Accadde oggi: Panatta e quel match point annullato a Hutka

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Accadde oggi: Panatta e quel match point annullato a Hutka

Il 2 giugno 1976 Adriano Panatta, fresco vincitore del torneo di Roma, rischia di uscire al primo turno contro il semisconosciuto Pavel Hutka. Vincerà 12-10 al quinto e sarà l’inizio della sua trionfale cavalcata parigina

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Parigi, 2 giugno 1976, primo turno degli Internazionali di Francia. Adriano Panatta, fresco vincitore degli Internazionali d’Italia e semifinalista nella passata edizione dello Slam parigino, affronta da logico favorito il cecoslovacco Pavel Hutka. Il 27enne giocatore nativo di Sumperik, all’esordio assoluto al Roland Garros, non pare infatti poter rappresentare un grosso ostacolo per il tennista azzurro, che è invece alla sua ottava partecipazione, con due semifinali (1973 e, appunto, 1975) e un quarto di finale (1972) all’attivo, e soprattutto è in forma smagliante dopo il trionfo romano. Il campo invece, come spesso accade, racconterà tutta un’altra storiaPanatta all’inizio fatica a carburare e Hutka – che gioca in modo particolare, usando la mano destra per colpire di dritto e di rovescio mentre serve e schiaccia con la mano sinistra – ne approfitta per incamerare agevolmente il primo set con il punteggio di 6-2. Il 25enne romano entra però finalmente nel match e lo riporta nei binari previsti: restituisce il 6-2 nel secondo parziale e replica subito dopo, portandosi in vantaggio due set a uno. A quel punto tutto sembra far supporre che da lì a breve Adriano possa chiudere la partita come da pronostico. Invece l’azzurro “sparisce” letteralmente dal campo per mezz’ora e subisce un 6-0 che rimette le sorti del match in parità. 

Il quinto set diventa una tipica battaglia da terra rossa dove, al contrario dei precedenti parziali, regna un assoluto equilibrio. Si arriva così al 10-9 in favore del tennista cecoslovacco, quando Panatta si trova a fronteggiare sul suo servizio un match point, sul 30-40. Una situazione da lui già vissuta, dato che solo un paio di settimane prima ne aveva annullati ben undici a Warwick nel match di esordio a Roma. Qui gli basterà annullare questo, ma il modo in cui lo fa è incredibile: sceso a rete, prima si difende da un insidioso pallonetto del suo avversario con la sua celeberrima “veronica”, a cui fa seguire una fantastica volée in tuffo vincente sul passante che Hutka era riuscito a imbastire pregevolmente. Il cecoslovacco di fatto rimane lì, su quel colpo al volo che atterra a qualche centimetro dalla riga del servizio. Per lui è il colpo del k.o.: pochi minuti dopo Panatta vince 12-10 e passa il turno. “È stato un bell’incontro. Hutka è un giocatore difficilissimo ed è strano pensare che non faccia parte del grosso giro. Con la capacità che ha di usare entrambe le mani diventa un avversario difficile per chiunque. Almeno un migliaio di volte mi sono ripetuto in questi giorni: ‘Hai vinto a Roma, riposati’. In realtà più che nelle gambe sono stanco mentalmente, e mi spiace” dirà dopo il match il tennista romano.

Una stanchezza che probabilmente gli è scivolata via con quel tuffo sul match point, dato che da quel momento la sua cavalcata parigina diventa inarrestabile, fino alla vittoria in finale con Solomon e la conquista di quello che è, ancora oggi, l’ultimo trofeo del Grande Slam vinto da un tennista italiano in campo maschile.

 

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Accadde oggi (ma forse riaccadrà): Federer numero uno per la prima volta

14 anni fa Roger Federer per la prima volta in cima alla classifica ATP. E tra un mese potrebbe incredibilmente tornarci…

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A fare da cornice il cemento (ancora di colore verde) della Rod Laver Arena . Protagonista un giovane Roger Federer (con i capelli legati in un codino) che iniziava a costruire il suo impero. E’ il 1° febbraio 2004 e lo svizzero è caduto in ginocchio a fondo campo: ha appena vinto il suo secondo titolo dello Slam, battendo in tre set Marat Safin. In quel preciso momento l’allora 22enne di Basilea ebbe la certezza matematica di diventare il numero uno del tennis mondiale. Il giorno dopo, 2 febbraio, Roger si issa in vetta al ranking, esattamente quattordici anni fa. Nessuno riuscirà a spodestarlo per 237 settimane consecutive (record assoluto). Solo dopo la sconfitta in finale a Wimbledon 2008 Rafa Nadal mise fine in terra canadese al più lungo “regno” dell’Era Open.

In mezzo ci sono altri quattro trionfi a Wimbledon, quattro US Open e altri due Open d’Australia, i due anni consecutivi con tre successi Slam, le delusioni sul rosso e tutti gli altri primati che abbiamo appena finito di elencare dopo la finale di domenica, una volta diventato il primo tennista maschio a vincere venti titoli Major. Federer, dopo gli schiaffi del 2008 tornerà per due volte al primo posto delle classifiche, nel 2009 e nel 2012, in entrambi i casi grazie alla vittoria a Church Road. Venne scalzato presto in entrambi i casi, ma i periodi al vertice gli servirono per prendersi un altro record. Superò infatti Sampras nella classifica delle settimane al numero uno, totalizzandone ben 302.

Ciò che stupisce ancor più di quest’ultimo dato è il fatto che il venti volte campione Slam è in piena corsa per riconquistare quella prima piazza che non occupa da quasi sei anni. Ormai conosciamo la filosofia di “Re Roger”, “I didn’t come this far, to only come this far” (non sono arrivato così lontano solo per arrivare così lontano). A 36 anni suonati (si fa per dire) e 7 mesi potrà operare il sorpasso su Nadal tra circa trenta giorni, diventando il più anziano numero uno che l’ATP abbia mai avuto (il record appartiene ancora ad Agassi, 33 anni e 4 mesi). Se lo spagnolo non prenderà parte al torneo di Acapulco, Federer, che potrebbe anche giocare a Dubai, è sicuro del primato, altrimenti sarà necessario controllare tutte le possibili combinazioni.

 

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Buon compleanno a Juan Martin del Potro, campione dal volto umano

Oggi il tennista argentino spegne 29 candeline: nella sua bacheca “solo” uno Slam e la Coppa Davis del 2016 ma senza gli infortuni chissà quanto avrebbe potuto vincere

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Il 23 settembre 1988 nasceva a Tandil, piccola città argentina vicino a Buenos Aires che sembra avere un rapporto speciale con il tennis, Juan Martin del Potro, uno dei giocatori in attività più amati in assoluto dai tifosi di tutto il mondo. Inizialmente la carriera di del Potro segue i binari tipici di quella di un predestinato della racchetta. Da juniores nel 2003 vince il Torneo dell’Avvenire, battendo il coetaneo croato Marin Cilic, in una sfida tra futuri campioni degli US Open. Successivamente a soli 15 anni conquista i suoi primi da professionista e nel 2006 a Vina del Mar esordisce sul tour maggiore. Dopo alcuni problemi fisici, una sorta di monito per il futuro, il talento di delpo esplode nell’estate del 2008, sotto la guida del connazionale Franco Davin, vincendo consecutivamente i primi quattro titoli ATP in carriera, un piccolo da lui detenuto. La stagione successiva è quella della consacrazione con il titolo Slam a Flushing Meadows, giunto distruggendo a suon di vincenti di dritto Nadal in semifinale e superando in un’epica battaglia lunga cinque set Federer in finale. Del Potro sembra essere una perfetta macchina da tennis, dotata di una inusuale ferocia agonistica.

Dal 2010 comincia per lui un calvario fatto di infortuni, operazioni chirurgiche, riabilitazioni e ritorni che dovrebbero essere definitivi ma che non lo sono. Il primo, al polso destro, lo costringe a saltare praticamente tutta la stagione. Torna a giocare nel 2011 e l’anno dopo ottiene la medaglia di bronzo ai giochi olimpici di Pechino. Ma già la torre di Tandil sembra aver perso parte della esplosività che lo contraddistingueva, non riuscendo ad insidiare i big four che in quegli anni si spartivano tutti i major. Nel febbraio 2014 è invece il dolore al polso sinistro a mandare la torre di Tandil di nuovo sotto i ferri e ad una lunga convalescenza. Il ritorno nel gennaio 2015 si rivela solo un fuoco di battaglia perché il polso fa ancora male e l’argentino deve di nuovo operarsi, non una ma ben due volte. Ed è in questi due anni che sboccia veramente l’amore dei tifosi per il cupo Juan Martin: campione sfortunato e martoriato dagli infortuni il quale, tuttavia, non si vuole piegare alle avversità del fato che lo vogliono lontano dai campi da tennis.

E come le migliori favole sportive, il bombardiere argentino torna e torna grande, nonostante un polso sinistro che non può più permettergli di spingere il rovescio a due mani. Dopo un incoraggiante inizio di stagione, Delpo nel 2016 trova, come in passato, la forma migliore in estate. Alle Olimpiadi di Rio, dopo una splendida vittoria su Nadal, ottiene la finale in cui mette a dura prova Murray. Proprio agli US Open, torna nei quarti di finale di un Major a tre anni di distanza, commuovendo il pubblico newyorkese. Pochi giorni dopo, il tennista di Tandil si prende in terra britannica la rivincita su Murray in Coppa Davis al termine di un’epica sfida al quinto set, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria argentina. È solo il preludio al trionfo di Zagabria, in cui la selezione albiceleste, grazie ai suoi due punti in singolare, supera i padroni di casa della Croazia di quel Marin Cilic con cui condivide così tanto. Il resto è storia recente con una stagione 2017 condizionata da una forma fisica non sempre ottimale ma impreziosita dal solito acuto agli US Open, dove Juan Martin ha colto la semifinale, dispensando tonnellate di emozioni a tutti i tifosi del mondo. Perché ormai, nell’immaginario collettivo, ogni vittoria di delpo ha il sapore di una vittoria non solo sull’avversario di turno ma sugli ostacoli che la vita, per ragioni imperscrutabili, ci pone davanti. 

 

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Accadde Oggi: inizia la storia d’amore tra McEnroe e la Coppa Davis

John McEnroe esordisce in Coppa Davis a 19 anni e continuerà a partecipare alla competizione per altri 14, contribuendo 5 volte alla vittoria dell’insalatiera

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Per quanto stia vivendo un periodo di decadimento, la Coppa Davis riesce comunque a mantenere il suo fascino e attira sempre quella porzione di spettatori che amano il legame che si crea tra un giocatore e il proprio paese. Anche per i tennisti vale la stessa osservazione: finché ci saranno giocatori disposti a sacrificare soldi e punti per indossare la ‘divisa’ della propria nazione, la competizione andrà avanti. In questa fine settimana di semifinali l’esempio di spicco è quello di Kyrgios che sta giocando (e vincendo) per l’Australia, nonostante abbia passato un periodo pieno di problemi fisici. Non è certo il caso di riportare ancora una volta tutte le polemiche che sono sorte intorno alla sua figura nel corso degli anni – e alle quali il diretto interessato ha cercato di mettere una parola ‘fine’ con questa lettera – bensì vogliamo partire da lui per ricordare un’altro tennista che faceva parlare di sé tanto per il tennis giocato quanto per la sua esuberanza: si tratta di John McEnroe.

Il 16 settembre 1978 a Santiago, Cile, esordiva in Coppa Davis John McEnroe. Il diciannovenne americano scese in campo al fianco del più esperto Brian Gottfried (di 7 anni più vecchio) e il duo batté 3-6 6-3 8-6 6-3 la coppia cilena composta da Jaime Fillol e Belus Prajoux, ottenendo così il punto decisivo per gli USA. Il legame tra SuperBrat e la nazionale statunitense durò per 14 anni costellati di successi. L’ex numero 1 del mondo contribuì alla vittoria dell’insalatiera in 5 occasioni (1978-79-81-82-92) e dopo il suo ritiro ricoprì anche il ruolo di capitano. Da giocatore invece detiene il record di 59 match vinti – 18 arrivati in doppio – a fronte di 10 sconfitte; il compagno con il quale si è trovato maggiormente a suo agio è Peter Fleming con il quale ha vinto 14 dei 15 incontri giocati. L’influenza che ha avuto McEnroe in Coppa Davis non è solo legata ai numerosissimi record stabiliti, ma anche all’interesse che è riuscito a far rinascere tra il pubblico statunitense. Prima di lui l’unico tennista di alto livello che prendeva parte regolarmente alla competizione era Arthur Ashe, con Jimmy Connors che spesso preferiva le esibizioni.

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