King Roger VIII. Magico Federer. L’erba di Londra è il suo giardino. A 35 anni vince da dominatore (Clerici, Crivelli, (Semeraro, Azzolini, Mancuso, Scanagatta, Lombardo, Di Majo)

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King Roger VIII. Magico Federer. L’erba di Londra è il suo giardino. A 35 anni vince da dominatore (Clerici, Crivelli, (Semeraro, Azzolini, Mancuso, Scanagatta, Lombardo, Di Majo)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Federer imperatore di Wimbledon

 

 

Gianni Clerici, la repubblica del 17.07.2017

 

Credo che anche i tifosi di calcio, o di ciclismo, non possano ignorare che lo svizzero Roger Federer ha vinto a quasi 36 anni il suo ottavo Wimbledon, superando il record del tennis professionistico, iniziato sotto i miei occhi fortunati, sull’erba di Bournemouth, nel 1968. Il match che ha consentito a Roger il record non ha avuto, come qualcuno sperava, la presenza della Regina che si era vista l’ultima volta nel 2010: immaginatela sostenuta dal Duca di Kent per non cadere sulla terra verde di Wimbledon, a novantun anni. Quindi l’emozione per un intervento umano si è limitata all’apparizione di quattro signori, di cui due medici, che hanno preso, alla fine del secondo, a occuparsi del piede sinistro del povero Marin Cilic, ieri abbandonato dalla Sua Protettrice di Medjugorje, forse diversamente impegnata, la domenica. «Cos’avrà, cosa gli sarà successo?» si domandavano alcuni cronisti croati per solito digiuni di tennis. «Stanno cercando di migliorargli le condizioni del rovescio» ho risposto sottolineando i 28 rovesci mancati dall’allenatore del Divino Federer. Grazie a un collega americano che, non del tutto digiuno di italiano, mi chiede qualche chiarimento del mio libro su Wimbledon, tento di ricordare qualcosa dell’irraggiungibile record. Nel 1999 mentre vago tra i campi, mi fermo a guardare un bambino che ha condotto al set finale un cecoslovacco più che dignitoso, Jiri Novak. Il match terminerà al quinto ma mentre mi domando se questo autoctono seguirà la neo-svizzera Hingis, mi accade di imbattermi in un coach australiano, Peter Carter che, tra l’altro, mi dice, convinto: «Se riesco a migliorargli il rovescio questo Federer farà parlare di sé». L’anno seguente rivedo il giovane: Roger perde in tre set da un russo, Kafelnikov, famoso per i suoi grandi passanti, ma si fa ammirare perché tratta i prati come la nativa terra. Gioca dei signori rimbalzi. E siamo al torneo di Milano, che ancora esisteva, quando mi permetto di scrivere che uno sconosciuto svizzero può vincere. E lo vince. Nel 2001 Roger, non più sconosciuto, raggiunge le prime pagine con una vittoria sul suo idolo Sampras e poi impegna il ragazzo di casa, Tim Henman, sino a 2 tiebreak che ricordo poco fortunati. L’anno seguente, il 2002, lo ferma Mario Ancic, un futuro fenomeno – come tutti i tennisti di Spalato – che sarà poi costretto alla pratica forense per un incidente. Ma, nel 2003, non ci sono più passanti che tengano, ed ecco le due vittorie contro due grandi attaccanti, Roddick e Philippoussis, tutte e due in tre set. L’anno seguente, Roddick cercherà invano di scardinare il gioco di Roger, ma riucirà a togliergli un solo set. E lo stesso gli avverrà nelle finali del 2004 e 2005. Nel 2006 ecco apparire un grande avversario, il solo capace di insabbiarlo sui campi rossi, uno spagnolo a nome Nadal. E, per due anni consecutivi, Roger riuscirà a domarlo con maggior varietà di tennis a tutto campo. Nel 2009 ritornerà in finale il testardo Roddick e la vittoria di Federer, 16 a 14 al quinto, sarà forse effetto delle finali precedenti e dalla fiducia incrinata dell’americano. Seguono ben due anni di improvvisi cedimenti, il 2010 e 2011 e le inimmaginabili sconfitte contro quel campione mancato di Berdych e un fenomeno dei giorni buoni quale Tsonga. La finale del 2012 vede un nuovo avversario, uno I SUOI NUMERI 8 Le vittorie sull’erba di Wimbledon. Ha staccato Sampras e William Renshaw che ne hanno sette 19 Ha aggiunto uno Slam al suo record assoluto tra gli uomini. Tra le donne: 24 Smith Court, 23 Serena Williams scozzese che rinnoverà i fasti del grande Fred Perry, mentre l’anno seguente giunge una sorpresa negativa per Federer e tutti noi, una sconfitta dall’ignoto ucraino Sergyi Stakhovsky tutto serve e high volley. Il 2014 conferma l’inizio della rivalità con Novak Diokovic, che batte Roger con un 5 set di di difesa-attacco, e lo ribatte nel 2015. E, l’anno passato vede il gioco a tutto campo di Roger soverchiato da un bestione tutto servizio e ferocia, Milos Raonic. Infine, la vittoria finale che definirei facile, se un Wimbledon può essere un torneo facile, senza perdere un set. Non mi resta che ringraziare Federer per il piacere, le emozioni, le gioie. Come ha detto lui stesso nell’intervista finale: «Un altro anno, spero di essere qui, e intanto mi permetto di ringraziare tutti voi. Ma non esiste qualcosa che sia sicuro, specialmente alla mia età».

 

Strega Wimbledon e vince per l’ottava volta, nessuno come lui

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 17.07.2017

 

L’immensità scolora nel verde dei prati che una volta di più diventano il giardino dell’Eden e si scioglie nelle lacrime che il Divino riserva ai quattro figli giocondi e sorridenti seduti sul bordo della balaustra, con la temerarietà delle emozioni. Federer, asciuga il pianto dell’immortalità e goditi questa meraviglia. È l’ottava, come mai nessuno a Wimbledon, e adesso il polveroso William Renshaw di fine 19 secolo e quel Sampras che gli indicò la via dell’empireo quando venne sconfitto qui negli ottavi del 2001 tornano nel libro dei ricordi. Il re è solo, ma è una solitudine leggendaria, costruita in 14 anni incredibili, attraverso partite memorabili e cadute fragorose, eppur sempre con il sigillo di un’eleganza inimitabile. Dodici mesi fa, su quest’erba, Federer era a terra, di corpo e di spirito: adesso è di nuovo signore di Church Road, a 35 anni e 342 giorni, nell’era Open il più vecchio vincitore di sempre del torneo, una resurrezione ultraterrena. Peccato che il trionfo non venga illuminato da uno spettacolo adeguato alla cornice, nobilitata dal Principe William (con consorte) al Royal Box insieme alla solita schiera di grandi del passato, da Laver a Stan Smith, con gli attori hollywoodiani di contorno (Bradley Cooper e Hugh Grant) per una volta spettatori di una recita più grande. Povero Cilic, secondo croato in finale dopo Ivanisevic, travolto dalla pressione e dalla tensione, piccolo piccolo di fronte al monumento e al suo mito: lamenterà problemi di vesciche al piede sinistro dall’inizio del secondo set, ma è l’anima che lo tradisce. Soprattutto dopo aver sprecato lui per primo una palla break, nel quarto game del primo set, il crocevia per liberarsi dei fantasmi e spaventare un Federer scattato con impaccio, poco mobile e reattivo. Una risposta di rovescio in rete, e il mondo di Marin finisce lì, o meglio con l’ovvio e conseguente break successivo del Divino, che a quel punto può limitarsi all’ordinario, gestendo il match con il servizio e attendendo solo che l’altro gli si consegni, sfigurato dalla paura e dagli errori. Non lo scuote neppure una crisi di nervi sul 3-0 del secondo set, o il sostegno dell’angolo sempre più abbacchiato: dopo un’ora e 41′, l’epilogo più breve degli ultimi 15 anni, l’ottavo (segno del destino) ace di Roger chiude la disfida, regalandogli un percorso immacolato, senza perdere alcun set, come solo altri quattro nel passato. NUMERO Uno. Un anno è un secolo, da morte a vita. Il Federer graffiato dagli infortuni, a un momento addirittura timoroso di dover abbandonare la passione che lo ispira fin da bambino, dal rientro a gennaio ha messo insieme due Slam (il 18 e il 19 ), due Masters 1000 e il torneo di Halle, riportando indietro il tempo e cementando il piedistallo di più grande di sempre. Con Murray e Djokovic acciaccati e dubbiosi, saranno il cemento americano e la lunga campagna asiatica d’autunno a dirimere probabilmente la controversia del numero uno di fine stagione tra lui e Nadal, come se dieci anni fossero passati senza lasciare traccia. Eppure, Fed (da oggi di nuovo numero tre del mondo) non se lo aspettava: «Sono incredibilmente sorpreso di come mi sento, del meraviglioso feeling che ho quando sono in campo. Sapevo di poter fare ancora grandi cose, ma non a questo livello, forse a dicembre mi sarei messo a ridere se mi avessero detto che avrei rivinto due Slam». LA SVOLTA Non rideva Severin Luthi, l’amico e allenatore di una vita, che insieme alle magie di Ljubicic ha riportato in I PIU’ ANZIANI Federer è il secondo più anziano vincitore Slam dell’Era Open dopo Rosewall (Open d Australia del 1972 a 37 anni compiuti e il sesto di tutti i tempi a Wimbledon by Luca Marianantoni) Noi. Il Divino: «Eravamo consapevoli che sarebbe tornato come prima, ma non ci sono segreti: ha fatto una preparazione straordinaria e quando è guarito si è ritrovato fresco e motivato, poi i successi gli hanno dato tanta fiducia in più». L’8 agosto Federer compie 36 anni e, lo dicono amici e avversari, sta giocando meglio di quando dominava, perché si muove meglio e usa più soluzioni. Ma la più decisiva non è tecnica: «Conta la salute, ho sempre detto che con quella avrei recuperato anche il mio tennis. Io mi vedo giocare ancora a lungo, allenarmi bene, prendermi cura del mio corpo, ma alla mia età tutto è legato a un filo. Sicuramente vorrò tornare l’anno prossimo a difendere questo titolo». E a inseguire altri record e altra gloria, quelli sognati ma mai immaginati: «Quando nel 2001 battei Sampras, speravo di poter avere un giorno la chance di vincere il torneo – racconta lo svizzero -. Ma credere di poterlo fare otto volte era fuori da ogni mia comprensione, ero un semplice ragazzo cresciuto a Basilea che ambiva a una buona carriera, non un progetto definito. Per raggiungere il traguardo, ci ho messo tanto lavoro». Federer, pochi lo sanno, ha paura delle montagne russe. Così, per l’ottovolante, ha preso il biglietto a Wimbledon.

 

“Se sto bene niente è impossibile: voglio giocare fino a 40 anni”

 

Stefano Semeraro, la stampa del 17.07.2017

 

La decisione di saltare il Roland Garros e la stagione sul rosso si è rivelata giusta, Federer è tornato, a quasi 36 anni, a vincere (almeno) due Slam a stagione. Cosa sta dietro la sua seconda gioventù? La passione «Amo il tennis, mi piace giocare. Sono stato un bambino che sognava molto. Credevo possibili cose che forse agli altri sembrano inarrivabili. Questo mi ha aiutato molto». La famiglia e il team «Mia moglie è la mia tifosa n.1, mi sostiene incondizionatamente. Spesso parliamo di quanto può ancora continuare questa vita, il fatto di viaggiare tutti insieme nel tour, e per ora va bene a tutti. I gemelli più piccoli mi sembra guardassero il Centre Court come un parco giochi, spero un giorno si renderanno più conto di cosa succede». «Sono quelli che ti fanno tornare con i piedi per terra quando sei troppo felice, ma anche quelli che quando gli chiedevo se credevano che avrei rivinto uno Slam mi hanno detto: assolutamente si, a patto che fossi in salute al 100 per cento». II futuro «Se giocherò fino a 40 anni? Penso di si, se tutto andrà per il meglio e non avrò guai fisici. Non pensavo neppure io di poter vincere due Slam in una stagione, ora non so quanto potrà andare avanti. Ma se sto bene anche cose che ritenevo impossibili possono accadere. Poi ora gioco un po’ meno, mi sento quasi part-time, ed è una bella sensazione». La programmazione «La seconda parte della stagione è quella in cui ho sempre giocato di più, quindi non credo che mi fermerò come ho fatto in primavera. L’idea è di giocare Cincinnati, gli Us Open, la Laver Cup, Shanghai e poi la stagione indoor». Il Centre Court «Sono sempre stato un giocatore da grandi palcoscenici. Sul campo 18 fatico, non so bene perché, non colpisco la palla bene come faccio sul Centre Court». Gli otto trofei «Vincere 8 volte Wimbledon non è una cosa che puoi programmare. Se lo fai, per me, devi avere un talento immenso e genitori e coach che da 3 anni in poi ti considerano un progetto. Io non ero cosi. Ero un ragazzo normale di Basilea che sperava di farsi una carriera nel tennis» Wimbledon: «E’ sempre stato un posto speciale per me, il mio torneo preferito perché qui giocavano i miei idoli. Ho voluto ringraziare tutti, anche se conto di tornare qui, perché quando hai 35, 36 anni non puoi prendere niente per garantito».

 

Eccola qui l’Ottava Meraviglia.

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 17.07.2017

 

Eccola qui l’Ottava Meraviglia. Le braccia sollevate dopo aver battuto ancora una volta la Storia, l’aria incredula di chi si chiede come sia stato possibile, un’ombra di commozione quando mamma Mirka dà il via libera e il box del Centre Court si riempie di tate e di gemelli, le bimbe che sanno già come ci si comporta, i bimbi che invece fanno smorfie e boccacce al mondo intero. Tutta la sterminata famiglia del tennista marziano, l’Ufo più umano che vi sia. Lui saluta da lontano, «Mi siete indispensabili» dirà poco dopo. Eccola qui, la Storia irraggiungibile, l’ottavo titolo dei Championships. Sono occorsi 140 anni per assemblare l’impresa, ovvio chiedersi quanti ne passeranno prima che qualcuno possa batterlo o soltanto appaiarlo. Eccolo qui il diciannovesimo Slam, la vittoria numero 93 nei tornei, la ventinovesima finale di un Major, la centoduesima partita giocata su questi prati, il novantunesimo match vinto. Ha trentacinque anni, trentasei fra venti giorni. Ma come fa? La risposta ce l’ha Adriano Panatta: «Il tennis è uno sport senza età e Federer è il tennis». Non c’è stata la finale aspra che si pensava. La verità è che non c’è stata la finale. Di fronte alla Storia, Marin Cilicsi è sciolta Non gli ha funzionato il servizio e quando accade Cilic si trasforma in un campione a intermittenza, si spegne e si accende come le lucidi Natale. Poi ha smesso di funzionare anche il resto. Federer gli ha concesso una sola palla break, sull’uno pari del primo set. Svanita quella, Roger ha preso il comando delle: operazioni, ha tenuto a distanza il croato, ha arpionato i break quasi andasse a pesca in piscina, uno via l’altro a colpo sicuro. Due nel primo, due nel secondo, uno nel terzo quando Marin ha cercato di opporre maggiore resistenza. Sul tre a zero del secondo set, Cilic ha avuto una crisi di pianto. Aveva un problema al piede ma è sembrato di poco conto. Aveva, più grave, un serio problema di frustrazione. Capita quando la chance più grande arriva contro un tennista che non fa una piega, che si muove meglio, che intuisce quello che stai per fare ed è già lì, pronto a ribattere. Uno che a quasi 36 anni corre con l’entusiasmo e l’agilità di un ventenne. ANNO SPECIALE E l’anno dei miracoli. Vi sono spiegazioni di tutti i tipi, per comprendere ciò che sta accadendo, più una, che spiega tutto e niente, ma mette tutti d’accordo: Federer e Nadal, superati i guasti fisici e recuperatala forma, si sono dimostrati di un’altra categoria Roger in questo 2017 ha vinto 31 match perdendone appena 2 (ed entrambi con il match point), e dove lui non ha partecipato, è stato Rafa a mettere tutti d’accordo Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle e Wimbledon da una parte; Montecarlo, Barcellona, Madrid e Roland Garros dall’altra. Solo un grande torneo è sgattaiolato da questa morsa implacabile, Roma, ed è andato a Zverev, primo fra i predestinati. E l’anno dei 10 titoli di Nadal nel Principauté, a Barcellona, a Parigi, degli. E l’anno della Storia Ha fatto bene Roger a saltare Parigi, contro quel Nadal non ce l’avrebbe fatta. Nelle altre occasioni, Rafa ci ha provato e Federer lo ha respinto. La lotta per il numero uno sembra fra loro due, anche se Murray resterà in vetta dopo questi Championships. Una mandata di punti. Si va in America, fra 40 giomi sarà tempo di Us Open. Un pensiero al 20 Slam? Tranquilli, Roger lo sta già facendo e viste le condizioni di Djokovic (sta meditando se fermarsi) e Murray (problema all’anca e possibile sosta anche per lui) è probabile che la disputa veda ancora Federer e Nadal di fronte. I Fedal, quasi una ditta ormai. Con i profitti alle stelle.

 

Cilic demolito in un lampo

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 17.07.2017

 

Roger Federer più di chiunque altro nell’era moderna fa sembrare facile il tennis, fa diventare semplici le cose impossibili. Il tennista perfetto con quasi due decenni da professionista alle spalle. Un fenomeno, anzi il Fenomeno, che trascende i numeri di una carriera irripetibile. Schiantando Marin Cilic con il punteggio di 6-3, 6-1, 6-4 nella sua 11esima finale a Wimbledon (la 29esima negli Slam) ha ritoccato un’altra serie di primati, esercizio ormai quotidiano. Ottavo titolo a Wimbledon (nessuno come lui) a distanza di 14 anni dal primo, l9esimo negli Slam, irraggiungibile nella classifica dei Major, 9lesima vittoria sui prati londinesi, 102 partite come Connors. L’ultimo a vincere il torneo senza cedere un set era stato Borg nel 1976. A 35 anni e 342 giorni è il più anziano dell’era open a trionfare a Wimbledon, il secondo in uno Slam dietro Rosewall, che nel 1972 vinse gli Australian Open a 37 anni e 62 giorni. Rapido e indolore. Cilic vantava un solo successo su Federer in 7 sfide: lo aveva travolto nel 2014 in semifinale agli US Open, che poi vinse. Lo scorso anno, sempre sul Centre Court ma nei quarti, aveva avuto 3 match point nel quarto set dopo aver dominato i primi due per poi arrendersi al quinto. Si ripartiva da lì. King Roger sapeva che il 28enne gigante di Medjugorje oltre che con la prima di servizio (ma ieri non ha funzionato, appena 5 ace) può diventare letale con il diritto se gli permetti di giocarlo con una frazione di anticipo. Lo svizzero è stato perfetto nei colpi di inizio gioco (servizio e risposta) evitando di mettersi sulla difensiva. Si sono visti tre set di strapotere tennistico, con il povero Cilic sballottato da una parte all’altra. Tanto che, sotto 6-3 3-0, il croato ha avuto una crisi nervosa di pianto. Qualche minuto più tardi si è fatto medicare il piede sinistro, ma è solo un dettaglio. Due break nel primo set, tre nel secondo e uno nel terzo. Una percentuale di prime superiore al 70%, 23 i vincenti e solo 8 errori gratuiti. Una delle finali maschili più brevi della storia: poco più di un’ora e mezza. LA RINASCITA Si era defilato a metà 2016 ed era sembrata la fine di un’era. lia iniziato a colpire di nuovo una pallina su un campo indoor nella sua Svizzera. E’ tornato e ha infilato la cinquina Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle e Wimbledon. Era n.17 a inizio anno, ora è n.3. «llopo la sconfitta dello scorso anno e i problemi al ginocchio sinistro era difficile pensare di essere qui oggi. Io, la mia famiglia e il mio staff ci abbiamo creduto. Sollevare questo trofeo per l’ottava volta è magico». Ad applaudirlo nel Royal Box c’erano Kate Middleton e il principe William. CONSAPEVOLEZZA Si è emozionato quando volgendo lo sguardo verso il suo box ha salutato la moglie Mirka e i 4 figli. Le gemelle Charlene Riva e Myla Rose, nate nel 2009, lo avevano già visto lo scorso gennaio trionfare a Melbourne. Ieri per la prima volta c’erano i due maschi, Lenny e Leo nati nel 2014. La favola di questo 2017 lo aiuta a ignorare aspettative e discussioni sul momento del ritiro. Può scegliere i tornei: ha saltato l’intera stagione sulla terra rossa e per la prima volta da quando era un ragazzino ribelle ha trascorso lunghi periodi a casa, vicino Zurigo e a Dubai dove si allena al caldo. Vita in famiglia da padre modello. Hanno fatto un viaggio in Grecia, sono stati a Hamptons, la residenza di vacanza dei ricconi newyorkesi. «Li ho sperimentato come sarà la fine della mia carriera», ha raccontato. Gli è mancata l’adrenalina del campo, certo. Ma ha compreso che quando arriverà il momento che tutti temono sarà in grado di gestire il cambiamento. E questa consapevolezza ha reso più semplice la sua rinascita.

 

Federer, benvenuto nella storia. Otto volte Wimbledon

 

Ubaldo Scanagatta, il Quotidiano Nazionale del 17.07.2017

 

C’erano principi e principesse, conti e contesse, duchi e duchesse di tutt’Europa nel Royal Box, ma il Re del Tennis, l’unico ad aver trionfato 8 volte sul Centre Court è uno svizzero. Si chiama Roger Federer. God save the King. E questa volta, per la prima, King Roger, dominando uno zoppicante Cilic (6-3,6-1,6-4 in 1h e 41 m., il punteggio più netto nei 19 suoi vittoriosi Slam) ), ha fatto ancora meglio delle altre. Non ha perso un set in tutti i Championships, come solo quattro altri “Wimbledon’s Champions”, prima di lui, Don Budge (1938), Tony Traben (1955), Chuck McKinley (1961), Bjorn Borg (1978). Non può certo rimproverarsi nulla Roger se la finale è stata priva di ogni suspense e se il suo avversario, Marin Cilic, non ha potuto difendersi al meglio a causa di una terribile vescica sotto al piede sinistro che l’ha fatto persino piangere a metà secondo set. Diversamente da tanti aristocratici di sangue blu, quel Re rossocrociato è forse il personaggio sportivo più amato del globo, ben al di là del microcosmo del tennis. A renderlo così popolare sono stati certo i suoi innumerevoli trionfi, la straordinaria eleganza tecnica, lo stile delle sue dichiarazioni, la disponibilità verso ogni causa umanitaria, in Africa con la sua Fondazione e altrove, ma anche il fatto che non più tardi di un anno fa, prima ancora del compimento dei 35 anni — dopo la semifinale persa proprio qui con Raonic – tanti avevano temuto di averlo perso per sempre. Prima c’era stata la schiena che gli impediva di battere con la consueta energia, poi era stato il ginocchio a fare crac, addirittura mentre stava facendo il bagnetto alle figlie e ne era seguita la prima operazione chirurgica… Insomma il declino fisico del grande campione sembrava inarrestabile e il suo non avere più vinto uno Slam da Wimbledon 2012, 5 anni fa, erano parsi perfino ai suoi più fans più incrollabili segnali inconfondibili. Nessuno, neppure lui credeva in questa resurrezione. L’ha detto mille volte. All’indomani dell’Australian Open vinto a gennaio, dei tornei di Indian Wells e di Miami, ieri: «Sono sorpreso di come è andato quest’anno… pensavo di poter giocare a questi livelli un giorno, un torneo, ma non così tante volte e a lungo». (Le interviste su Ubitennis.com). Un vero miracolo che un atleta possa fermarsi per sei mesi e tornare a vincere. Due Slam su due, due Masters 1000 su due (più Halle). Con due sole partite perse nei 7 tornei del 2017, con Donskoy a Dubai e con Haas a Stoccarda e in entrambe con il matchpoint a favore! I dati, impressionanti, sarebbero infiniti: 19 Titoli del Grande Slam in 29 Finali, più 42 semifinali con 315 partite vinte, 102 partite giocate a Wimbledon, 93 tornei vinti in 141 finali. E via. I soldi, ieri 2 milioni e mezzo di euro, secondo Forbes oltre 300 milioni di dollari. Oggi è risalito a n.3 del mondo (per gli ultimi 12 mesi) ma nella “race’ deg 2017 è secondo dietro Nadal, a 550 punti.

 

Nessuno come Lui. Roger, trionfo con lacrime

 

Marco Lombardo, il giornale del 17.07.2017

 

Ha pianto come la prima volta, era quattordici anni fa. E tutto è cambiato, tranne lui l’immortale. Roger Federer ha vinto il suo diciannovesimo Slam, senza perdere neanche un set, battendo ancora una volta dei record: l’ottava volta sull’erba di Wimbledon è quella che lo rende come nessuno, più di Sampras, più di Renshaw. Così come il fatto che abbia 35 anni e 342 giorni, lo incorona come il campione più vecchio di Church Road, probabilmente il più grande. La foto scattata giusto un anno fa sul Capo Centrale più amato del tennis, spiega l’immensità dell’ennesimo trionfo che quasi tutti pensavano ormai impossibile: Federer a pancia in giù sull’erba che si arrende a Raonic e agli acciacchi. Ieri invece è stato tutto diverso nella partita probabilmente più ingiusta per celebrare il traguardo di un Campione Assoluto: Marin Cilic, il suo avversario, si è arreso il tre set (6-3, 6-1, 6-4) travolto anche da un malanno al piede sinistro. Ed anche lui ad un certo punto è finito in lacrime, di rabbia, sulla sedia di un cambio di campo diventato l’annuncio di una sconfitta. Non poteva però finire così, e lo stesso Marin – che nel 2014 battè lo svizzero della semifinale degli Us Open finendo poi per vincere il suo primo grande titolo – ha dimostrato la sua grandezza lottando anche contro se stesso, pure se sapeva che sarebbe stato tutto inutile per quel dolore «che non deve sminuire la vittoria di Roger» e che gli impediva gli spostamenti: «È quello che ho sempre fatto nella mia vita non ho mai mollato. Non potevo farlo neanche questa volta». Applausi L’ovazione invece è stata tutta per il Re, con la famiglia Federer – dai genitori, a Mirka di bianco vestita, fino ai quattro figli – schierata nell’angolo riservato al team per onorare il figlio, il marito, il padre, il campione. Sono state lacrime anche in quel caso, «perché mentre Charlene e Myla cominciano a divertirsi a venire a vedermi, Leo e Lenny ancora non capiscono molto: di sicuro per ora a loro piace molto vedere questo campo d’erba…». Leo e Lenny che però ora forse cominciano a capire il mestiere del loro papà, un po’ strano invero da raccontare a scuola eppure così conosciuto nel mondo. E allora, alla fine, il cerchio non poteva concludersi con l’eleganza di sempre, la compostezza nel sollevare ancora una volta quella coppa sulla quale l’orafo che tutti g’ anni parte in auto dalla Polonia il giorno prima della finale, ha scritto ancora una volta il suo nome. Cominciando già un paio di colpi prima dell’ultimo. «Quasi non ci aedo: otto volte… Se penso dov’ero un anno fa mi sembra tutto irreale, ma io non ho mai smesso di crederci. Questa è per la mia famiglia, per il mio team, perla Svizzera» ha concluso Federer. Pensando magari a quelli (vero McEnroe?) sicuri, due Slam fa, che non ne avrebbe più vinto uno. Anche a loro Roger ha detto «spero di tornare l’anno prossimo. Vincere qui a 40 anni? Dovrei restare in frigo per 300 giorni e poi uscire per giocare a Wimbledon». E per tutti è suonata quasi come una minaccia.

 

Se il tennis riconcilia con il mondo. II campione vince l’ottavo Wimbledon e straccia tutti i record

 

Alberto Di Majo, il tempo del 17.07.2017

 

Nell’epoca della rottamazione, del giovanilismo, della potenza a tutti i costi, la vittoria di Roger Federer a Wimbledon è una favola che travalica i campi in erba che dal 1922 ospitano il tempio del tennis. Per tante ragioni. La prima: Re Roger avrà 36 anni tra poche settimane. Seconda: è l’ottavo titolo che porta a casa nel circolo a sud ovest di Londra (il primo lo conquistò nel 2003) e ha già annunciato che tornerà il prossimo anno a difenderlo. Terza: nel suo leggendario cammino non ha perso un set (l’ultimo a cui riuscì un’impresa del genere fu Bjorn Borg nel 1976). Quarta: il gioco. Sublime, come al solito. L’eleganza, l’intelligenza, la costruzione del punto. La palla addomesticata come se fosse legata con un elastico alla racchetta nera che Sir Roger ha disegnato personalmente per la Wilson (chissà quante ne hanno vendute nonostante i suoi 340 grammi, peso proibito ai non agonisti). Quel rovescio, come si faceva una volta. Quasi un passo di danza. Alla faccia del colpo a due mani propagandato nelle scuole tennis (o di baseball?) come sinonimo di potenza e stabilità. Quinta: i punti. Il tennis è un gioco di testa (soprattutto di concentrazione) e di singoli quindici, alcuni decisivi. Durante la finale Federer ha fatto otto errori gratuiti. Otto, in tre set. Certo l’avversario, il croato Marin Cilic, non era in forma, si è temuto anche che si ritirasse a metà del secondo set dopo aver chiamato il fisioterapista (ormai è un rito per i tennisti, come l’insopportabile lancio dell’asciugamano). Sesta: il torneo di Wimbledon è il secondo Slam che lo svizzero ha vinto quest’anno (ha trionfato pure all’Australian Open). E vero che per prepararsi al meglio ha rinunciato alla stagione sulla terra (lasciandoci orfani anche a Roma) ma se questi sono i risultati, allora non si può dargli torto quando ieri alla fine dell’incontro ha ironizzato: «Si vede che le pause mi fanno bene». Settima: Federer torna numero 3 del mondo. E ancora lì. Quest’anno aveva ricominciato dalla diciannovesima posizione. Va avanti. Ottava: il comportamento. Impeccabile (a differenza degli inizi della carriera). Nona: il legame tra Federer e Wimbledon racconta una storia unica nell’epoca della «poligamia dei luoghi» imposta dalla globalizzazione. Non è un caso che lo svizzero abbia acquistato una casa a poca distanza per evitare di stare in albergo le due settimane del torneo. Decima ragione: la famiglia. La moglie Mirka sempre in tribuna e i quattro figli danno una dimensione corale del trionfo. Ovviamente ci potrebbero essere anche altri motivi per incoronare l’ennesima impresa di Roger come un’esperienza che riconcilia con il mondo e per definirlo il giocatore più forte di tutti i tempi. Ogni amante del tennis non faticherà a trovarne. Pochi giorni fa Alessandro Baricco ha scritto su Repubblica che «ci sono molti modi per scoprire cos’è la solitudine, ma solo due prevedono che lo si faccia in compagnia di un’altra persona e costretti in pochi metri quadri: il matrimonio e il tennis». In realtà di modi in cui si è «soli» in compagnia dell’avversario in spazi ristretti ce ne sono diversi, anche in altri sport: la boxe e la scherma, ad esempio. Piuttosto il miracolo di Federer è proprio aver costruito un mondo magico intorno a quella solitudine. Un mondo dove, come ha detto lui stesso, «se ci credi davvero puoi arrivare lontano».

 

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Paolini quasi alla pari del fenomeno Caroline (Bertellino, Tuttosport)

Una Jasmine Paolini di ottimo livello ha affrontato senza timori reverenziali la numero 5 del mondo e prima testa di serie nel Wta di Lione, Caroline Garcia, nei quarti. La toscana è rimasta incollata alla tennista di casa alzando il proprio livello e cedendo con un doppio 7-5 che fotografa perfettamente la sfida. La Garcia, campionessa delle ultime Wta Finals, ha centrato il passaggio allo step successivo del torneo strappando in entrambi i set il servizio all’azzurra nel dodicesimo gioco. La prima frazione si è chiusa con un preziosismo di Caroline, demi-volèe vincente su un passante non banale di Jasmine. Nel secondo set l’azzurra ha colto un break si portata a condurre sul 4-3 e servizio ma lo ha immediatamente restituito complice l’aggressività della rivale e un suo calo di rendimento. Non ha però mollato sotto il profilo nervoso l’azzurra e ha cercato di issarsi al tie-break, che avrebbe meritato per l’atteggiamento e la capacità di reggere l’urto con una delle giocatrici più talentuose del circuito. Garcia ancora sugli scudi nel fatidico game numero 12 e ostacolo superato. I sorrisi di fine gara di Jasmine hanno però fatto intendere quanto questa partita possa darle in termini di fiducia e convinzione, confermando la bontà del lavoro tecnico e mentale fatto in fase di preparazione della stagione appena avviata. […] Hanno preso il via ieri gli incontri della fase di qualificazione del World Group della Coppa Davis 2023 (Diretta tv Sky Sport Tennis), oggetto negli ultimi mesi di tante incertezze scaturite dalla rottura tra l’ITF e la società Kosmos. Subito a segno gli americani impegnati in casa dell’Uzbekistan. Il 2-0 dopo la prima giornata è stato fissato dalle vittorie di Tommy Paul, fresco di semifinale agli Australian Open, e del connazionale McDonald, rispettivamente contro Sultanov e Fornin. Sono invece in perfetta parità (1-1) Ungheria e Francia. I magiari, padroni di casa, sono andati a bersaglio con Fucsovics contro Humbert mentre il pareggio transalpino è arrivato dalla racchetta di Bonzi. Alcuni match prenderanno il via oggi, come quello tra la Croazia, che dovrà rinunciare per un problema alla spalla allo specialista del doppio Mate Pavic, e Austria. I croati sono privi anche di Marin Cilic. Parità dopo la giomata inaugurale tra Thailandia e Romania. Anche tra Germania e Svizzera. Sascha Zverev ha fermato Wawrinka in due set pareggiando i conti.

Apollo, l’Alieno e il Djoker, i “trivali” che sconvolsero il tennis (Paolo Condò, La Repubblica)

 

L’uscita di un libro di Sandro Modeo è sempre un piccolo evento nella bolla di ammiratori che, malgrado i suoi sforzi di sottrazione e sparizione siano degni di Salinger, continua a crescere orgogliosa. […]. Fin dal breve prologo di “I tre”, il saggio dedicato a Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic appena uscito per l’editore 66thAND2nd, si viaggia a velocità vertiginosa nei saliscendi di una mente spiazzante. Non è semplice restare a bordo, aggrappati alle proprie conoscenze – necessariamente variegate – per non venire sbalzati dalle accelerazioni logiche e dai salti di argomento. Ma quando arrivi al primo traguardo, la soddisfazione si respira a pieni polmoni. Reggo, dunque sono. E ne vuoi ancora, di quel cibo per la mente. […]Il postulato alla base del saggio è che i tre grandi tennisti siano raccontabili non soltanto come eccezionali individualità, ma anche come un’entità unica, una “trivalità” perfetta come il numero da cui deriva – da Pitagora a Tolkien, il gran ballo delle citazioni registra il tutto esaurito – e che ha irrobustito oltre misura le singole qualità. . La descrizione iniziale dei tre campioni, quella che ci accompagna per tutto il libro, è esemplare. Federer è l’Apollo Pitico, la statua che prende vita esprimendo il bello della classicità; Nadal è Venom, l’alieno che colonizza il corpo umano aumentandone a dismisura i poteri; Djokovic è il Djoker, il terzo incomodo che turba la rivalità perfetta tra lo Yin e lo Yang del tennis, “avvolgendo la contesa sotto il cielo dark di Gotham City”. Modeo risale alle sorgenti dei tre fiumi esplorando i rispettivi segreti e trovando la chiave di alcune stanze straordinariamente recondite: una per tutte, l’Ouverture 1812 di Cajkovskij, la musica che il Djoker mentalmente ascolta nei momenti di estrema difficoltà dei match, quando la sconfitta è a pochi quindici. La sua antica mentore, Jeca Gengic, l’aveva messa sul piatto al termine di una dura giornata di allenamento, quando Nole aveva sette anni, ottenendone una reazione potente, “Jeca, ho la pelle d’oca”. Al che lei lo aveva istruito a usare quel brano forte, a piena orchestra e con i cori da chiesa, come catalizzatore istantaneo di adrenalina. Il saggio è una sequenza di “Easter Eggs”, sorprese collegate fra loro attraverso un gioco di rimandi che chiama in causa le arti e i ricordi. David Foster Wallace col suo leggendario saggio su Federer è una presenza riverita e adiacente – non se ne può fare a meno – ma è trattato da stimolo, non solo da referenza: Modeo prende la definizione di “Mozart fuso con i Metallica” per esplorare i successivi scivolamenti dalla musica classica all’hard rock intervenuti nel tennis dello svizzero. Roger che non viene mai male nelle foto in movimento, come rileva Feliciano Lopez; Rafa in cui coincidono pazienza e resistenza, nel senso che se ha la pazienza di resistere all’impazienza ogni palleggio finisce con un suo punto; Nole che perpetra l’assassinio del secolo – Wimbledon 2019, i due match-point annullati a Federer – si guadagna l’odio assoluto come se avesse ucciso Bambi, e infine crolla davanti alla prima manifestazione di affetto popolare, riservatagli a New York nel momento in cui sfuma il Grande Slam. Il volume finisce con il sogno di un congedo al teatro di Epidauro, che per diversi motivi suonerebbe gradito a tutti e tre. Lì, conclude Modeo, “potremmo finalmente pensare ai Tre con la necessaria ambivalenza tra il senso di una nostalgia acuta e quello di una liberazione lungamente attesa”. Perché l’ultimo tributo è il desiderio di vederne altri tre

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Rassegna stampa

Paolini contro il tabù Garcia (Strocchi). Italia in campo a settembre (Giammò). Fognini: «Vinco l’ultimo torneo e mi dedico ai ragazzi» (Fiorino)

La rassegna stampa di venerdì 3 febbraio 2023

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Paolini contro il tabù Garcia (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

Missione compiuta. Per il 2° anno consecutivo Jasmine Paolini stacca il pass per i quarti nel torneo Wta 250 indoor di Lione. La 27enne di Bagni di Lucca (n.66 del ranking) al 2° turno ha dominato 6-2 6-3, in poco più di un’ora, la 18enne russa Erika Andreeva (n.134), promossa dalle qualificazioni. «Sono contenta della mia prova contro una giovane che sta crescendo, in particolare ho servito molto bene», il commento dell’azzurra. La toscana sfida nel pomeriggio la francese Caroline Garcia, n.5 del mondo e prima favorita del tabellone, che si è aggiudicata i tre precedenti confronti diretti. Sono tre gli italiani nei quarti del challenger sul cemento di Tenerife. A Roberto Marcora, opposto al sudafricano Lloyd Harris, si sono aggiunti Raul Brancaccio, che ha regolato 6-3 6-3 il britannico Daniel Cox, e Matteo Arnaldi, seconda testa di serie, impostosi 6-0 2-6 6-3 sul giapponese Shintaro Mochizuki. Oggi intanto prende ufficialmente il via la Cappa Davis 2023 con i dodici confronti del turno di qualificazione (2 singolari nella prima giornata, 2 singolari e un doppio la seconda, tutti su due set su tre). Le vincenti si uniranno ai campioni in carica del Canada, all’Australia, finalista, e alle wild card Italia e Spagna, già alla fase a gironi in calendario dal 12 al 17 settembre (gli azzurri saranno impegnati a Bologna). […] Dopo la fine prematura del contatto fra Federazione Internazionale e Kosmos restano però incertezze e preoccupazioni sul futuro della competizione nata nel 1900. «La salsa non ha preso, gli ingredienti di partenza non erano quelli giusti – sottolinea Arnaud Clement, ex capitano della Francia – e la Davis si è giocata nel più completo anonimato. Dopo un fallimento del genere, la virata deve essere molto marcata per risalire la china. Si dovrà trovare il format gusto». Nulla è stato deciso, sono allo studio diverse opzioni, tra cui la possibilità di tornare a match casa/trasferta e di organizzarla su due o tre anni. Tutto ciò mentre il gruppo guidato da Gerard Piqué ha annunciato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport per “rottura ingiustificata” del contratto.

Italia in campo a settembre (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Ha preso ieri il via con il preliminare tra Georgia e Bolivia l’edizione 2023 della Coppa Davis. Saranno 72 le squadre che fino a domenica si contenderanno un posto per la prima fase a gironi in programma a settembre, dislocata anche quest’anno in quattro città (Bologna, Glasgow, Valencia, Amburgo) e a cui sono già qualificate Canada, Australia, Italia e Spagna. Dal 21 al 26 novembre sarà poi ancora Malaga a far da cornice alle Final Eight, ultimo atto della stagione. L’ltalia, che l’anno scorso riuscì a qualificarsi alla fase ai gironi di Bologna grazie al successo ottenuto a Bratislava nel preliminare contro la Slovacchia, questa volta potrà programmare con più calma la sua marcia d’avvicinamento al grande appuntamento. Usciti imbattuti contro Svezia, Argentina e Croazia, la corsa degli uomini di capitan Volandri nella scorsa edizione si arrestò in semifinale contro i futuri campioni del Canada. Privi di Sinner con Berrettini reduce da un infortunio, e costretti in semifinale a dover rinunciare nel doppio a Bolelli, gli azzurri riuscirono tuttavia a battere ai quarti gli Stati Uniti, altri favoriti per la vittoria finale, dimostrando di avere numeri e profondità di squadra tali da poter ritentare l’assalto a un trofeo che all’Italia manca dal 1976. Per provarci occorreranno anche condizione e salute. Un anno fa, di questi tempi, Berrettini era sul punto di imbarcarsi per una trasferta americana da cui tornò con un infortunio alla mano che lo costrinse a saltare tutta la stagione sul rosso; Sinner aveva appena contratto il Covid, primo di una lunga serie di contrattempi che poi scandirono il suo 2022; e se a Bratislava fu Musetti a regalare il punto decisivo, nove mesi dopo toccò a Sonego, richiamato in extremis e prossimo alle vacanze, stupire grazie alle vittorie contro Tiafoe e Shapovalov. L’auspicio è che la necessità cui fu costretto capitan Volandri un anno fa possa in autunno tramutarsi in abbondanza. […]

Fognini: «Vinco l’ultimo torneo e mi dedico ai ragazzi» (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

«Nole è il più forte e i numeri lo testimoniano, ma è anche il meno amato dei Big Three. L’infortunio? Mi sono fratturato un dito». Schietto, genuino e senza filtri. Dopo la breve parentesi australiana condizionata dall’infortunio procuratosi al piede sinistro, Fabio Fognini è tornato ad allenarsi lunedì in vista della tournée sudamericana. L’azzurro, che di questi tempi gioco un anno fa la miglior partita della stagione con Pablo Carreño Busta, non vede l’ora di rientrare.

Come procede il recupero?

La risonanza ha evidenziato una frattura intra-articolare della falange. Fino alla scorsa settimana ero col tutore e ho dovuto osservare sette giorni di completo riposo. Adesso l’idea è quella di rientrare per Buenos Aires, un appuntamento a cui tengo molto. In Argentina mi sono sempre sentito amato. Tuttavia non voglio rischiare, giocherò soltanto se i medici mi daranno il via libera.

Un commento sulla vittoria d Novak Djokovic agli Australian Open?

È difficile trovargli un aggettivo adatto. Lo scorso anno non ha giocato due Slam e quattro Masters 1000, eppure si è qualificato lo stesso alle ATP Finals. Dopo tutto quel che è accaduto lo scorso anno a Melbourne, Nole è tornato e ha lasciato il segno. Lui, Roger e Rafa hanno monopolizzato il circuito e scritto la storia di questo sport.

Quale sarà II futuro del tennis?

I Next Gen giocano tutti bene e mi sembra che alcuni di loro stiano già bussando alla porta. Ci sarà una maggiore alternanza e un’egemonia meno radicata dell’ultimo decennio. Quest’era però sarà difficilmente replicabile. Nel fior fiore dei miei anni c’erano anche giocatori del calibro di Nalbandian, Safin, Ferrer. Scollinare la seconda settimana di uno Slam era quasi un’impresa. Con tutto il rispetto, penso che equivalga a un quarto di finale odierno. Non sarà semplice riproporre un livello medio così alto nel breve periodo. […]

Ha fondato un’agenzia di management per i più giovani.

Esatto, siamo operativi da un anno e mezzo. la Back To Next Management è nata con l’obiettivo di aiutare i ragazzi nel passaggio dai tornei juniores al professionismo. Al momento fanno parte del nostro team Flavio Cobolli, Matteo Gigante, Mattia Arnaldi e Andrea Pellegrino. Nel corso della mia carriera mi sono spesso messo il bastone tra le ruote e per questo motivo vorrei dar loro una mano affinché non commettano i miei stessi errori. Rimpianti? Non essere riuscito a sfruttare appieno il mio potenziale fisico. Me ne sono reso conto un po’ troppo tardi, soprattutto adesso che gioco con ragazzi che hanno quasi la meta dei miei anni. Col senno di poi penso di non aver gestito al meglio i tanti infortuni con cui ho avuto a che fare. Qualcuno al mio posto avrebbe detto la “capoccia”, ma io ho una visione opposta a riguardo. Magari se non fossi stato così probabilmente non avrei raggiunto questi risultati. Ognuno di noi è diverso con i suoi pregi e i suoi difetti. Non puoi chiedere a Fognini di esser Seppi e viceversa. Come si dice? Con i se e con i ma la storia non si fa…

Quale sarebbe la ciliegina sulla torta arrivato a questo punto della carriera?

Prima di salutare desidererei vincere un altro torneo per arrivare in doppia cifra. Non mi interessa tanto la città né il tipo di torneo, se un 250 o un 500, ma dimostrare a me stesso di essere ancora un giocatore competitivo ad alto livello. E poi c’è la Coppa Davis, anche se parliamo di una competizione a squadre. Il mio contributo penso di averlo sempre dato. […]

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Flash

Paolini, una leonessa a Lione. Adesso c’è l’esame Andreeva (Strocchi). Federer, Nadal e Djokovic i cannibali: 64 Slam in tre (Martucci). Djokovic re a Melbourne con una lesione di 3 cm (Secolo XIX).

La rassegna stampa di giovedì 2 febbraio 2023

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Paolini, una leonessa a Lione. Adesso c’è l’esame Andreeva (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

Parte con il piede giusto Jasmine Paolini nel torneo Wta 250 di Li (monteprerni $ 239.477, diretta tv su SuperTennis). Sul veloce indoor del Palais des Sports de Gerland la 27enne di Bagni di Lucca (n.66 del ranking mondiale), giunta nei quarti lo scorso anno, ha sconfitto 6-3 6-2, in un’ora e 11,’ la 23enne spagnola Rebeka Masarova (n.100), passata attraverso le qualificazioni ma finalista ad Auckland a inizio stagione. “Sono contenta del risultato: è un’avversaria molto dura, che gioca bene e colpisce davvero forte – il commento dell’azurra – Sono soddisfatta della mia prestazione e per come ho servita. Questo torneo mi piace, è ben organizzato e qui gioco sempre bene».

[…]

 

Intanto Alexander Zverev si dice favorevole a un eventuale ritorno di Boris Becker, già direttore del settore maschile dal 2017 al 2020, in seno alla Federtennis tedesca dopo la sua scarcerazione a dicembre (era stato condannato in Gran Bretagna per bancarotta fraudolenta). «Boris è molto importante per il nostro tennis e accetteremo sempre il suo aiuto, possono averne bisogno giocatori, allenatori o dirigenti», dice il 25enne di Amburgo alla vigilia del turno di qualificazione di Coppa Davis con la Svizzera (domani e sabato a Treviri). Nel challenger sui cemento di Tënerife raggiunge i quarti Roberto Maroara (1-6 7-56-3 all’argentino Santiago Rodriguez Tàvema) e domani sfiderà il sudafricano Lloyd Harris, che ha rimontato Francesco Pasaaro (3-6 6-47-5), n.1 del seeding. Oggi 2° turno per Raul Brancacdo, Riccardo Bonadio e Matteo Arnaldi.

Federer, Nadal e Djokovic i cannibali: 64 Slam in tre (uno in più di tutti gli altri) (Vincenzo Martucci, Il Messagero)

Parola di re. Super Djokovic non è soddisfatto: non gli bastano il decimo urrà agli Australian Open, il nuovo primato del torneo, l’aggancio a Nadal a quota 22 Slam-record e la riconquista del numero 1 del mondo. E nemmeno il nuovo straordinario risultato dei Fab 3 insieme: a Melbourne, partendo da Wimbledon 2003, hanno portato a 64 i Majors vinti (coi 22 di Rafa e i 20 di Roger), superando il bottino degli altri protagonisti del tennis che, in 29, negli ultimi 32 anni, cioé dal 1991, sono arrivati a 63. Graziato dei 3 anni di automatica espulsione dall’Australia per i documenti “No Vox” presentati l’anno scorso, Re Noie I di Sèrbia si è detto vittima dei media e ora insiste sull’ entità dell’infortunio muscolare all’adduttore sinistro. «Ha giocato con uno strappo di 3 centimetri», ha dichiarato il direttore del torneo, Craig Tinley.

[…]

E povero soprattutto Federer, i cui 8 titoli a Wimbledon sono fortemente a rischio, con Novak a 7. NUMERO 1 – Sul tema-GOAT, il migliore di tutti i tempi, Djokovic sta demolendo i rivali: pari come Slam a Rafa, pari come ATP Finals a Federer (a quota 6), ha vinto più Masters 1000, i super tornei varati nel 1990 dall’ATP Tour, secondi solo ai 4 Slam come partecipazione e dotazione di premi. Djokovic ha firmati 38 titoli, contro i 36 di Nadal e i 28 di Federer 28; ha chiuso inoltre il Golden Masters alla carriera, aggiudicandoseli tutti almeno due volte. Di più: ha chiuso 7 stagioni-record al numero 1, contro le 5 di Roger e Rafa ed è stato per più settimane al comando della classifica di loro. Ha appena intrapreso la 374a settimana sul trono dell’ATP Tour, contro le 310 di Federer e le 209 di Nadal – che, sommate, arrivano a 893, l’equivalente di 17 anni! – , e vede il record assoluto del tennis, 377 settimane al vertice di Steffi Graf, da quando esiste il sistema di classifica del computer, dal 1973. Se è vero poi che Nadal è stato stoppato da tanti infortuni, le recenti penalizzazioni di Djokovic sono altrettanto evidenti. Non per problemi fisici quanto per la determinazione a non vaccinarsi contro il Covid e per la decisione dell’ATP di non assegnare punti a Wimbledon per punire il torneo per il no a russi e bielorussi per l’invasione dell’Ucraina.

[…]

 Djokovic re a Melbourne con una lesione di 3 cm (Secolo XIX)

Novak Djokovic non fingeva. Dopo le parole di Goran Ivan isevic rilasciate a caldo dopo la vittoria del serbo in finale con Tsitsipas – «II 97% dei giocatori si sarebbe ritirato, ha fatto 77 terapie al giorno»-adesso arriva la conferma di Craig Tiley, CED di Tennis Australia: «Ha giocato con una lesione dl tre centimetri al tendine del ginocchio. Lo posso conferma re, ho visto gli esami – ha detto il direttore degli AO- Ci sono state molte speculazioni perché è difficile credere che possa aver vinto sopportando quel tipo di Infortunio. Ne ha passate tante e credo che nessuno riuscirà mala vincere 10 Australian Open». Djokovlc, tornerà in campo a fine mese a Dubai.

[…]

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