King Roger VIII. Magico Federer. L’erba di Londra è il suo giardino. A 35 anni vince da dominatore (Clerici, Crivelli, (Semeraro, Azzolini, Mancuso, Scanagatta, Lombardo, Di Majo)

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King Roger VIII. Magico Federer. L’erba di Londra è il suo giardino. A 35 anni vince da dominatore (Clerici, Crivelli, (Semeraro, Azzolini, Mancuso, Scanagatta, Lombardo, Di Majo)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Federer imperatore di Wimbledon

 

 

Gianni Clerici, la repubblica del 17.07.2017

 

Credo che anche i tifosi di calcio, o di ciclismo, non possano ignorare che lo svizzero Roger Federer ha vinto a quasi 36 anni il suo ottavo Wimbledon, superando il record del tennis professionistico, iniziato sotto i miei occhi fortunati, sull’erba di Bournemouth, nel 1968. Il match che ha consentito a Roger il record non ha avuto, come qualcuno sperava, la presenza della Regina che si era vista l’ultima volta nel 2010: immaginatela sostenuta dal Duca di Kent per non cadere sulla terra verde di Wimbledon, a novantun anni. Quindi l’emozione per un intervento umano si è limitata all’apparizione di quattro signori, di cui due medici, che hanno preso, alla fine del secondo, a occuparsi del piede sinistro del povero Marin Cilic, ieri abbandonato dalla Sua Protettrice di Medjugorje, forse diversamente impegnata, la domenica. «Cos’avrà, cosa gli sarà successo?» si domandavano alcuni cronisti croati per solito digiuni di tennis. «Stanno cercando di migliorargli le condizioni del rovescio» ho risposto sottolineando i 28 rovesci mancati dall’allenatore del Divino Federer. Grazie a un collega americano che, non del tutto digiuno di italiano, mi chiede qualche chiarimento del mio libro su Wimbledon, tento di ricordare qualcosa dell’irraggiungibile record. Nel 1999 mentre vago tra i campi, mi fermo a guardare un bambino che ha condotto al set finale un cecoslovacco più che dignitoso, Jiri Novak. Il match terminerà al quinto ma mentre mi domando se questo autoctono seguirà la neo-svizzera Hingis, mi accade di imbattermi in un coach australiano, Peter Carter che, tra l’altro, mi dice, convinto: «Se riesco a migliorargli il rovescio questo Federer farà parlare di sé». L’anno seguente rivedo il giovane: Roger perde in tre set da un russo, Kafelnikov, famoso per i suoi grandi passanti, ma si fa ammirare perché tratta i prati come la nativa terra. Gioca dei signori rimbalzi. E siamo al torneo di Milano, che ancora esisteva, quando mi permetto di scrivere che uno sconosciuto svizzero può vincere. E lo vince. Nel 2001 Roger, non più sconosciuto, raggiunge le prime pagine con una vittoria sul suo idolo Sampras e poi impegna il ragazzo di casa, Tim Henman, sino a 2 tiebreak che ricordo poco fortunati. L’anno seguente, il 2002, lo ferma Mario Ancic, un futuro fenomeno – come tutti i tennisti di Spalato – che sarà poi costretto alla pratica forense per un incidente. Ma, nel 2003, non ci sono più passanti che tengano, ed ecco le due vittorie contro due grandi attaccanti, Roddick e Philippoussis, tutte e due in tre set. L’anno seguente, Roddick cercherà invano di scardinare il gioco di Roger, ma riucirà a togliergli un solo set. E lo stesso gli avverrà nelle finali del 2004 e 2005. Nel 2006 ecco apparire un grande avversario, il solo capace di insabbiarlo sui campi rossi, uno spagnolo a nome Nadal. E, per due anni consecutivi, Roger riuscirà a domarlo con maggior varietà di tennis a tutto campo. Nel 2009 ritornerà in finale il testardo Roddick e la vittoria di Federer, 16 a 14 al quinto, sarà forse effetto delle finali precedenti e dalla fiducia incrinata dell’americano. Seguono ben due anni di improvvisi cedimenti, il 2010 e 2011 e le inimmaginabili sconfitte contro quel campione mancato di Berdych e un fenomeno dei giorni buoni quale Tsonga. La finale del 2012 vede un nuovo avversario, uno I SUOI NUMERI 8 Le vittorie sull’erba di Wimbledon. Ha staccato Sampras e William Renshaw che ne hanno sette 19 Ha aggiunto uno Slam al suo record assoluto tra gli uomini. Tra le donne: 24 Smith Court, 23 Serena Williams scozzese che rinnoverà i fasti del grande Fred Perry, mentre l’anno seguente giunge una sorpresa negativa per Federer e tutti noi, una sconfitta dall’ignoto ucraino Sergyi Stakhovsky tutto serve e high volley. Il 2014 conferma l’inizio della rivalità con Novak Diokovic, che batte Roger con un 5 set di di difesa-attacco, e lo ribatte nel 2015. E, l’anno passato vede il gioco a tutto campo di Roger soverchiato da un bestione tutto servizio e ferocia, Milos Raonic. Infine, la vittoria finale che definirei facile, se un Wimbledon può essere un torneo facile, senza perdere un set. Non mi resta che ringraziare Federer per il piacere, le emozioni, le gioie. Come ha detto lui stesso nell’intervista finale: «Un altro anno, spero di essere qui, e intanto mi permetto di ringraziare tutti voi. Ma non esiste qualcosa che sia sicuro, specialmente alla mia età».

 

Strega Wimbledon e vince per l’ottava volta, nessuno come lui

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 17.07.2017

 

L’immensità scolora nel verde dei prati che una volta di più diventano il giardino dell’Eden e si scioglie nelle lacrime che il Divino riserva ai quattro figli giocondi e sorridenti seduti sul bordo della balaustra, con la temerarietà delle emozioni. Federer, asciuga il pianto dell’immortalità e goditi questa meraviglia. È l’ottava, come mai nessuno a Wimbledon, e adesso il polveroso William Renshaw di fine 19 secolo e quel Sampras che gli indicò la via dell’empireo quando venne sconfitto qui negli ottavi del 2001 tornano nel libro dei ricordi. Il re è solo, ma è una solitudine leggendaria, costruita in 14 anni incredibili, attraverso partite memorabili e cadute fragorose, eppur sempre con il sigillo di un’eleganza inimitabile. Dodici mesi fa, su quest’erba, Federer era a terra, di corpo e di spirito: adesso è di nuovo signore di Church Road, a 35 anni e 342 giorni, nell’era Open il più vecchio vincitore di sempre del torneo, una resurrezione ultraterrena. Peccato che il trionfo non venga illuminato da uno spettacolo adeguato alla cornice, nobilitata dal Principe William (con consorte) al Royal Box insieme alla solita schiera di grandi del passato, da Laver a Stan Smith, con gli attori hollywoodiani di contorno (Bradley Cooper e Hugh Grant) per una volta spettatori di una recita più grande. Povero Cilic, secondo croato in finale dopo Ivanisevic, travolto dalla pressione e dalla tensione, piccolo piccolo di fronte al monumento e al suo mito: lamenterà problemi di vesciche al piede sinistro dall’inizio del secondo set, ma è l’anima che lo tradisce. Soprattutto dopo aver sprecato lui per primo una palla break, nel quarto game del primo set, il crocevia per liberarsi dei fantasmi e spaventare un Federer scattato con impaccio, poco mobile e reattivo. Una risposta di rovescio in rete, e il mondo di Marin finisce lì, o meglio con l’ovvio e conseguente break successivo del Divino, che a quel punto può limitarsi all’ordinario, gestendo il match con il servizio e attendendo solo che l’altro gli si consegni, sfigurato dalla paura e dagli errori. Non lo scuote neppure una crisi di nervi sul 3-0 del secondo set, o il sostegno dell’angolo sempre più abbacchiato: dopo un’ora e 41′, l’epilogo più breve degli ultimi 15 anni, l’ottavo (segno del destino) ace di Roger chiude la disfida, regalandogli un percorso immacolato, senza perdere alcun set, come solo altri quattro nel passato. NUMERO Uno. Un anno è un secolo, da morte a vita. Il Federer graffiato dagli infortuni, a un momento addirittura timoroso di dover abbandonare la passione che lo ispira fin da bambino, dal rientro a gennaio ha messo insieme due Slam (il 18 e il 19 ), due Masters 1000 e il torneo di Halle, riportando indietro il tempo e cementando il piedistallo di più grande di sempre. Con Murray e Djokovic acciaccati e dubbiosi, saranno il cemento americano e la lunga campagna asiatica d’autunno a dirimere probabilmente la controversia del numero uno di fine stagione tra lui e Nadal, come se dieci anni fossero passati senza lasciare traccia. Eppure, Fed (da oggi di nuovo numero tre del mondo) non se lo aspettava: «Sono incredibilmente sorpreso di come mi sento, del meraviglioso feeling che ho quando sono in campo. Sapevo di poter fare ancora grandi cose, ma non a questo livello, forse a dicembre mi sarei messo a ridere se mi avessero detto che avrei rivinto due Slam». LA SVOLTA Non rideva Severin Luthi, l’amico e allenatore di una vita, che insieme alle magie di Ljubicic ha riportato in I PIU’ ANZIANI Federer è il secondo più anziano vincitore Slam dell’Era Open dopo Rosewall (Open d Australia del 1972 a 37 anni compiuti e il sesto di tutti i tempi a Wimbledon by Luca Marianantoni) Noi. Il Divino: «Eravamo consapevoli che sarebbe tornato come prima, ma non ci sono segreti: ha fatto una preparazione straordinaria e quando è guarito si è ritrovato fresco e motivato, poi i successi gli hanno dato tanta fiducia in più». L’8 agosto Federer compie 36 anni e, lo dicono amici e avversari, sta giocando meglio di quando dominava, perché si muove meglio e usa più soluzioni. Ma la più decisiva non è tecnica: «Conta la salute, ho sempre detto che con quella avrei recuperato anche il mio tennis. Io mi vedo giocare ancora a lungo, allenarmi bene, prendermi cura del mio corpo, ma alla mia età tutto è legato a un filo. Sicuramente vorrò tornare l’anno prossimo a difendere questo titolo». E a inseguire altri record e altra gloria, quelli sognati ma mai immaginati: «Quando nel 2001 battei Sampras, speravo di poter avere un giorno la chance di vincere il torneo – racconta lo svizzero -. Ma credere di poterlo fare otto volte era fuori da ogni mia comprensione, ero un semplice ragazzo cresciuto a Basilea che ambiva a una buona carriera, non un progetto definito. Per raggiungere il traguardo, ci ho messo tanto lavoro». Federer, pochi lo sanno, ha paura delle montagne russe. Così, per l’ottovolante, ha preso il biglietto a Wimbledon.

 

“Se sto bene niente è impossibile: voglio giocare fino a 40 anni”

 

Stefano Semeraro, la stampa del 17.07.2017

 

La decisione di saltare il Roland Garros e la stagione sul rosso si è rivelata giusta, Federer è tornato, a quasi 36 anni, a vincere (almeno) due Slam a stagione. Cosa sta dietro la sua seconda gioventù? La passione «Amo il tennis, mi piace giocare. Sono stato un bambino che sognava molto. Credevo possibili cose che forse agli altri sembrano inarrivabili. Questo mi ha aiutato molto». La famiglia e il team «Mia moglie è la mia tifosa n.1, mi sostiene incondizionatamente. Spesso parliamo di quanto può ancora continuare questa vita, il fatto di viaggiare tutti insieme nel tour, e per ora va bene a tutti. I gemelli più piccoli mi sembra guardassero il Centre Court come un parco giochi, spero un giorno si renderanno più conto di cosa succede». «Sono quelli che ti fanno tornare con i piedi per terra quando sei troppo felice, ma anche quelli che quando gli chiedevo se credevano che avrei rivinto uno Slam mi hanno detto: assolutamente si, a patto che fossi in salute al 100 per cento». II futuro «Se giocherò fino a 40 anni? Penso di si, se tutto andrà per il meglio e non avrò guai fisici. Non pensavo neppure io di poter vincere due Slam in una stagione, ora non so quanto potrà andare avanti. Ma se sto bene anche cose che ritenevo impossibili possono accadere. Poi ora gioco un po’ meno, mi sento quasi part-time, ed è una bella sensazione». La programmazione «La seconda parte della stagione è quella in cui ho sempre giocato di più, quindi non credo che mi fermerò come ho fatto in primavera. L’idea è di giocare Cincinnati, gli Us Open, la Laver Cup, Shanghai e poi la stagione indoor». Il Centre Court «Sono sempre stato un giocatore da grandi palcoscenici. Sul campo 18 fatico, non so bene perché, non colpisco la palla bene come faccio sul Centre Court». Gli otto trofei «Vincere 8 volte Wimbledon non è una cosa che puoi programmare. Se lo fai, per me, devi avere un talento immenso e genitori e coach che da 3 anni in poi ti considerano un progetto. Io non ero cosi. Ero un ragazzo normale di Basilea che sperava di farsi una carriera nel tennis» Wimbledon: «E’ sempre stato un posto speciale per me, il mio torneo preferito perché qui giocavano i miei idoli. Ho voluto ringraziare tutti, anche se conto di tornare qui, perché quando hai 35, 36 anni non puoi prendere niente per garantito».

 

Eccola qui l’Ottava Meraviglia.

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 17.07.2017

 

Eccola qui l’Ottava Meraviglia. Le braccia sollevate dopo aver battuto ancora una volta la Storia, l’aria incredula di chi si chiede come sia stato possibile, un’ombra di commozione quando mamma Mirka dà il via libera e il box del Centre Court si riempie di tate e di gemelli, le bimbe che sanno già come ci si comporta, i bimbi che invece fanno smorfie e boccacce al mondo intero. Tutta la sterminata famiglia del tennista marziano, l’Ufo più umano che vi sia. Lui saluta da lontano, «Mi siete indispensabili» dirà poco dopo. Eccola qui, la Storia irraggiungibile, l’ottavo titolo dei Championships. Sono occorsi 140 anni per assemblare l’impresa, ovvio chiedersi quanti ne passeranno prima che qualcuno possa batterlo o soltanto appaiarlo. Eccolo qui il diciannovesimo Slam, la vittoria numero 93 nei tornei, la ventinovesima finale di un Major, la centoduesima partita giocata su questi prati, il novantunesimo match vinto. Ha trentacinque anni, trentasei fra venti giorni. Ma come fa? La risposta ce l’ha Adriano Panatta: «Il tennis è uno sport senza età e Federer è il tennis». Non c’è stata la finale aspra che si pensava. La verità è che non c’è stata la finale. Di fronte alla Storia, Marin Cilicsi è sciolta Non gli ha funzionato il servizio e quando accade Cilic si trasforma in un campione a intermittenza, si spegne e si accende come le lucidi Natale. Poi ha smesso di funzionare anche il resto. Federer gli ha concesso una sola palla break, sull’uno pari del primo set. Svanita quella, Roger ha preso il comando delle: operazioni, ha tenuto a distanza il croato, ha arpionato i break quasi andasse a pesca in piscina, uno via l’altro a colpo sicuro. Due nel primo, due nel secondo, uno nel terzo quando Marin ha cercato di opporre maggiore resistenza. Sul tre a zero del secondo set, Cilic ha avuto una crisi di pianto. Aveva un problema al piede ma è sembrato di poco conto. Aveva, più grave, un serio problema di frustrazione. Capita quando la chance più grande arriva contro un tennista che non fa una piega, che si muove meglio, che intuisce quello che stai per fare ed è già lì, pronto a ribattere. Uno che a quasi 36 anni corre con l’entusiasmo e l’agilità di un ventenne. ANNO SPECIALE E l’anno dei miracoli. Vi sono spiegazioni di tutti i tipi, per comprendere ciò che sta accadendo, più una, che spiega tutto e niente, ma mette tutti d’accordo: Federer e Nadal, superati i guasti fisici e recuperatala forma, si sono dimostrati di un’altra categoria Roger in questo 2017 ha vinto 31 match perdendone appena 2 (ed entrambi con il match point), e dove lui non ha partecipato, è stato Rafa a mettere tutti d’accordo Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle e Wimbledon da una parte; Montecarlo, Barcellona, Madrid e Roland Garros dall’altra. Solo un grande torneo è sgattaiolato da questa morsa implacabile, Roma, ed è andato a Zverev, primo fra i predestinati. E l’anno dei 10 titoli di Nadal nel Principauté, a Barcellona, a Parigi, degli. E l’anno della Storia Ha fatto bene Roger a saltare Parigi, contro quel Nadal non ce l’avrebbe fatta. Nelle altre occasioni, Rafa ci ha provato e Federer lo ha respinto. La lotta per il numero uno sembra fra loro due, anche se Murray resterà in vetta dopo questi Championships. Una mandata di punti. Si va in America, fra 40 giomi sarà tempo di Us Open. Un pensiero al 20 Slam? Tranquilli, Roger lo sta già facendo e viste le condizioni di Djokovic (sta meditando se fermarsi) e Murray (problema all’anca e possibile sosta anche per lui) è probabile che la disputa veda ancora Federer e Nadal di fronte. I Fedal, quasi una ditta ormai. Con i profitti alle stelle.

 

Cilic demolito in un lampo

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 17.07.2017

 

Roger Federer più di chiunque altro nell’era moderna fa sembrare facile il tennis, fa diventare semplici le cose impossibili. Il tennista perfetto con quasi due decenni da professionista alle spalle. Un fenomeno, anzi il Fenomeno, che trascende i numeri di una carriera irripetibile. Schiantando Marin Cilic con il punteggio di 6-3, 6-1, 6-4 nella sua 11esima finale a Wimbledon (la 29esima negli Slam) ha ritoccato un’altra serie di primati, esercizio ormai quotidiano. Ottavo titolo a Wimbledon (nessuno come lui) a distanza di 14 anni dal primo, l9esimo negli Slam, irraggiungibile nella classifica dei Major, 9lesima vittoria sui prati londinesi, 102 partite come Connors. L’ultimo a vincere il torneo senza cedere un set era stato Borg nel 1976. A 35 anni e 342 giorni è il più anziano dell’era open a trionfare a Wimbledon, il secondo in uno Slam dietro Rosewall, che nel 1972 vinse gli Australian Open a 37 anni e 62 giorni. Rapido e indolore. Cilic vantava un solo successo su Federer in 7 sfide: lo aveva travolto nel 2014 in semifinale agli US Open, che poi vinse. Lo scorso anno, sempre sul Centre Court ma nei quarti, aveva avuto 3 match point nel quarto set dopo aver dominato i primi due per poi arrendersi al quinto. Si ripartiva da lì. King Roger sapeva che il 28enne gigante di Medjugorje oltre che con la prima di servizio (ma ieri non ha funzionato, appena 5 ace) può diventare letale con il diritto se gli permetti di giocarlo con una frazione di anticipo. Lo svizzero è stato perfetto nei colpi di inizio gioco (servizio e risposta) evitando di mettersi sulla difensiva. Si sono visti tre set di strapotere tennistico, con il povero Cilic sballottato da una parte all’altra. Tanto che, sotto 6-3 3-0, il croato ha avuto una crisi nervosa di pianto. Qualche minuto più tardi si è fatto medicare il piede sinistro, ma è solo un dettaglio. Due break nel primo set, tre nel secondo e uno nel terzo. Una percentuale di prime superiore al 70%, 23 i vincenti e solo 8 errori gratuiti. Una delle finali maschili più brevi della storia: poco più di un’ora e mezza. LA RINASCITA Si era defilato a metà 2016 ed era sembrata la fine di un’era. lia iniziato a colpire di nuovo una pallina su un campo indoor nella sua Svizzera. E’ tornato e ha infilato la cinquina Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle e Wimbledon. Era n.17 a inizio anno, ora è n.3. «llopo la sconfitta dello scorso anno e i problemi al ginocchio sinistro era difficile pensare di essere qui oggi. Io, la mia famiglia e il mio staff ci abbiamo creduto. Sollevare questo trofeo per l’ottava volta è magico». Ad applaudirlo nel Royal Box c’erano Kate Middleton e il principe William. CONSAPEVOLEZZA Si è emozionato quando volgendo lo sguardo verso il suo box ha salutato la moglie Mirka e i 4 figli. Le gemelle Charlene Riva e Myla Rose, nate nel 2009, lo avevano già visto lo scorso gennaio trionfare a Melbourne. Ieri per la prima volta c’erano i due maschi, Lenny e Leo nati nel 2014. La favola di questo 2017 lo aiuta a ignorare aspettative e discussioni sul momento del ritiro. Può scegliere i tornei: ha saltato l’intera stagione sulla terra rossa e per la prima volta da quando era un ragazzino ribelle ha trascorso lunghi periodi a casa, vicino Zurigo e a Dubai dove si allena al caldo. Vita in famiglia da padre modello. Hanno fatto un viaggio in Grecia, sono stati a Hamptons, la residenza di vacanza dei ricconi newyorkesi. «Li ho sperimentato come sarà la fine della mia carriera», ha raccontato. Gli è mancata l’adrenalina del campo, certo. Ma ha compreso che quando arriverà il momento che tutti temono sarà in grado di gestire il cambiamento. E questa consapevolezza ha reso più semplice la sua rinascita.

 

Federer, benvenuto nella storia. Otto volte Wimbledon

 

Ubaldo Scanagatta, il Quotidiano Nazionale del 17.07.2017

 

C’erano principi e principesse, conti e contesse, duchi e duchesse di tutt’Europa nel Royal Box, ma il Re del Tennis, l’unico ad aver trionfato 8 volte sul Centre Court è uno svizzero. Si chiama Roger Federer. God save the King. E questa volta, per la prima, King Roger, dominando uno zoppicante Cilic (6-3,6-1,6-4 in 1h e 41 m., il punteggio più netto nei 19 suoi vittoriosi Slam) ), ha fatto ancora meglio delle altre. Non ha perso un set in tutti i Championships, come solo quattro altri “Wimbledon’s Champions”, prima di lui, Don Budge (1938), Tony Traben (1955), Chuck McKinley (1961), Bjorn Borg (1978). Non può certo rimproverarsi nulla Roger se la finale è stata priva di ogni suspense e se il suo avversario, Marin Cilic, non ha potuto difendersi al meglio a causa di una terribile vescica sotto al piede sinistro che l’ha fatto persino piangere a metà secondo set. Diversamente da tanti aristocratici di sangue blu, quel Re rossocrociato è forse il personaggio sportivo più amato del globo, ben al di là del microcosmo del tennis. A renderlo così popolare sono stati certo i suoi innumerevoli trionfi, la straordinaria eleganza tecnica, lo stile delle sue dichiarazioni, la disponibilità verso ogni causa umanitaria, in Africa con la sua Fondazione e altrove, ma anche il fatto che non più tardi di un anno fa, prima ancora del compimento dei 35 anni — dopo la semifinale persa proprio qui con Raonic – tanti avevano temuto di averlo perso per sempre. Prima c’era stata la schiena che gli impediva di battere con la consueta energia, poi era stato il ginocchio a fare crac, addirittura mentre stava facendo il bagnetto alle figlie e ne era seguita la prima operazione chirurgica… Insomma il declino fisico del grande campione sembrava inarrestabile e il suo non avere più vinto uno Slam da Wimbledon 2012, 5 anni fa, erano parsi perfino ai suoi più fans più incrollabili segnali inconfondibili. Nessuno, neppure lui credeva in questa resurrezione. L’ha detto mille volte. All’indomani dell’Australian Open vinto a gennaio, dei tornei di Indian Wells e di Miami, ieri: «Sono sorpreso di come è andato quest’anno… pensavo di poter giocare a questi livelli un giorno, un torneo, ma non così tante volte e a lungo». (Le interviste su Ubitennis.com). Un vero miracolo che un atleta possa fermarsi per sei mesi e tornare a vincere. Due Slam su due, due Masters 1000 su due (più Halle). Con due sole partite perse nei 7 tornei del 2017, con Donskoy a Dubai e con Haas a Stoccarda e in entrambe con il matchpoint a favore! I dati, impressionanti, sarebbero infiniti: 19 Titoli del Grande Slam in 29 Finali, più 42 semifinali con 315 partite vinte, 102 partite giocate a Wimbledon, 93 tornei vinti in 141 finali. E via. I soldi, ieri 2 milioni e mezzo di euro, secondo Forbes oltre 300 milioni di dollari. Oggi è risalito a n.3 del mondo (per gli ultimi 12 mesi) ma nella “race’ deg 2017 è secondo dietro Nadal, a 550 punti.

 

Nessuno come Lui. Roger, trionfo con lacrime

 

Marco Lombardo, il giornale del 17.07.2017

 

Ha pianto come la prima volta, era quattordici anni fa. E tutto è cambiato, tranne lui l’immortale. Roger Federer ha vinto il suo diciannovesimo Slam, senza perdere neanche un set, battendo ancora una volta dei record: l’ottava volta sull’erba di Wimbledon è quella che lo rende come nessuno, più di Sampras, più di Renshaw. Così come il fatto che abbia 35 anni e 342 giorni, lo incorona come il campione più vecchio di Church Road, probabilmente il più grande. La foto scattata giusto un anno fa sul Capo Centrale più amato del tennis, spiega l’immensità dell’ennesimo trionfo che quasi tutti pensavano ormai impossibile: Federer a pancia in giù sull’erba che si arrende a Raonic e agli acciacchi. Ieri invece è stato tutto diverso nella partita probabilmente più ingiusta per celebrare il traguardo di un Campione Assoluto: Marin Cilic, il suo avversario, si è arreso il tre set (6-3, 6-1, 6-4) travolto anche da un malanno al piede sinistro. Ed anche lui ad un certo punto è finito in lacrime, di rabbia, sulla sedia di un cambio di campo diventato l’annuncio di una sconfitta. Non poteva però finire così, e lo stesso Marin – che nel 2014 battè lo svizzero della semifinale degli Us Open finendo poi per vincere il suo primo grande titolo – ha dimostrato la sua grandezza lottando anche contro se stesso, pure se sapeva che sarebbe stato tutto inutile per quel dolore «che non deve sminuire la vittoria di Roger» e che gli impediva gli spostamenti: «È quello che ho sempre fatto nella mia vita non ho mai mollato. Non potevo farlo neanche questa volta». Applausi L’ovazione invece è stata tutta per il Re, con la famiglia Federer – dai genitori, a Mirka di bianco vestita, fino ai quattro figli – schierata nell’angolo riservato al team per onorare il figlio, il marito, il padre, il campione. Sono state lacrime anche in quel caso, «perché mentre Charlene e Myla cominciano a divertirsi a venire a vedermi, Leo e Lenny ancora non capiscono molto: di sicuro per ora a loro piace molto vedere questo campo d’erba…». Leo e Lenny che però ora forse cominciano a capire il mestiere del loro papà, un po’ strano invero da raccontare a scuola eppure così conosciuto nel mondo. E allora, alla fine, il cerchio non poteva concludersi con l’eleganza di sempre, la compostezza nel sollevare ancora una volta quella coppa sulla quale l’orafo che tutti g’ anni parte in auto dalla Polonia il giorno prima della finale, ha scritto ancora una volta il suo nome. Cominciando già un paio di colpi prima dell’ultimo. «Quasi non ci aedo: otto volte… Se penso dov’ero un anno fa mi sembra tutto irreale, ma io non ho mai smesso di crederci. Questa è per la mia famiglia, per il mio team, perla Svizzera» ha concluso Federer. Pensando magari a quelli (vero McEnroe?) sicuri, due Slam fa, che non ne avrebbe più vinto uno. Anche a loro Roger ha detto «spero di tornare l’anno prossimo. Vincere qui a 40 anni? Dovrei restare in frigo per 300 giorni e poi uscire per giocare a Wimbledon». E per tutti è suonata quasi come una minaccia.

 

Se il tennis riconcilia con il mondo. II campione vince l’ottavo Wimbledon e straccia tutti i record

 

Alberto Di Majo, il tempo del 17.07.2017

 

Nell’epoca della rottamazione, del giovanilismo, della potenza a tutti i costi, la vittoria di Roger Federer a Wimbledon è una favola che travalica i campi in erba che dal 1922 ospitano il tempio del tennis. Per tante ragioni. La prima: Re Roger avrà 36 anni tra poche settimane. Seconda: è l’ottavo titolo che porta a casa nel circolo a sud ovest di Londra (il primo lo conquistò nel 2003) e ha già annunciato che tornerà il prossimo anno a difenderlo. Terza: nel suo leggendario cammino non ha perso un set (l’ultimo a cui riuscì un’impresa del genere fu Bjorn Borg nel 1976). Quarta: il gioco. Sublime, come al solito. L’eleganza, l’intelligenza, la costruzione del punto. La palla addomesticata come se fosse legata con un elastico alla racchetta nera che Sir Roger ha disegnato personalmente per la Wilson (chissà quante ne hanno vendute nonostante i suoi 340 grammi, peso proibito ai non agonisti). Quel rovescio, come si faceva una volta. Quasi un passo di danza. Alla faccia del colpo a due mani propagandato nelle scuole tennis (o di baseball?) come sinonimo di potenza e stabilità. Quinta: i punti. Il tennis è un gioco di testa (soprattutto di concentrazione) e di singoli quindici, alcuni decisivi. Durante la finale Federer ha fatto otto errori gratuiti. Otto, in tre set. Certo l’avversario, il croato Marin Cilic, non era in forma, si è temuto anche che si ritirasse a metà del secondo set dopo aver chiamato il fisioterapista (ormai è un rito per i tennisti, come l’insopportabile lancio dell’asciugamano). Sesta: il torneo di Wimbledon è il secondo Slam che lo svizzero ha vinto quest’anno (ha trionfato pure all’Australian Open). E vero che per prepararsi al meglio ha rinunciato alla stagione sulla terra (lasciandoci orfani anche a Roma) ma se questi sono i risultati, allora non si può dargli torto quando ieri alla fine dell’incontro ha ironizzato: «Si vede che le pause mi fanno bene». Settima: Federer torna numero 3 del mondo. E ancora lì. Quest’anno aveva ricominciato dalla diciannovesima posizione. Va avanti. Ottava: il comportamento. Impeccabile (a differenza degli inizi della carriera). Nona: il legame tra Federer e Wimbledon racconta una storia unica nell’epoca della «poligamia dei luoghi» imposta dalla globalizzazione. Non è un caso che lo svizzero abbia acquistato una casa a poca distanza per evitare di stare in albergo le due settimane del torneo. Decima ragione: la famiglia. La moglie Mirka sempre in tribuna e i quattro figli danno una dimensione corale del trionfo. Ovviamente ci potrebbero essere anche altri motivi per incoronare l’ennesima impresa di Roger come un’esperienza che riconcilia con il mondo e per definirlo il giocatore più forte di tutti i tempi. Ogni amante del tennis non faticherà a trovarne. Pochi giorni fa Alessandro Baricco ha scritto su Repubblica che «ci sono molti modi per scoprire cos’è la solitudine, ma solo due prevedono che lo si faccia in compagnia di un’altra persona e costretti in pochi metri quadri: il matrimonio e il tennis». In realtà di modi in cui si è «soli» in compagnia dell’avversario in spazi ristretti ce ne sono diversi, anche in altri sport: la boxe e la scherma, ad esempio. Piuttosto il miracolo di Federer è proprio aver costruito un mondo magico intorno a quella solitudine. Un mondo dove, come ha detto lui stesso, «se ci credi davvero puoi arrivare lontano».

 

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Rassegna stampa

L’espulsione di Djokovic dall’Australia (Crivelli, Mastroluca, Rossi, Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 17 gennaio 2022

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DjoKOvic (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Cacciato dal suo giardino dell’Eden. Gli Australian Open vinti per nove volte, non saranno più il paradiso di Novak Djokovic, certamente non per quest’anno e forse per sempre. Il re è nudo, spogliato e stordito dalla sentenza definitiva di una Corte australiana che ha ritenuto legittima la seconda revoca del visto per ragioni di salute e ordine pubblici disposta discrezionalmente dal Ministro per l’immigrazione Alex Hawke e di conseguenza ne ha determinato l’espulsione immediata dal paese. Alle 7.53 italiane di ieri, le 17.53 di Melbourne, tre giudici hanno stabilito che la decisione sul merito o sul buon senso del provvedimento del ministro non rientrava nelle funzioni della Corte e che in ogni caso si trattava di una sanzione rispettosa della legge.

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Si chiude così, dopo 12 giorni irreali, una delle pagine più buie e controverse della storia recente del tennis e dello sport. iniziata il 4 gennaio quando il numero uno del mondo pubblicò sul suo profilo Instagram la foto della partenza per Melbourne con un’esenzione medica da non vaccinato, scatenando un inferno prima mediatico e poi politico. Lo stesso Novak che sempre sui social ha espresso a caldo le sue idee: «Sono estremamente deluso dalla decisione della Corte di respingere il ricorso contro la decisione del ministro di revocare il mio visto, per cui non putrb rima nere in Australia e giocare gli Australian Open. Rispetto la sentenza della Corte e collaborerò con le autorità competenti per il mio rimpatrio. Mi prenderò del tempo per riposare e recuperare. Mi spiace che tutta l’attenzione sia stata su di me nelle ultime settimane. spero che adesso possiamo tutti concentrarci sul gioco e sul torneo che amo. Vorrei augurare il meglio ai giocatori. agli ufficiali, allo staff, ai volontari e ai tifosi».

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Soprattutto, gli viene impedito di puntare nell’immediato al 21′ Slam, cosi da staccare gli arcirivali Rafa e Federer nella classifica dei plurivincitori e, ancor più grave per lui, non avrà la possibilità di tentare di nuovo il Grande Slam sfiorato nel 2021. l n classifica. scaduti a metà febbraio i punti del successo di un anno fa, rischia di perdere ii numero uno ai danni di Medvedev o Zverev, se uno dei due vincerà gli Australian Open. Senza contare i possibili danni economici, dal 4 milioni che potrebbe perdere di soli montepremi da qui a marzo (qualora avesse vinto in Australia e poi i due Masters 1000 americani di Indian Wells e Miami) o i 30 milioni di sponsorizzazioni se l’impatto della vicenda comporterà un crollo del suo appeal da testimonial, anche se per adesso nessuna delle aziende che lo supportano ha annunciato la volontà di staccarsi,

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ll presidente dell’Atp Andrea Gaùdenzi ha affidato il suo pensiero a un comunicato ufficiale: «Le sentenze delle autorità legali in materia di salute pubblica devano essere rispettate… Indipendentemente da come si sia arrivati a questo punto, Novak e uno dei più grandi campioni nel nostro sport e la sua assenza dall’Australian Open è una perdita per il tennis… Gli auguriamo il meglio e auspichiamo di rivederlo presto in campo. L’Atp continua a raccomandare fortemente la vaccinazione a tutti i giocatori». Punto e a capo.

Djokovic “E ora buon Open a tutti” (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Djokovic ha lasciato l’Australia. È ripartito ieri con un volo Emirates per Dubai, decollato alle 22.30. Undici giorni prima, quasi alla stessa ora, atterrava a Melbourne convinto di poter disputare l’Australian Open senza doversi mettere in quarantena grazie a un’esenzione medica. Secondo Alex Hawke, ministro per l’immigrazione che aveva deciso di esercitare il suo potere personale consentito dal MigrationAct del 1958 per chiedere l’espulsione del numera 1 del mondo. Giusto o sbagliato che sia, ha affermato il legale del Governo Stephen Lloyd durante l’udienza, «molti lo considerano un sostenitore di vista contrari ai vaccini». LA SENTENZA. Dunque, la sua presenza in Australia, visti Il suo prestigio e la sua influenza, avrebbe potuto stimolare un consenso maggiore verso le tesi anzi-vacciniste e incoraggiare le persone”, ha concluso Lloyd, «a emulare la sua apparente noncuranza verso i protocolli di sicurezza»

Il chiaro riferimento è all’intervista con annesso servizio fotografico che Djokovic ha effettuato a Belgrado il 18 dicembre per il quotidiano francese L’Fquipe pur sapendo di essere risultato positivo due giorni prima.

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La reazione di Nole: «Sono estremamente deluso dalla decisione – ha dichiarato Novak Djokovic, che ha diffuso una nota per i media, rinviando al futuro, dopo un periodo di riposo, ogni ulteriore commento -. Rispetto la sentenza, e mi spiace che tutta l’attenzione nelle ultime due settimane si sia concentrata su di me. Orad possiamo tutti concentrare sull’Australian Open, un torneo die ama Auguro il meglio ai giocatori, agli ufficiali, allo staff ai volontari e ai tifasi.

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LE REAZIONI POLITICHE. Numerose le reazioni politiche in Australia. Il primo ministro Scott Morrison ha sottolineato i grandi sacrifici durante la pandemia dei cittadini. Ora, ha spiegato, «gli australiani si aspettano che i risultati di questi loro sacrifici siano protetti». Anche il ministro Hawke ha sottolineato gli stessi concetti, e rinforzato l dea che la severitä nelle politiche di gestione degli ingressi al confine sia un fattore determinante perla coesione sociale. LE REAZIONI SPORTIVE. Sul piano sportivo, Tennis Australia si è limitata ad affermare che rispetta la sentenza. L’ATP ha accolto con una nota prudente quella che ha definito »una serie profondamente spiacevole di eventi. La sua assenza è una sconfitta per il tennis». Fra i tennisti, Djokovic ha ottenuto l’appoggio di John Inner e Reilly Opelka, che hanno elogiato le sue qualità umane prima ancora che tecniche. ll canadese Vasek Pospisil, il suo braccio destro nella nuova Professional Tennis Players Association, ha evidenziato un punto chiave. «E stata una decisione politica. Se non gli fosse stata data un’esenzione, Novak non sarebbe partito per l’Australia: sarebbe rimasto a casa e nessuno avrebbe parlato di questo caos» ha det

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Ma il vero sconfitto, ha dichiarato Patrick Mouratoglou, coach di Serena Williams, non è ll serbo. «Chi davvero perde in questa storia è il torneo — ha scritto -. Spero almeno che da questo momento si torni a parlare di tennis»

Non Djoko più (Paolo Rossi, La Repubblica)

Lo status di numero uno gli è rimasto, ma di pericolo pubblico però. E per questa ragione lo hanno espulso. Novak Djokovic non difenderà il titolo di campione 2021 degli Australian Open: è stato sconfitto dal governo australiano e dalla tesi che, non essendo vaccinato, avrebbe reso «controproducenti tutti gli sforzi intrapresi per la vaccinazione del popolo aussie». Insomma, lo hanno trattato come fosse un influencer qualsiasi, e in fondo, anche la difesa legale del tennista serbo ha fatto cenno a «ragionamenti orwelliani». Comunque sia, i tre giudici hanno trovato l’unanimità nel legittimare il potere discrezionale che è nelle funzioni del ministro dell’Immigrazione, Alex Hawke, e dunque: game-set-match.

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Djokovic poi paga quel selfie pre-partenza e tutte le successive discrepanze per le quali ha anche dovuto scusarsi pubblicamente e, lo pensano tutti, la vicinanza con le elezioni politiche australiane a marzo. Non c’era un capro espiatorio migliore di lui, per il premier Morrison e la sua squadra. Un’associazione di avvocati in effetti ha cercato di portare all’attenzione il rischio di questo precedente, che potrebbe essere usato anche per motivi prettamente più politici, ma questo lo vedremo in futuro. Djokovic è sulla strada dell’Europa, ora. Si è congedato dall’Australia senza polemiche, dicendo di accettare la decisione della corte, seppur «profondamente deluso». Ora intende riposare e recuperare lo stress di questi giorni. In realtà dovrà anche pianificare bene la sua agenda, essendogli saltato anche l’obiettivo primario, quello del Grande Slam. Spulciando il calendario, e saltando direttamente a febbraio, potrebbe decidere di iniziare la stagione a Rotterdam, e magari fare un salto a Dubai. Djokovic ha il green pass, avendo avuto il Covid a dicembre: quindi pub. Ma a marzo ci sono i due Masters 1000 americani: Indian Wells e Miami. Il governo Usa non ammette l’ingresso ai non vaccinati, anche se hanno contratto il virus: occorre un’altra esenzione.

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L’Australia espelle Djokovic, l’ira della Serbia (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Volo Emirates Melbourne-Dubai, sola andata. Dopo undici giorni di battaglia legale con il governo australiano, si conclude il Djokovicgate: il numero uno del tennis fallisce l’ultimo assalto alla diligenza, il collegio di tre giudici della Corte Federale stabilisce che il ministro dell’Immigrazione Alex Hawke aveva il diritto di revocare per la seconda volta il visto del campione per ragioni di «pubblica salute e ordine», la decisione non è appellata, espatrio inevitabile con il rischio di essere bandito dal Paese per tre anni.

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Alle 22.3o di domenica sera, mentre 128 tennisti vaccinati si preparano ad affrontare il primo grande torneo della stagione (incluso il siciliano Salvatore Caruso, che si ritrova scaraventato lassì? nel tabellone al nosto del *** fuoriclasse espulso come un corpo estraneo), l’unico no vax s’imbarca verso casa e un futuro incerto («Sono estre mamente deluso, mi prenderò del tempo per riposare e recuperare. Buon tennis a chi rimane») mentre da Belgrado tuona Aleksandr Vucic, il muscolare presidente della Serbia: «Lo hanno maltrattato per giorni per poi consegnargli una decisione che avevano preso dall’inizio: Nole può tornare a testa alta e guardare tutti noi serbi negli occhi». Nick Wood, l’avvocato australiano del giocatore, ha provato a far passare la tesi del reato d’opinione, Djokovic cacciato per le sue teorie anti vaccino senza mai essersi pubblicamente dichiarato no vax; gli ha risposto l’empirismo di Stephen Lloyd, legale del governo australiano: che il serbo sia contro i vaccini è dimostrato dai suoi comportamenti: avrebbe potuto presentarsi in regola con la richiesta del Paese meno disposto al mondo a trattare sull’argomento, e invece ha accettato l’esenzione offertagli incautamente da Tennis Australia, l’ente che organizza il torneo, la terza parte in causa che — insieme al governo centrale e a Djokovic — esce a pezzi da questa storiaccia

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rimangono questioni irrisolte però non secondarie. I molti dubbi sul fatto che sia stato accettato anche se consegnato fuori tempo limite (la deadline era il io dicembre), la violazione dell’isolamento essendo andato in giro positivo prima a sua insaputa e poi consapevolmente (in Italia è un reato penale), la dichiarazione falsa in dogana (della quale ha incolpato il manager italiano). Se è lecito aspettarsi che Djokovic trasformi questa catena di incredibili leggerezze in una battaglia per la libertà quando, a fine torneo, tornerà a parlare, intanto Australia e Serbia se le danno di santa ragione.

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Rassegna stampa

Nole il lungo braccio di ferro (De Ponti, Mastroluca). Nadal: «Pensiamo a giocare» (Crivelli). Chris Evert, la sfida più dura (Pierelli)

La rassegna stampa di domenica 16 gennaio 2022

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Nole il lungo braccio di ferro (Diego De Ponti, Tuttosport)

Nel tabellone c’è, ma Novak Djokovic il suo torneo lo sta già giocando tra centri per migranti e ricorsi. Nella notte il suo caso è stato esaminato dalla Corte federale australiana che potrebbe aver messo fine a questo duro confronto. Djokovic rischia tre anni di espulsione dal Paese. Ieri il campione serbo era tornato in stato di fermo al Park Hotel di Carlton, il centro che ospita i migranti senza visto. Una decisione arrivata dopo il colloquio con i funzionari dell’Immigrazione. l legali del governo hanno sostenuto che, secondo il ministro Alex Hawke, «la presenza di Djokovic può portare ad aumentare il sentimento anti vaccini nella comunità australiana, con cortei e manifestazioni di protesta che potrebbero a loro volta diventare una fonte di trasmissione del virus». Ieri si sono svolte due manifestazioni di protesta a favore del giocatore serbo. A farla da padroni slogan come “Novak libero” e striscioni contro le limitazioni per la pandemia. Persone si sono riunite anche nei pressi del Park Hotel. I legali di Djokovic contestano la tesi del ministro Hawke e hanno presentato un dossier di oltre 250 pagine, inserendo anche sondaggi realizzati dai media locali che dimostrerebbero il desiderio degli australiani di vedere il numero 1 del mondo in campo, ma anche prospettano pericolose ripercussioni economiche e organizzative per il futuro degli Australian Open. Per i legali l’espulsione del serbo «darebbe l’impressione di un processo decisionale politicamente motivato». Una tesi sostenuta anche da alcuni colleghi tennisti come Alexander Zverev. ll tedesco si schiera dalla parte di Djokovic «È qui e deve giocare. Aveva il suo visto, era in regola, non credo che sarebbe partito senza le garanzie necessarie per poter giocare il torneo».

«Djokovic è un pericolo per l’Australia» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Due manifestazioni hanno acceso la giornata di sabato a Melbourne. Una sotto il Park Hotel, il centro che ospita i migranti senza visto dove Novak Djokovic è stato nuovamente trasferito dopo la seconda revoca del visto, l’altra davanti alla Rod Laver Arena. A Melbourne Park, dove nella notte italiana scatterà l’Australian Open, si sono riunite circa duecento persone in corteo per protestare contro i vaccini anti-COVID. La protesta è coincisa con l’annuncio delle motivazioni con cui il ministro per l’immigrazione Hawke ha deciso di proporre respulsione del numero 1 del mondo. Come emerso nell’udienza preliminare alla Federal Court dove si è discusso il secondo ricorso del serbo davanti a tre giudici d’appello, Hawke temeva che la presenza di Djokovic potesse far crescere il consenso verso le posizioni dei no-vax. Il profilo di Djokovic, ha sostenuto Hawke, e la sua popolarità «potrebbero far aumentare cortei e manifestazioni di protesta che a loro volta rischierebbero di diventare una fonte di trasmissione del virus». Gli avvocati della difesa, nelle 268 pagine di affidavit presentato nell’udienza di sabato, hanno contestato questa tesi che può, a loro dire, danneggiare la reputazione dell’Ansiralian Open e mettere a rischio la stessa possibilità che continui a ospitare il primo Slam nel calendario del tennis mondiale. Nella notte italiana di ieri il serbo è comparso davanti alla Federal Court, un tribunale di grado superiore, per discutere íl suo secondo appello. Posizioni diverse tra i colleghi del serbo. Secondo Zverev, «il caos è scoppiato perché è una star – ha detto – non penso che sarebbe partito senza garanzie». Rafa Nadal usa invece la forza del buon senso, e colpisce proprio per la mite ragionevolezza con cui affronta un tema così caldo: «Questa storia è andata un po’ troppo avanti, penso sarebbe importante parlare di tennis anche se il nostro sport conta “zero” rispetto a quello che stiamo affrontando . Abbiamo tutti dovuto affrontare momenti difficili negli ultimi due anni. E comunque non c’è giocatore che sia più importante di un torneo. Novak è senza dubbio uno dei più grandi campioni della storia, ma nemmeno lui, nemmeno io o Roger o Bjorn Borg prima, siamo più importanti di uno Slam. I giocatori col tempo se ne vanno e vengono sostituiti da altri. Il tennis va avanti: l’Australian Open sarà grande con o senza di lui».

Nadal: «Pensiamo a giocare» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ritorno al Park Hotel. Da qualunque parte lo si guardi, un remake di un film dell’orrore sportivo di cui si sarebbe fatto volentieri a meno a poche ore dall’inizio degli Australian Open, che scattano stanotte all’una italiana ma sono stati cannibalizzati dal caso più surreale e imprevedibile della storia del tennis, il visto negato dall’Australia al numero uno del mondo . Una saga dalla risonanza debordante capace di monopolizzare da 11 giorni tutte le attenzioni planetarie e che in queste ore, con la sentenza definitiva sulla legittimità della seconda revoca esercitata discrezionalmente dal Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke, dovrebbe finalmente essere giunta a compimento. I legali del serbo, nel giorno di vigilia, hanno ottenuto un successo procedurale importante anche psicologicamente: il nuovo ricorso è stato dibattuto dalla Corte Federale in seduta plenaria, cioè con un consiglio di tre giudici. Significa che in nessun caso le parti in causa potranno presentare un altro appello, e infatti l’accusa si era opposta. I patrocinanti del serbo hanno depositato una memoria di 286 pagine che dettaglia la linea difensiva già emersa nel pre-dibattimento: la scelta della revoca del visto sulla base della presunta pericolosità sociale di Djokovic in quanto convinto no vax in grado di mobilitare sentimenti contrari alla politica sanitaria australiana, è «irragionevole». Intanto perché anche un’eventuale espulsione, da quel punto di vista, potrebbe farne un martire e poi perché è dal marzo 2020, inizio della pandemia, che Nole non esprime opinioni generali sul vaccino. I legali dell’accusa, ovviamente, non recedono e nella loro documentazione hanno confermato che la sua presenza è una minaccia all’ordine e alla sanità pubbliche. Nel frattempo, siccome c’è uno Slam incombente, le operazioni procedono e ieri molti big si sono sottoposti alla classica conferenza stampa pre-torneo, dove come prevedibile l’argomento Djokovic è stato l’oggetto della prima domanda per tutti. tanto che pure il sempre educatissimo Nadal ha finito per risentirsi un po’: «Penso che la situazione sia andata troppo oltre. Onestamente sono un po’ stanco di tutto questo perché credo che sia importante parlare del nostro sport. Djokovic è uno dei migliori giocatori della storia, senza dubbio. Ma non c’è nessun giocatore nella storia che è più importante di un evento. Se non lo farà, l’Australian Open sarà comunque un grande torneo, con o senza di lui. Lo rispetto come persona, come atleta, senza dubbio. Ma ognuno sceglie la propria strada. Gli auguro tutto il meglio e davvero lo rispetto, anche se non sono d’accordo con molte delle cose che ha fatto nelle ultime due settimane. Se la soluzione per uscire dalla pandemia è il vaccino, quella deve essere». Più diplomatico Medvedev: «Aspettiamo di capire cosa succede, bisogna rispettare le regole, ma per quel che so ha un’esenzione valida e quindi può giocare». Sasha Zverev, invece, è dalla parte dell’amico Nole: «È qui e deve giocare, non credo sia giusto quello che sta accadendo. Aveva il suo visto, era in regola. lo non credo che sarebbe partito senza le garanzie necessarie. Il problema è che è una star, altrimenti questo caos non sarebbe scoppiato». Tsitsipas invece è decisamente sull’altra sponda: «Non mento: da due settimane si parla solo di lui e non di tennis giocato, ed è una vergogna».

Evert shock, la sfida più dura. «Ho un cancro alle ovaie» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

E’ la partita più importante della sua vita, lei che ne ha giocate moltissime sui campi di tutto il mondo negli anni Settanta e Ottanta. Chris Evert, uno dei miti del tennis femminile, ha rivelato al mondo che sta lottando contro un cancro alle ovaie. La vincitrice di 18 Slam, che adesso fa la commentatrice tv, ha anche voluto tranquillizzare tutti. «Raccontare la mia storia è un modo per aiutare gli altri – ha detto la 67enne ex numero 1 del mondo -. Mi è stato diagnosticato un cancro alle ovaie al primo stadio. Mi sento molto fortunata perché la malattia è stata scoperta in fase ancora iniziale e mi aspetto buoni risultati dal ciclo di chemioterapia. Sono fiduciosa». La Evert è poi entrata nei dettagli anche in un colloquio con Espn, emittente con cui collabora da una decina d’anni: provvidenziale un’isterectomia preventiva. Che ha dato esiti confortanti visto che il cancro non si è propagato in altre parti del suo corpo. L’ex campionessa americana ha avuto la terribile notizia un mese fa. A preoccuparla, anche il precedente della sorella Jeanne, morta nel febbraio 2020 per lo stesso male a 62 anni. «Quando faccio la chemio penso a lei e sento che mi darà una mano a superare questa difficile prova». La Evert è in cura alla Cleveland Clinic Florid, a Fort Lauderdale, seguita dal dottor Joel Cardenas che l’ha operata il 13 dicembre scorso. «Se non fossimo intervenuti – ha detto il chirurgo – tra tre mesi o poco più il tumore, anziché lo stadio 1, avrebbe raggiunto il 3 o il 4. Se si sta fermi raggiunge l’ addome» . La Evert ha comunque voluto tranquillizzare ulteriormente («Mi vedrete qualche volta in collegamento su Espn per qualche commento sugli Australian Open») e poi ha chiesto comprensione: «Spero capirete il mio bisogno di concentrarmi sulla salute e sulle cure». Coraggio Chris.

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Rassegna stampa

Cartellino arancione (Crivelli). Djokovic col fiato sospeso (Mastroluca). Murray, la scalata. “Sto tornando”(Viggiani). Djokovic espulso ma resiste (Rossi, Azzolini, Calabresi, Martucci). Bolelli-Fognini, l’Italia ha l’usato sicuro (Guerrini)

La rassegna stampa del 15 gennaio 2022

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Cartellino arancione (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Espulso. Per la seconda volta. Ma rimanendo ancora sospeso nel limbo della più snervante incertezza, in attesa dell’udienza decisiva di stanotte (in Italia) che risolverà finalmente una delle vicende più surreali e scioccanti della storia dello sport. Com’era prevedibile fin dal 10 gennaio, il giorno in cui venne annullata da un tribunale la cancellazione del visto di Novak Djokovic decisa all’ingresso in Australia dalla Polizia di Frontiera, ieri il Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke ha esercitato il potere discrezionale di revoca, innestando un nuovo capitolo di una saga infinita con al centro del ring la battaglia tra il giocatore più forte del mondo e il governo di Canberra, mentre gli Australian Open incombono a grandi passi ma non sono mai sembrati così lontani dall’interesse della gente. Le mosse australiane […] Queste le parole ufficiali del Ministro: «Ho esercitato oggi il mio potere in base al Migration Act per cancellare il visto di Novak Djokovic per questioni di salute e di buon ordine, considerando che fosse di pubblico interesse farlo». Scott Morrison, il Primo Ministro, ha aggiunto che i suoi concittadini hanno fatto tanti sacrifici durante la pandemia, e adesso si aspettano giustamente che i risultati di questi sacrifici vengano preservati». Una strategia d’attacco confortata dagli ultimi sondaggi: su un campione di 60.000 intervistati a Melbourne, l’83% ha dichiarato di augurarsi l’espulsione del campione di 9 Australian Open. E anche la tempistica ha il suo significato: le autorità australiane si auguravano forse che il Djoker nei giorni scorsi risolvesse personalmente la questione andandosene spontaneamente senza attendere la nuova revoca e poi hanno aspettato il venerdì sera per rendere più complicato l’eventuale ricorso, portandolo a ridosso, se non oltre, l’inizio degli Australian Open, lunedì mattina (domani notte da noi). Gli avvocati Contrattacco lucido, ma speranze ridotte E invece, dal punto di vista procedurale, la difesa ha messo a segno un punto a favore. Intanto, i legali del serbo sono riusciti a farsi ascoltare d’urgenza dal giudice Kelly, proprio quello del primo verdetto, appena tre ore dopo la cancellazione del visto, mentre la Corte avrebbe voluto trasferire subito il caso a un Tribunale Federale, allungando i tempi ben oltre l’inizio del torneo. Nel frattempo, hanno ottenuto che Djokovic non fosse espulso fino al giudizio definitivo. Ieri sera alle 22 italiane le 8di sabato in Australia, Nole è stato poi portato a un commissariato della Polizia di Frontiera, da dove ha raggiunto una nuova struttura di detenzione diversa dal Park Hotel e non comunicata per non attizzare il circo mediatico. Lì, potrà comunicare con gli avvocati fino all’ora dell’udienza presso la Corte federale presieduta dal giudice David O’Callaghan, fissata alle 10.15 di domani a Melbourne, le 24.15 di stanotte in Italia, quando il numero uno del mondo sarà interrogato in streaming: sentenza attesa dopo qualche ora. […] Un crinale complesso, perché il Governo potrebbe avere gioco facile nel dimostrare che le mosse false di Noie dopo la positività rendono plausibile il provvedimento. Perdesse, oltre all’espulsione il Djoker rischierebbe tre anni di bando dall’Australia (e dal suo Slam). Vincesse, dovrebbe andare in campo dopo poche ore (la sua parte di tabellone gioca già lunedì) e con il peso psicologico di due settimane laceranti. Ai confini della realtà.

Djokovic col fiato sospeso (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

 Novak Djokovic è di nuovo al punto di partenza. Il ministro per l’immigrazione Alex Hawke ha esercitato il suo potere personale e gli ha revocato il visto. I suoi avvocati hanno presentato un ricorso d’urgenza contro la decisione, discusso davanti allo stesso giudice della Federal and Family Court che gli aveva dato ragione la prima volta. Ma dopo la prima udienza ha deciso di trasferire il caso a un tribunale federale, di grado piú elevato. Il serbo, che non sarà rimpatriato prima della fine del procedimento, resterà in una struttura ancora non resa nota da cui potrà uscire per recarsi nello studio dei suoi avvocati dove sarà però sorvegliato da due ufficiali dell’Australian Border Force, la polizia di frontiera zione dal Paese. Da qui, alle 9 di domani mattina ora di Melbourne, le 23 di stasera in Italia, assisterà all’udienza che il resto del mondo potrà seguire in streaming sul canale Youtube della Federal Court. Se il ricorso non dovesse essere accolto, Djokovic rischia fino a tre anni di interdizione dal paese. POSIZIONE DEL MINISTRO. Il ministro Hawke ha preso la decisione di revocare per la seconda volta il visto del serbo in base alla sezione 133C(3) del Migration Act, la fondamentale legge australiana sull’immigrazione, citando motivi di “salute, sicurezza e di buon ordine, considerando che fosse di pubblico interesse farlo” si legge nel comunicato con cui annuncia la sua scelta. […] Secondo l’avvocato Wood, che ha curato la difesa di Djokovic in entrambi gli appelli, si tratterebbe di una decisione influenzata dalla politica. Per revocare il visto, ha detto Wood, il ministro ha sostenuto che la presenza di Djokovic potrebbe aumentare il sostegno verso posizioni no-vax in Australia. Una giustificazione, ha detto Wood nel corso dell’udienza, «evidentemente irrazionale. Non ci sono basi per affermare che l’eventuale espulsione di Djokovic non porti a un consenso ancora più ampio verso queste tesi». GLI SCENARI. Secondo l’avvocato David Prince, per i legali di Djokovic sarà difficile di dimostrare che la revoca del visto al serbo non sia di interesse pubblico. Il problema, ha sottolineato a West Australia Today, sta nella legge nazionale, molto vaga nel fissare i confini su quello che può rientrare negli ambiti di questa definizione. […] COME CAMBIA IL DRAW. Tennis Australia, la federazione tennis nazionale che organizza il torneo, rimane sotto pressione dopo le accuse di Bernard Tomic che ha giocato un match nelle qualificazioni pur avendo contratto il Covid e mostrandone i sintomi. Ora il tabellone maschile rimane soggetto a possibili cambiamenti. Gli organizzatori hanno annunciato che la parte alta dei due tabelloni di singolare maschile e femminile si completerà lunedì 17. Se Djokovic dovesse essere espulso prima che venga pubblicato l’ordine di gioco della prima giornata, il russo Andrey Rublev prenderebbe il suo posto, Gael Monfils diventerebbe dunque il primo avversario di Gianluca Mager, il kazako Alexander Bublik occuperebbe il posto ora del francese, e al suo entrerebbe un lucky loser. Il ripescato potrebbe essere Salvatore Caruso, che porterebbe a quindici il totale di azzurri in campo in singolare a Melbourne. Se invece, il verdetto del tribunale dovesse arrivare dopo la pubblicazione dell’ordine di gioco di lunedì, allora il lucky loser entrerebbe al posto di Djokovic senza ulteriori modifiche.

Murray, la scalata: “Sto tornando” (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Ventisette-mesi-ventisette, dopo Anversa 2019, Andy Murray oggi nell’ATP 250 di Sydney torna a disputare una finale del circuito. «Comunque vada, è una grande settimana per me. Sto giocando sempre meglio, ho battuto buoni giocatori, a questo punto spero proprio di salire un altro gradino…», sono state le sue parole a commento della semifinale vinta ieri contro il gigante Reilly Opelka, al quale per abbatterlo non sono bastati 20 ace e tre set tiratissimi per 2h24′ di gioco. IL LUNGO DIGIUNO Diciamo subito che i ventisette mesi risentono del calendario fortemente condizionato dalla pandemia: almeno nel 2020, quando l’ex numero 1 del mondo ha disputato solo Masters 1000 Cincinnati, US Open, Roland Garros e 250 Colonia, ma un bilancio di 3 partite vinte (con lo scalpo eccellente di “Sascha” Zverev) e 4 perse. Per il resto, nel 2021 invece il 34enne scozzese è addirittura ripartito dal challenger di Biella (sconfitto in finale da Illya Marchenko), chiudendo l’annata con 20 vittorie e 16 sconfitte: ha fatto terzo turno a Wimbledon e Indian Wells, quarti invece a Metz e Stoccolma (qui ha battuto Jannik Sinner). DISCESA & SALITA. L’anca destra operata due volte, gennaio 2018 e gennaio 2019, ci ha messo un po’ prima di restituirci un Murray competitivo. Certo, non quello che è stato capace di conquistare tre Slam (US Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016) e un doppio oro olimpico (Londra 2012 e Rio 2016), e ancora di vincere 46 tornei e essere finalista in alti 22. Finito fuori dai Top Ten il 6 novembre 2017 e dai primi 100 il l’11 giugno 2018, Andy era rotolato giù fino a n. 839 il 16 luglio 2018 e il 30 settembre 2019 era ancora n. 503. Da allora non è stato meglio di 102, il 12 luglio 2021, ma la classe è quella di sempre e la tigna pure. […]. DJOKOVIC. Per forza di cose, dopo la revoca del visto, Murray è stato sollecitato a parlare ulteriormente della tempesta che chissà ancora per quanto travolgerà il mondo di Novak Djokovic Curiosamente, i due sono quasi coetanei al 100%, meno… una settimana: lo scozzese, è nato il 15 maggio 1997, il serbo il 22. «È un brutta storia. per tutti, ma non è il momento di infierire su Novak Non ho intenzione di star qui seduto e cominciare a prenderlo a calci mentre è a terra. E una situazione che si trascina da troppo tempo: non è un bene per il tennis, non lo è per gli Aus Open, e neanche per lui. Non so quale strada abbia percorso, quanto tempo ci voglia per il ricorso, se può allenarsi o no giocare lunedì So solo che serve una soluzione». Netta, invece, la posizione di Andy sull’argomento vaccini, con l’invito a immunizzarsi «Quando in Gran Bretagna mi sono sottoposto al booster di richiamo, l’infermiere che me l’ha inoculato mi ha detto che tutti i pazienti in terapia intensiva erano non vaccinati. Per me ha senso che ognuno si vaccini in quanto, se è vero che i giovani o gli atleti corrono meno rischi, dobbiamo comunque fare tutti la nostra parte. Ogni Paese ha le sue regole, per venire in Australia bisognava essere vaccinati e credo che l’abbia fatto la quasi totalità del primi cento giocatori, forse anche il 98%. Per il reato, preferirei parlare di tennis e non di quello che accade a un altro giocatore fuori dai campi”

Djokovic espulso ma resiste (Paolo Rossi, La Repubblica)

Golia ha dunque schiacciato Davide. Il governo d’Australia ha nuovamente revocato il visto d’ingresso a Novak Djokovic. […] Dunque: il ministro per l’Immigrazione, Alex Hawke, ha esercitato una sua personale prerogativa, quella di revocare il visto a un privato cittadino per (in questo caso) «motivi di salute e ordine, sulla base del fatto che era nell’interesse pubblico farlo». Ma la fionda di Djokovic ha riportato il suo caso di nuovo in tribunale, ottenendo anche il rinvio della sua detenzione fino all’udienza con il giudice. I suoi legali impugneranno la decisione del ministro con questa tesi: “Il visto è stato cancellato solo perché la presenza del numero 1 del mondo alimenta il sentimento anti-vaccinazione”, evitando/rinviando così l’espulsione del serbo, che ora andrà in tribunale per essere ascoltato e può essere sì formalmente detenuto, ma non espulso dall’Australia mentre l’azione legale è in corso. Djokovic si è visto revocare il visto in nome della sezione 133C (3) della legge sull’immigrazione.[…] La partita legale, una sorta di qualificazione per il tabellone degli Australian Open per Djokovic, si è aperta di nuovo, e lo scenario prevede — in caso di sconfitta — anche il divieto di ingresso in Australia per i successivi tre anni, a meno di una «ragione compassionevole». Sarebbe difficile immaginarlo in campo nello Slam edizione 2026. Per questo Nick Wood, uno degli avvocati del n. 1 del tennis, ha già anticipato la strategia difensiva: «Il ministro Hawke non ha preso in considerazione in alcun modo le conseguenze che la rimozione forzata di Djokovic potrebbe avere sul sentimento anti-vaccinazione, ed è palesemente irrazionale». L’avvocato ha poi rincarato la dose, criticando l’approccio al protocollo decisionale di Hawke. Gli avvocati difensori si sono riservati di presentare domanda formale e osservazioni al tribunale entro oggi. E così il caso è stato trasferito al giudice O’Callaghan, presso la Corte federale. In attesa del weekend, resta una grande confusione nel mondo del tennis giocato. Gli Australian Open sono rimasti in silenzio, con il tabellone sospeso: se Djokovic uscisse entrerebbe Salvatore Caruso, e il posto in più in alto nel tabellone spetterebbe ad Andrey Rublev, ma solo se questo accadrà prima che il torneo cominci. Per molti la defezione del serbo porterebbe a un torneo squilibrato, che meriterebbe un nuovo sorteggio (ma che non avverrà). Ma anche la politica australiana è ferma in un limbo. L’unico a parlare è il premier, Scott Morrison: «Gli australiani hanno fatto molti sacrifici durante questa pandemia e giustamente si aspettano che il risultato di quei sacrifici venga protetto. Questo è ciò che il ministro sta facendo oggi nel compiere questa azione. Le nostre forti politiche di protezione delle frontiere hanno mantenuto gli australiani al sicuro, prima del Covid e ora durante la pandemia». E poi ha chiesto bocche cucite anche a tutti gli altri esponenti di governo. Nel tennis non esiste il pareggio, ma una doppia sconfitta non s’era mai vista: è un esito inedito. Comunque vada, Djokovic (volente o nolente) ha scritto un’altra pagina di storia (negativa? Positiva?), ma a posteriori sarà il record di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

L’Australia ha il match point (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non è tutto da rifare, non proprio. Ma tutto da riconsiderare sì. […] Il caso Novak Djokovic porta con se lo stesso scompiglio di un match che prende forma sotto la spinta di onde anomale, e obblighi a considerare normali, o inevitabili, i continui ribaltoni disseminati da una trama pazza e per alcuni aspetti ingannevole lungo la strada di un protagonista che in pochi giorni ha del tutto dismesso i panni del buono, per vestire altri, ben più sulfurei, tali da mostrare al grande pubblico le molteplici zone d’ombra che ne definiscono il carattere. È la perfetta visualizzazione delle forze contrastanti che entrano in gioco nei momenti più caldi dei match importanti, quelli che valgono titoli e storia. A un passo dalla conclusione, la folle partita del Djoker non vaccinato che vuole essere a tutti i costi il numero uno di un torneo nel Paese che ha eretto le barriere più alte contro la pandemia è passata di mano, e ha imposto che gli ultimi colpi vadano giocati sul tracciato predisposto dal governo federale australiano. Il primo match point è del ministro dell’immigrazione, Alex Hawke. Ha giocato di fino le sue carte, dicono. Ma Nole è un grande difensore, l’ha dimostrato in tante occasioni. Anche contro Federer. Sarà l’ultima sentenza a stabilire chi davvero abbia vinto questo match giocato tra Corti giudiziali. La decisione di Hawke è giunta alle 18 di venerdì, le 8 del mattino da noi. Poggia su un impianto ampio, e tira in ballo “motivi di salute e ordine pubblico“. Cancella da capo il visto concesso al serbo e non contesta a Djokovic solo le incongruenze presenti nel modulo fornito agli agenti della polizia di frontiera al suo arrivo all’aeroporto di Melbourne il 5 gennaio, quando Nole firmò il foglio nel quale affermava di non aver svolto viaggi prima di giungere in Australia). Né si concentra solo sull’ammissione dello stesso Djokovic di avere disattesole norme del suo Paese per aver concesso il 18 dicembre un’intervista all’inviato de L’Equipe pur sapendo (dal 16, poi corretto al 17 dicembre) di essere positivo. CARTA BIANCA Accanto a questi dati, emersi dalle indagini svelte, Hawke cala le proprie prerogative ministeriali, che gli lasciano carta bianca. E’ il dispositivo 1330 (3) della legge sull’immigrazione, che si rifà alla “salute pubblica” e ai soggetti che possono metterla in pericolo. E l’articolo che potrebbe costare a Nole il visto peri prossimi 3 anni, ed è anche l’articolo che ha indebolito la replica degli avvocati del serbo, convinti che il giudizio spettasse da capo al giudice Anthony Kelly, lo stesso che aveva restituito a Djokovic il visto con la prima sentenza presso la Corte Federale. Rapidamente richiesto di predisporre un secondo giudizio sulla vicenda Kelly ha deciso soltanto che il tennista non fosse espulso fino alla conclusione della bagarre legale e ha stabilito che possa seguire il nuovo processo da un luogo diverso dall’Hotel dei “senza visto dov era ospitato nei primi giorni.[…] Sarà dunque un nuovo giudice a farsene carico. Nella serata italiana Djokovic è stato interrogato dai funzionari dell’ufficio immnigrazione che gli hanno notificato il provvedimento governativo: è da considerare in stato di fermo. Poco dopo (intorno alle 10.15) era prevista un’udienza preliminare davanti al giudice David O’Callaghan. Poi Nole avrà la possibilità di confrontarsi coni suoi legali per organizzare la difesa per l’udienza finale, prevista per le 9 australiane di domenica. […] Continua Hawke: «Nel prendere questa decisione, ho considerato attentamente le informazioni fornitemi dal Dipartimento degli affari interni, dall’Australian Border Force e dal signor Djokovic. Il governo Morrison è impegnato a proteggere i confini dell’Australia dalla pandemia».Lo asseconda il primo ministro Scott Morrison «Prendo atto dia decisione del ministro su Novak Djokovic Questa pandemia è stata incredibilmente difficile per ogni australiano, ma siamo rimasti uniti e abbiamo salvato delle vite. Gli australiani hanno fatto molti sacrifici e giustamente si aspettano che il risultato di questi sforzi venga protetto. Ed è ciò che il ministro sta facendo oggi nel compiere questa azione». Una sentenza celere e favorevole a Djokovic lascerebbe 24 ore al n.1 del tennis per preparare il debutta previsto (da sorteggio)lunedi. Se invece il verdetto fosse negativo (l’Australia al momento conta l’85% di favorevoli all’espulsione del serbo), occorre vedere se esso arriverà prima o dopo il varo dell’order of play della prima giornata. Se prima, il posto di Djokovic sarà preso (da regolamento) dal numero 5, il russo Andrey Rublev, che a sua volta verrà rimpiazzato dal numero 17 Gael Monfils. Al posto di Monfils finirà il primo fuori dalle teste di serie, il kazako Bublik, e al posto di Bublik uno dei 2 “Iucky Loser” sconfitti all’ultimo turno delle qualifiche. Altrimenti, se l’ordine di gioco sarà già varato, toccherà direttamente al Fortunato Perdente prendere (per sorteggio, anche qui)il posto di Nole. I due sono Dzumhur e Caruso. Alla fine, la vicenda potrebbe concludersi con un italiano in cima al tabellone.

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