ATP NextGen Finals, la guida completa – Ubitennis

Giovani

ATP NextGen Finals, la guida completa

Montepremi, regolamento, innovazioni, scontri diretti. L’assenza di Alexander Zverev. Tutto quello che c’è da sapere sulle Finals di Milano

Enrico Serrapede

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Il 2017 è stato caratterizzato da due, grandi, nuovi eventi. Il primo è andato in scena, con enorme successo, a Praga in settembre (parliamo ovviamente della Laver Cup) mentre il secondo sarà giocato a Milano tra pochi giorni. Le Next Gen ATP Finals si presentano al grande pubblico tennistico come un nuovo punto di riferimento sul calendario. I migliori otto, o quasi, under 21 pronti a contendersi il titolo di miglior giovane dell’anno. La formula, regolamento a parte che spiegheremo dopo, è la stessa della Finals di Londra: due gironi da quattro, semifinali e finali. Sette i qualificati in base alla Race to Milan, che non fa altro che copiare lo stesso criterio usato per Londra con l’unica differenza del limite d’età, e una wild card che verrà fuori dal torneo di prequalificazioni (Sporting Milano 3, dal 3 al 5 novembre) allestito dalla FIT con i migliori otto under 21 italiani.

  1. Andrey Rublev
  2. Karen Khachanov
  3. Denis Shapovalov
  4. Borna Coric
  5. Jared Donaldson
  6. Hyeon Chung
  7. Daniil Medvedev

Il grande assente sarà Alexander Zverev; un forfait annunciato visto che il giovane tedesco è qualificato da un pezzo per Londra, e con i tanti impegni ravvicinati difficilmente avrebbe sprecato energie in quella che qualcuno ha definito “una sorta di esibizione”. L’assenza di Sascha, a ogni modo, potrebbe addirittura rivelarsi un aspetto positivo, dipende da come la si vuole vedere. Il numero 5 del mondo ha totalizzato 4490 punti nella Race to Milan, il secondo in graduatoria, Rublev, appena 1219. Basta questo dato a testimoniare l’abisso che c’è tra il campione di Roma e Montreal e il resto dei suoi colleghi. Chiaro che la stella di queste Finals sarebbe stato lui, ma forse per lo spettacolo un tutti contro tutti si lascia preferire a un tutti contro uno. Senza Zverev il livello sarà molto equilibrato e tutto sommato ognuno avrà le sue chance di portare a casa il primo, prestigioso (?), titolo di maestro degli under 21.

L’assenza di Zverev, dunque, sarà un aspetto negativo ma forse non il più criticato. Tante infatti sono le perplessità emerse all’annuncio del nuovo regolamento che verrà utilizzato a Milano.

 
  • “Short set” da 4 game (tie-break sul 3-3)
  • Partite al meglio dei 5 set
  • Sparisce il vantaggio: sul 40-40 si giocherà il “killer point” 
  • Sparisce la regola del “let” sul servizio

Per vincere un set saranno quindi sufficienti 4 game, per vincere un incontro ne serviranno 12: lo stesso numero di un incontro 2 set su 3. A quella che già sembrerebbe una crasi (discutibile?) dei formati dell’IPTL e del “Fast4”, si vanno ad aggiungere delle ulteriori modifiche, tutte nella direzione di una certa modernizzazione dei ritmi di gioco con l’obiettivo confermato dallo stesso Kermode di “eliminare i tempi morti“.

  • Warm-up pre-partita ridotto
  • Introduzione dello “shot clock”
  • Limite di un Medical Time Out a match per ogni giocatore
  • Possibilità di coaching

In generale la linea di condotta degli organizzatori del torneo, confermata da una certa tolleranza nei riguardi del comportamento del pubblico – che durante gli scambi potrà tranquillamente muoversi, spostarsi a differenza del rigido “codice di comportamento” che il tennis ha esteso per tradizione su ogni campo – sembra seguire il tentativo di rinnovare l’idea stessa di tennis, per avvicinarla, anche in base alle ricerche di mercato che hanno portato a queste scelte, a un nuovo pubblico più giovane.

Un’altra grande novità sarà l’assenza dei giudici di linea che saranno sostituiti da un Hawk-Eye Live. Il sistema che ormai da più di 10 anni gestisce i “challenge” sulle chiamate dubbie, è stato perfezionato diventando LIVE, ovvero sarà in grado di giudicare ogni palla in tempo reale rendendo superflui i giudici di linea. L’unico giudice di gara in campo a Milano sarà dunque l’arbitro di sedia. Una sperimentazione rivoluzionaria di una tecnologia sviluppata e testata negli ultimi 18 mesi dalla società Hawk-Eye insieme all’ATP stessa. Il sistema è semplice perlomeno nella sua applicazione finale: ogni palla fuori genererà una chiamata di “OUT” automatica e tale chiamata sarà da considerarsi definitiva, rendendo quindi inutile la richiesta di verifica da parte dei giocatori. Le palle molto vicine alle righe saranno mostrate sugli schermi dello stadio per gli spettatori (e in TV). I falli di piede saranno invece gestiti da un ufficiale di gara esterno che avrà accesso alle immagini di due telecamere piazzate sulla riga di fondo e quella centrale del servizio.

Chiuso il capitolo del regolamento è tempo di parlare dei partecipanti: in campo ci saranno i sette migliori under 21 del mondo e, come già detto, la wild card italiana. Il parco tennisti è molto interessante, soprattutto perché nonostante la giovane questa generazione sembra molto variegata e ricca di talento. Si passa dallo stile elegante di Shapovalov alle bordate di Rublev, senza dimenticare il tennis “operaio” di Coric. Il tennista ad aver raggiunto la migliore posizione nel ranking è Karen Khachanov, che nell’agosto del 2017 è stato il numero 29 della classifica ATP. Nessun altro è riuscito ad abbattere il muro dei top 30: i più vicini sono stati Coric (33) e Rublev (25). In tutto in campo ci saranno appena 3 titoli ATP, così divisi:

Rublev, 1: Umago 2017
Khachanov, 1: Chengdu 2016
Coric, 1: Marrakech 2017

Tra gli otto, quella di Coric è senza dubbio la carriera più lunga fino a questo momento, lo testimoniano anche le vittorie su top ten (per il croato addirittura 6). Vediamole tutte nel dettaglio:

Coric (6): 2 su Nadal (Basilea 2014, Cincinnati 2016); 2 su Murray (Dubai 2015 e Madrid 2017); 1 su Thiem (Miami 2017) e 1 su Zverev (US Open 2017)
Khachanov (2): Goffin (Barcellona 2017); Nishikori (Halle 2017)
Rublev (1): Dimitrov (US Open 2017)
Shapovalov (1): Nadal (Montreal 2017)
Medvedev (1): Wawrinka (Wimbledon 2017)

In totale sono quindi 11 nelle quali, come già annunciato, la “croce” vien portata dal croato che nel 2017 ha avuto anche l’onore di battere il grande assente di queste Finals meneghine, Alexander Zverev. L’unico invece ad aver superato un top ten in uno slam è stato Medvedev, con la sua vittoria su Wawrinka a Wimbledon. Certo si potrebbe discutere sul valore di ogni singola vittoria, e sullo stato di forma degli avversari sconfitti, ma un successo ai danni di un top 10 rimane importante per motivazioni e prestigio. Certo non ditelo a Medvedev, che dopo aver battuto Wawrinka sui prati londinesi ha visto drasticamente calare il suo rendimento.

Sarà un torneo inedito per tanti motivi, uno di questi sarà la carenza di scontri diretti tra i partecipanti. Anzi, nella maggior parte dei casi, non ci sono precedenti tra i giocatori. In totale parliamo di appena cinque partite tra otto tennisti, di certo non molte nonostante la carriera di ognuno di loro sia ancora all’inizio. Saldi positivi solo per Chung e Shapovalov, mentre Rublev, il primo in testa alla Race, vanta due sconfitte su due precedenti. Addirittura nessuno scontro diretto per l’americano Donaldson. Ecco il dettaglio:

Rublev: 0-2 (Khachanov e Chung)
Khachanov: 1-1 (vinto con Rublev e perso con Coric)
Shapovalov: 1-0 (Medvedev)
Coric: 1-1 (vinto con Khachanov e perso con Chung)
Donaldson: 0-0
Chung: 2-0 (Rublev e Coric)
Medvedev: 0-1 (Shapovalov)

Da tutto ciò ne consegue una grande verità, già anticipata in precedenza: tutti hanno una chance di poter vincere questo titolo. Di questo l’ATP potrebbe addirittura giovarsi, considerando che il livello di Zverev attualmente sembra irraggiungibile per i sette alfieri meneghini ad eccezione, forse, di uno Shapovalov che sappia riproporre il livello di gioco ammirato a Montreal. Di certo sarebbe stata la stella che avrebbe fatto staccare qualche biglietto in più, ma forse avrebbe anche tolto interesse alla competizione a causa della sua schiacciante superiorità. Il saldo del tedesco recita, contro gli otto di Milano, sei vittorie e tre sconfitte: 2-0 su Rublev; 1-0 su Khachanov; 1-0 su Shapovalov; 0-2 con Coric; 0-0 con Donaldson; 0-1 con Chung e 2-0 su Medvedev. 

Chiusi gli aspetti tecnici è giusto parlare anche di quelli economici che tutto sommato non sono così trascurabili. Il montepremi totale sarà di 1 milione e 225 mila dollari così divisi:

Riserva: $ 15.000
Premio partecipazione$ 50.000
Premio per ogni vittoria nel Round Robin$ 30.000
Quarto posto$ 50.000
Terzo posto$ 75.000
Finalista$ 125.000
Vincitore$ 225.000
Campione imbattuto: $ 390.000

Facendo qualche raffronto si capisce subito che non si tratta di cifre irrisorie. Se esaminiamo infatti la media dei prize money del 2017 dei sette qualificati, escludendo quindi la wild card italiana, il dato che viene fuori è 725.623 dollari (esclusi gli incassi del torneo di Parigi-Bercy). In pratica un campione imbattuto a Milano guadagnerebbe circa il 50% (dipende dai casi, chiaro) di quanto guadagnato in un anno di circuito. Cifra piuttosto importante.

Inutile dire, invece, quanto qualificarsi possa essere una manna dal cielo per uno degli otto italiani impegnati nelle pre-quali. Berrettini, ad esempio, nel 2017 ha guadagnato 84.668 dollari; solo con la presenza nella capitale lombarda ne prenderebbe 50.000, con una vittoria raddoppierebbe del 100% i suoi guadagni nell’anno tennistico. Altri soldi, inoltre, arriveranno direttamente dalle pre-quali dove il montepremi sarà di 20.000 dollari, dei quali 7.000 al finalista mentre, come giusto che sia, il qualificato godrà solo degli incassi delle Finals. Basta questo o dobbiamo aggiungerci il prestigio di giocare contro i migliori under 21 del mondo?

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Denis Shapovalov, un buon… paté e non il solito panino fast food

Non tutta la Next-Gen è sinonimo di qualità. Mancini? Rafa Nadal è mutazione in meglio di Muster e Vilas, ma McEnroe e Laver hanno osato di più

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Non sapremo mai come sarebbe finita se Pluvio non ci avesse messo lo zampino sul 3-1 al terzo per Zverev. Fatto stà, che l’acqua è arrivata, la gente è scappata e quando ha ripreso posto Nadal ha fatto suo l’ottavo titolo a Roma, poche settimane fa. Quel che sappiamo, invece, è che Zverev inizia ad incalzare da vicino i signori del tennis, pur lasciando spazio a un filo di domanda: la Next Gen è frutto di rinnovati modelli di gioco oppure è soltanto il risultato naturale dell’esuberanza giovanile?

Dico questo perché, pur se affollato di gente felicemente accoppiata, il tennis rimane sport irrimediabilmente single, anche tenuto conto della disgrazia in cui versa il povero doppio ormai da tempo. Così il gioco della racchetta vorrebbe i suoi eroi disuguali uno all’altro, un po’ come le nuvole, i sassi e le gocce di pioggia. Inseguendo questa idea bislacca, pensavo addirittura che gli ultimi arrivati concepissero qualcosa di nuovo conio contro il tennis forsennato dei giorni nostri, magari frequentando la rete con maggiore entusiasmo. Vado appurando, invece, che, a dispetto di grande prestanza e innegabile agonismo, anche i campioni di domani sembrano impantanati nel copione già recitato dalla past gen, Federer escluso, e anche il tennis del futuro rischia di essere tanto uguale a se stesso da renderli come i cheeseburger di McDonald’s, simili a Sydney come a New York. E, confessando una irrefrenabile curiosità ad assortire i giocatori per affinità fisiche tecniche e tattiche, mi accorgo che, se in tempi andati, appiccicare un’etichetta poteva contare sulla triplice scelta tra attacco, difesa e tutto campo, oggi è sufficiente distinguere tra una maggioranza che randella la palla in modo anonimo e mosche bianche che bucano il video con qualche giocata fuori dal normale.

Rarità, quest’ultime, in cui sopravvive quella spiccata identità che fa tirare un sospiro di sollievo al grande pubblico elevandoli, anche, a comete che illuminano il processo evolutivo. È lo sport! Senza Cassius Clay, il pugilato non avrebbe volato come una farfalla e punto come un’ape, così come il calcio non avrebbe assunto tinte alla Van Gogh senza Maradona. Anche la sfida a distanza tra Jessie Owens e Usain Bolt ha contribuito a schiacciare sotto i dieci secondi le falcate necessarie a bruciare i fatidici cento metri. Insomma, tutta questa filippica per ribadire che senza i fuoriclasse che azzardano qualcosa oltre la zona di comfort, la crescita sportiva sarebbe rimasta al palo già da tempo.

 

Una fissa, la mia, che si fustiga oltremodo al cospetto del gioco mancino, dopo che il mestiere mi ha dato in sorte allievi sinistri di buon valore mondiale. In totale delirio, dunque, me la sento di dire che Nadal è sicuramente una mutazione in meglio di Vilas e Muster ma ha qualcosa da invidiare a Laver e McEnroe che hanno osato di più. Rimanendo in tema, da qualche giorno vado tracciando la collocazione di Denis Shapovalov, diciannovenne rampollo dal tennis champagne stappato con l’entusiasmo dell’outsider. Nato a Tel Aviv, cresciuto in Canada e residente alle Bahamas, anche il bell’adolescente non sfugge al confronto rivelando di essere più saggio di Leconte e di aver ereditato qualche perla dal buon Laver. Sotto il profilo puramente tecnico, il biondo tennista di sembianze rockettare, potrebbe essere il vero passo avanti rispetto a Nadal, proprio per la tendenza ad allargare la visuale all’intero campo piuttosto che a restringerla alle sole retrovie. Se anche la continuità avrà un ruolo siamo di fronte al nuovo campione. Aggiungo che, rispetto ai destroidi, i mancini mal sopportano briglie a un’istintività assai spiccata per cui Shapo, come risuona in intimità, andrà dove lo porta il cuore allietando, nel frattempo, quello degli appassionati più esigenti che intravedono in lui una innegabile gradevolezza del gioco. Ciò detto, mi lancio dicendo che la sua individualità è la sorpresa più interessante del nuovo che avanza e che, giustamente, il tennis mondiale già guarda a lui come a un paté da guida Michelin più che a un panino da fast food.

Massimo D’Adamo


Massimo D’Adamo è maestro di tennis, giornalista pubblicista ed organizzatore di eventi sportivi. Già Direttore Tecnico del Foro Italico e del Centro Nazionale di Riano, è stato Responsabile in Italia della
formazione Junior, selezionatore e capitano di tutte le rappresentative nazionali. Coach internazionale, vanta collaborazioni con giocatori di Coppa Davis di Italia e Giappone. Ha già pubblicato due libri: “…IN VIA DELL’IDROSCALO” nel 2013 e “VAGABONDO PER MESTIERE” nel 2016.

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Simon crede in Zverev: “È il migliore dei giovani perché difende meglio”

Arriva da uno dei più grandi cervelli del tennis, Gilles Simon, l’investitura per Sascha Zverev: “I giocatori che fanno la differenza sono quelli che sanno difendere”. Contro Thiem servirà una gran prestazione

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Ogni settimana si danno battaglia sui campi di tutto il mondo diverse tipologie di giocatore. Ci sono i grandi colpitori, i regolaristi, gli attaccanti vecchio stile, i tuttocampisti e poi c’è Gilles Simon. Il francese è un tennista assolutamente atipico nel suo essere normale: pochi muscoli e poca fantasia, ma tanto, tantissimo fosforo. Ai più potrà sembrare noioso a causa di quegli scambi a volte estenuanti, giocati nell’attesa del momento giusto per colpire in lungolinea o dell’errore dell’avversario, ma Gilles è uno dei migliori “cervelli da tennis” degli ultimi anni. Uno che conosce il gioco come pochi nel circuito e che può sbagliare un’esecuzione, difficilmente una scelta tattica.

Anche fuori dal campo pondera bene le parole e difficilmente parla a caso. Se si esprime lo fa con cognizione di causa e con sincerità. Come quando, dopo la sua sconfitta contro Kei Nishikori di qualche giorno fa, gli è stato chiesto un parere sulla sparata di Fognini contro l’eccessiva attenzione mediatica dedicata ai giovani membri della cosiddetta “Next Gen”. Fabio, senza peli sulla lingua (e anche a ragion veduta), aveva definito l’invenzione della Next Gen una ‘cazzata e aveva contestato la scelta di programmare i match di Shapovalov sui campi principali, sacrificando campionesse Slam come Muguruza e Kuznetsova.

Adoro Fabio per questo genere di cose, ma non so perché e in che contesto abbia detto questo. I giovani sono forti. Hanno personalità e stile. Molti di loro mi piacciono un sacco e si comportano generalmente molto bene in campo. È vero che alla stessa età, e io sono in una buona posizione per dirlo perché ci ho giocato e perso lungo tutta la mia carriera, quei quattro (i Fab Four, ndr) fossero ingiocabili. Hanno fatto meglio e stanno ancora giocando molto bene. Non so se effettivamente i media abbiano ingigantito la cosa, ma è un bene che ci siano giovani che giocano bene. Ovviamente non sono Rafa, ma chi lo è?“.

 

Tra i giovani chi spicca è senz’altro Alexander Zverev, per la prima volta qualificato per i quarti di uno Slam – affronterà Dominic Thiem nella rivincita della finale di Madrid – e ormai a tutti gli effetti un big del tennis mondiale. Un tennis che però per molti è diventato troppo monotono, troppo ripetitivo a causa dell’invasione dei grandi colpitori, favorita dall’evoluzione tecnologica di corde e racchette e dalle superfici sempre più uniformate. In tal senso ad esempio si è espresso Toni Nadal, che propugna l’utilizzo di palline più morbide per ovviare al problema delle scarse variazioni e del proliferare dei grandi battitori. Simon invece non vede la situazione così nera come l’ex allenatore di Rafa Nadal e riafferma con grande convinzione il primato della difesa sull’attacco, dell’intelligenza sulla potenza pura.

È da un po’ che vediamo ragazzi alti che colpiscono forte e forse è un po’ più monotono. Eppure Rafa ancora vince sulla terra. Alcuni giocatori hanno molte variazioni come Dominic Thiem, che usa più traiettorie, ma c’è una generazione di bombardieri che non hanno voglia di difendere. Io credo che nel tennis sia importante capire cosa è efficace e al giorno d’oggi i giocatori che fanno la differenza sono quelli che sanno difendere. Zverev spicca all’interno della sua generazione perché difende meglio degli altri, non perché colpisce la palla più forte di quanto non facciano loro. Questo genere di giocatori monolitici hanno prodotto molto spesso grandi performance, ma raramente sono arrivati al numero 1 o 2. Quelli che possono vincere i tornei del Grande Slam hanno questa qualcosa in più, cioè l’abilità di difendere e non semplicemente di colpire la palla più forte che possono ogni volta. Questo vale per gli uomini come per le donne“.

Alexander Zverev – Roland Garros 2018 (foto via twitter, @rolandgarros)

Un punto di vista interessante e un discreto attestato di stima per Sascha Zverev. Il tedesco in questi giorni ha dimostrato al mondo che è in grado di vincere anche soffrendo e combattendo con la pressione oltre che con l’avversario al di là della rete. I match vinti in rimonta al quinto set contro Lajovic, Dzumhur e Khachanov ci consegnano uno Zverev ancora titubante negli Slam, ma capace di non farsi sopraffare dalle difficoltà. Specialmente il match contro il “compagno di Next Gen” Karen Khachanov può essere visto come una dimostrazione pratica del discorso di Simon. Dominato per lunghi tratti dal russo, Sascha ha saputo soffrire, incassare i colpi e ribaltare la situazione quando il mirino dell’avversario ha iniziato a perdere di precisione. “Serve un qualcosa in più” dice Gilles. Sicuramente Zverev ce l’ha e nei prossimi anni farà la differenza.

Se non addirittura già adesso. Nella sfida con Thiem la superficie e la lunga distanza sembrano favorire l’austriaco, che pure è sembrato inerme nella recente sfida alla Caja Magica: un test forse fraintendibile in virtù delle condizioni di gioco profondamente diverse a Madrid, che con Parigi condivide solo la terra battuta. Lì il servizio di Zverev era stato impeccabile, come nel corso di tutto il torneo, mentre nelle tre sfide che Zverev ha vinto al quinto set qui al Roland Garros la sua battuta è stata attaccata con successo per ben diciotto volte. Quello che Lajovic, Dzumhur e Khachanov alla fine non hanno saputo prendersi per inesperienza e ingenuità difficilmente sfuggirebbe alla clava inesorabile di Thiem. Serve una prestazione sensibilmente migliore da parte di Zverev, ma il fatto che lo si ritenga possibile nonostante i tentennamenti delle scorse uscite dice tanto, forse tutto, sulle qualità del tedesco.

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Giovani

Next Gen a Melbourne: chi è già pronto?

Il primo Slam dell’anno e i giovani in rampa di lancio con obiettivo già rivolto alle Finals di Milano. Spicca il primo turno Shapovalov-Tsitsipas e da seguire il talento di casa De Minaur

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Con gli exploit di Alex De Minaur in Australia (prima Brisbane, ora Sydney dove si è issato addirittura in finale) e quelli di Stefanos Tsitsipas e Andrej Rublev a Doha, la Next Gen ha lanciato un forte segnale in questo avvio di stagione. Peraltro, la corsa alle finali di Milano del 2018 si annuncia particolarmente interessante perché la Next Gen, cambiando necessariamente pelle, ha perso la “vecchia guardia” che era stata protagonista nei mesi scorsi e che da quest’anno non farà più parte, per ragioni anagrafiche, della categoria. Si tratta della classe di età 1996: quella, per intenderci, dei Chung, Coric, Medvedev, Khachanov, Donaldson, Rubin, Escobedo, Kokkinakis, Halys, Ymer, ma anche degli italiani Quinzi e Berrettini. In sostanza, sei degli otto qualificati alle finali di novembre a Milano sono diventati, per l’ATP, tennisti “adulti”. Di quel gruppo di testa rimangono Zverev, che compete ormai da qualche tempo con i più grandi, e Rublev, che con i 150 punti raccolti dalla finale di Doha guida provvisoriamente la Race.

Punti fermi, al pari dell’anno scorso, non se ne vedono. Certo, chiunque può dare per scontate sia la conferma di Rublev sia l’avvenuta consacrazione di Shapovalov ai livelli più alti del tennis; tuttavia, la situazione che si para davanti appare nel complesso fluida e, al solito, piena di incognite. Si chiuderà con qualche risultato significativo la stagione degli statunitensi (Mmoh, Kozlov, Paul, Tiafoe, Fritz)? Tsitsipas è davvero pronto, come il suo avvio di stagione pare suggerire? E De Minaur, che anche l’anno scorso impressionò gli addetti ai lavori proprio in avvio di stagione? Auger Aliassime e Kuhn, classe ‘2000, saranno “gli Shapovalov” del 2018? Ci si può attendere da Moutet un ulteriore scatto nel ranking e l’ingresso nella top 100, auspicio di tutti gli amanti della qualità tennistica e dell’estro?

Intanto, questa Next Gen orfana degli esponenti che i risultati (e la forte operazione di marketing) hanno reso più noti, si è presentata alle qualificazioni di Melbourne con 18 elementi, 8 dei quali sono stati eliminati al primo turno (Leshem, Ellis, Polmans, Purcell, Kecmanovic, Mmoh, Opelka e Jasika), 4 al secondo turno (Piros, Bublik, Hurckacz e Taberner). Dei 6 restanti, Munar e Kozlov sono già approdati all’ultimo turno di qualificazioni: lo spagnolo, che su queste superfici si trova a suo agio, ha avuto la meglio su Travaglia con un doppio 6-2 e se la vedrà al prossimo turno con Mousley, mentre lo statunitense ha sconfitto Hanffman ed è atteso da Dustin Brown. A causa della pioggia, si chiuderanno domani gli incontri del secondo turno di qualificazione che vedono in lizza gli altri 4 Next Gen: Fritz-Bourgue, Ruud-Popko, Lee-Dancevic, Paul-Tomic.

 

Nessun incrocio Next Gen è possibile nell’ultimo turno di qualificazione. Da seguire il match fra Paul e Tomic, sprofondato nel ranking, a cui gli organizzatori hanno negato una wild card, e che però è considerato dai bookmakers nettamente favorito, vai a capire perché. Tommy Paul non è certo il  tennista esteticamente elegante, ma a vedere esplodere il suo servizio e il suo dritto, si capisce perché sia n. 151 del mondo e quanto rappresenti un prototipo della scuola statunitense contemporanea. Di più, rispetto agli altri giovani connazionali, Paul ha un rovescio bimane solidissimo, che può essere micidiale grazie alla preparazione rapida, a quel backswing così corto che lo contraddistingue.

Dei sei ancora in lizza, coloro che riusciranno a qualificarsi si uniranno agli 8 Next Gen che sono già nel tabellone principale per ranking (Zverev, Rublev, Tsitsipas, Shapovalov, questi ultimi malauguratamente avversari al primo turno) o grazie alle wild card variamente assegnate (De Minaur, Moutet, Soon Woo Kwon, Popyrin). Vale la pena ricordare che l’anno scorso nel tabellone principale degli AO gli esponenti della Next Gen (classe ’96 o più giovani) erano 18 (4 wild card), oltre il doppio dell’edizione del 2016. E nove di loro si erano poi qualificati al secondo turno, tre volte il numero dell’anno precedente. Se quest’anno, dunque, il numero sarà inferiore a quello del 2017, non si può comunque trascurare la massiccia presenza dei Next Gen “di ieri”, appunto i Coric, Medvedev, Kokkinakis, Donaldson, Khachanov, Tiafoe – e magari anche Berrettini, E. Ymer, Halys ed Escobedo, se riusciranno a superare le qualificazioni – che affollano il tabellone, a testimoniare che in coincidenza della grande operazione di marketing dell’ATP, e complici gli stop dei grandi del circuito lo scorso anno, un rinnovamento nel circuito maggiore comunque c’è stato.

Occhi puntati, come si era detto alcune settimane fa (LINK), sulle wild card.

Il sorteggio non è stato favorevole per De Minaur, atteso da Berdych. L’australiano è però concentratissimo sul presente, sta infatti puntando forte sul torneo di casa, a Sydney, dove ieri ha raggiunto la semifinale al termine di un match con Feliciano Lopez che è un po’ la sintesi del salto di qualità del diciottenne guidato da Adolfo Gutierrez e seguito anche da Lleyton Hewitt. De Minaur conosce numerose soluzioni di gioco e le utilizza con intelligenza a seconda dell’avversario e nelle diverse fasi di gioco. È camaleontico. Lo si può vedere faticare due metri dietro la riga di fondo, se il match lo richiede, oppure al limite della riga stessa, posizione che l’australiano predilige vista la sua spiccata attitudine ad anticipare i colpi. Il ragazzo è talmente duttile che nel match di ieri si è messo a fare lui il Feliciano Lopez: qualche serve and volley, numerose discese a rete chiudendo volée basse e alte non agevoli, variazioni in back, e poi naturalmente i passanti in corsa “alla Murray”, figli della sua rapidità e leggerezza fisica, ma anche un servizio più versatile rispetto a un anno fa (numerosi slice, usati a dovere). A questa intelligenza tattica e alla qualità dei colpi si aggiunge una personalità davvero rara per la sua età, che non sfocia mai nell’irriverenza o in altri atteggiamenti immaturi. Sotto 0-30 sul proprio servizio, nei game più delicati, l’australiano non si scompone. E fa quasi sempre le scelte giuste. Così come oggi contro Paire, quando ha fatto giocare al francese tanti dritti da mandarlo completamente in tilt e indurlo a non forzare più il colpo. Prendendosi, di rimonta e piuttosto agevolmente, la prima finale nel circuito maggiore. E pensare che il 18enne, appena 12 giorni fa, aveva vinto solo due incontri ‘tra i grandi’.

Soon Woo Kwon, wild card asiatica, ha deciso di prepararsi per gli AO al Challenger di Canberra, dove ha perso al primo turno in tre set con Puetz. Anche per lui un sorteggio durissimo, dal momento che ad attenderlo al primo turno c’è Struff. Tutto da vedere il match fra Moutet e Seppi. Nei due Challenger disputati a inizio stagione, Noumea e Canberra, il francese è apparso sottotono, ma è facile immaginare con quanta trepidazione Moutet stia attendendo il primo match della sua vita in un torneo dello Slam, per giunta direttamente nel tabellone principale. L’occasione gli è stata offerta dalla federazione francese in virtù degli accordi tra le federazioni che organizzano i major e che consentono alla FFT di assegnare due wild card (una per il tabellone maschile e una per il tabellone femminile, che è andata a Jessica Ponchet). Wild card che Moutet si è conquistato sul campo, vincendo il Challenger di Brest in finale con Tsitsipas e chiudendo la stagione n. 155 del mondo (+ 374 rispetto all’anno precedente).

Le attese sono tutte per il francese, alla sua prima grande prova. Ma soprattutto, ça va sans dire, per lo scontro tra i rovesci a una mano più rappresentativi della Next Gen: quelli di Tsitsipas e Shapovalov, le più belle sorprese dell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle.

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