsi loro o sono stati semplicemente sfortunati a giocare nell’epoca dei tre mostri più uno?

Bill: Non è facile rispondere. Direi che è un po’ la storia…

Ted: Del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Bill: Veramente pensavo più all’uovo e la gallina.

Ted: Eh?

Bill: La storia dell’uovo e la gallina. Chi è venuto prima… la causa e l’effetto… sai…

Ted: Ah.

Bill: Cosa?

Ted: Niente, è che… Ok, come vuoi tu… Uovo e gallina. Mah…

Bill: Che c’è? Non ti piace?

Ted: Quando proponi tu gli argomenti è sempre un po’ la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Una volta che propongo io una cosa invece è la storia dell’uovo e la gallina.

Bill: Ok, ok. È un po’ la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Contento?

Ted: Sì, suona meglio.

Bill: Possiamo andare avanti?

Ted: Ok, ecco il mio argomento. Nishikori, Raonic, Goffin, Dimitrov, Harrison e Tomic sono i capofila di una delle generazioni più scarse di sempre.

Bill: Io invece credo che siano stati sfortunati ad avere di fronte tre uomini in barca per tacer di Murray. Senza di loro avrebbero vinto fior di Slam.

Ted: Certo, senza i primi mille e quattrocento giocatori al mondo anch’io avrei vinto fior di Slam. Ma questi hanno perso spesso e volentieri da altra gente. E i fab four sono invecchiati rimanendo sempre più forti di questi qua. Le generazioni passate hanno sempre trovato il modo di superare i loro predecessori. Questi non hanno superato i loro ed ora si stanno facendo superare da Zverev, Thiem, Kyrgios e presto ne arriveranno altri.

Bill: Nishikori ha una finale all’US Open, torneo in cui ha battuto Djokovic in semifinale.

Ted: E poi ha perso da Cilic! E una semifinale persa da Wawrinka. Per il resto negli Slam poco altro. Quattro quarti di finale persi da Murray. Wawrinka, Tsonga e Djokovic. Tutti vecchietti. Ed ora ha un’età in cui in passato molti campioni iniziavano il declino.

Bill: Però non fosse stato per l’infortunio probabilmente adesso avrebbe un Masters 1000 in bacheca (Madrid 2014).

Ted: Ok, questo te lo concedo. Però ha anche una striscia aperta di sei sconfitte nelle ultime sei finali giocate. E quando incontra i campioni della generazione precedente spesso ci perde (bilancio coi fab four di 8 vittorie e 33 sconfitte). Con Nole ha perso le altre due finali in Masters 1000 delle tre che ha giocato. Se gli va di fortuna magari uno US Open lo vince, ma sarebbe già un lusso.

Bill: Vediamo il prossimo. Raonic. Anche Raonic ha una finale Slam…

Ted: Con vittoria di misura contro un Federer a mezzo servizio seguita poi da piallatura deluxe ad opera di Muzza.

Bill: E tre finali in Masters 1000…

Ted: Due perse con Djokovic e una con Nadal, senza mai fare più di cinque game (in due set). Serve dire altro?

Bill: Io è da quando lo vidi raggiungere gli ottavi in Australia partendo dalle qualificazioni che gli pronostico un futuro da campione. Ha fatto altre due semifinali negli Slam, una persa di misura da Murray. Secondo me con un po’ di fortuna uno Slam poteva averlo già vinto.

Ted: Guarda, io sono il primo a dire che Raonic non è solo servizio, ma purtroppo non ci vuole molto per capire che non è fatto della stessa materia di cui sono fatti i grandi campioni. Non è la grandezza dei fab four ad averlo frenato. Lo hai detto tu stesso, magari uno Slam lo avrebbe già vinto. A ventisei anni. Anche lui magari prima o poi uno Slam lo centra, se gli va bene.

Bill: Passiamo a Dimitrov? Gioia e cruccio di tanti fan di Federer. Un altro predestinato che a volte sembra sul punto di arrivare e poi si spegne improvvisamente sul più bello.

Ted: Per ora ha due semifinali Slam e tre semifinali nei Masters 1000. Zero finali, zero vittorie. In Australia ha anche un quarto di finale, perso con Nadal in quattro set mentre avrebbe dovuto vincere in tre. A 26 anni è legittimo domandarsi se arriverà mai in fondo ad un grande torneo.

Bill: Il potenziale c’è. Lui davvero poteva essere un plurivincitore di Slam.

Ted: Ma il potenziale non basta, se non c’è la testa, la continuità, se non vengono i risultati. E anche per lui mi pare difficile sostenere che sia colpa dei fab four se non ha ancora vinto uno Slam. Da potenziale plurivincitore e non aver fatto mai neanche una finale la differenza è tanta. Vogliamo parlare di Goffin?

Bill: Diciamo le solite cose? Tennis bellissimo, peccato non abbia il fisico.

Ted: Ma solo del fisico si tratta? Con Nadal a Montecarlo è andato in tilt con la testa.

Bill: Per via di un punto rubato dal giudice di sedia…

Ted: Certo. Senza dubbio. Ma la ragione per cui non ha retto è che stava già andando al 200% e non avrebbe retto la pressione di Nadal per molto ancora. Mentre Nadal, che era sotto nel punteggio, stava salendo di giri lento e inesorabile. Il punto rubato ha rotto la diga e Goffin è crollato, ma non avrebbe fatto molto meglio comunque. Si è visto poi a Madrid, dove ha fatto tutto benissimo e perso. Anche lui zero vittorie e zero finali. Tre semifinali nei mille. E lui credo che uno Slam non lo vincerà mai. Vogliamo poi parlare degli altri due?

Bill: Harrison e Tomic? No, non so che dire, neanche io. Tomic un quarto di finale a Wimbledon, ben sei anni fa. Poi il nulla. Harrison il nulla prima e poi. Best ranking di n.42. Non so neanche perché lo hai incluso nella lista. Almeno Janowicz una semifinale a Wimbledon l’ha fatta.

Ted: Comunque vedi che i risultati mi danno ragione. Questa generazione non è più giovanissima. Non ha vinto nulla di importante. E spesso non per colpa dei fab four. E ora sta per essere superata dalla generazione successiva. Anzi, ti dirò di più, il mito e la grandezza dei fab four sono stati aiutati dall’inconsistenza dei loro successori. Con una generazione di veri campioni adesso i quattro immortali avrebbero qualche trofeo in meno. Invece Nishikori…

Bill: Secondo me invece i più forti di quella generazione non sono ancora al top. Intendo dire Nishikori, Raonic e Dimitrov. Senza fab four avrebbero vinto magari uno o due Slam. Ora che sono cresciuti, e cresceranno ancora nei prossimi uno o due anni, si toglieranno parecchie soddisfazioni mantenendo almeno parzialmente le promesse.

Ted: Ma quando? A trent’anni?

Bill: Wawrinka insegna.

Ted: Allora se guardiamo al passato per capire il presente il confronto con la generazione precedente è impietoso. Nishikori adesso ha 27 anni. Ad oggi i tre nomi da te fatti hanno zero Slam e due finali, zero Masters 1000 e sei finali. Il più anziano della generazione precedente (escludendo Federer che viene ancora prima) è Nadal. Quando Nadal aveva 27 anni tra lui, Djokovic e Murray avevano già vinto Slam e Masters 1000 a grappoli. Anche escludendo Nadal e Djokovic, alla stessa età Murray e del Potro (con un milione di infortuni) avevano fatto meglio di Nishikori, Raonic e Dimitrov.

Bill: Mah, non volevo fare confronti. E guardare al passato potrebbe essere fuorviante. Nadal, Djokovic e del Potro sono stati gli ultimi a vincere giovani. L’età media dei tennisti si è alzata di molto. Perfino Murray ha dovuto aspettare i 25 anni per vincere il suo primo Slam. Wawrinka addirittura 28. Prima di loro nell’Era Open nessun vincitore di Slam plurimo aveva vinto il primo così tardi. La generazione dei fab four è stata fortunata a godere di una finestra al top più ampia. Sono arrivati in alto da giovani e ci sono rimasti più a lungo delle generazioni precedenti. La generazione successiva (quelli di cui stiamo parlando) ha impiegato più tempo per raggiungere il vertice ma credo che adesso sia arrivato il loro momento e staranno al vertice per un po’. Non spariranno a trent’anni come succedeva negli anni ottanta.

Ted: Ah davvero? Io invece credo che il fatto che appena sono calati Djokovic e Murray siano tornati a vincere Federer e Nadal ed ora abbia vinto Zverev sia la prova che quella generazione non arriverà mai (salvo qualche botta di fortuna, che può capitare). Magari resteranno nella top 10 come i vari Berdych, Ferrer e Tsonga ma per gli Slam saranno superati da Thiem, Zverev e Kyrgios e gli resteranno solo le briciole.

Bill: Ted…

Ted: Che cosa c’è?

Bill: Stavo pensando… Come riconciliamo questa discussione con il titolo della rubrica. Mica possiamo cambiare il nome della rubrica in ‘L’uovo e la gallina’.

Ted: Oh, facile. Secondo me la generazione di Nishikori, Raonic e Dimitrov deve essere ben contenta di quello che ha ottenuto e otterrà. Non è colpa dei fab four, hanno vinto quanto hanno meritato. Per loro, pur senza Slam, il bicchiere è mezzo pieno.

Bill: Io invece credo che possano vincere qualche slam e arrivare più in alto in classifica e fin qui sono stati limitati dalla grandezza dei fab four, quindi secondo me il loro bicchiere adesso come adesso è mezzo vuoto.

Ted: E il futuro ci dirà chi ha ragione. Se era più la storia del bicchiere mezzo pieno…

Bill: … o mezzo vuoto.

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Australian Open

Nei dintorni di Djokovic AO Edition: a Melbourne è l’ora del D10KO?

Per gli addetti ai lavori è Djokovic il grande favorito dello Slam di apertura della stagione 2023. Vediamo cosa fa pensare che assisteremo alla sua decima cavalcata trionfale a Melbourne e cosa invece può far dubitare che l’aggancio a Nadal a quota 22 Slam sia dietro l’angolo

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Novak Djokovic, Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono passati meno di due mesi dalle ATP Finals e ancor meno dalle fasi finali della Coppa Davis ed il tennis professionistico torna a fare sul serio: lunedì a Melbourne inizia il primo Slam stagionale, l’edizione n. 111 dell’Australian Open. E come si immaginava quando c’è stata la conferma della revoca del divieto di ingresso in Australia per tre anni comminatogli dopo quanto accaduto lo scorso anno, il grande favorito è Novak Djokovic. Il fuoriclasse serbo è a caccia del suo decimo Slam Down Under, che significherebbe agganciare Nadal a quota 22 nella classifica totali dei Major vinti e, tanto per non farsi mancare nulla, anche la riconquista – ne entrerebbe in possesso per la settima volta – di quello scettro di n. 1 mondiale che ha tenuto per più tempo di tutti (373 settimane). Ma quali sono i motivi principali che portano a ritenere il 35enne campione di Belgrado in grado di portare a termine l’ennesima impresa da record – il secondo tennista in campo maschile a raggiungere la doppia cifra nelle vittorie di un singolo Slam dopo Nadal al Roland Garros – e quali invece i segnali che portano invece a ipotizzare che ci sia la possibilità che i pronostici vengano sovvertiti? Abbiamo cercato di riassumerli qui di seguito.  

I punti a favore

Sia parlando di dati statistici che di risultati recenti, i numeri sono dalla parte di Nole. Che si presenta ai nastri di partenza con una imbattibilità sui campi di Melbourne Park che dura dal 2019 (striscia di 27 vittorie consecutive: ultima sconfitta nel 2018, contro Chung negli ottavi), con tre vittorie nelle tre ultime partecipazioni, ed un parziale negli ultimi sette mesi di 30 vittorie ed una sola sconfitta (la finale del Masters 1000 di Bercy contro Rune) in match ufficiali. Ne dovrebbe derivare un serbatoio dell’autostima bello pieno, e sappiamo quanto conti per il belgradese poter approcciare un grande evento con la miglior attitudine mentale. Considerazione, quest’ultima, rafforzata dalle prestazioni della scorsa settimana ad Adelaide, che hanno evidenziato come anche tecnicamente e fisicamente la condizione del tennista serbo sia ottimale. Aggiungiamo il fatto che il lotto dei suoi principali competitors non è che invece se la passi benissimo: se ci focalizziamo sui più recenti campioni Slam, Alcaraz è fuori dai giochi, Nadal non ha brillato alla United Cup e le recenti dichiarazioni ottimistiche non possono dissipare i dubbi sul suo stato di forma, Medvedev in queste non ha dato segnali di essere tornato quello del biennio 2020-2021 e non la copia un po’ sbiadita vista all’opera lo scorso anno.

Anche il sorteggio pare sia stato benevolo con Nole. Non si vedono infatti grossi ostacoli sino ai quarti di finale, anche se la sfida a Carreño Busta a livello di ottavi evoca spiacevoli ricordi newyorchesi. Nei quarti invece qualche problemino – e ci mancherebbe altro, potrebbe dire qualcuno, dato che è uno Slam e siamo a livello di top ten – potrebbe arrivare. A rigor di classifica a procuraglieli dovrebbe essere il n. 6 del mondo Rublev, ma forse potrebbe averne qualcuno in più se dall’altra parte della rete trovasse quel Rune che è l’unico che può dire di averlo battuto da giugno a questa parte in un torneo ufficiale. E probabilmente sarebbero anche maggiori se invece ci fosse quel Kyrgios che il primo set della finale di Wimbledon glielo aveva portato via e che di fronte ai suoi connazionali trova sempre energie e soprattutto motivazioni extra. Ma un Nole che arriva alla seconda settimana senza aver speso troppe energie sotto il sole dell’estate australiana, e i suoi potenziali primi tre turni rendono l’ipotesi parecchio plausibile, dovrebbe essere nelle condizioni psicofisiche ottimali per tenere a bada tutti i nomi fatti, compreso il suo nuovo amico di Canberra. Anche i possibili incroci in semifinale non paiono ostacoli insormontabili: per quanto entrambi siano in evidente crescita, affrontare uno tra Ruud (anche se noi speriamo che da quello spicchio di tabellone salti fuori Berrettini) e Fritz – anche qui qualche doloroso ricordo, anche se tutto è bene quel che finisce bene – per arrivare alla trentatreesima finale Slam non è la peggiore delle combinazioni possibili.

 

In finale dovrebbe trovare uno tra – in ordine di ranking – Nadal, Tsitsipas (qui per Sinner vale ovviamente la stessa speranza espressa prima per Berrettini) o Medvedev. Con il maiorchino, al netto delle considerazioni precedenti sul suo stato di forma, al di fuori della terra battuta non perde da quasi 10 anni (finale US Open 2013) e nell’ultima sfida a Melbourne, la finale 2019, dominò. Con il greco non perde dal 2019 ed ha vinto gli ultimi sette head to head, comprese le due sfide Slam finite al quinto a Parigi. Con il russo c’è sicuramente la ferita della sconfitta subita nella finale dello US Open 2021 che ha fatto svanire il sogno del Grande Slam proprio sul traguardo, ma all’inizio di quell’anno un Nole non a corto di energie come a New York aveva vinto in tre set la finale australiana e abbiamo già detto che Daniil non sembra ancora uscito dal tunnel 2022, stagione che lo ha visto perdere tre sfide su tre contro Nole. Insomma, a questo punto, per mettere un po’ di pepe forse vale la pena inserire anche il nome di Auger-Aliassime tra quelli dei possibili finalisti, dato che prima o dopo ci arriverà e considerato il fatto che tra tutti i giocatori citati è l’unico insieme a Rune che è in parità negli scontri diretti con il fenomeno serbo, anche se solo grazie al fatto che la vittoria nella Laver Cup su un Djokovic acciaccato è calcolata nelle statistiche. Ma con FAA o senza, la sensazione è che la sostanza non cambi: chiunque si troverà di fronte in finale, il campione serbo partirà favorito.

I punti di attenzione

Insomma, tutto sta filando liscio e non ci sono dubbi che Nole metta nella bacheca del suo Novak Tennis Center di Belgrado l’ennesima riproduzione della coppa del vincitore dell’Australian Open? Keep calm, per dirla come gli australiani (a meno che nel loro tipico slang non abbiano un modo diverso per dirlo, ma non risultava). Al netto dell’ovvia considerazione che nello sport non è mai finita finché non è finita e che di clamorose eliminazioni dei grandi favoriti sono pieni gli annali, non è che proprio tutto stia filando liscio come l’olio in casa serba. Ci sono infatti dei segnali che possono dare un po’ di coraggio ai suoi avversari e che probabilmente si possono ricondurre tutti ad un’unica considerazione: nonostante in campo cerchi di non darlo a vedere (e gli riesce benissimo), Nole veleggia verso le 36 primavere. E per quanto appunto non abbia niente dell’agonista over 35, si può notare come qualche acciacco ogni tanto inizi a saltar fuori anche per lui. È successo sia la scorsa settimana durante il torneo di Adelaide, sia in questi giorni di allenamento a Melbourne. Niente di preoccupante, a suo dire. Ma come sappiamo che quando sente girare tutti gli ingranaggi alla perfezione Djokovic è in grado di trasformarsi in RoboNole e diventare pressoché imbattibile, dall’altra parte abbiamo anche visto che quando invece percepisce che qualcosa non va nel verso giusto la cosa può impattare sul suo approccio in campo e far intravedere qualche crepa nel suo gioco, in cui gli avversari più accorti possono infilarsi (ed è logico pensare a Nadal, anche solo ricordando la rimonta da 2-5 nel quarto set dei quarti dell’ultimo Roland Garros). Il nervosismo dimostrato nella finale di Adelaide ne è l’esempio più recente.

E non si può inoltre non osservare il fatto che comunque, anche se alla fine la vittoria la porta poi a casa praticamente sempre lui, Nole nell’arco di un match non appare più così dominante come in passato. Giocoforza, infatti, dopo vent’anni dalla prima partita da professionista – era il 6 gennaio 2003, perse al primo turno di un ITF in Germania – e oltre 1200 partite a livello ATP, l’intensità in campo non può più essere sempre quella di una volta: i momenti di pausa durante i match sono un pochino più frequenti, le chance non vengono sfruttate con la chirurgica lucidità di qualche anno fa. E anche se, soprattutto al meglio dei cinque set, la classe, l’esperienza e la forza mentale gli permettono di alzare il livello e fare ancora la differenza nei momenti decisivi di un match, far rimanere in partita avversari che spesso hanno dieci e più anni di meno e soprattutto non hanno telaio e motore usurati da centinaia di partite in più, può diventare estremamente pericoloso se la partita si allunga e il fisico diventa il fattore più rilevante, specie sotto il cocente sole australiano.

Conclusioni

Diciamo che se il fisico non lo tradisce, tutto fa pensare che sia l’ora del D10KO, se ci consentite di sintetizzare così, a mo’ di hashtag, l’obiettivo del fuoriclasse belgradese: la conquista della decima vittoria a Melbourne. L’unico appiglio per gli avversari è appunto il fatto che il tempo, citando Jovanotti, “comunque vadano le cose lui passa” e quindi ad un trentacinquenne può presentare il conto quando meno se lo aspetta. A proposito, com’è la statistica dei vincitori Slam over 35? Ah, già: Federer e Rosewall a quota tre vittorie, Nadal a due e Djokovic a una. Lo ammettiamo, non l’avevamo considerata nel fare le nostre riflessioni. Ma, tutto sommato, che rilevanza volete che abbia? Nole mica è il tipo che si pone sempre nuove sfide e trae energia dai nuovi obiettivi, come diventare non solo il giocatore con più vittorie Slam in assoluto ma anche da over 35, no?

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Australian Open

La crisi di risultati di Nadal, sintomo di un irrisolto problema agli addominali

Dopo l’infortunio patito a Wimbledon, Rafa Nadal ha modificato qualcosa in battuta: potrebbe originare da lì il suo calo degli ultimi mesi. Cerchiamo di analizzarne cause ed effetti mentre il maiorchino si appresta a difendere il titolo all’Australian Open

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Rafael Nadal - United Cup 2023 Sydney (foto Twitter @ATPTour_ES)

È uno dei due Big 3 rimasti in piedi, ha vinto 22 tornei del Grande Slam, è il campione uscente. Avrà anche perso i primi due match pro dell’anno (mai successo in carriera), peraltro arrivando da un finale di stagione 2022 con quattro sconfitte e una vittoria ma, quando Rafael Nadal partecipa a un major, non si possono fare i conti senza di lui. Che poi, alla vigilia dell’Happy Slam, lui stia facendo i conti con qualche problema è un altro discorso – quello che ci apprestiamo ad affrontare.

L’anno passato abbiamo visto Rafa partire a razzo con i titoli di Melbourne, Australian Open e Acapulco, arrivando imbattuto alla finale di Indian Wells, nella quale la sua costola incrinata ha avuto la peggio contro la caviglia malandata di Fritz. La stagione sulla terra monca e senza titoli prima di Parigi non è stata incoraggiante, però il quattordicesimo è arrivato nonostante il piede dolorante e fino al quarto di finale a Wimbledon tutto stava funzionando a dovere. Dall’infortunio agli addominali patito in Church Road, però, il rendimento è precipitato senza più dare segni di ripresa.

Il fondamentale che più di tutti risente di quel tipo di infortunio è senza dubbio la battuta, che certo non è il colpo più naturale di Rafael e, altrettanto di sicuro, non è come toglierlo a Opelka o Isner. Un po’ sì, però. Il suo servizio è indubbiamente cresciuto rispetto ai primi anni, senza però avvicinarsi come efficacia “diretta” a quello di altri colleghi. Prendiamo (non uno a caso) Novak Djokovic, anch’egli non nato come grande battitore, ma che ora sa affidarsi con tranquillità al colpo di inizio scambio per… non far cominciare lo scambio. Nadal ha in ogni caso saputo trasformarlo in un’arma estremamente funzionale, un po’ come la risposta al servizio e, ancora, tiriamo in ballo Nole. Perché, in termini assoluti, non c’è paragone tra le due ribattute: il serbo vicinissimo al campo, con grande abilità di lettura delle intenzioni avversarie e riflessi incredibili, lo spagnolo là dove il mattone tritato lascia il posto ai giudici di linea. Da quella posizione che innanzitutto aiuta a tenere più palle in campo, Nadal si prende tempo a sufficienza per tirare una catenata profonda e rabbiosa, un macigno come quello che insegue Indiana Jones nei “Predatori”; lui intanto recupera la posizione e, ben che vada, l’avversario è costretto a iniziare uno scambio neutro contro Rafa sulla terra battuta. E le percentuali in risposta si impennano. Allo stesso modo, il servizio gli permette di colpire in uscita con il dritto la (grande) maggioranza delle volte, magari non sempre con quell’87% dopo la prima e 77% dopo la seconda registrati a Toronto 2018, esclusa la finale dove le 43 risposte di Tsitsipas gli fecero giocare appena due rovesci. Così, quando non arriva l’immediato vincente con l’ormai classico uno-due del tennis maschile moderno, Nadal può comandare e comunque abbreviare lo scambio. Perché il ragazzo comincia ad avere un’età e un’anzianità di, ehm, servizio per cui evitare metri e metri di rincorse e recuperi a ogni “15” non può che giovargli.

 

Ecco, dunque, che comincia a formarsi un’ipotesi plausibile per le grosse difficoltà del numero 2 del mondo nei mesi post-Wimbledon: una ridotta efficacia della battuta a causa dell’infortunio. Un’interessante grafica che confronta il punto di impatto del primo servizio all’Australian Open 2022 e alla United Cup, proposta durante il suo match contro de Minaur, sembra supportare l’ipotesi.

Punti di impatto del primo servizio di Nadal. Australian Open 2022 in rosso, United Cup 2023 in giallo

Cominciamo con il notare che nel recente torneo a squadre Nadal trovava la palla più alla propria sinistra. Per un mancino, un lancio di quel tipo significa essere praticamente costretto a servire slice. Il kick è escluso, perché dovrebbe “spazzolare” la palla (immaginandola come il quadrante di un orologio) dalle ore 5 verso le 11 (o 4-10 per privilegiare l’effetto laterale da destra), ma è impossibile farlo con la palla in quella posizione: il punto di impatto deve essere sopra la testa. Non che Rafa sia famoso per i suoi kickoni, ma, oltre a rivelarne in anticipo le intenzioni, questo può essere considerato un primo sintomo di qualcosa di irrisolto a livello addominale, fosse anche “solo” il timore di rifarsi male.

Le altre due caratteristiche di quel lancio “giallo” – più avanzato e più basso – conducono nella stessa direzione: la volontà di evitare inarcamento ed estensione per coinvolgere l’addome il meno possibile. La conseguenza di un impatto più basso è una minor accuratezza, come ha spiegato durante la telecronaca Jim Courier. Anche secondo l’ex n. 1 del mondo “è verosimile che sia un aggiustamento dovuto all’infortunio di Wimbledon”.

Mettendo da parte le possibili cause, torniamo all’ultimo effetto di questa modifica del lancio dopo aver detto della mancanza di imprevedibilità e della minor accuratezza, intesa come capacità di trovare direzione e profondità. L’impatto più avanzato si risolve evidentemente in una ricaduta più marcatamente all’interno della linea di fondo: già l’avversario è messo meno in difficoltà dalla battuta, se a questo aggiungiamo che Rafa deve affrettarsi per recuperare la posizione ottimale, ecco che ne risente l’efficacia del primo colpo dopo il servizio. E da lì, a cascata, tutto il resto del gioco.

Non resta che aspettare – davvero poco, ormai – per verificare se avrà superato l’inconveniente o, almeno, saputo trovarvi un valido rimedio. In caso contrario, un Nadal troppo limitato da quel punto di vista potrebbe trovarsi in grande difficoltà già al primo turno, per un sorteggio di per sé non agevole che lo ha opposto al mancino inglese classe 2001 Jack Draper.

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ATP

Le delusioni ATP del 2022: Daniil Medvedev batte tutti

Nella classifica tra il serio e il faceto di chi ha disatteso le aspettative, dietro Medvedev c’è Sebastian Korda. Ma chi si prende il terzo posto spuntandola tra candidati del calibro di Denis Shapovalov e Diego Schwartzman?

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Daniil Medvedev – ATP Finals 2022, Torino (Foto: Giampiero Sposito)

Fine anno, tempo di bilanci. Si parte con determinate aspettative e si misura la situazione di arrivo per valutarla rispetto a quelle aspettative. Niente di più naturale farlo per sé stessi, ma molto più divertente – specie se i propri buoni propositi sono stati mancati clamorosamente – farlo per gli altri. Che, in questo caso, sono i migliori tennisti del mondo. Un’altra idea che riscuote sempre successo sono le classifiche. Nick Hornby si è rivelato maestro in questo nel suo libro Alta Fedeltà con le sue top 5, dalle migliori canzoni di Elvis Costello alle più memorabili rotture con le fidanzate. Unendo le due cose, nasce la classifica delle delusioni tennistiche del 2022, vale a dire i cinque, no, troppi, i tre giocatori che peggio hanno fatto rispetto alle aspettative. La domanda d’obbligo è, “le aspettative di chi?”.

Come recita un vecchio adagio degli avvocati, in aula mai porre una domanda di cui non sai la risposta. Non siamo a processo, ma speriamo di riuscire a rispondere entro la fine di questo articolo. Un’altra domanda che ci siamo posti riguarda l’eticità dell’operazione, perché potrebbe avere ragione Daria Abramowicz, la psicologa di Iga Swiatek, quando, di fronte all’articolo dell’Équipe su questo argomento, twitta che “idee come questa sono deludenti. Perché anche solo pensare di pubblicare questo tipo di ‘classifiche’?”.

Riflettendoci bene, tuttavia, non è che venga svelato alcun segreto – i risultati sono gli occhi di tutti, soprattutto dei tennisti eventualmente citati – e lascia perplessi il fatto che solo lei abbia il diritto di usare il termine deludente. La dottoressa Abramowicz, lo ricordiamo, si è impegnata per entrare nella classifica dei peggiori commenti ai WTA Awards, in pratica non riconoscendo il premio andato al coach di Jessica Pegula per averla portata al numero 3 del mondo. Non benissimo, Daria. Liquidata l’obiezione con malcelato piacere, possiamo procedere. In un lampo di astuzia, iniziamo dal gradino più alto del podio mettendoci colui la cui valutazione dovrebbe catalizzare facili consensi – suoi, del suo staff, di appassionati e addetti ai lavori. Partiamo allora da… (sarebbe il momento di creare un po’ di suspense, ma non si possono non mettere i nomi nel titolo, quindi già sappiamo chi è)

 

Daniil Medvedev

Essere considerato la maggiore delusione della stagione in cui si raggiunge la vetta del ranking non è impresa da tutti. Se a questo aggiungiamo che Daniil è stato il primo non Fab Four a occupare la prima posizione mondiale da Andy Roddick diciotto anni prima, ci rendiamo conto delle dimensioni di quell’impresa. Ma cominciamo dall’inizio, anzi, da un po’ prima, dal settembre 2021. Medvedev vince lo US Open, il primo Slam non solo suo ma della propria generazione, uguagliando così il numero di trofei major alzati dalla generazione precedente – sempre a New York con Thiem. A dare ulteriore lustro al successo, il nome dell’avversario battuto in finale, quel Novak Djokovic arrivato all’appuntamento vantando i primi tre Slam dell’anno in bacheca e il conseguente 27-0 di match vinti. Un appuntamento con la storia il cui peso si è dimostrato insostenibile anche per Nole; tuttavia, la prestazione serba al di sotto gli abituali standard non può in alcun modo sminuire la portata della vittoria di Medvedev, anche perché abbiamo visto troppe volte avversari in una determinata giornata superiori soccombere davanti al Big 3 di turno non esattamente in grande spolvero. Favorito all’Australian Open, mette in fila tutti quanti per poi perdere la finale da Nadal, che ci potrebbe anche stare se non fosse per il vantaggio russo di due set a zero, le tre palle break consecutive nel terzo parziale, poi consegnato sbagliando un appoggio a campo aperto. Presto il mondo del tennis si rende conto che quella è proprio ciò che sembra: una sconfitta dalla quale è difficile riprendersi. E Medvedev non si riprenderà mai davvero nel corso del 2022, purtroppo per lui ma anche per il Tour che ha bisogno sia di personaggi carismatici, sia di seri contendenti all’ormai duopolio. In febbraio arriva al n. 1 del mondo, per tre settimane, e di nuovo da metà giugno alla fine dello US Open, torneo in cui il campione uscente è sconfitto agli ottavi da Kyrgios. In mezzo, l’operazione all’ernia all’inizio della stagione su terra battuta, l’esclusione da Wimbledon e la vittoria all’ATP 250 di Los Cabos, il primo dei due titoli incamerati. L’altro, a Vienna, potrebbe essere il preludio a un cambiamento di rotta nell’ultimo scampolo di stagione, quella indoor che certo gli si confà. Seguiranno invece quattro sconfitte in altrettanti incontri, tutti tirati: a Bercy contro de Minaur e nel girone delle ATP Finals, questi persi al tie-break del terzo set. Che, se da un lato possono essere letti come sfide giocate alla pari contro Rublev, Tsitsipas e Djokovic, dall’altro – e ci sembra la lettura più corretta – sembrano proprio i tre indizi che fanno una prova, peraltro solo l’ultima di una serie pressoché ininterrotta da quella domenica australiana. Prova di cosa?

Proprio all’inizio dello US Open 2021, Francisca Dauzet, la psicoanalista e performance coach che lavora con Medvedev dal 2018, lo diceva equipaggiato di un mostruoso potenziale mentale. In effetti, pareva davvero averne molto di più rispetto agli altri della sua generazione, gli Zverev, gli Tsitsipas, i Rublev, i quali hanno spesso il loro daffare con i rispettivi demoni. Tuttavia, tornando alla prova di cui parlavamo, come c’è il giocatore spartiacque la cui caratteristica è che devi batterlo perché non ti regala il match “tranne quando te lo regala”, così Daniil è quello forte mentalmente “tranne quando non lo è”. E non lo è da quasi un anno, iniziato al secondo posto della classifica, con un secondo trofeo Slam come obiettivo reale e infatti immediatamente sfiorato, e terminato al settimo.

Al secondo posto della nostra top 3 c’è…

Sebastian Korda

Sebi è proprio un bel giocatorino. Elegante, fluido, la palla gli scorre apparentemente senza alcuno sforzo, sa fare tutto e, forse anche per questo, non rimane impresso un colpo particolare. Lui, comunque, cita il rovescio come preferito. Intendiamoci, quella di Korda non è certo stata una stagione fallimentare, tutt’altro: partito con un ranking di n. 41 ATP, ha chiuso al 33° posto, con un best come trentesimo giocatore del mondo. Le premesse erano però altre. Una giovane carriera in ascesa pressoché costante, con l’ingresso in top 100 all’inizio del 2021 che lo mostrato al grande pubblico, sebbene da tempo annunciato da quel cognome, ingombrante ma meno di altri. Proprio allora scrivevamo della lunga strada da percorrere senza fretta e così ha fatto, il figlio del campione dell’Australian Open 1998. Messo al sicuro a Parma il primo e finora unico titolo, il classe 2000 di Bradenton aveva guadagnato un’ottantina di posizioni nel corso del 2021 e, sempre senza fargli fretta, ci aspettavamo risultati decisamente migliori in questa annata.

Sebastian Korda – ATP Estoril 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Il bilancio vittorie-sconfitte recita un più che dignitoso 34-22, mentre sono appena sei le eliminazioni al primo turno e certo c’è chi ne ha accumulate di più tra quelli che lo precedono anche di parecchie posizioni in classifica. Ecco allora quello che è mancato a Sebastian: come in campo non lo vediamo lasciare continuamente fermo l’avversario con una mazzata letale, così gli è sempre mancato lo spunto per andare oltre la sufficienza. A livello Slam, terzo turno a Melbourne e Parigi, secondo a New York, Wimbledon saltato per un problema fisico. Rimangono così il match vinto a Monte Carlo su Alcaraz, che arrivava dal titolo di Miami, in una giornata obiettivamente particolare, la semifinale a Estoril e le finali consecutive a Gijon e ad Anversa, tutti “250”. Si può naturalmente parlare di stagione di assestamento dando particolare enfasi ai risultati del 2021, ma rimane un credibile protagonista per quanto riguarda le speranze disattese.

La terza delusione è… a pagina 2

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