Nei dintorni di Djokovic: Aleksandra Krunic ha messo la testa a posto

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Aleksandra Krunic ha messo la testa a posto

Tre anni fa gli ottavi agli US Open dalle qualificazioni. Ma dopo un anno in top 100, Aleksandra Krunic era sparita. Flushing Meadows l’ha fatta di nuovo tornare protagonista e stavolta non vuole ripetere gli errori del passato: “Ora accetto di non poter essere perfetta”

Pubblicato

il

Quello appena passato è stato proprio un gran bel settembre per Aleksandra Krunic. La tennista serba ci ha infatti infilato, nell’ordine, il terzo turno agli US Open, con la vittoria al primo turno sulla testa di serie n. 7 Johanna Konta, il quarto di finale a Tokyo, la finale a Guangzhou ed un altro quarto a Tashkent. L’exploit settembrino ha permesso alla 24enne nata e cresciuta a Mosca – dove i genitori, serbi, si sono trasferiti per motivi di lavoro – di raggiungere lunedì scorso il suo best ranking, n. 53 WTA (e questa settimana è sempre lì attorno, al n. 54). Con la soddisfazione aggiuntiva di essere diventata la n. 1 serba ed anche l’unica giocatrice del suo paese nella top 100, dato il contemporaneo crollo verticale in classifica di Jelena Jankovic, che in un mese ha perso quasi settanta posizioni ed è sprofondata al 136esimo posto. Ma i segnali della rinascita di Aleksandra Krunic erano già iniziati a giugno, con la prima vittoria in un torneo WTA, il 125s di Bol, ed erano continuati con i quarti a Baastad a luglio e la vittoria su Ostapenko a Cincinnati in agosto.

Parliamo di rinascita, perché di Aleksandra si era iniziato a parlare tre anni fa proprio in occasione degli US Open, quando dopo aver superato le qualificazioni si spinse sino agli ottavi di finale, eliminando giocatrici come Keys e Kvitova, prima di arrendersi solo per 6-4 al terzo a Vika Azarenka. Un risultato che la proiettò a ridosso delle top 100, dove entrò stabilmente pochi mesi dopo, a dicembre, in seguito agli ottavi raggiunti nel torneo Premier della sua città natale e alla vittoria in un torneo ITF in Turchia. In quel momento sembrava proprio che la 21enne Krunic fosse l’ennesimo talento serbo destinato ad affermarsi, dato che in quel periodo il paese balcanico poteva già contare sulle due campionesse affermate Ivanovic e Jankovic, che gravitavano a ridosso della top 10, e sulla giovane Bojana Jovanovski, classificata tra le prime quaranta al mondo. In quell’occasione Aleksandra aveva raccontato il motivo per cui per un anno e mezzo era rimasta attorno alla centocinquantesima posizione mondiale prima che a New York in lei scattasse qualcosa. Era una questione di testa.
“A New York sono stata più tollerante con me stessa: di solito sono una perfezionista e quando qualcosa non va perfettamente, reagisco come se la cosa non mi interessasse. Ma in campo tutto va alla perfezione al massimo in cinque partite all’anno. A New York sono scesa dal mio piedistallo: tutti sbagliano, posso sbagliare anch’io“ disse per spiegare cosa era accaduto dentro di lei per consentirle di alzare il livello del suo gioco e raggiungere quei risultati.

La prima metà del 2015 confermava la crescita della tennista di origine moscovita, che si faceva nuovamente notare a livello Slam raggiungendo il terzo turno al suo esordio nel main draw di Wimbledon, dove eliminava una dopo l’altra le campionesse in carica del doppio, Roberta Vinci e Sara Errani, prima di arrendersi a Venus Willams. Subito dopo arrivavano i quarti a Bucarest e la posizione n. 62 del ranking e sembrava che l’obiettivo dichiarato ad inizio stagione – “Voglio entrare nella top 50” – fosse ormai a portata di mano. Invece Aleksandra, d’improvviso, si fermava. Infilava sei sconfitte consecutive al primo turno e i suoi sogni di gloria svanivano. I quarti di finale a Linz le consentivano di arrestare temporaneamente il crollo in classifica, ma tra la fine del 2015 e i primi quattro mesi della stagione successiva un’altra striscia negativa di otto tornei in cui non arriva mai al secondo turno del main draw, la facevano scivolare oltre la 120esima posizione mondiale. C’è da dire che in quel periodo si era messo di mezzo anche un problema di salute, dato che si era dovuta operare per asportare un tumore – benigno – alla tiroide.

 

Nel prosieguo della 2016 raggiungeva in tre occasioni i quarti di finale a livello WTA, ma Aleksandra sembrava tornata quella di più di due anni prima, quella che in campo si complica un po’ la vita da sola. Anche la classifica certificava questa regressione, dato che era tornata esattamente al punto in cui si trovava prima di quei fantastici US Open 2014: attorno alla 150esima posizione mondiale. Si era trattato di una meteora? Aleksandra Krunic era stata una delle tante giocatrici di talento che avevano assaggiato per un po’ il dolce sapore della top 100 e poi, nonostante le potenzialità, si erano perse nelle retrovie?
Sicuramente il suo tipo di tennis non l’aveva aiutata. Una giocatrice alta 1,63 non può certo metterla sulla potenza contro avversaria a cui rende centimetri e chili, ma deve fare affidamento sul suoi punti forti: la rapidità negli spostamenti, l’agilità fisica e la grande varietà di gioco. E per variare il gioco e mettere in difficoltà chi può spazzarti a suon di bordate da fondo campo devi essere sempre lì con la testa, concentrata e attenta.

E Aleksandra si è messa lì. Non si è arresa e ha lavorato per indirizzare correttamente la sue energie mentali in campo. Come ha raccontato al sito WTA dopo la vittoria contro Konta al primo turno a New York.
“Ho cercato di lavorare in modo di non “incasinarmi” da sola. In silenzio, si tratta di star zitta e giocare. Come mi dice spesso la mia allenatrice (l’ex giocatrice olandese Elise Tamaela, ndr): “Alex, semplicemente taci! È un gioco.” Ecco, fino a quando capisco che è solo un gioco, va bene.”

Non è stato facile ed il processo non si può dire certo dire sia stato completato, tanto che deve usare qualche espediente per tenere tutto sotto controllo.
“Nella mia testa, semplicemente ripeto a me stessa: il prossimo punto, il prossimo punto. Anche se mi arrabbio per le decisioni che ho preso, faccio il mio “bla bla” per una decina di secondi – non funziono senza quello – o mi rivolgo al mio team. Dico a qualcuno, che ne so, “hai un terribile taglio di capelli”, e dopo vado a giocare il punto successivo. Sembra un po’ schizofrenico, ma è ok, e sto migliorando.”

Un passaggio fondamentale è stato quello di decidere finalmente di seguire l’istinto, invece di rimanere invischiata in quel suo chiacchiericcio mentale.
“Io ho sempre seguito il mio istinto in tutto, eccetto che sul campo da tennis. A 24 anni ho finalmente capito che questo non aveva molto senso. Farci affidamento fuori dal campo ma non dentro era completamente sbagliato per me. Sto finalmente cercando di trovare la mia strada, affinché il mio fisico, il mio talento, tutto quello che mi è stato dato e quello per cui ho lavorato diventino una cosa sola.”

E anche quello di lasciar andare il suo eccessivo perfezionismo, questa volta definitivamente.
“Ora accetto  di non essere perfetta. Ovviamente in campo sono una perfezionista, ma è veramente dura cercare di raggiungere qualcosa che non si può raggiungere. Ora so che la perfezione è una cosa che non esiste.”

Per arrivare a fare questo salto a livello mentale la tennista serba si è affidata ad uno specialista, come ha rivelato in un’intervista concessa qualche settimana fa ad un magazine serbo.
“Biljana Veselinovic, che è stata la mia allenatrice, mi ha indirizzato da uno psicoterapeuta e questa persona mi ha aiutato per quanto riguarda la mia vita personale, il mio perfezionismo. Andare da lui per una terapia cognitivo-comportamentale è stata la cosa più intelligente che ho fatto, il miglior investimento del mio tempo e dei miei nervi. Questo, ovviamente, ha avuto impatto anche sulle mie prestazioni, sono molto grata per tutto ciò. Sarò sincera, la mia mente mi ha frenato molto. Non posso colpire la palla forte come molte delle mie avversarie, mi è servito un po’ più di tempo per mettere a posto tutti i tasselli nella mia testa. Mi mettevo a pensare se giocare un colpo oppure un altro e poi alla fine ne sceglievo un altro ancora. Adesso tutto questo è cambiato, in meglio.”

In un percorso di crescita come quello intrapreso da Krunic, la fiducia in se stessi e l’autostima sono fondamentali, perché più aumentano e più danno stimoli ed energia per continuare sulla strada intrapresa. E da questo punto di vista, le vittorie contro delle top player, come quelle citate contro Ostapenko a Cincinnati e Konta a New York, sono paragonabili ad iniezioni di dosi massicce di fiducia e sicurezza nelle proprie possibilità.
“Al termine di match come questi ho tanti motivi per credere che anch’io, un giorno, potrò essere lì se continuo a lavorare in questo modo. Entro la fine dell’anno vorrei entrare tra le prime cinquanta. Non ho molti punti da difendere, credo sia una cosa fattibile.”

Curioso come la tennista originaria di Mosca si ritrovi di nuovo ad un punto in cui era già arrivata, sempre a poco più di due anni di distanza. Come detto, anche nell’estate del 2015 la top 50 sembrava infatti una cosa fattibile. Ma questa è una Aleksandra Krunic diversa, che sta dimostrando di aver imparato dai propri errori e di sapere come si fa a non replicarli ripartendo dallo stesso punto. Questa ha messo la testa a posto.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Nei dintorni di Djokovic: i Sabanov Twins, una favola “jugoslava”

Cresciuti in Serbia, trasferitisi in Croazia a 15 anni (“Non siamo serbi o croati, ma un mix”), dall’anno scorso si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. Dove in aprile, da wild card, i gemelli Matej e Ivan Sabanov hanno vinto il loro primo titolo ATP in doppio. A 28 anni, dopo tanto impegno e tanti sacrifici. “Ma questa vittoria ci ripaga di tutto”

Pubblicato

il

Ivan e Matej Sabanov - ATP Belgrado (foto: Marko Djokovic/Starsport©)

Sebbene la disciplina del doppio non riscuota ormai da tempo l’attenzione e l’interesse che gli appassionati e gli addetti ai lavori riservano al singolare, lo scorso aprile ha comunque destato grande sorpresa e curiosità la vittoria nel torneo ATP di Belgrado dei fratelli Matej e Ivan Sabanov. Nomi pressoché sconosciuti a tutti coloro che non hanno una particolare predilezione per i doppi a livello Challenger o il tennis balcanico, i 28enni gemelli Matej e Ivan – ad inizio torneo appaiati al n. 169 e fino ad allora con un best ranking di n. 154 della classifica ATP di doppio – erano entrati nel tabellone principale del Serbia Open grazie la wild card ottenuta per intercessione di Novak Djokovic, in considerazione del fatto che dallo scorso anno i due si allenano presso l’Accademia del n. 1 del mondo a Belgrado. Ovvero proprio su quei campi dove hanno trionfato alla loro quinta partecipazione in un torneo del circuito maggiore, battendo in finale per 6-3 7-6 la coppia uruguaiano-ecuadoregna composta da Ariel Behar e Gonzalo Escobar, top 50 nella classifica ATP e attualmente al settimo posto nella Race di doppio.

E così, tra quello che sapevamo di loro prima e quello che abbiamo scoperto grazie alle loro risposte nella conferenza stampa post-finale, in primis alle domande del Direttore Scanagatta, è venuta fuori una bella storia da raccontare. Una storia di passione, impegno e sacrifici. Passione per il tennis, impegno e sacrifici per raggiungere il loro obiettivo: diventare dei tennisti professionisti. “Questa vittoria ci ripaga di tutto“ hanno ribadito più volte Matej e Ivan, quasi increduli, durante la conferenza stampa. Raccontiamo un po’ di questo “tutto”, partendo dall’inizio.

DA SUBOTICA AD OSIJEK E LA RINUNCIA AL SOGNO AMERICANO

Matej e Ivan iniziano a giocare da piccoli a Subotica, la cittadina di circa 100.000 abitanti della provincia autonoma serba della Vojvodina, a pochi chilometri dall’Ungheria, dove sono nati. Merito del nonno, che nel giardino della casa di famiglia realizza un campo da tennis dove Matej e Ivan, insieme agli altri due fratelli Aleksandar e Nikola, passano le ore a sfidarsi. A quindici anni per i gemelli Sabanov arriva un grande cambiamento: devono trasferirsi (“Era un periodo economicamente difficile” ricordano) e dalla Serbia si spostano in Croazia, ad Osijek, dove la mamma, professoressa di latino e greco, insegnava alle superiori.

Se dal punto di vista personale sarà stato verosimilmente difficile lasciare la città dove sono cresciuti e gli amici di infanzia, dal punto di vista tennistico il trasferimento rappresenta invece un bel passo in avanti, dato che le condizioni per allenarsi ad Osijek sono indubbiamente migliori. Basta evidenziare il fatto che mentre a Subotica non c’erano campi coperti, nel capoluogo della regione della Slavonia – dove è stato plasmato il talento di una top 40 WTA come Donna Vekic – i gemellini possono allenarsi ogni giorno, anche d’inverno.

Hrvatska braća Bryan pokorila Beograd za prvi ATP naslov! | 24sata
Matej e Ivan al Tennis Club Osijek nel 2019 (foto: Dubravka Petric/PIXSELL)

Qualche anno dopo, terminate le superiori, Matej e Ivan si trovano a dover prendere delle decisioni importanti. Hanno già iniziato da un paio d’anni a giocare nei Futures, ma considerato che la famiglia non naviga certo nell’oro, l’unica strada per continuare a giocare e a migliorare pare quella di trasferirsi negli Stati Uniti, dove grazie ad una borsa di studio potrebbero far conciliare lo studio universitario ed il tennis. Una decisione che sembra ormai definitiva: gli accordi erano stati trovati, i documenti erano a posto, avevano già i biglietti per l’aereo. Ma… C’era un ma. Anzi più d’uno.

A partire dal fatto che per la prima volta nella vita i gemelli avrebbero dovuto separarsi, dato che erano stati accettati in due college diversi, uno in California e l’altro in Mississipi. E che le loro borse di studio non erano “Full Ride”, con costi cioè totalmente a carico delle Università, ma erano parziali, e quindi la permanenza negli Stati Uniti avrebbe comportato comunque un impegno economico da parte dei loro genitori. Ma soprattutto perché il loro sogno era diventare dei tennisti professionisti. “Passavamo le notti a guardare i video, a vedere le partite dei grandi campioni come Novak, Roger e Rafa. Volevamo diventare come loro, diventare dei professionisti. E così abbiamo rinunciato il giorno prima di partire”.

 

CHE L’AVVENTURA ABBIA INIZIO

Inizia così il percorso nel tennis professionistico dei gemelli Sabanov – difficilmente riconoscibili fuori dal campo, se non perché Matej è alto un centimetro in più, mentre in campo è più facile distinguerli perché Matej gioca il rovescio a due mani e invece Ivan con una sola – e come potrete immaginare, considerato che non si tratta di due predestinati (i primi punti ATP, in singolare, arriveranno a 19 anni suonati), non è certo uno dei percorsi più semplici. A confermarlo, i tantissimi aneddoti che li hanno visti protagonisti. A partire da quello per finanziare una tournée in Sudamerica. “Non avevamo i soldi per affrontare la trasferta. Chiedemmo un prestito in banca, ma non avendo un lavoro non ci fu concesso. Ci aiutò una zia, sorella di nostra madre, che lavorando lo ottenne e ci diede i soldi”.

Un investimento che però nel breve periodo non si rivela fruttuoso, dato che i gemelli nel bel mezzo della tournée, dopo una sconfitta al secondo turno in un torneo a Rio De Janeiro, si ritrovano senza nemmeno i soldi necessari per tornare a casa. “In quel momento ci sembrò la fine del mondo, credevamo saremmo morti lì”. Invece tutto finisce per il meglio e i due riescono a rientrare in Europa, continuando a inseguire i loro sogni. Per riuscire ad auto-finanziarsi i due fratelli le escogitano proprio tutte: dalle più ovvie, come il dormire insieme in camera condividendo il letto (“Siamo nati insieme, per noi è naturale”), a quelle meno scontate, come il dormire in auto quando i soldi per quella camera non c’erano proprio (“Abbiamo sofferto anche il freddo, ma non ci siamo arresi”).

O come il girare per tornei con la macchina incordatrice per incordare le racchette degli altri giocatori (“Chiedevamo cinque euro invece del prezzo standard di dieci euro, quindi tutti venivano da noi”) e partecipare ai campionati a squadre in giro per l’Europa che pagavano il gettone di presenza (“Andavamo a giocare dovunque, in Germania, Francia, Italia e Ungheria, viaggiavamo di notte e dormivamo in macchina pur di guadagnare qualcosa”). Riuscendo così anche a restituire i soldi alla zia, come hanno confermato su esplicita domanda del Direttore. “Sì, ci abbiamo messo un paio d’anni, ma il prestito l’abbiamo ripagato”.

I fratelli Sabanov al Challenger di Ortisei nel 2015 (fonte: tennis-valgardena.com)

SI FA SUL SERIO. MA CON IL “PEZZO DI CARTA” IN MANO

I fratelloni cominciano a farsi notare in doppio a livello ITF tra il 2013 ed il 2014, arrivando tantissime volte in finale e in semifinale. Anche qui, spulciando tra i loro risultati sul sito ATP, saltano fuori diverse curiosità. Come quella che il primo torneo ITF di doppio non lo vinsero in coppia, ma Matej lo conquistò nel 2012 insieme al tennista serbo Ivan Bjelica, che dallo scorso anno è diventato loro allenatore (insieme al loro fratello maggiore Aleksandar), da quando cioè si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. E che lo stesso Matej nel 2013 perse in finale in due tornei ITF di fila in Serbia, il primo insieme a Bjelica e il secondo con Ivan (inteso come suo fratello: certo che ci mancava solo il compagno di doppio con lo stesso nome di battesimo del gemello in questa storia, ndr), sconfitto dall’inglese Matthew Shore che nel primo torneo fece coppia con Marko Djokovic e nel secondo con Djordje Djokovic, i due fratelli di Novak, quest’ultimo direttore del Serbia Open (e il primo autore della foto iniziale dell’articolo, ndr).

La prima vittoria firmata Sabanov/Sabanov giunge nel luglio 2014 alla settima finale ITF insieme, sempre in Serbia, ma il primo vero salto di livello arriva circa quattro anni dopo, con l’approdo in pianta stabile nel circuito Challenger. A onor del vero i primi risultati nei Challenger erano già arrivati nel 2015, con tre semifinali in Italia (Cortina, Como, Ortisei), ma a partire dalla seconda metà del 2016 (dopo altre due semifinali) i due non erano stati in grado di confermarsi a quel livello, anche perché in quel periodo avevano deciso di focalizzarsi anche su qualcos’altro oltre al tennis.

Perché i gemelli volevano continuare ad inseguire il loro sogno, supportati in ogni modo possibile dai genitori – cosa non mancheranno di ricordare, ringraziandoli, nelle dichiarazioni subito dopo la vittoria belgradese – ma avevano comunque la testa sulle spalle e capivano che c’era da pensare anche al futuro. Tanto che tra un torneo e l’altro (in prevalenza nuovamente a livello ITF, che comportavano trasferte meno lunghe) riuscivano a completare ii ciclo di studi e a conseguire la laurea triennale alla Facoltà di Economia di Subotica, dove nel frattempo erano tornati a vivere. Ma a fine 2017, ottenuto il “pezzo di carta” e dopo che i sette tornei vinti nel corso della stagione – tra i quali quello a Lagos, in Nigeria, battendo un’altra coppia di gemelli, gli indiani Chandril e Lakshit Sood – avevano confermato che ormai il circuito Future stava loro stretto, arriva la prima finale Challenger a Bangalore, in India.

Ivan e Matej Sabanov com Chandril e Lakshit Sood | Raquetc
Con i gemelli Sood al Future di Lagos nel 2017 (fonte: Internet)

È un momento di svolta, anche economica. “Diciamo che da quel momento non abbiamo più perso soldi, dato che nei Challenger l’albergo è pagato dal torneo e quindi quello che guadagniamo possiamo investirlo per il torneo successivo”. Insomma, niente più notti passate a viaggiare e dormire in auto. Sebbene anche la vita dei doppisti Challenger riservi le sue sorprese, sia chiaro. Come quando in Brasile, a causa di un temporale, il loro match fu spostato in un tennis club vicino ad una foresta e sul campo arrivò ogni tipo di animale, comprese delle scimmie che si misero a rubare le palline!

Quello è anche il periodo in cui decidono di dedicarsi pressoché esclusivamente al doppio, considerato il fatto che la classifica di doppio consentiva loro di accedere ai tornei Challenger, mentre quella in singolare li relegava ancora a livello Future. E questo nonostante il fatto che qualche soddisfazione erano stati in grado di togliersela anche scendendo in campo da soli. Matej, ad esempio, nel 2014 vinse un Future in Serbia battendo in semifinale un 19enne Laslo Djere e ancora nel 2017, in un Future in Ungheria, si arrese solo al terzo ad Attila Balasz, ai tempi già in zona top 200 e due anni dopo finalista all’ATP di Umago. Ma allenandosi spesso con giocatori come Krajinovic e Lajovic, i gemelli di Subotica confermano quella che spesso viene indicata come la differenza principale tra un professionista tra i primi 100-200 del mondo e un giocatore relegato nelle retrovie della classifica: non le qualità tecniche in sé, ma la capacità di esprimerle in maniera continuativa giocando costantemente ad un certo livello. Cosa che invece a loro in singolare riusciva solo in saltuariamente.

DAI BAGEL “SLAM” AL TRIONFO DI BELGRADO. CON L’AIUTO DI MIKE E NOLE

Dopo la finale in India i Sabanov devono però attendere un anno e mezzo abbondante e ben ventuno tornei, in giro tra Asia ed Europa, per imporsi per la prima volta in un torneo del circuito cadetto, a San Benedetto del Tronto nel luglio 2019 (la settimana dopo, vincendo a Pontedera, arriveranno a quota 23 a livello Future). E chissà se per riuscirci un’ulteriore spinta motivazionale, magari inconscia, non sia arrivata da quello che avevano visto accadere al Roland Garros poche settimane prima, dove ad imporsi era stata la coppia tedesca Krawietz/Mies, che i gemelli di Subotica avevano clamorosamente sconfitto per 6-0 6-0 appena nove mesi prima, nei quarti del Challenger di Banja Luka.

In un’intervista di qualche tempo fa, infatti, pur sottolineando con grande onestà che si trattò di un evento del tutto fortuito e fortunoso (“A noi quel giorno in campo riusciva veramente tutto, mentre loro si innervosirono subito per alcuni errori, e così è andata come è andata. Ma la settimana prima avevano vinto un Challenger molto forte a Genova e la settimana dopo ne vinsero subito un altro in Romania), Matej ed Ivan avevano ammesso che la cosa non gli era stata indifferente (“Dopo averli visti vincere a Parigi, quella notte non dormimmo, ci ritrovammo a passeggiare e a farci tante domande, a chiederci se eravamo normali…”).

Immagine
La vittoria al Challenger di San Benedetto nel 2019 (fonte: Twitter)

Sta di fatto prima della fine dell’anno conquistano altre due finali Challenger e ancora un’altra ad inizio 2020, poco prima che la pandemia congeli il tennis e le vite di tutti. Risultati che permettono a Matej e Ivan di entrare definitivamente tra i top 200 in doppio, livello che avevano raggiunto solo per qualche settimana un paio d’anni prima, dopo la finale di Bangalore.

Ed ecco che i primi sogni cominciano a realizzarsi. Come quello di incontrare i propri idoli, i leggendari fratelli Bryan, ai quali i fratelli di Subotica devono il loro soprannome, i “Bryan croati”, coniato dai soci del Tennis Club Osijek che vedevano giocare tutti i giorni questi due promettenti gemelli adolescenti. O quantomeno incontrarne uno, Mike, il recordman assoluto di titoli Slam in doppio, diciotto, dato che ai sedici vinti con il gemello Bob tra il 2003 ed il 2014 ne ha aggiunti due in coppia con Jack Sock nel 2018, quando Bob dovette fermarsi per l’infortunio all’anca.

Da quando abbiamo iniziato a giocare il doppio assieme, i Bryan sono stati il nostro punto di riferimento, i nostri idoli. E abbiamo sempre avuto il desiderio di conoscerli. Ci siamo riusciti lo scorso anno con Mike. La moglie di Mike è slovacca ed il manager dei Bryan ci ha organizzato uno stage in Slovacchia, dove abbiamo avuto l’opportunità di allenarci con lui per una settimana. Ci ha dato moltissimi consigli e ha detto che abbiamo un buon potenziale. Che dovevamo continuare a lavorare sodo e avremmo avuto la nostra occasione. Ed è accaduto qui a Belgrado”.

O quello di venir invitati ad allenarsi alla sua Accademia proprio da uno di quei campioni di cui da ragazzini cercavano di rubare i segreti guardando ore e ore di video, Novak Djokovic. “Abbiamo conosciuto Djokovic lo scorso anno al torneo di Vienna, e ci ha invitato a venire ad allenarci qui, nel suo club a Belgrado, dove le condizioni sono fantastiche e abbiamo potuto allenarci intensamente tutto l’inverno. Siamo veramente grati a Nole”.

PER SEMPRE FRATELLI. CHE SOGNANO INSIEME

Certo di strada da fare ce n’è ancora, se consideriamo che i due non solo non hanno uno sponsor per l’abbigliamento tecnico, come hanno spiegato al Direttore che aveva fatto una domanda al riguardo (“Abbiamo un po’ di materiale tecnico della Fila solo perché ce li manda un manager dalla Germania, ma a titolo personale”), ma addirittura neanche per le racchette (“In Croazia ed in Serbia non è facile ottenere un contratto di sponsorizzazione”), tanto che giocano uno con le vecchie racchette di Krajinovic, l’altro con quelle di Djere, di cui sono buoni amici oltre che compagni di allenamento a Belgrado.

Alla scherzosa considerazione di Ubaldo che magari potevano chiedere a Djokovic anche qualche racchetta, dato che molto probabilmente ne ha a disposizione un numero maggiore rispetto ai suoi due connazionali, Matej ed Ivan hanno risposto sorridendo che non era il caso, poiché quasi sicuramente erano troppo pesanti per loro. In effetti, difficile dare loro torto: le Speed Pro di Nole, 350 grammi abbondanti incordate, risulterebbero verosimilmente poco maneggevoli per due doppisti, oltretutto non particolarmente potenti dal punto di vista fisico (1,80 per 74 kg).

Non poteva ovviamente mancare una domanda sul fatto che la loro vita e la loro carriera sono caratterizzate anche dall’aver fatto la spola tra Serbia e Croazia. La loro risposta sembra un tuffo in un passato non tanto remoto, quando popoli che poi una guerra sanguinosa avrebbe diviso si ritenevano fratelli. “Siamo nati in Serbia, abbiamo vissuto in Croazia ed ora siamo tornati in Serbia. Nostro padre è croato, nostra madre è serba. Noi siamo un mix e ci piace che sia così. Non ci piace essere identificati specificatamente come croati o come serbi. Siamo tutti uno stesso popolo, non vediamo delle differenze.”

Ma Matej e Ivan fratelli lo sono e lo saranno per sempre. Uniti non solo dal profondo e speciale legame che si instaura tra due gemelli, ma anche da quegli obiettivi che vogliono raggiungere insieme su un campo da tennis. Di tempo ce n’è, come ha fatto notare loro il Direttore nella sua ultima domanda, dato che la carriera dei doppisti di alto livello al giorno d’oggi può durare fino ai quarant’anni ed anche oltre. E la sensazione è che la vittoria al Serbia Open sia solo l’inizio della favola dei Sabanov Twins.

Ivan Sabanov, Matej Sabanov
La gioia dopo la vittoria a Belgrado (foto: Starsport©)

I “Bryan croati” – che forse a questo punto sarebbe più giusto chiamare serbo-croati o, con un termine proveniente da quel passato che non esiste più, jugoslavi – hanno ancora tanti sogni da realizzare su quel campo da gioco che hanno iniziato a calpestare più di vent’anni fa, nel giardino della loro casa di Subotica. “A parte il montepremi e i punti” – rispettivamente quasi 35.000 euro, cifra pari più o meno a quella che avevano vinto complessivamente nel loro miglior biennio finora (2018-2019), e 250 punti, grazie ai quali sono arrivati tra i primi 150 doppisti al mondo e al best ranking di n. 122 – “la vittoria di Belgrado ci dimostra che abbiamo raggiunto un buon livello di gioco. Avevamo già ottenuto delle belle vittorie contro coppie di alto livello, come quella contro Krawietz e Mies, e contro altre coppie vincitrici di tornei ATP. Dovevamo essere pazienti ed aspettare il nostro momento. Ora che è arrivato, dobbiamo continuare a lavorare duro, a migliorarci. Vogliamo giocare i tornei del Grande Slam: il nostro obiettivo è quello di giocare sul campo centrale dei più grandi tornei del mondo. È quello che abbiamo sognato tutta la vita e non ci fermeremo adesso. Questa vittoria è la dimostrazione che il lavoro duro paga.”

Continuate a sognare, Matej e Ivan. Non saremo di certo noi a svegliarvi. Soprattutto ora, che non dovete più dormire più in macchina…

Continua a leggere

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: mille giorni dopo, il ritorno di Ana Konjuh

Grazie agli ottavi a Miami, da lunedì scorso Ana Konjuh è tornata tra le top 250, dopo quasi tre anni. E gestendo con accortezza il gomito (“Non tornerà normale, devo trattarlo ogni giorno”) è convinta di poter ancora dire la sua ai massimi livelli (“Con il tempo potranno arrivare cose belle”)

Pubblicato

il

Ana Konjuh - WTA Miami 2021

Mille giorni. Cioè quasi tre anni. Erano trascorsi all’incirca mille giorni dall’ultima volta in cui Ana Konjuh era classificata tra le prime 250 giocatrici del pianeta. Il ranking WTA della settimana che iniziava lunedì 9 luglio 2018 vedeva la tennista di Dubrovnik al n. 137. La settimana dopo, il 16 Luglio 2018, sarebbe scivolata in 255esima posizione, sparendo dai radar del tennis che conta, considerando tale quello che consente l’accesso ai tabelloni di qualificazione dei tornei del Grande Slam. Esattamente un anno prima, il 17 Luglio 2017, era salita al n. 22 grazie agli ottavi di Wimbledon, per poi raggiungere il best ranking – la posizione n. 20 – due settimane dopo. Ma poco dopo, in agosto, sarebbero iniziati i problemi al gomito destro, con le due operazioni, a settembre e nel marzo successivo, che di fatto l’avrebbero tenuta fuori dalle competizioni – inizialmente – dal settembre 2017 fino all’estate 2018. A nostro avviso non sono infatti da considerare i due match a Brisbane a gennaio, che avevano purtroppo solo evidenziato che l’operazione di settembre non era stata risolutiva, né l’atto di semplice presenza al Roland Garros con la secca sconfitta contro Suarez Navarro; sappiamo che giocare un primo turno in uno Slam, anche se non si è in condizione, conta molto dal punto di  vista economico. Specie se non giochi da mesi, come Ana ai tempi.

Purtroppo anche il successivo tentativo di ritorno in campo in funzione di Wimbledon si era rivelato effimero: sconfitta al secondo turno delle qualificazioni a Eastbourne e poi al primo turno dei Championship, con la conseguente uscita dalle top 250 WTA di cui avevamo parlato. Purtroppo però, quello era il problema minore, perché il calvario di Ana non era finito: il dolore al gomito era tornato a farsi sentire. Ancora uno stop di sei mesi, fatto di terapie conservative, prima di un nuovo tentativo di rientro tra gennaio e febbraio 2019, anche questo purtroppo rivelatosi infruttuoso, Con conseguente nuova operazione – la quarta, perché c’è da ricordare che quel benedetto gomito era stato già operato una prima volta nel 2014 – in marzo, per la ricostruzione del legamento collaterale ulnare, e la successiva lunga riabilitazione. Fino al rientro finalmente definitivo, dopo più di un anno e mezzo dall’ultima volta che era scesa in campo, nel settembre 2020. Un rientro iniziato nel migliore dei modi, dato che aveva subito vinto il primo torneo a cui ha partecipato, l’ITF W25 di Zagabria.

Quel n. 137 è rimasto pertanto la sua ultima volta nella top 250 fino allo scorso 12 aprile. Fino a circa mille giorni dopo, per l’appunto, quando la 23enne tennista croata vi è rientrata in virtù del balzo di 98 posizioni realizzato grazie ai risultati al torneo di Miami. Dove Ana ha sfruttato alla grande la wild card concessale degli organizzatori battendo tre giocatrici tra la prime cento al mondo. Ma soprattutto due tra le prime venti: dopo la n. 70 Katerina Siniakova, ha infatti superato la n. 19 Madison Keys e poi la n. 16 e campionessa del Roland Garros in carica Iga Swiatek. Fermata solo negli ottavi di finale da Anastasija Sevastova (e dalla fatica di quattro match in sei giorni a quei livelli, alla quale non era di certo più abituata).

 

Sono veramente felice, è stata una settimana fantastica a Miami. Sono un passo più vicina alla “vecchia Ana” e al vecchio gioco. Ci sono ancora alcune cose da sistemare, ma allenandomi bene sono molta fiduciosa per il futuro“ ha dichiarato Ana, al rientro in patria da Miami, in un’intervista al portale croato Totalinfo.hr. Curioso come il comeback sia avvenuto in un torneo in cui non aveva mai brillato ai tempi della sua esplosione nel circuito. Nelle tre precedenti partecipazioni, infatti, per due volte (2015 e 2016) non si era qualificata e nell’unica presenza nel main draw, nel 2017 da tds n. 29, era uscita subito. Sebbene il cemento all’aperto sia una delle superfici preferite, come dimostrano i quarti di finale allo US Open 2016 e la finale ad Auckland nel 2017. Insieme ovviamente all’erba, sulla quale ha ottenuto l’unica vittoria in un torneo WTA a Nottingham nel 2015, che la rivelò ancora sedicenne al gran pubblico con l’exploit del terzo turno raggiunto a Wimbledon nel 2014 provenendo dalle qualificazioni e battendo due top 70. Exploit che bissò solo due settimane dopo – proprio sul cemento outdoor di cui parlavamo – con la semifinale a Istanbul, fermata da Roberta Vinci dopo aver eliminato quattro top 100, tra main draw e tabellone di qualificazione.

Ana Konjuh bacia il trofeo dopo la vittoria al torneo di Nottingham (2015)

Sapevo che le cose stavano andando per il meglio, ma non credevo di poter giocare di nuovo a questo livello, in particolare così bene per più match di fila… È indice del fatto che ci sono, che ci credo, che lavoro bene e che con il tempo potranno arrivare cose belle” ha aggiunto Ana, che dopo la vittoria contro Iga Swiatek aveva rivelato di lavorare con il suo team con l’obiettivo di migliorare mentalmente e sviluppare un gioco più tattico. Quindi con l’obiettivo che la “nuova” Ana non solo si avvicini, ma sia anche migliore di quella “vecchia”. Assolutamente condivisibile, se consideriamo che sono passati quattro anni da quel fugace ingresso in top 20 e le sue avversarie si sono fatte più agguerrite. Sia quelle che c’erano già allora che quelle che sono arrivate dopo, come la stessa Iga Swiatek, Bianca Andreescu e Sonia Kenin, limitandoci a citare tra le attuali prime venti giocatrici al mondo nate dal 1998 in poi – più giovani cioè della tennista croata – le tre vincitrici Slam. Al riguardo, per il momento, possiamo dire che guardando dal divano di casa quello che si è notato è una piccola modifica tecnica sul dritto, forse con l’obiettivo di preservare il gomito, come evidenziato da AGF nella sua analisi sulle protagoniste del torneo Miami.

A proposito del gomito, non poteva certo mancare una domanda sulle condizioni dell’articolazione che di fatto l’ha fermata per più di tre anni e mezzo. “Con tutto quello che ha passato, il mio gomito non potrà mai essere normale e senza dolori. Questa è la mia nuova realtà. Ma è una cosa che ho accettato. Per adesso va tutto abbastanza bene, dipende dai giorni e da quanto ho “stressato” il gomito. La cosa importante è trattarlo ogni giorno e cercare di fare in modo che possa reggere tutto questo senza grossi problemi“.

La prossima cosa che dovrà reggere sarà la stagione sul rosso. ”Inizia la stagione sulla terra, non è la mia superficie preferita, ma cercheremo di garantirci la partecipazione alle qualificazioni per il Roland Garros. Abbiamo ancora qualche settimana per prendere ancora qualche punto, per essere sicuri. Spero di continuare a giocare bene” si è limitata a dire la giocatrice croata, che intanto è partita col piede giusto, eliminando al primo turno del torneo WTA di Istanbul una specialista del rosso come Sara Errani e vendicando così la sconfitta nelle qualificazioni dell’Australian Open di inizio anno. I risultati ottenuti confermano che sulla terra battuta il suo rendimento non è mai stato, ai tempi, paragonabile a quello sulle predilette superfici veloci. Nello Slam parigino non è mai andata oltre al secondo turno e come miglior risultato sul mattone tritato nel circuito maggiore può vantare una semifinale nel torneo di casa, il 125K di Bol, nel 2016, ed i quarti nel 250K di Praga l’anno successivo.

Attenzione però: il comeback della tennista dalmata è iniziato a settembre, come ricordato, con la vittoria all’ITF di Zagabria. Proprio sulla terra. Chissà, forse era il primo segnale che la “nuova” Ana è destinata a fare meglio della “vecchia”. Con tutto quello che la giovane croata ha passato – non solo in termini di infortuni, ma anche di drammatici eventi familiari, ne avevamo scritto nel primo articolo dei “Dintorni” a lei dedicato – è il minimo che possiamo augurarle. E senza che passino altri mille giorni.

Dobrodošla nazad Ana. Bentornata Ana.

Continua a leggere

Interviste

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

Pubblicato

il

Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement